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I TEDESCHI ALLA CONQUISTA DEL DESERTO!?!? NO! DEL SOLE DEL DESERTO !!!

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Qui l’aggettivo faraonico calza a pennello. Non soltanto perché siamo nell’Africa sahariana, ma anche e soprattutto per la natura del progetto.
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Su imbeccata del Club di Roma, un consorzio di giganti del settore energetico tedesco- tra cui persino le tanto vituperate RWE, E.on e Siemens- ha lanciato stamane un’iniziativa a dir poco imponente quanto a costi di investimento e rischio di impresa: raccogliere energia solare direttamente dove il sole batte di più (che si tratti di un’implicita ammissione che piazzare pannelli a Lubecca serve a poco?), ossia nel deserto, per poi trasportarla in Europa.
L’obiettivo consiste nel soddisfare la sempre maggiore domanda energetica, nell’aiutare l’ambiente e nel contribuire a realizzare l’ormai fantomatica indipendenza energetica (sic) della Repubblica federale dal cattivo zar Putin. Peccato che il Sahara non sia esattamente terra di nessuno, ma corrisponda a fette di territorio più o meno grandi, appartenenti a Stati non proprio “democratici”. Al di là del buonismo di maniera sugli standard di democraticità di questi paesi (più importante è capire il grado di affidabilità che essi garantiscono per la continuità dell’opera), ci permettiamo modestamente di ricordare che l’approccio al progetto trasuda di un colonialismo un po’ d’antan. Ricordate la boutade di Tremonti sulle centrali in Albania? Ecco, il substrato culturale non è poi molto diverso. Tutti paiono preoccuparsi dei benefici che un’opera simile produrrà per i cittadini tedeschi ed europei, senza porsi l’interrogativo fondamentale. A questi paesi africani sta bene? Non vogliono niente in cambio?
In secondo luogo, resta ignota l’entità dell’esborso e il nome dei soggetti che dovranno sobbarcarselo. Per quanto riguarda il primo, pare che la cifra si aggiri intorno ai 400 miliardi in uno spazio di quarant’anni… Per quanto attiene i secondi, noi avremmo già un’ideuzza. Inizia per c, finisce per i e ha dodici lettere. Resta solo da capire di quale paese.
Da:http://www.chicago-blog.it/
CREARE MALATI PER LEGGE ?!?!? ECCO COME FANNO !!
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E’ proprio quello che è accaduto qualche anno fa, quando il 21 maggio 2004 il Governo italiano ha approvato un decreto legge in attuazione della Direttiva numero 2002/46/CE del “Parlamento Europeo e del Consiglio” teso ad uniformare le discipline degli Stati membri sugli integratori alimentari.Un esempio per tutti è la Vitamina C (acido ascorbico o sodio ascorbato). “L’apporto giornaliero è ammesso fino al 300% del valore di riferimento”.
Siccome il valore di riferimento (RDA) è un tristissimo 60 mg al giorno (che serve solo a prevenire lo scorbuto), significa che la Direttiva europea – tanto voluta delle lobbies del farmaco – impone un massimo giornaliero di 180 mg di Vitamina C (60 mg x 3 = 180 mg).Una offesa alla nostra intelligenza, alla memoria del doppio premio Nobel Linus Pauling, il quale ha dimostrato scientificamente l’utilità di grammi giornalieri, e soprattutto un attacco mirato alla nostra salute.
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Il Codex da una parte è un’arma micidiale nelle mani delle lobbies agroalimentari, della chimica e farmaceutica (i cui proprietari sono gli stessi delle corporation delle armi, energia, telecomunicazioni, ecc.), dall’altra sarà lo strumento principe del mercato globale, quindi nelle mani della stessa Élite dominante.
Se per esempio il Codex definisce i “supplementi nutrizionali”, gli “integratori vitaminici” come delle “tossine” invece di semplici alimenti, sarà possibile imporre (per legge) una soglia “minima di dannosità”.
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Il Codex Alimentarius, è un insieme di regole su tutto quello che riguarda l’alimentazione, adottate da 181 paesi (il 97% della popolazione mondiale).Codici che vanno dalla produzione degli alimenti, all’etichettatura, regolamentazioni sui livelli di sostanze chimiche permesse (inquinanti, pesticidi, tossine, additivi, ecc.), sul trasporto e la tracciatura, nonché le norme igieniche, ecc.Circa 200 codici per gli alimenti, 40 di igiene e 3200 limiti massimi di residui di pesticidi farmaci veterinari.
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Ecco perché non si trovano più, se non con grande fatica, in erboristeria gli integratori di compresse da 1 grammo di Vitamina C: sono illegali!
Sono stati molto sottili, perché non hanno “imposto per legge” la soppressione delle compresse da 1 grammo , hanno semplicemente abbassato il limite massimo del principio attivo, ed il gioco è fatto.
La medesima cosa avviene nella creazione di nuovi malati: abbassano le soglie (colesterolo, Psa, pressione arteriosa, glucosio, ecc.) et voilà per magia ecco milioni di nuovi consumatori di droghe, cioè di farmaci.

Tutti i 181 paesi membri del Codex, entro e non oltre il 31 dicembre 2009, non avranno più proroghe: dovranno accettare, per esempio, la Direttiva europea vista prima, sulle vitamine e minerali (Direttiva 2002/46/EC).Che piaccia o non piaccia a noi sudditi europei, entro quest’anno le normative del Codex dovranno essere recepite dai singoli governi firmatari.
Il Codex – visti gli sponsor – non poteva non essere un grande promotore dei prodotti biotech, cioè degli alimenti geneticamente modificati. Siccome tali cibi pericolosi hanno proprio il sigillo Codex, sarà sempre più difficile per un paese proteggere la salute dei suoi cittadini impedendone l’entrata in commercio.
Quindi tutti i prodotti marchiati Codex, che facciano bene alla salute o siano pericolosi, in quanto accettati dall’ente certificatore delle lobbies (appunto il Codex), entreranno nei circuiti di vendita e consumo, e nessun paese potrà rifiutarsi, pena sanzioni.
Non a caso parlo di prodotti “pericolosi per la salute”. L’aspartame (codice 951) per esempio, il dolcificante di sintesi estremamente tossico è un edulcorante così ben accettato dal Codex (nonostante sempre più studi indipendenti lo mettano all’indice) che le soglie di “concentrazione massima” rasentano il ridicolo.
L’eolico ad alta quota: arriva l’Abbondanza?

Energia eolica raccolta ad alta quota grazie all’uso di aquiloni: questa è l’idea fondamentale della tecnologia Kitegen. In questa configurazione (detta “a stelo”), l’aquilone raggiunge un’altitudine di circa 1000 metri ed esercita una trazione su di un generatore elettrico posto al suolo. L’energia eolica d’alta quota si prospetta come una tecnologia a basso costo e di facile diffusione, capace, in teoria, di produrre quantità di energia paragonabili, o addirittura superiori, alla produzione odierna, basata sui carburanti fossili. (clicca qui per vedere una rappresentazione animata del funzionamento dello stelo).
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Come mai l’energia é un problema? Dopotutto, abbonda ovunque intorno a noi. Il Sole proietta sulla superficie terrestre una dose quotidiana di energia che corrisponde a quasi diecimila volte quella da noi prodotta (principalmente con lo sfruttamento dei carburanti fossili). Inoltre, questa stima non include l’energia geotermica né le prospettive possibili dell’energia nucleare, specialmente se si parla di quella ottenuta grazie alla fusione. E’ sufficiente un assaggio a questo banchetto energetico che ci circonda per offrirci più di quanto ci serva.
Ma, ovviamente, le cose non sono così semplici. Per soddisfare le nostre necessità dipendiamo ancora dai carburanti fossili in maniera consistente e la conversione a fonti di energia alternative si sta dimostrando un processo molto lento e difficoltoso. La costruzione degli impianti nucleari tradizionali sta diminuendo (WNA 2009) e l’energia prodotta dalla fusione rimane ancora una frontiera lontana. Le fonti di energia rinnovabile tradizionali, come la combustione del legno e l’idroelettricità, hanno possibilità di espansione molto limitate, mentre le “nuove” rinnovabili (principalmente la fotovoltaica e l’eolica) producono solo una minuscola frazione del fabbisogno energetico del pianeta. Per la prima volta nella storia, l’anno scorso, l’energia fornita da fonti rinnovabili ha superato quella degli impianti tradizionali in Europa e negli Stati Uniti (REN21 2009). Le fonti rinnovabili crescono velocemente, ma possono farlo abbastanza rapidamente da compensare il consumo dei carburanti fossili?
