LIBERTA' DI PAROLA

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Pubblicato in CELLULARI, ECOLOGIA, ECONOMIA, INFORMATICA, NEWS IN ENGLISH, POLITICA, SALUTE, SOCIETA', TECNOLOGIA, VARIE da Gabriele Pierattelli il 16/07/2009

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SESSO E PROSTITUZIONE,CLANDESTINI E COCAINA – LUGANO IN SVIZZERA E’ LA CAPITALE DEL PECCATO CHE NON T’ASPETTI

Pubblicato in SALUTE da Gabriele Pierattelli il 15/07/2009

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Lugano è il troiaio d’Europa, secondo Fabrizio Corona. In Canton Ticino, 300 mila anime, esercitano più di mille prostitute, una stima al ribasso. La vicinanza con l’Italia e la legalizzazione del meretricio hanno reso la Svizzera italiana il paradiso dei bordelli.

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Ogni weekend un variegato popolo emigra. Dall’Italia verso il Canton Ticino, passando prevalentemente per la dogana di Chiasso. Negli anni ’70 la gita a Lugano significava un pieno di benzina a basso prezzo ed una scorta di Toblerone. I costumi sono leggermente mutati e negli ultimi anni la frontiera viene superata da orde di clienti affamati di sesso a buon mercato. Per meno di 100 euro prestazioni complete e al riparo da sguardi indiscreti, in piccoli ma comodi appartamenti dove brasiliane, slave, e donne provenienti da ogni parte del mondo si offrono ai loro clienti.

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FENOMENO SVIZZERO

In Canton Ticino e in Svizzera la prostituzione è consentita da molti anni, ma da più di 10 è diventata un fenomeno diffuso che cresce ogni anno. A fine anni ’90 spuntarono come funghi bar all’interno di alberghi, dove tutte le camere erano affittate a giovani prostitute. Le consumazioni erano molto care, e i rapporti gratuiti, così che si eludeva il divieto di sfruttamento della prostituzione, ancora vigente, che avrebbe reso immediata la chiusura di strutture del tutto simili a bordelli. Il fenomeno spinse le autorità dei vari Cantoni a legalizzare il meretricio, tanto che almeno 15 mila donne esercitano la professione sul territorio federale. Nella gran parte dei 26 Cantoni si trovano molti bordelli, in particolare nelle zone di confine. Zurigo e Ginevra, le due più grandi città svizzere, molto vicine a Germania e Francia, offrono numerose possibilità a chi arriva dall’estero per pagarsi un rapporto sessuale. La Svizzera italiana, collegata via Autostrada dei Laghi alla Pianura Padana, è diventata nel corso degli anni il maggior polo d’attrazione del business della prostituzione, stimato in almeno 100 milioni di euro annui. Cifra da valutare per difetto, perché non comprende l’indotto generato dalla presenza di professioniste del sesso che guadagnano tra i 1.000 e i 2.000 euro al giorno. Parrucchieri, estetisti, gioiellerie e boutiques hanno vissuto un vero e proprio boom grazie alle più di mille prostitute che vivono nel piccolo Ticino. Passeggiando per il centro di Lugano, al pomeriggio, si incrociano spesso coppie di giovani donne dall’accento straniero dedite a frenetiche attività di shopping, una presenza spesso denunciata dalle forze politiche locali, ma più che tollerata grazie alle preziose risorse portate dal flusso continuo e ininterrotto di italiani in cerca di sesso.

