I FAVOLOSI ANNI 60…ERANO POI COSI’ FAVOLOSI!?!!?

Quando si trasferì a Torino, Batistin aveva appena finito di fare il militare. Non era certo la prima volta che ci metteva piede. Di tanto in tanto, la domenica dopo pranzo saliva sul treno e andava a bighellonare qualche ora in centro, guardando le vetrine in via Roma…
…In città vivevano già da tempo alcuni suoi paesani e tramite loro trovò un sottoscala senza riscaldamento in cui sistemò una branda, un fornello di lamiera smaltata, una seggiola e un tavolo. Ma ci passava solo qualche ora la sera a dormire. Quando finiva il turno di notte alla Fiat s’arrangiava a fare di tutto, dal bracciante nei campi che l’avanzare congiunto dello sviluppo edilizio alla periferia della città e alla periferia dei paesi confinanti assottigliava di anno in anno, al muratore nelle imprese edili che li andavano sistematicamente riempiendo di palazzoni. In quegli anni a Torino e nei paesi della cintura arrivavano decine di migliaia di persone da tutte le campagne d’Italia, tutte come lui attirate dal desiderio di avere un reddito monetario per accedere all’economia mercantile. Ogni treno proveniente dal sud ne scaricava centinaia e bisognava costruire in fretta alveari in cui sistemarli, strade per collegare gli alveari alle fabbriche, scuole per i loro figli. Non c’erano difficoltà o disagi che potessero fermare questa ondata di piena. Non la scoperta che le paghe non erano sufficienti per arrivare fino alla fine del mese perché in città bisogna comprare tutto, mentre al paese la maggior parte della roba da mangiare te la produci da solo e la casa è tua. Invece qui oltre all’affitto bisognava pagare pure il riscaldamento. Allora dovevano lavorare anche le donne, magari a turni alterni col marito per non lasciare i bambini da soli, così quando uno entrava, l’altro usciva di casa, senza nemmeno il tempo di scambiarsi un saluto.

Non li fermava la disciplina da caserma nelle fabbriche, né la durezza del lavoro e gli incidenti che ogni tanto ne mandavano qualcuno all’ospedale con l’ambulanza, magari già morto, per avere meno grane con la giustizia. Non il cambiamento di clima e d’ambiente, l’aria pesante di polvere nera e gas, gli alloggi piccoli con quei balconcini che quando ti affacciavi non vedevi altro che balconcini e finestre e muri e strade su cui di giorno in giorno cresceva il numero delle automobili. Presto ne avremo una anche noi dicevano i mariti alle mogli alla domenica, quando riuscivano a stare insieme, e il frigorifero, la televisione, il forno elettrico, la lavatrice. Così lavoravano sodo, spesso integrando la paga regolare col lavoro nero, per avere i soldi per comprare l’automobile con cui andare a lavorare. Passavano tutto il tempo a lavorare per avere i soldi con cui comprare gli elettrodomestici che fanno risparmiare tempo nei lavori di casa. Le fabbriche producevano a tutto spiano, era il boom economico, e assumevano addetti che con la paga acquistavano le cose che producevano. Era tutto un gran fervore di attività, le novità si susseguivano a getto continuo. Non facevi a tempo ad aver comprato qualcosa di nuovo che sfornavano qualcosa di più nuovo che faceva diventare vecchio il nuovo di prima. È il progresso, dicevano in televisione gli esperti e ripetevano tutti sugli autobus affollati che li portavano al lavoro, nei bar davanti alle tazzine di caffè che finalmente potevano permettersi, in mensa nella mezz’ora di pausa per il pranzo. E l’anima del progresso è il cambiamento. Più in fretta si cambia, più rapidamente si migliora. Dove non c’è cambiamento ma immobilismo, come al paese, non c’è progresso. È il benessere, ripetevano tutti guardando le pubblicità in televisione e covando il desiderio di avere sempre più cose e cose sempre più nuove per accrescerlo. E giù a lavorare, mariti e mogli a cambio turno, a produrre sempre più cose e cose sempre più nuove, per avere i soldi per acquistarle.