E’ un problema di costi. Il che può essere inteso come mero costo monetario oppure come redditività energetica dell’energia investita (definito con la sigla EROEI). Come mostrato nei grafici di Charles Hall (2009), l’EROEI delle fonti rinnovabili è, nella maggior parte dei casi, ragionevolmente alto (con l’eccezione dei biocarburanti). Si attesta intorno a 10 per gli impianti fotovoltaici e 20 per quelli eolici: un ritorno simile a quello della tecnologia nucleare. Sono ritorni eccellenti, considerando l’investimento, ma non arrivano al livello che i carburanti fossili raggiunsero nella loro epoca d’oro. Decenni fa, l’EROEI del petrolio raggiungeva la cifra 100, e forse anche di più (Hall 2009). E’ stato questo altissimo EROEI a portare i carburanti fossili al predominio che detengono tutt’oggi sul mercato. Incapaci di raggiungere EROEI così elevati, le altre fonti energetiche non avevano alcuna possibilità di competere. Ed, infatti, ancora oggi abbiamo bisogno di energia fossile per costruire impianti che generano energia di tipo non-fossile. Ma, con i carburanti tradizionali in netto declino, sarà molto difficile sostenere la crescita di energie alternative ad un ritmo abbastanza rapido da fornire una transizione dalle fonti convenzionali a quelle nuove senza strappi. Possiamo immaginare un mondo industrializzato che non necessita carburanti fossili, ma pare che non riusciremo ad arrivarci abbastanza in fretta.
Quindi, siamo di fronte alla maledizione di Tantalo: siamo circondati da enormi quantità di energia, ma non riusciamo a sfruttarla. E questo sarà vero finché non svilupperemo una tecnologia che abbia un EROEI molto migliore di quella presente. Con un ritorno energetico molto rapido rispetto agli investimenti, potremmo liberare il sistema energetico mondiale dalla sua dipendenza dai carburanti fossili. E questo, sfortunatamente, è più facile a dirsi che a farsi. Internet è ricca di proclami di presunte rivoluzioni tecnologiche che promettono molto ma spesso risultano essere solo sogni; o, in alcuni casi, addirittura truffe. Però, potrebbe esistere una tecnologia energetica, basata su principi fisici accertati, capace non solo di promettere, ma di fornire un EROEI alto: l’energia eolica d’alta quota.
L’idea fondamentale di questo tipo di energia è che il vento è diventa molto più intenso man mano che ci si sposta verso le fasce alte dell’atmosfera. La velocità media del vento aumenta con l’altezza, in base ad una curva esponenziale (chiamata “esponenziale di Hellman”) pari ad 1/7.
Ma l’energia contenuta in una massa d’aria in movimento aumenta al cubo della sua velocità. Con un semplice calcolo, scopriremo che elevando la turbina ad un’altezza di 800 metri, l’energia fornita aumenta di un fattore di 8 rispetto a quella che otterrebbe a livello del suolo. Sono possibili incrementi maggiori ad altitudini più elevate, in cui i venti hanno anche una maggiore costanza; in questo modo, si evita il problema dell’intermittenza, tipico delle turbine eoliche tradizionali. Ma, ovviamente, è impossibile raggiungere queste altezze con l’attuale tecnologia eolica, che arriva al massimo a 100 metri, a causa del costo e del peso della torre.
Questo concetto è palese da lungo tempo ed ha generato svariate proposte per sfruttare l’energia eolica ad altitudini maggiori. Ci sono due modi possibili per farlo: palloni aerostatici ed ali. Potete seguire un riassunto degli ultimi sviluppi in materia nell’opera di Big Gav (2009) pubblicata da TOD. Come potete vedere, ci sono molte idee in questo campo, molte delle quali si limitano ad essere semplici schemi su un foglio. In molti casi, la fornitura energetica dei sistemi proposti è solo un’ipotesi, mentre in altri casi (come quello dei palloni aerostatici) la necessità di impiegare una risorsa non rinnovabile è un limite considerevole.
Comunque, alcuni sistemi sono stati studiati a fondo ed altri testati con il metodo sperimentale. I sistemi basati sui rotori sono realizzabili ed quelli basati sugli aquiloni, in particolare, sono estremamente promettenti. Saul Griffith della Makani Power ha mostrato alcune immagini di un esperimento in cui ha impiegato un aquilone a tre corde. Anche Wubbo Ockels (della Delft University of Technology) sta svolgendo esperimenti basati sugli aquiloni. In questo campo, il sistema più avanzato pare il Kitegen: un aquilone creato da Massimo Ippolito della Sequoia Automation, un’azienda italiana. I test sui prototipi di questo sistema sono stati conclusi ed il primo impianto energetico di questo tipo è attualmente in costruzione nell’Italia settentrionale.
Il Kitegen è un semplice sistema aerodinamico: usa aquiloni d’ultima generazione che ascendono in modo dinamico, volando a 70-80 metri al secondo, che è anche la massima velocità raggiunta dalle estremità delle pale di una turbina eolica convenzionale. Nella sua configurazione più semplice (chiamata “a stelo”), il sistema impiega un solo aquilone, collegato ad un generatore posto al suolo. L’aquilone si muove come uno yo-yo: quando sale, genera energia che viene trasformata in elettricità dal generatore. Quando raggiunge la sua massima elevazione, viene posto in una configurazione aerodinamica di stabilità, in modo che possa essere tirato giù con un dispendio energetico minimo. Due steli che operano in sinergia potrebbero funzionare come un motore a due cilindri, sebbene la fase in cui si produce energia durerebbe il 90% del tempo, mentre a quella di “ritiro” sarebbe molto più breve. Un solo stelo potrebbe fornire un’energia massima di qualche Megawatt. Impianti più grandi potrebbero essere utilizzati nella configurazione detta “a giostra”. In questo caso, gli aquiloni volano ad un’altezza costante, a quota molto più elevata, esercitando una trazione su un generatore che è disposto su un binario circolare. In questo caso, l’energia massima ottenibile raggiunge uno o più Gigawatt.
Considerati gli studi dettagliati sul Kitegen, possiamo usarlo per fare una stima dell’EROEI offerto dai sistemi eolici d’alta quota. Prima di farlo, comunque, è meglio riassumere i dati che conosciamo sull’odierna tecnologia eolica. Nalukowe e i suoi colleghi hanno recentemente condotto una ricerca, per conto della LCA, sulle turbine eoliche convenzionali da 3 Megawatt: secondo le loro stime, l’energia necessaria per costruire e manutenere una turbina per un periodo di 20 anni è di circa 8000 Megawatt orari. Dato che il peso totale della parte della struttura che emerge dal terreno è di 400 tonnellate, possiamo calcolare che abbia un fabbisogno energetico di circa 20 Kilowatt orari per ogni chilo. La turbina produrrà 160,000 Megawatt orari durante la sua esistenza e quindi l’EROEI finale è di circa 20.
Qual’è il risultato di un approccio simile alla tecnologia Kitegen? Secondo Massimo Ippolito (informazioni pubblicate suwww.kitegen.com) l’energia necessaria per produrre un Kitegen da 3 Megawatt è di 40 Kilowatt orari per chilo, oppure di 40 Megawatt orari per tonnellata. Questo calcolo prende in considerazione tutti i materiali necessari per la costruzione: l’acciaio che costituisce la struttura, il rame dei cavi elettrici, il neodimio ed il boro necessari per i magneti, il montaggio dei macchinari, il trasporto, la costruzione, et cetera. Questa cifra include anche i costi energetici relativi al lavoro degli operai all’impianto e alla periodica sostituzione dei cavi e degli aquiloni, in un arco temporale di 30 anni.