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MELANO, MILANO

Il piccolo paese di Melano è un caso paradigmatico della trasformazione del Canton Ticino. Poco più di 1.000 abitanti, era la classica piccola comunità che si trova sul Lago di Lugano, o Ceresio. L’uscita autostradale a 5 km dal confine cittadino e la relativa vicinanza alla dogana di Chiasso – distante meno di 15 minuti – ne hanno fatto un paradiso della prostituzione. A Melano si trovano 4 bordelli, mascherati da bar o da ristorante, nei quali è possibile prendere una birra o mangiarsi una pizza, ma è molto più facile trovare una ragazza straniera che offre il proprio corpo a poche decine di euro. Il prezzo medio è decisamente conveniente rispetto al mercato italiano, dove la prostituzione casalinga è più costosa rispetto a quella stradale. I 4 bar/ristorante di Melano sono incastonati in complessi residenziali dove le ragazze hanno a disposizione una camera con un bagno proprio, affittata ad un costo poco superiore rispetto al costo di un singolo rapporto sessuale, tra i 70 e i 100 euro. L’offerta è multiculturale, dato che nel piccolo paesino ticinese si trovano ragazze da ogni parte del mondo, mentre altri postriboli ticinesi si sono specializzati. Il celebre Oceano di Noranco, periferia di Lugano e poco distante da Melano, è popolato di ragazze brasiliane, mentre il Motel Castione è il porto di attracco delle ragazze slave. Tutti questi luoghi sono contraddistinti da un tratto comune, la costante presenza di macchine targate Italia. In Ticino vivono 300 mila persone, e nel Sottoceneri, dove la prostituzione è diffusissima, è residente meno della metà della popolazione cantonale. La zona è però confinante con la regione più popolosa d’Italia, la Lombardia, ed è raggiungibile in un paio d’ore dalla gran parte della Pianura Padana. La benzina costa ancora poco in Svizzera, circa 30 centesimi di meno rispetto all’Italia, ma non è per il pieno che la Padania si dirige verso il transito elvetico, lavoratori frontalieri a parte, che dopo le regolari 9 ore fatte non disdegnano una capatina al lupanare. Pagano in franchi, e risparmiano qualcosa visto che il cambio non è favorevole nei bordelli ticinesi.

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PROBLEMI CRESCENTI

Nei registri cantonali dove le prostitute si immatricolano sono presenti circa 300 professioniste, che rappresentano meno di un terzo delle donne attive nei bar/alberghi del Ticino. I Comuni non possono vietare direttamente la costituzione di una simile attività imprenditoriale, ma cercano di costruire piani regolatori in modo da espellere i postriboli, tanto apprezzati dai forestieri quanto indigesti agli autoctoni. A Melano, 2 dei bar sopracitati sono stati recentemente chiusi, anche se poi hanno ripreso le attività sotto altro nome, oppure spostandosi nei Comuni a fianco. La polizia contrasta l’esercizio illegale della prostituzione e lo sfruttamento delle irregolari, che costituiscono una parte significativa dell’offerta di sesso del Ticino. La tratta dei clandestini e la cocaina a fiumi che scorre in questi postriboli rende spesso ingestibile la vita di questi luoghi, tanto che nelle scorse settimane al Motel Castione si è svolta una delle più partecipate e sanguinose risse della storia del Cantone. Chiusura immediata per uno dei luoghi di perdizione più noti del Ticino, ma le ragazze che là vivevano si sono subito spostate in uno dei tanti punti di appoggio alternativi che si trovano nella Svizzera italiana. I bar/alberghi dovrebbero essere almeno 50, conditi da saune e dai tradizionali night club che hanno sempre caratterizzato la dolce vita di Lugano. I gestori dei night del Ceresio hanno più volte chiesto interventi alle autorità cantonali, data la cospicua riduzione del loro giro d’affari subita con la concorrenza di casini a buon mercato. I politici locali strepitano spesso contro uno dei maggiori business della loro regione, e le proteste si sono recentemente alzate anche dall’Italia. Il parroco di Mariano Comense, luogo simbolo della tradizione cattolica ambrosiana, si è scagliato contro la pubblicità di un bordello luganese attaccata sui muri della città brianzola. Da un lato ha le sue ragioni visto che il gregge tende a smarrirsi più spesso del solito, ma dall’altro manca di pragmatismo. Per ritrovarle, basta seguire le indicazioni dei cartelli e prendere la strada che porta a Chiasso.

FONTE

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CREARE MALATI PER LEGGE ?!?!? ECCO COME FANNO !!

Pubblicato in ECONOMIA, POLITICA, SALUTE da Gabriele Pierattelli il 14/07/2009

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E’ proprio quello che è accaduto qualche anno fa, quando il 21 maggio 2004 il Governo italiano ha approvato un decreto legge in attuazione della Direttiva numero 2002/46/CE del “Parlamento Europeo e del Consiglio” teso ad uniformare le discipline degli Stati membri sugli integratori alimentari.Un esempio per tutti è la Vitamina C (acido ascorbico o sodio ascorbato). “L’apporto giornaliero è ammesso fino al 300% del valore di riferimento”.