E’ evidente che il Kitegen richiede molta più energia al chilo di una turbina eolica convenzionale; c’era da aspettarselo: dopotutto è una tecnologia molto più complessa. Ma lo stelo è anche più leggero. Un impianto da 3 Megawatt pesa circa 30 tonnellate. Quindi, potremmo stimare che l’investimento energetico totale per la sua costruzione ruota intorno ai 1200 Megawatt (30 tonnellate moltiplicate per 40 Megawatt orari a tonnellata). Se supponiamo che il nuovo impianto funzioni 5mila ore all’anno, a potenza massima, produrrà approssimativamente 15mila Megawatt orari all’anno, o 450mila in 30 anni. Il risultato finale è un’EROEI di 375 (!!). Se supponiamo un’esistenza di soli 20 anni, questa cifra potrebbe ridursi, ma risulterebbe comunque enorme. Impianti Kitegen più grandi, del genere “a giostra”, riuscirebbero a raggiungere altitudini maggiori, attingere a venti più forti ed avere un EROEI ancora maggiore. Questo calcolo è valido per il caso specifico del sistema Kitegen, ma anche altri sistemi basati su aquiloni o rotori avrebbero EROEI di questa scala di grandezza.
Ovviamente, questi dati vanno presi con molta cautela, però sono sufficienti per mostrarci l’enorme potenziale dell’energia eolica d’alta quota. Gli EROEI più alti di 100 ci riportano all’epoca d’oro dell’abbondanza e del basso prezzo dei carburanti fossili, senza tutti i problemi e i pericoli annessi a questo tipo di fonte energetica.
Un ulteriore vantaggio degli impianti a energia eolica d’alta quota é l’ubiquità della loro edificabilità; inoltre, possono fornire energia in maniera sostanzialmente continuativa (Archer e Caldeira, 2009). Sebbene l’alto costo dello stoccaggio di energia non possa essere completamente eliminato, ne risulterebbe assai ridotto. Con l’eolico d’alta quota, potremmo sul serio avere quel tipo di energia “troppo economica per tenerne conto” che è stato profetizzato negli ottimistici anni ‘50. Non solo avremmo energia economica, ma potremmo averla in tempi brevi. Consideriamo una turbina eolica tradizionale, con un EROEI di 20 ed una vita di 20 anni. In questo periodo, l’energia generata potrebbe essere usata per costruire altre 20 turbine; in media, una all’anno. Un Kitegen, con un EROEI maggiore di 200, potrebbe essere il “seme” per centinaia di altri Kitegen, con una media di uno al mese. Con un EROEI di questa dimensione, l’energia eolica d’alta quota non avrebbe bisogno della “stampella” dei carburanti fossili: potrebbe crescere con le sue sole forze, sostituendosi alle fonti fossili molto prima che si consumi l’ultima goccia di petrolio. Potrebbe anche facilitare la lotta al riscaldamento globale, offrendo un rapido taglio ai gas serra prodotti dai carburanti fossili.
Ovviamente, tutto questo è da considerarsi un sogno, finché non sarà testato e verificato. Ma, come minimo, è un sogno dalle solide basi fisiche ed ingegneristiche. Ma, anche se accettiamo in linea teorica il basso costo e l’alto EROEI, dobbiamo tenere a mente che il pianeta Terra è un sistema limitato. Quindi, quali sono i confini ultimi dell’eolico d’alta quota?
Si stima che circa il 2% dell’energia solare che arriva sulla superficie terrestre si trasformi in energia eolica. L’atmosfera non è un motore termico molto efficiente, ma si tratta di una quantità di energia tale che un semplice 2% risulterebbe abbondante rispetto alle nostre necessità. Si stima che il totale dell’energia accumulata in forma eolica corrisponda a circa 2000 Terawatt (Hurley 2009), o forse più, secondo altre stime. Per capire la mole d’energia di cui si sta parlando, potremmo fare in confronto: l’energia primaria totale che l’umanità produce oggigiorno corrisponde ad una media di circa 16 Terawatt. Quindi non c’è dubbio che l’energia eolica sia abbondante: secondo una ricerca del 2005 di Archer e Jacobson, già a 80 metri d’altezza troviamo un livello di energia tale che, con le attuali energie eoliche, sarebbe sufficiente per generare un quantitativo di energia eolica pari al totale della produzione energetica odierna. Ma c’è n’è un quantitativo maggiore ad altitudini più elevate e dovremmo sfruttarne solo una bassa percentuale di esso per riuscire a soddisfare il nostro attuale fabbisogno.
Un problema potrebbe essere costituito dall’effetto dei rotori o degli aquiloni sulla circolazione del vento atmosferico. Questo aspetto è stato esaminato da Archer e Caldeira (2009) grazie all’uso di modelli climatici. I risultati mostrano che attingere a questo tipo di energia potrebbe ridurre le precipitazioni. Tale effetto sarebbe comunque poco significativo (una riduzione delle precipitazioni dello 0,1%) se volessimo raggiungere un quantitativo energetico pari al nostro fabbisogno odierno. Ciononostante, questo effetto collaterale limita la portata della tecnologia eolica d’alta quota. Utilizzarla per produrre un quantitativo di energia pari a dieci volte il nostro fabbisogno odierno potrebbe risultare sconveniente. Si tratta comunque di grandissime quantità di energia gratuita e a bassissimo impatto sugli ecosistemi terrestri. Potrebbe essere anche accresciuta, indirettamente, se impiegassimo l’energia eolica per fabbricare pannelli fotovoltaici o altre tipologie di impianti solari. Non dovremmo essere sorpresi da questo tipo di prospettive. Dopotutto, come abbiamo detto, siamo circondati da alti quantitativi di energia e, se riuscissimo a trovare il modo di sfruttarla, perché non farlo?
Con in mano questi dati eccezionali, potremmo essere tentati dal considerate l’energia eolica d’alta quota una tecnologia energetica quasi senza confini. Ma sarebbe un errore. La produzione dell’energia non è statica: procede congiuntamente all’economia e, se l’economia è alimentata da una fonte di energia economica ed abbondante, tende a crescere esponenzialmente. La crescita esponenziale è pericolosa ed ingannevole: potremmo sbattere la testa sul limite massimo della sfruttabilità dei venti d’alta quota molto prima di quanto ci si aspetterebbe.
Ma esiste un problema ancor più serio: l’energia non è l’unico parametro da cui dipende l’economia. L’abbondanza di un bene non equivale all’abbondanza di tutti gli altri. Un’abbondanza di energia elettrica non si traduce necessariamente in un’abbondanza di alimenti, sebbene è certo che l’elettricità possa essere usata come sostitutivo dei carburanti fossili nei processi agricoli. Che il nostro problema non sia solo relativo all’energia è confermato dai modelli sviluppati per la serie “I limiti della crescita” (Meadows 2004). I modelli in questione possono essere impiegati con scenari che presuppongono alti (o addirittura infiniti) quantitativi di energia disponibile, ma il risultato è che un sistema economico collassa a causa dell’impatto generato da una combinazione di sovrappopolazione ed inquinamento sull’agricoltura e sull’ambiente. Per evitare il collasso, sarebbe necessario bloccare sia l’economia che la popolazione ad un livello stazionario. Ed, anche se ci riuscissimo, il consumo graduale dei minerali ci costringerebbe a produrre quantitativi energetici sempre maggiori per mantenere invariato il flusso attuale dei beni minerali (Diederen 2008, Bardi 2008). Quindi, anche con un livello abbondante di energia, avremmo bisogno di riciclare e riusare i beni prodotti.
Detto questo, anche se il livello di energia è abbondante, è necessario considerare la limitatezza del sistema energetico del pianeta Terra. In ogni caso, l’energia eolica d’alta quota ci offre la speranza di un futuro di relativa abbondanza, e anche di prosperità, se saremo capaci di mantenere stabili l’economia e la popolazione ed evitare di sfruttare in maniera eccessiva le nostre risorse minerali e l’agricoltura.
Riconoscimenti: l’autore ringrazia Massimo Ippolito per i suoi commenti e spunti per questo articolo.
Nota: l’autore non è finanziariamente collegato alla Kitegen Research S.r.l, la società che sta sviluppando il sistema kitegen descritto nel presente articolo. Ha, tuttavia, un piccolo interesse finanziario in “Wind Operations Worldwide” (WOW), formata da un gruppo di piccoli investitori che intendono finanziare lo sviluppo dell’energia eolica ad alta quota, in particolare del sistema kitegen.
References
Archer, C. L., and Jacobson, M.Z., 2005, “Evaluation of global wind power”.
Archer, C. L. and Caldeira, K, 2009, .”Global assessment of high altitude wind power”.
Bardi, U, 2008, “The universal mining machine”.