Siccome il valore di riferimento (RDA) è un tristissimo 60 mg al giorno (che serve solo a prevenire lo scorbuto), significa che la Direttiva europea – tanto voluta delle lobbies del farmaco – impone un massimo giornaliero di 180 mg di Vitamina C (60 mg x 3 = 180 mg).Una offesa alla nostra intelligenza, alla memoria del doppio premio Nobel Linus Pauling, il quale ha dimostrato scientificamente l’utilità di grammi giornalieri, e soprattutto un attacco mirato alla nostra salute.

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Il Codex da una parte è un’arma micidiale nelle mani delle lobbies agroalimentari, della chimica e farmaceutica (i cui proprietari sono gli stessi delle corporation delle armi, energia, telecomunicazioni, ecc.), dall’altra sarà lo strumento principe del mercato globale, quindi nelle mani della stessa Élite dominante.

Se per esempio il Codex definisce i “supplementi nutrizionali”, gli “integratori vitaminici” come delle “tossine” invece di semplici alimenti, sarà possibile imporre (per legge) una soglia “minima di dannosità”.

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Il Codex Alimentarius, è un insieme di regole su tutto quello che riguarda l’alimentazione, adottate da 181 paesi (il 97% della popolazione mondiale).Codici che vanno dalla produzione degli alimenti, all’etichettatura, regolamentazioni sui livelli di sostanze chimiche permesse (inquinanti, pesticidi, tossine, additivi, ecc.), sul trasporto e la tracciatura, nonché le norme igieniche, ecc.Circa 200 codici per gli alimenti, 40 di igiene e 3200 limiti massimi di residui di pesticidi farmaci veterinari.

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Ecco perché non si trovano più, se non con grande fatica, in erboristeria gli integratori di compresse da 1 grammo di Vitamina C: sono illegali!

Sono stati molto sottili, perché non hanno “imposto per legge” la soppressione delle compresse da 1 grammo , hanno semplicemente abbassato il limite massimo del principio attivo, ed il gioco è fatto.

La medesima cosa avviene nella creazione di nuovi malati: abbassano le soglie (colesterolo, Psa, pressione arteriosa, glucosio, ecc.) et voilà per magia ecco milioni di nuovi consumatori di droghe, cioè di farmaci.

Tutti i 181 paesi membri del Codex, entro e non oltre il 31 dicembre 2009, non avranno più proroghe: dovranno accettare, per esempio, la Direttiva europea vista prima, sulle vitamine e minerali (Direttiva 2002/46/EC).Che piaccia o non piaccia a noi sudditi europei, entro quest’anno le normative del Codex dovranno essere recepite dai singoli governi firmatari.

Il Codex – visti gli sponsor – non poteva non essere un grande promotore dei prodotti biotech, cioè degli alimenti geneticamente modificati. Siccome tali cibi pericolosi hanno proprio il sigillo Codex, sarà sempre più difficile per un paese proteggere la salute dei suoi cittadini impedendone l’entrata in commercio.

Quindi tutti i prodotti marchiati Codex, che facciano bene alla salute o siano pericolosi, in quanto accettati dall’ente certificatore delle lobbies (appunto il Codex), entreranno nei circuiti di vendita e consumo, e nessun paese potrà rifiutarsi, pena sanzioni.

Non a caso parlo di prodotti “pericolosi per la salute”. L’aspartame (codice 951) per esempio, il dolcificante di sintesi estremamente tossico è un edulcorante così ben accettato dal Codex (nonostante sempre più studi indipendenti lo mettano all’indice) che le soglie di “concentrazione massima” rasentano il ridicolo.

Taglia le calorie e vivi più a lungo, -30% per guadagnare 6 anni

Pubblicato in SALUTE da Gabriele Pierattelli il 12/07/2009

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Studio pubblicato su Science e condotto su scimmie, rallenta invecchiamento

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Una sforbiciata alle calorie per vivere più a lungo e rallentare il temuto invecchiamento. La ‘cura’, senz’altro invisa ai golosi, potrebbe rivelarsi un vero e proprio elisir di lunga vita. Sulle scimmie, per lo meno, il rimedio sembra funzionare. Nello studio condotto dal Wisconsin National Primate Research Center e durato ben 20 anni, i primati a stecchetto sono vissuti il 20% in più con una riduzione delle calorie del 30%. Che, tradotto per noi uomini, equivarrebbe più o meno a sei anni di vita guadagnati. Ma la ricerca, pubblicata sulla rivista Science, fa suo un imperativo: tagliare sì, ma mantenendo una dieta controllata ed equilibrata, ricca di tutte le proprietà nutritive indispensabili all’organismo.

Chart of Calorie Requirements for Women

Così facendo, per lo meno nelle scimmie, la vita si allunga, e scendono di ben tre volte le possibilità di morire di diabete, cancro, malattie cardiovascolari e atrofia cerebrali, ovvero i grandi big killer in cui ci si imbatte più facilmente con l’andare degli anni. La ricerca, coordinata da Richard Weindruch, è stata condotta su macachi Rhesus tra i 7 e i 14 anni d’età divise in due gruppi: uno di controllo, l’altro messo letteralmente a dieta con una riduzione graduale dell’apporto calorico, fino ad arrivare, nell’arco di appena tre mesi, a un taglio del 30% delle calorie ingurgitate.

Ebbene, gli animali a stecchetto sono vissuti più a lungo.

Al termine della sperimentazione, infatti, il 37% dei macachi del gruppo di controllo era morto, mentre nell’altro era passato a ‘miglior vita’ solo il 13%. Gli animali sono stati a questo punto sottoposti ad autopsia. Così gli studiosi hanno potuto osservare che il cervello di quelli messi a dieta era oltretutto meno provato dai segni del tempo. In particolare, alcune aree cerebrali responsabili del controllo motorio, della memoria e della capacità di risoluzione dei problemi, apparivano in condizioni migliori rispetto a quelle del gruppo di controllo. “Non possiamo ancora far nostra l’affermazione che mettersi a stecchetto allunga la vita e preserva il cervello perché è necessario condurre ulteriori studi, alcuni già in corso, per confermare che gli stessi risultati valgono anche per l’uomo – precisa Sterling Johnson, co-autore della ricerca – ma le evidenze finora raccolte sembrano muoversi tutte in questa direzione”. Mangiare meno per vivere di più e in salute.

(Adnkronos Salute)

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Monsanto: Roundup, il diserbante totale, sconfitto dalla natura

Pubblicato in ECOLOGIA, ECONOMIA, SALUTE, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 12/07/2009

Effetto boomerang per monsanto

Negli stati uniti i contadini hanno dovuto abbandonare al loro destino 5000 ettari di coltivazione di soia geneticamente modificata e altri 50000 sono seriamente minacciati. Questo panico e’ dovuto a un’ ‘erbaccia’ che ha deciso di combattere apertamente il gigante monsanto, conosciuto come il piu’ grande (de)predatore del mondo.

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Questa pianta si riproduce svergognatamente in fretta coprendo sempre piu’ terreno e approfittando della base di glifosato che secondo monsanto avrebbe ucciso qualunque erbaccia!

Quando la natura si riscatta

Nel 2004 un coltivatore del macon in georgia, una citta’ a ca. 130 km da atlanta, nota che alcuni germogli di amaranto sono resistenti al roundup che usa per diserbare dalle erbacce le sue coltivazioni di soia.

I campi vittime di questa ‘ erbaccia’ invasiva sono disseminati di grani di roundup ready, che contengono un seme che e’ resistente al round up stesso (diserbante assoluto secondo monsanto a cui nessuna erbaccia resiste).

Da quei tempi la situazione e’ peggiorata notevolmente ed il fenomeno si e’ diffuso in altri stati, sud- e nord- carolina, Arkansas, tennessee e missouri. Secondo un gruppo di studiosi del centro per ecologia e idrologia, un’ organizzazione britannica con sede in winfrith nel ducato del dorset, ci sarebbe stato un trasferimento di materiale genetico tra le piante geneticamente modificate e le piante di amaranto. Quanto e’ accaduto da’ torto ai gruppi di studiosi che sostengono che non e’ possibile il trasferimento di materiale genetico tra piante modificate e non.