Big Gav, 2008, “Alternative Wind Power Experiments – SkySails and Airborne Wind Turbines”
Diederen A., 2008 , “Minerals scarcity: A call for managed austerity and the elements of hope”
Hall, C and Lambert, J. G., 2009 (accessed) “The balloon diagram and your future”
Hurley, B. 2009, “How much wind energy is there?” “How much wind energy is there?”
Meadows, D. Randers, J, and Meadows D., 2004 “The Limits to Growth, the 30 years update”, # ISBN 1-931498-58-X,
REN21, 2009, , “Renewables: global status report”
WNA (World Nuclear Association) 2009, “World Nuclear News 2009″.
Fonte: http://europe.theoildrum.com/node/5538
Traduzione a cura di Massimo Spiga per Megachip
AFRICA,PETROLIO,GAS…INQUINAMENTO E GUERRE – IL RUOLO DELL’ ENI E DELLE MULTINAZIONALI COME…DOVE E PERCHE’ AVREMO UN NUOVO “GOLFO”

La Repubblica del Congo va verso le elezioni del 12 luglio, mentre le multinazionali del petrolio, con in testa l’Eni, cercano nuovi giacimenti sfruttando le sabbie bituminose (vedi Ae 105).
“Le elezioni saranno caratterizzate da una totale mancanza di non trasparenza. Il governo non ha accettato di istituire una commissione elettorale indipendente, così come chiesto dai partiti di opposizione e dalla Commissione Episcopale. Nemmeno l’Ue manderà degli osservatori, dando per scontata l’irregolarità delle votazioni”. Brice Makosso è uno degli esponenti di punta della Commissione “Giustizia e pace” della Repubblica del Congo. Nei suoi anni di attivismo ha potuto comprendere molto bene quali sono le conseguenze dello sfruttamento petrolifero in Africa.
Che clima pre-elettorale vive la popolazone del tuo Paese?
Dopo 30 anni di dittatura comunista e guerra civile, il presidente Denis Sassou-Nguesso sta
usando la carta della paura. “Se non votate per me la violenza tornerà a devastare il Paese” è il suo messaggio. I congolesi sono ormai rassegnati a non avere alternativa, ma se ci fossero delle elezioni veramente libere non ho dubbi che Nguesso non vincerebbe.
La tua organizzazione, la Commissione “Giustizia e pace” , si batte da anni per cambiare le cose. In che modo?
Insieme alla chiesa locale, già nel 2000 abbiamo avviato una riflessione sul rapporto tra il petrolio e la guerra, il debito, le dittature e la corruzione in Africa Centrale. Per farlo abbiamo collaborato con i nostri omologhi in Ciad, che nel frattempo avevano seguito da vicino i devastanti impatti dell’oleodotto Ciad-Camerun.
Nel 2002 la Conferenza episcopale congolese ha emesso una dichiarazione in cui si chiedeva alle imprese petrolifere una maggiore trasparenza sull’utilizzo dei proventi. Nel 2006, ovvero quando il governo ha chiesto alla Banca mondiale che il Congo fosse inserito nella lista dei Paesi più indebitati, sono iniziati i problemi. Noi ci siamo opposti alla richiesta e abbiamo suggerito alla World Bank di attendere prima un’analisi dei proventi e della gestione dell’industria petrolifera.
La qualifica ha subito un ritardo, noi siamo stati accusati di essere dei servi dell’imperialismo e di lavorare contro gli interessi della Repubblica. Io e altri attivisti siamo stati arrestati con la scusa di aver stornato fondi della nostra organizzazione -cosa che i nostri donatori hanno subito smentito- e abbiamo trascorso tre settimane in prigione e un paio di anni al soggiorno obbligato. Allora Paul Wolfowitz, che era presidente della Banca mondiale, minacciò il blocco dei prestiti al Congo: altrimenti non saremmo usciti di prigione dopo sole tre settimane…

Parliamo del petrolio. La gestione dei proventi ha dato adito a parecchie perplessità, ci pare di capire.
Fin dall’inizio dello sfruttamento dei giacimenti congolesi, le compagnie pagavano le royalty non al ministero del Tesoro, ma su conti correnti presenti in varie paradisi fiscali sparsi per tutto il mondo. Come se non bastasse, il nostro esecutivo mpegnava già i proventi del petrolio non ancora estratto, finendo solo per accrescere il nostro debito estero. Adesso con la nuova iniziativa internazionale sulla trasparenza le cose potrebbero migliorare, ma è ancora presto per dirlo.
Qual è il ruolo giocato dall’Eni nel contesto congolese?
L’Eni ha iniziato le sue attività da noi fin da anni Settanta. Prima operava solo offshore, mentre dal 2007 è presente anche sul territorio nazionale. Da quel momento sono nati i “classici” problemi legati allo sfruttamento petrolifero in Africa, tra cui il flaring, che ha enormi impatti negativi su ambiente e popolazione locale. L’Eni dice che il petrolio, però, non ha nulla a che fare con il degrado ambientale. Tuttavia di recente ha preso la decisione di costruire delle centrali elettriche nelle vicinanze dei giacimenti dove si verifica il gas flaring, anche perché tale pratica entro il 2010 sarà considerata illegale per decreto governativo. Una da 50 megawatt è già in funzione, un’altra da 300 megawatt è in costruzione. Si badi bene, le centrali producono energia destinata alle imprese private -e in particolare per le operazioni di estrazione in una miniera di potassio- e non alla popolazione locale.
Ora si parla di impiegare le sabbie bituminose per produrre petrolio. Quali sono gli ultimi sviluppi?
Per il momento sappiamo che l’Eni ha siglato un accordo con il nostro governo. Lo ha confermato anche Paolo Scaroni, l’amministratore delegato dell’impresa italiana, in varie interviste rilasciate alla stampa. Però non si capisce se le sabbie bituminose serviranno per realizzare strade o per ricavarne petrolio. Il governo sembrerebbe indicare la prima possibilità, l’Eni parla di previsioni operativi in termini di barili, ovviamente di greggio. Nella realtà dei fatti, noi siamo molto preoccupati perché non si sa quali saranno gli impatti e come verranno protette le popolazioni locali una volta che, a partire dal 2011, inizierà lo sfruttamento delle sabbie. Val la pena ricordare che la produzione di un barile di sabbie bituminose, al momento sfruttate solo in Canada, provoca un alto tasso di inquinamento, impoverimento delle risorse idriche ed emissioni di gas serra tra le tre e le cinque volte più alte del corrispettivo di petrolio convenzionale. Chiediamo quindi all’Eni di dirci la verità sul destino di questa risorse e, qualora volessero tirarne fuori il petrolio, vogliamo sapere che tecniche saranno impiegate e come si limiteranno al minimo gli impatti, così devastanti e diffusi nell’esempio canadese. Per adesso però il rappresentante dell’Eni a Ponte Noire non appare intenzionato a darci la minima informazione.

La Nigeria sotto scacco petrolifero dice basta al gas flaring. Voci dal “GsOtto”
“Noi proponiamo di lasciare tutto il ‘nuovo’ petrolio nel sottosuolo. Le multinazionali dovrebbero gestire solo i giacimenti già aperti, che sono in via di esaurimento, impegnandosi però a investire sulle fonti energetiche alternative come il solare o l’eolico, che da noi non mancano di certo”. Nnimmo Bassey (nella foto) è uno storico attivista di ERA/Friends of the Earth Nigeria. Da anni conduce campagne contro il gas flaring e lo sfruttamento petrolifero indiscriminato nel Delta del Niger. Lo abbiamo incontrato al Gsott8, dal 2 al 6 luglio nel Sulcis Iglesiente.
Perché è importante mettere fine al flaring, evitando così di bruciare all’aria aperta il gas collegato all’estrazione del petrolio dal sottosuolo?
Secondo una stima conservativa, lo spreco di questo gas ha privato la Nigeria di una cifra che si aggira intorno ai 2,5 miliardi di dollari l’anno, aumentando invece le emissioni di gas serra nell’atmosfera. Come se non bastasse, e a prescindere dai costi economici, il flaring costituisce un
gigantesco attacco contro l’ambiente e ha serie conseguenze sulla salute delle persone, causando malattie come il cancro, la bronchite, l’asma, complicazioni renali e circolatorie di diverso tipo. A subire gli effetti negativi di questa pratica è anche la produzione alimentare, che è diminuita. L’aspettativa di vita in Nigeria è di 47 anni per le donne e 46 per gli uomini, ma nel Delta del Niger cala vertiginosamente, arrivando a soli 41 anni. Paradossalmente, quella stessa regione, ricca di petrolio, è tra le più povere di tutto il Paese.
Eppure le grandi oil corporation come la Shell e l’Eni sembrano non farci caso…
Il gas flaring si verifica nei giacimenti nigeriani fin dall’inizio dello sfruttamento petrolifero,
ovvero dagli anni Cinquanta. Le comunità locali si sono sempre battute contro questa pratica.
Anche il governo coloniale, prima che la Nigeria conquistasse la sua indipendenza, vi si è opposto, tuttavia le multinazionali petrolifere hanno continuato a vivere al di sopra della legge e senza considerare le sentenze delle corti nigeriane che hanno decretato che il gas flaring è illegale. Ora il governo ha posto una nuova data limite per far cessare questa pratica: il 2011. Ma le multinazionali vorrebbero già rinviare tutto al 2013.
In Nigeria opera una compagnia italiana come l’Eni, che tra l’altro per il 30% è di proprietà dello Stato. Quali sono gli impatti delle sue attività?
Anche l’Eni, così come la Shell o la Chevron, causa enormi conseguenze negative all’ambiente e alle popolazioni locali. Oltre al flaring, l’Eni è responsabile della scarsa manutenzione degli oleodotti che attraversano in lungo e in largo il Delta del Niger, che assai di frequente hanno delle pericolosissime perdite di petrolio. Per citare dei dati, nel biennio 2006-2007 la Nigerian Agip Oil Company, la controllata dell’Eni nel nostro Paese, ha fatto registrare il numero più alto di sversamenti, ben 264.
Quale può essere una soluzione ideale per risolvere i problemi legati allo sfruttamento petrolifero?
Noi proponiamo di lasciare tutto il “nuovo” petrolio nel sottosuolo. Le multinazionali dovrebbero gestire solo i giacimenti già aperti, che sono in via di esaurimento, impegnandosi però a investire sulle fonti energetiche alternative come il solare o l’eolico, che da noi non mancano di certo. Nel frattempo la Nigeria potrebbe rivitalizzare un settore come quello agricolo che, prima dell’inizio dello sfruttamento petrolifero, era tra i più sviluppati. Tanto il petrolio finirà comunque nell’arco di pochi anni, meglio trovare delle valide alternative già da adesso.
Per approfondire il tema, potete leggere il libro “Il prossimo golfo”
altraconsapevolezza
«Rischio asfissia per le piccole imprese» – Consob: «Le prospettive caratterizzate dall’incertezza»

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LAMBERTO CARDIA PARLA DELLA CRISI NELL’INCONTRO ANNUALE DELLA COMMISSIONE CON IL MERCATO
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«Gran parte delle imprese medio-piccole, trama fondamentale del tessuto imprenditoriale italiano, trova difficoltà e potrebbe correre rischi di asfissia finanziaria. Si sta interrompendo un processo di ristrutturazione aziendale che negli scorsi anni aveva iniziato a produrre risultati incoraggianti in termini di produttività e competitività internazionale». Lamberto Cardia, presidente della Consob, durante l’incontro annuale della Commissione con il mercato, a Palazzo Mezzanotte a Milano, punta il suo intervento sulla crisi economica.
A RISCHIO- «Le prospettive restano oggi caratterizzate da profonda incertezza. I soggetti più deboli, sia nel mondo delle imprese che tra gli investitori, sono esposti a rischi maggiori. Solo le imprese di più grande dimensioni riescono a reperire sul mercato capitale proprio e a collocare prestiti obbligazionari senza gravi difficoltá nè a costi da considerare eccessivi».
TRASPARENZA- Il presidente della Commissione poi ha voluto sottolineare l’importanza della corretta informazione sui prodotti finanziari proposti ai risparmiatori e dei comportamenti delle banche che li collocano. Ed è proprio in questo ambito che Cardia ha spiegato: «Lo scorso giugno sono stati avviati accertamenti ispettivi nei confronti di cinque grandi gruppi» bancari, «finalizzati alla verifica delle concrete modalità di attuazione dei principi di correttezza comportamentale» verso la clientela. Una strategia regolamentare e non solo italiana. «La Consob – ha spiegato Cardia – è consapevole della necessità di definire una strategia regolamentare stabile e coordinata a livello internazionale sulle vendite allo scoperto e, più in generale, sul fenomeno delle posizioni corte sui titoli, con l’obiettivo di salvaguardare l’integrità dei mercati senza compromettere la liquidità e l’efficienza dei meccanismi di formazione dei prezzi».
IL GOVERNO- Sul pacchetto anti-crisi, varato da Palazzo Chigi, Cardia ha sottolineato: «Gli interventi del Governo a garanzia di depositanti e a sostegno della raccolta bancaria hanno svolto un ruolo importante nell’evitare il pericolo di esasperazione degli effetti della crisi nel momento più acuto, prevenendo ingiustificate ondate di panico che hanno indotto i governi di altri paesi ad assumere determinazioni in altri periodi nemmeno immaginabili». Per Cardia «il nostro Paese, pure se gravato da un debito pubblico che ne condiziona l’agire, ha dimostrato una tenuta di sistema che costituisce motivo di conforto, dando prova di tempestività negli interventi e di sostanziale stabilità delle sue banche, per altro in alcuni casi protagoniste di tormentate vicende negli ultimi anni».
ALITALIA- E sulla compagnia aerea la Consob «prende atto dei recenti interventi pubblici di ristoro volti a rispondere alle fondate attese degli obbligazionisti e ai disagi degli azionisti». Cardia ha poi aggiunto che più volte l’Autorità ha segnalato, nelle sedi istituzionali competenti, la necessità di iniziative a tutela dei consumatori.
LE FAMIGLIE- La situazione di turbolenza sui mercati finanziari ha determinato un aumento dell’avversione al rischio degli investitori retail: si può infatti stimare che a fine 2008 – rileva la relazione annuale della Consob – circa il 62% delle ricchezza finanziaria delle famiglie italiane risultava investita in depositi e titoli di Stato, contro una quota del 51% di fine 2007. Circa l’11% della ricchezza finanziaria complessiva delle famiglie si è quindi spostata dai prodotti e strumenti più rischiosi (azioni, bond, risparmio gestito, polizze) ai depositi e titoli di Stato.
L’UTILE- Nel 2008 la raccolta complessiva dei principali gruppi italiani si è ridotta di circa 137 miliardi (-1,5%) riportandosi su livelli simili a quelli del 2005. La raccolta diretta è cresciuta di circa 26 miliardi di euro (+1,5%) grazie all’incremento della raccolta obbligazionaria (+3%) e dei depositi (+1,9%), mentre la racolta da banche è calata del 2,2%. La raccolta indiretta si è fortemente contratta riducendosi di circa 164 miliardi dei euro (-11,2%) a causa di una riduzione del 20,1% del risparmio gestito (-130 miliardi), a fronte di una flessione più contenuta del risparmio amministrato (-4,2% pari a -34 miliardi). Il valore complessivo dei titoli di proprietà dei principali gruppi bancari italiani è fortemente diminuito dai 297 miliardi di fine 2007 a 225 miliardi (-24,4%), con una riduzione del 37,4% dei titoli di negoziazione, del 19,1% dei titoli disponibili per la vendita e del 5,8% di quelli valutati al fair value. Titoli di stato e obbligazioni rappresentavano a fine 2008 circa l’88% del totale dei titoli in portafoglio, mentre il peso dei titoli strutturati si è ridotto dal 5% al 2,3%. La quota del portafoglio titoli sul totale attivo è scesa dal 13,1 al 9,5%, mentre la quota sul totale impeghi è diminuita dal 18,7 al 13,4%.
BALLANDO SULL’ORLO DEL VULCANO – LA CRISI E LA DISOCCUPAZIONE VERA AL 16.5% NELGI USA
Ormai l’economia mondiale da tempo sta ballando sull’orlo del vulcano della disoccupazione, gli ultimi dati a livello globale testimoniano che il magma del lavoro è un composto ad alta pressione e temperatura, complesso che una volta eruttato diventa pura lava.