Per il britannico brian johnson, esperto in genetica e problemi di coltivazione, la possibilita’ che si crei un incrocio vincente tra differenti materiali genetici fa parte di una possibilita’ su un milione, ma nel momento stesso in cui essa e’ creata, la nuova pianta possiede un vantaggio selettivo notevole e si riproduce velocemente. Il forte diserbante, il round up, su base di glifosato e amonium che viene utilizzato ha messo notevolmente sotto pressione le piante accellerandone la capacita’ di adattamento. Quindi pare che i semi di monsanto resistenti al round up abbiano regalato l’ esistenza ad una pianta ibrida nata dall’ incrocio di un seme che doveva proteggere e l’ amaranto che pare impossibile da eliminare.

L’ unica soluzione e’ di liberarsi manualmente dell’ erbaccia, cosi’ come si faceva un tempo, ma questo non sempre e’ possibile vista spt. l’ estensione di certe coltivazioni. Inoltre quest’ erbaccia radica in profondita’ rendendo difficile strapparla, cosi’ hanno semplicemente abbandonato 5000 ettari di coltivazione. Molti coltivatori a questo punto ritengono di dover rinunciare alle piante geneticamente modificate per tornare indietro ad una coltivazione piu’ tradizionale, anche perche’ i semi geneticamente modificati stavano aumentando di prezzo, incidendo sul rendimento. Cosi’ alan rowland, produttore e commerciante di semi di soya in dudley, nel missouri, ammette che nessuno piu’ gli chiede i semi di soya modificati, mentre fino a poco prima costituiva l’ 80% dei prodotti venduti da lui. Al momento i semi ggo sono stati eliminati dal suo catalogo di vendita mentre aumenta la richiesta di semi di tipo tradizionale.

Il 25 luglio 2005 il guardian pubblico’ un articolo di paul brown, che svelava che i semi di piante modificate erano attecchiti incrociandosi con altre piante selvatiche creando un supergrano piu’ forte delle erbacce; un incrocio incomprensibile stando agli scienziati del ministero del luogo. Dal 2008 i media agricoli americano dichiarano sempre piu’ casi di ‘resistenza’, e lo stato degli stati uniti ha dovuto dare importanti iniezioni finanziarie affinche’ determinate pratiche agricole venissero limitate o vietate addirittura.

Pianta diabolica o divina?

E’ comico constatare che questa pianta, agli occhi degli agricoltori diabolica, in realta’ fosse una sacra piante degli inca. L’ amaranto e’ uno dei cibi piu’ antichi consumati dall’ uomo su questa terra, ogni pianta produce 12000 grani all’ anno e le foglie, che contengono piu’ proteine della soya, sono ricche di vitamina a e c oltre a Sali e minerali.

Cosi’ questo boomerang, restituito alla monsanto dalla natura, cresce nei posti ‘ammalati’ dando cibo sano, risolvendo l’ eventuale problema della fame temuta dagli americani. Cresce in qualunque clima, sia secco che tropicale, non ha problemi d’ insetti ne’ di malattie, quindi non avra’ mai bisogno di prodotti chimici.

In questo modo l’ amaranto si batte contro monsanto come davide contro golia. E ognuno puo’ immaginare come finira’ questo scontro, seppure impari! Se questo fenomeno dovesse diffondersi in misura sufficiente, il che sembra che sia al momento, monsanto potrebbe chiudere i battenti. E chi , a parte i suoi salariati, ne’ sentira’ mai la mancanza?