La parola “lava” ha origine dal latino “labes” che significa caduta, scivolamento, lo stesso scivolamento che quotidianamente ci viene comunicato in formato rallentato dai dati macroeconomici.
I lettori di Icebergfinanza conoscono da tempo la presenza delle cosidette “misure alternative” di rilevazione della disoccupazione in America, la famosa Table A-12. Alternative measures of labor underutilization che riporta la percentuale di complessiva tra disoccupazione e sottoccupazione, comprendendo i cosidetti lavoratori scoraggiati ovvero coloro che hanno smesso di cercare lavoro in quanto sfiduciati da mesi di ricerca e che il BLS non considera più nella cosidetta forza lavoro e i lavoratori part-time per causa di forza maggiore economica, lavoratori che vorrebbero lavorare l’intera giornata, ma che spesso devono adattarsi al ritmo della produzione di beni e servizi richiesta in questo momento dal mercato.
Ebbene oggi questo tasso, seguendo la dinamica del tasso ufficiale, ha superato il 16 % della forza lavoro raggiungendo la percentuale di 16,5 % ( 9,5 % quello ufficiale ) , una dinamica in via di rallentamento negli ultimi mesi.
![[table-a12-2009-06.png]](http://1.bp.blogspot.com/_nSTO-vZpSgc/SkzmsSYxGRI/AAAAAAAAGao/Fz5uHo4bobU/s1600/table-a12-2009-06.png)
Non c’è alcun dubbio che nella peggiore delle ipotesi la disoccupazione ufficiale il prossimo anno potrà raggiungere la percentuale del 11/12 % che è ben lontana dal 25 % del picco della Grande Depressione come potete vedere da questo grafico qui sotto comparso in una recente analisi di Asha Bengalore su Northern Trust.
![[DepressionUnemploymentRate.jpg]](http://4.bp.blogspot.com/_pMscxxELHEg/SlVu0t0KqXI/AAAAAAAAFxo/rzSqiWrqGuo/s1600/DepressionUnemploymentRate.jpg)
Ciò non toglie che se prendiamo come riferimento il dato relativo alle misure alternative, il divario si ridurrebbe notevolmente, sino a ridurre la forbice differenziale percentuale dei due periodi in questione.
Penso che nella migliore delle ipotesi, una simil ripresa produrrà un aumento delle ore lavorate o tuttalpiù il ritorno a pieno ritmo dei lavorati part.time, ma che la disoccupazione continuerà ad aumentare.
“Qualunque cosa accada sui tempi della ripresa – ha spiegato Strauss-Kahn – la disoccupazione aumenterà nel 2010 e forse nel 2011, dipende dai Paesi”. Il direttore generale del Fmi ha detto che questo accade a causa dei ritardi con cui la crisi si ripercuote sul mercato del lavoro rispetto all’andamento del Pil. “Il picco – ha osservato – può ritardare fino ad un anno”. Pertanto, ha concluso Strauss-Kahn, “anche con la ripresa, se non si approntano sforzi energici contro la disoccupazione potremmo essere incapaci di affrontarne gli effetti”. Rainews24.rai.it
Detto questo anche gli analisti di Northern Trust sostengono che il tasso di disoccupazione è un …
(…) It is a lagging economic indicator, which peaks after the end of a recession (…)
….un indicatore ritardato che raggiunge il picco dopo la fine della recessione!
Come avete visto dala grafico qui sopra, il tutto è assolutamente ineccepibile, solo che per l’ennesima volta, nella madre di tutte le crisi, io ritengo utile non fossilizzarsi troppo su questa dimensione, la dimensione di un indicatore ritardato che con il tempo sta assumendo sempre più la sua nuova dimensione di “puro indicatore” e ora spiegherò il perchè.
Mai in passato abbiamo assistito alla presenza combinata di una serie di nemesi che hanno colpito il consumatore americano, travolto da una perdita di ricchezza epocale, una dinamica combinata e correlata che va dalla scomparsa della dimensione infinita dell’accesso al credito al totale esaurimento della ricchezza presunta che riusciva ad infondere il continuo aumento del valore della case, sino al virtuosismo indispensabile di un tasso di risparmio in continua ascesa e un rientro dal debito esponenziale.
Questa è l’ultima dinamica del credito al consumo, diminuito in otto degli ultimi dieci mesi con le carte di credito che registrano una delle peggiori contrazioni mensili degli ultimi anni…….

Quindi la mia visione mi porta a sottolineare che oggi il tasso di disoccupazione, la sua dinamica, probabilmente per la prima volta nella storia va assunto come puro indicatore economico e non come un indicatore ritardato.
Un ulteriore esempio di quello che sta accadendo nel mercato del lavoro è dato dai dati relativi ai sussidi di disoccupazione che ieri hanno visto arretrare le richieste settimanali di oltre 52.000 unità a fronte di una revisione negativa del dato della precedente settimana.
Il nuovo record relativo alle richieste continuative, settimana dopo settimana, ha visto un’esplosione di 159.000 nuove richieste che non ci sorprende più di tanto visto che recentemente avevo sottolineato come nelle prossime settimane assisteremo ad uno tsunami di richieste, conseguenza diretta del fallimento del sistema automobilistico americano e del prevedibile contagio all’industria dell’indotto.
Tralasciando l’estrema variabilità di questi due indicatori, sottolinerei come l’indicatore principe resta quello relativo alla media a quattro settimane, che resta tuttora oltre le 600.000 unità, nonostante la discesa di 10.000 richieste.
Troppo poco per segnalare una svolta, una svolta che avrà bisogno di ulteriori conferme nelle prossime settimane e che comunque facendo riferimento alla doppia recessione ravvicinata degli anni ‘80 non significa sostanzialmente che questa dinamica possa segnalare la fine di una recessione di cosi vasta portata e correlazione.

Probabilmente i sussidi di disoccupazione hanno raggiunto il picco di questo ciclo economico, ma difficilmente assisteremo ad una fase di ripresa dell’occupazione, che vedrà piuttosto un aumento delle ore lavorative e un ritorno a medio regime di tutti coloro che sono stati costretti ad “subire” il part-time per cause economiche.
Date un’occhiata a questo sito Esd.wa.gov si tratta delle estensioni ai sussidi di disoccupazioni previsti da una legge che prevede un massimo di ulteriori 33 settimane di sussidi di disoccupazione la Emergency Unemployment Compensation (EUC). Secondo Mike Shedlock questa legge crea una distorsione statistica che porterebbe il numero delle settimane continuative dei sussidi più vicini ai 9,4 milioni che al record di 6,883 milioni segnato oggi.
Inoltre secondo Bloomberg in aprile il numero record di 33, 8 milioni di cittadini americani ha ricevuto i cosidetti ” Food Stamps ” oltre il 20 % rispetto all’anno prima, che ricordano dannatamente la cosidetta social card di Tremonti.
Il ” Food stamps program ” avviane attraverso una carta elettronica consegnata a coloro che vivono sotto la soglia della dignità, accreditata mensilmente dal governo e finalizzata all’acquisto di alimentari nei supermercati.
July 7 (Bloomberg) — A record 33.8 million people received food stamps in April, up 20 percent from a year earlier, as unemployment surged toward a 26-year high, government figures show. Spending also jumped, as the average benefit rose.
It was the fifth straight month of record participation in the Supplemental Nutrition Assistance Program , according to the US Department of Agriculture, and up 1.8 percent from the prior month. Total spending was $4.5 billion, up 19 percent from the previous all-time high reached in March, the USDA said.
Se qualcuno ha dato un’occhiata in profondità ai dati rilasciati da Alcoa invece che esaltarsi per il meno peggio di quello che nessuno sa analizzare, forse sarebbe interessante mettere un bel microscopio sulle voce contenimento dei costi, figlia di una continua erosione dell’occupazione.
July 8 (Bloomberg) — Alcoa Inc., the largest U.S. aluminum producer, reported a second-quarter loss that was smaller than analysts’ estimates after production cuts and workforce reductions helped the company save money.
Taglio alla produzione e taglio all’occupazione ecco il leit-move della prossima campagna di trimestrali.
E qui farei una interessante premessa in riferimento alla stagione delle trimestrali che si sta aprendo in America, nuova stagione che vedrà focalizzata l’attenzione sulla fantasia contabile delle istituzioni finanziarie americane e sulla percentuale di minori perdite o maggiori guadagni che l’erosione della forza lavoro e la riduzione della produzione produce, palliativi di breve termine che lasciano come spesso accade il tempo che trova.
Sarà inoltre interessante assistere agli orizzonti previsti dalle varie aziende, aspettative che ci diranno quanto sia reale o sostenibile un’eventuale ripresa dell’economia.
Si assistere alle dichiarazioni di ottimismo dei vari amministratori delegati, visto che negli ultimi tre mesi i cosidetti ” insider dealing ” i ceo di circa 252 aziende hanno venduto azioni proprie delle proprie società per un totale di 1,2 miliardi di dollari, più o meno come accadde nel giugno 2007, nove venditori che credono nelle potenzialità della loro azienda ogni misero compratore…..
Executives at 252 companies in the S&P 500 unloaded shares since March 10, with total net sales reaching $US1.2 billion, according to data compiled by Princeton, New Jersey-based InsiderScore, which tracks stocks. Companies with net sellers outnumbered those with buyers by almost 9-to-1 last week, versus a ratio of about 1-to-1 in the first week of the rally. Businessday
Un esempio lampante ci è stato fornito da uno dei mostri sacri della finanza nostrana, il quale sostiene che ……
ROMA (MF-DJ)–”La Borsa e’ pronta a 12 anni di rialzi”. Lo ha detto l’a.d. diMediolanum, Ennio Doris, in un’intervista a Il Giornale. “Non chiedetemi cosa faranno i mercati da qui a un anno – ha continuato – troppi sono gli elementi di incertezza. D’altra parte non mi interessa chi cerca ritorni di breve termine. La crisi e’ una grande opportunita’ di investimento. Le Borse sono tornate ai livelli del 1996, quindi 12 anni in cui i guadagni sono stati nulli. Periodi del genere erano gia’capitati nel ‘37-’49, nel ‘63-’74, a esempio. E ogni volta sono stati seguiti da periodi altrettanto lunghi di forti guadagni. E’ quello che ci aspetta ora: altri 12 anni di ripresa”, ha concluso.
Dodici anni di ripresa che mandano in frantumi la mia teoria di una nuova “lost decade”, dodici anni di ripresa sul semplice assunto che la storia si ripete inesorabilmente e che se abbiamo avuto dodici anni di rendimenti nulli ora avremo dodici anni di miracoli continui…..potenza dell’analisi fondamentale.
ICEBERGFINANZA
Monsanto: Roundup, il diserbante totale, sconfitto dalla natura

Effetto boomerang per monsanto
Negli stati uniti i contadini hanno dovuto abbandonare al loro destino 5000 ettari di coltivazione di soia geneticamente modificata e altri 50000 sono seriamente minacciati. Questo panico e’ dovuto a un’ ‘erbaccia’ che ha deciso di combattere apertamente il gigante monsanto, conosciuto come il piu’ grande (de)predatore del mondo.
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Questa pianta si riproduce svergognatamente in fretta coprendo sempre piu’ terreno e approfittando della base di glifosato che secondo monsanto avrebbe ucciso qualunque erbaccia!
Quando la natura si riscatta
Nel 2004 un coltivatore del macon in georgia, una citta’ a ca. 130 km da atlanta, nota che alcuni germogli di amaranto sono resistenti al roundup che usa per diserbare dalle erbacce le sue coltivazioni di soia.
I campi vittime di questa ‘ erbaccia’ invasiva sono disseminati di grani di roundup ready, che contengono un seme che e’ resistente al round up stesso (diserbante assoluto secondo monsanto a cui nessuna erbaccia resiste).
Da quei tempi la situazione e’ peggiorata notevolmente ed il fenomeno si e’ diffuso in altri stati, sud- e nord- carolina, Arkansas, tennessee e missouri. Secondo un gruppo di studiosi del centro per ecologia e idrologia, un’ organizzazione britannica con sede in winfrith nel ducato del dorset, ci sarebbe stato un trasferimento di materiale genetico tra le piante geneticamente modificate e le piante di amaranto. Quanto e’ accaduto da’ torto ai gruppi di studiosi che sostengono che non e’ possibile il trasferimento di materiale genetico tra piante modificate e non.
Per il britannico brian johnson, esperto in genetica e problemi di coltivazione, la possibilita’ che si crei un incrocio vincente tra differenti materiali genetici fa parte di una possibilita’ su un milione, ma nel momento stesso in cui essa e’ creata, la nuova pianta possiede un vantaggio selettivo notevole e si riproduce velocemente. Il forte diserbante, il round up, su base di glifosato e amonium che viene utilizzato ha messo notevolmente sotto pressione le piante accellerandone la capacita’ di adattamento. Quindi pare che i semi di monsanto resistenti al round up abbiano regalato l’ esistenza ad una pianta ibrida nata dall’ incrocio di un seme che doveva proteggere e l’ amaranto che pare impossibile da eliminare.
L’ unica soluzione e’ di liberarsi manualmente dell’ erbaccia, cosi’ come si faceva un tempo, ma questo non sempre e’ possibile vista spt. l’ estensione di certe coltivazioni. Inoltre quest’ erbaccia radica in profondita’ rendendo difficile strapparla, cosi’ hanno semplicemente abbandonato 5000 ettari di coltivazione. Molti coltivatori a questo punto ritengono di dover rinunciare alle piante geneticamente modificate per tornare indietro ad una coltivazione piu’ tradizionale, anche perche’ i semi geneticamente modificati stavano aumentando di prezzo, incidendo sul rendimento. Cosi’ alan rowland, produttore e commerciante di semi di soya in dudley, nel missouri, ammette che nessuno piu’ gli chiede i semi di soya modificati, mentre fino a poco prima costituiva l’ 80% dei prodotti venduti da lui. Al momento i semi ggo sono stati eliminati dal suo catalogo di vendita mentre aumenta la richiesta di semi di tipo tradizionale.
Il 25 luglio 2005 il guardian pubblico’ un articolo di paul brown, che svelava che i semi di piante modificate erano attecchiti incrociandosi con altre piante selvatiche creando un supergrano piu’ forte delle erbacce; un incrocio incomprensibile stando agli scienziati del ministero del luogo. Dal 2008 i media agricoli americano dichiarano sempre piu’ casi di ‘resistenza’, e lo stato degli stati uniti ha dovuto dare importanti iniezioni finanziarie affinche’ determinate pratiche agricole venissero limitate o vietate addirittura.
Pianta diabolica o divina?
E’ comico constatare che questa pianta, agli occhi degli agricoltori diabolica, in realta’ fosse una sacra piante degli inca. L’ amaranto e’ uno dei cibi piu’ antichi consumati dall’ uomo su questa terra, ogni pianta produce 12000 grani all’ anno e le foglie, che contengono piu’ proteine della soya, sono ricche di vitamina a e c oltre a Sali e minerali.
Cosi’ questo boomerang, restituito alla monsanto dalla natura, cresce nei posti ‘ammalati’ dando cibo sano, risolvendo l’ eventuale problema della fame temuta dagli americani. Cresce in qualunque clima, sia secco che tropicale, non ha problemi d’ insetti ne’ di malattie, quindi non avra’ mai bisogno di prodotti chimici.
In questo modo l’ amaranto si batte contro monsanto come davide contro golia. E ognuno puo’ immaginare come finira’ questo scontro, seppure impari! Se questo fenomeno dovesse diffondersi in misura sufficiente, il che sembra che sia al momento, monsanto potrebbe chiudere i battenti. E chi , a parte i suoi salariati, ne’ sentira’ mai la mancanza?
Autore silvie simon
Rifkin boccia l’accordo dei grandi “È ridicolo, non salverà il pianeta”
L’economista americano non ha dubbi: servono misure concrete e nuovi impianti puliti
“Dobbiamo lanciare la terza rivoluzione industriale:traguardi sulle industrie da rilanciare“
Jeremy Rifkin
ROMA – “Per mettere d’accordo tutti hanno deciso di andare alla velocità del più lento: così è facile raggiungere un’intesa”. Jeremy Rifkin risponde al telefono da Montecarlo, in una pausa dell’incontro con il principe di Monaco che vuole varare un piano per frenare i gas serra. E il giudizio del presidente della Foundation on Economic Trends sul risultato del G8 è secco: “Un accordo ridicolo”.