Autore silvie simon

Rifkin boccia l’accordo dei grandi “È ridicolo, non salverà il pianeta”

Pubblicato in ECOLOGIA, ECONOMIA, POLITICA, SALUTE, SOCIETA', TECNOLOGIA da Gabriele Pierattelli il 11/07/2009

Rifkin boccia l'accordo dei grandi "È ridicolo, non salverà il pianeta"

L’economista americano non ha dubbi: servono misure concrete e nuovi impianti puliti
“Dobbiamo lanciare la terza rivoluzione industriale:traguardi sulle industrie da rilanciare


Jeremy Rifkin

di ANTONIO CIANCIULLO

ROMA – “Per mettere d’accordo tutti hanno deciso di andare alla velocità del più lento: così è facile raggiungere un’intesa”. Jeremy Rifkin risponde al telefono da Montecarlo, in una pausa dell’incontro con il principe di Monaco che vuole varare un piano per frenare i gas serra. E il giudizio del presidente della Foundation on Economic Trends sul risultato del G8 è secco: “Un accordo ridicolo”.
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Eppure è stato fissato il tetto di 2 gradi all’aumento di temperatura del pianeta: finora gli Stati non avevano dato un’indicazione così precisa.


“D’accordo, ma cosa si deve fare per non superare i 2 gradi? Non basta esprimere un pio desiderio, bisogna prima di tutto capire a che livello di concentrazione di anidride carbonica in atmosfera corrisponde un aumento di 2 gradi e poi organizzare un sistema energetico coerente”.

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L’Ipcc ritiene che, per restare entro un aumento di 2 gradi, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera non debba superare le 400 – 450 parti per milione.

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“L’Ipcc è molto cauta e i suoi precedenti rapporti, spesso definiti allarmisti, sono stati superati dai fatti: l’accelerazione del disordine climatico è stata più drammatica di quella prevista. Jim Hansen, uno dei più accreditati climatologi, dopo aver studiato le carote di ghiaccio che raccontano il passaggio da un’era glaciale a una interglaciale, offre un quadro della situazione molto diverso: quando in passato si è mantenuta per un certo periodo una concentrazione di 450 parti per milione di anidride carbonica l’effetto è stato un balzo della temperatura di 6 gradi, non di 2. E un rapido aumento di 6 gradi non è compatibile con il mantenimento della società umana così come noi la conosciamo”.

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Secondo Jim Hansen l’obiettivo è portare la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera a 350 parti per milione, cioè ridurla rispetto al presente portandola più vicina a quota 280, il livello preindustriale. Questo vorrebbe dire attuare una politica di tagli drastici e immediati che molti considerano incompatibili con lo sviluppo economico.


“Io credo che sia vero l’opposto: l’errore sta nel pensare solo ai tagli delle emissioni che invece dovrebbero essere un effetto secondario di politiche virtuose capaci di rilanciare l’economia, altro che affossarla. Per uscire dalla tre crisi che ci soffocano, quella economica, quella energetica e quella ambientale, non possiamo limitarci a magiare un po’ meno della vecchia minestra inquinante: dobbiamo lanciare la terza rivoluzione industriale pensando in positivo, cioè fissando traguardi sulle industrie da rilanciare. Non bisogna dire ai vari paesi quante emissioni tagliare, ma quanti impianti puliti costruire”.

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Più industrie e meno emissioni?

“Esattamente. La terza rivoluzione industriale è quella che permette uno sviluppo economico che si concilia perfettamente con la riduzione delle emissioni. Ad esempio con le smart grid, con l’energia diffusa e decentrata, ogni casa sfruttando il sole può diventare una vera e propria piccola centrale di produzione di elettricità e calore. Se adottassimo questo modello il settore delle costruzioni, che oggi è il primo fattore di riscaldamento del pianeta, potrebbe diventare parte della soluzione al problema”.

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Le case come elemento trainante del nuovo modello energetico?


“Uno dei quattro pilastri. Il primo è costituito dalle energie rinnovabili. Il secondo è rappresentato dagli edifici sostenibili. Il terzo dalle tecnologie basate sull’idrogeno che serve a immagazzinare l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili. Il quarto pilastro dalle reti intelligenti per distribuire l’energia secondo il modello del web”.

MEDICI ED INCENERITORI

Pubblicato in ECOLOGIA, SALUTE da Gabriele Pierattelli il 10/07/2009

inceneritori

Molti ricorderanno le tranquillizzanti parole del Prof. Umberto Veronesi intervistato da Fazio a “Che tempo che fa” circa l’innocuità degli inceneritori quando, con assoluta sicurezza, affermò: “zero rischio…”


Tuttavia certamente un numero minore di cittadini ha potuto ascoltare le parole dell’illustre oncologo quando intervistato su youtube affermava: “non sono un esperto di inceneritori” e che, quanto all’assenza di danni, si rimetteva ai suoi esperti affermando:“i miei esperti mi hanno giurato”.