Eppure è stato fissato il tetto di 2 gradi all’aumento di temperatura del pianeta: finora gli Stati non avevano dato un’indicazione così precisa.
“D’accordo, ma cosa si deve fare per non superare i 2 gradi? Non basta esprimere un pio desiderio, bisogna prima di tutto capire a che livello di concentrazione di anidride carbonica in atmosfera corrisponde un aumento di 2 gradi e poi organizzare un sistema energetico coerente”.
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L’Ipcc ritiene che, per restare entro un aumento di 2 gradi, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera non debba superare le 400 – 450 parti per milione.
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“L’Ipcc è molto cauta e i suoi precedenti rapporti, spesso definiti allarmisti, sono stati superati dai fatti: l’accelerazione del disordine climatico è stata più drammatica di quella prevista. Jim Hansen, uno dei più accreditati climatologi, dopo aver studiato le carote di ghiaccio che raccontano il passaggio da un’era glaciale a una interglaciale, offre un quadro della situazione molto diverso: quando in passato si è mantenuta per un certo periodo una concentrazione di 450 parti per milione di anidride carbonica l’effetto è stato un balzo della temperatura di 6 gradi, non di 2. E un rapido aumento di 6 gradi non è compatibile con il mantenimento della società umana così come noi la conosciamo”.
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Secondo Jim Hansen l’obiettivo è portare la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera a 350 parti per milione, cioè ridurla rispetto al presente portandola più vicina a quota 280, il livello preindustriale. Questo vorrebbe dire attuare una politica di tagli drastici e immediati che molti considerano incompatibili con lo sviluppo economico.
“Io credo che sia vero l’opposto: l’errore sta nel pensare solo ai tagli delle emissioni che invece dovrebbero essere un effetto secondario di politiche virtuose capaci di rilanciare l’economia, altro che affossarla. Per uscire dalla tre crisi che ci soffocano, quella economica, quella energetica e quella ambientale, non possiamo limitarci a magiare un po’ meno della vecchia minestra inquinante: dobbiamo lanciare la terza rivoluzione industriale pensando in positivo, cioè fissando traguardi sulle industrie da rilanciare. Non bisogna dire ai vari paesi quante emissioni tagliare, ma quanti impianti puliti costruire”.
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Più industrie e meno emissioni?
“Esattamente. La terza rivoluzione industriale è quella che permette uno sviluppo economico che si concilia perfettamente con la riduzione delle emissioni. Ad esempio con le smart grid, con l’energia diffusa e decentrata, ogni casa sfruttando il sole può diventare una vera e propria piccola centrale di produzione di elettricità e calore. Se adottassimo questo modello il settore delle costruzioni, che oggi è il primo fattore di riscaldamento del pianeta, potrebbe diventare parte della soluzione al problema”.
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Le case come elemento trainante del nuovo modello energetico?
“Uno dei quattro pilastri. Il primo è costituito dalle energie rinnovabili. Il secondo è rappresentato dagli edifici sostenibili. Il terzo dalle tecnologie basate sull’idrogeno che serve a immagazzinare l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili. Il quarto pilastro dalle reti intelligenti per distribuire l’energia secondo il modello del web”.
G8 e MEF concordano sui 2 gradi: la palla passa a Copenaghen

Si sono chiusi il 10 luglio all’Aquila i tre giorni di lavoro del G8, che includevano nella giornata di giovedì anche il MEF (Major Economy Forum), incontro voluto da Barack Obama per raccogliere intorno al tavolo i 16 paesi responsabili di più dell’80% delle emissioni mondiali di CO2.
Il nuovo impegno a contenere entro i 2°C l’innalzamento della temperatura
Il documento finale del G8 ribadisce l’importanza di mantenere l’innalzamento della temperatura sotto i 2°C attraverso una riduzione sostanziale delle emissioni a livello globale, riconoscendo di fatto la soglia che la comunità scientifica ritiene non debba essere superata.
Si tratta di un passo importante in direzione della Conferenza di Copenhagen di dicembre dell’UNFCCC, che viene ribadito essere il tavolo di negoziazione principale. La portata dell’impegno sembra però essere sfuggita a una buona parte dei media nazionali, che in molti casi non hanno saputo leggere l’esito del G8 e del MEF all’interno del processo negoziale di Copenhagen, così come è ormai universalmente riconosciuto, dopo il cambio di direzione degli USA, con Obama.
Proprio i 2 °C erano stati, meno di due anni fa, nella Conferenza di Bali dell’UNFCCC, uno dei punti importanti di discussione, vista l’impossibilità di riferire dati precisi del IV Rapporto IPCC all’interno della Bali Action Plan, cosi come avrebbe gradito la Ue. Davanti all’indisponibilità di alcuni paesi, tra cui gli USA, l’unica via di uscita di allora fu di inserire un riferimento non nel testo principale, ma solo come nota al documento.
Ora il G8, così come il testo del MEF, ribadendo la volontà di mantenere l’innalzamento della temperatura al di sotto dei due gradi riconosce, seppure in modo esplicito solo per il lungo periodo (2050), il percorso proposto dal IV Rapporto IPCC. L’accordo tra i paesi del G8 (non presente però nel documento del MEF) esplicita la volontà di ridurre le emissioni entro il 2050 dell’80% per i paesi sviluppati e del 50% a livello globale. Anche se il testo non è preciso nel definire gli obiettivi (non definisce ad esempio rispetto a che anno di partenza è da considerare l’impegno del 50 % di riduzione delle emissioni globali), non va dimenticato che il tavolo negoziale del G8 non è vincolante, porta solo a dichiarazioni politiche, che però definiscono degli indirizzi generali futuri dei paesi G8. Altra cosa è il tavolo negoziale dell’UNFCCC che definirà gli impegni nel dettaglio, a Copenhagen.
Importante passo avanti rispetto al passato
Anche in questo caso si evidenzia un passo avanti rispetto al G8 di Hokkaido dello scorso anno. In quel caso Bush aveva voluto inserire, scatenando le ire dell’India e degli altri paesi in via di sviluppo, il solo obiettivo di riduzione globale del 50%, evitando di far assumere delle responsabilità dirette ai paesi sviluppati.
All’Aquila il cambio di direzione di Obama è stato invece netto.
Il presidente americano ha voluto fortemente che nel documento finale comparisse anche l’impegno di riduzione dell’80% per i paesi sviluppati.
Ciò che è sicuramente assente nel documento del G8 è l’impegno di riduzione dei paesi sviluppati per il 2020, che l’IPCC propone in un range variabile dal 25 al 40%. Anche in questo caso, però, non bisogna dimenticare che l’Aquila è solo un momento negoziale intermedio e, come ricorda Fredrick Reinfeldt, primo ministro svedese e nuovo presidente di turno della Ue, la trattativa finisce solo all’ultima ora della Conferenza di Copenhagen.
I capi di governo del G8 e del MEF riconoscono nei loro documenti finali anche le responsabilità che le attività umane hanno sulla modifica del clima e di conseguenza sui danni che mettono a rischio non solo l’ambiente e l’ecosistema, ma la base stessa della nostra prosperità presente e futura.
Posizione questa che di fatto sconfessa in pieno le molte voci della maggioranza di governo in Italia, culminata questa primavera nell’approvazione di una discutibile mozione del Senato, in cui veniva messa in discussione la responsabilità umana sui cambiamenti climatici.
La transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio
Nel documento finale del G8 è richiesta una transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio, che deve necessariamente coinvolgere anche i paesi che stanno attuando il loro processo di sviluppo. Per consentire ciò è necessario facilitare il trasferimento di tecnologie verso i paesi in via di sviluppo attraverso l’eliminazione o la riduzione delle barriere tariffarie e non tariffarie ed intervenendo anche a livello dei diritti di proprietà intellettuale.
Altro tema presente nel documento finale è quello del mercato del carbonio su cui sempre Reinfeldt aveva manifestato in apertura del G8 un particolare interesse.
L’obiettivo, che ha trovato il forte interesse degli USA, è quello di creare un unico mercato internazionale della CO2, già esistente oggi nella Ue, al fine di innescare un ciclo virtuoso attraverso il riconoscimento economico per chi decide di investire in efficienza energetica.
Climalteranti
Testo di Daniele Pernigotti, con il contributo di Stefano Caserini, Claudio Cassardo e Aldo Pozzoli
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