Spiace davvero dover contraddire il Prof. Veronesi, ma proprio per la serietà in passato dimostrata e per la gratitudine che gli dobbiamo per gli indiscutibili miglioramenti nella chirurgia del carcinoma mammario, sentiamo il dovere di consigliargli di scegliere meglio i suoi esperti.

Siamo, infatti, venuti a conoscenza di lavori che recano anche la sua firma, quali ad esempio: “Il recupero di energia da rifiuti: la pratica, le implicazioni ambientali e l’impatto sanitario – Veronesi U, Giugliano M. Grasso M e Foà V” in cui, con grande stupore, abbiamo dovuto constatare che sono stati letteralmente stravolti risultati di lavori scientifici ed epidemiologici in modo da assolvere gli impianti di incenerimento, con buona pace dell’onestà intellettuale e del rigore scientifico.

Qualche esempio chiarirà meglio la questione: nel capitolo “L’ impatto sanitario” di Vito Foà, nelle pagine 54-55 vengono presi in esame quattro studi: quello di Franchini M. e altri, pubblicato sugli Annali dell’Istituto Superiore di Sanità nel 2004, quello di P. Elliot, del 1996, quello di Hu S.W. e al. e infine lo studio denominato Enhance Health.

Di tutti viene fatto un utilizzo inappropriato, in particolare:

- lo studio di M. Franchini viene mutilato e ne sono totalmente ignorate le considerazioni sulla relazione fra inceneritori e cancro, in particolare che:“associazioni statisticamente significative sono riportate da due terzi degli studi che hanno preso in considerazione il cancro (mortalità, incidenza o prevalenza)”.

- Lo studio di P. Elliott viene capovolto nel suo significato, aggiungendo una negazione alla frase in cui si afferma che il rischio per diversi tipi di cancro diminuisce via via che ci si allontana dalla fonte emissiva. Vito Foà a proposito di esso scrive infatti: “La conclusione degli Autori è che non è stata trovata alcuna evidenza di diversità d’incidenza e mortalità per cancro nei 7.5 chilometri di raggio studiati ed in particolare nessun declino con la distanza dall’inceneritore per tutti i tumori: stomaco,colon-retto e polmone oltre che per linfoma di Hodgkin e sarcomi dei tessuti molli.”

Peccato che nell’originale sia scritto: “Observed-expected ratios were tested for decline in risk with distance up to 7.5 km. … Over the two stages of the study was a statistically significant (P<0.05) decline in risk with distance from incinerators for all cancers combined, stomach, colorectal, liver and lung cancer”. Ovvero:“I rapporti osservati-attesi furono verificati in base al declino del rischio con la distanza fino a 7.5 km. … Dopo i due stadi dello studio c’era un declino statisticamente significativo (p<0,05) nel rischio con la distanza dagli inceneritori per tutti i cancri riuniti, stomaco, colon retto, fegato e polmone.”

- Dello studio di Hu S.W. si riporta solo una frase “rassicurante”:“Alcuni anni prima, nel 2001, Hu e Shy avevano condotto una revisione degli studi epidemiologici pubblicati fino ad allora.

Questi Autori avevano considerato tutti i possibili effetti che potevano essere o che sono collegati alla presenza di un inceneritore di rifiuti sia municipali che industriali, arrivando alla conclusione che gli studi epidemiologici esaminati erano stati concordi nel descrivere più elevati livelli corporei di metalli pesanti, ma nessun aumento di sintomi respiratori o di declino della funzione polmonare. Le analisi effettuate avevano fornito risultati inconsistenti per rischio di cancro e di effetti sulla riproduzione” e si omette viceversa l’affermazione che attesta l’esistenza di rischio: “Several studies showed significant associations between waste incineration and lower male-to-female ratio, twinning, lung cancer, laryngeal cancer, ischemic heart disease, urinary mutagens and promutagens, or blood levels of certain organic compounds and heavy metals”.

Ovvero: “Diversi studi hanno evidenziato associazioni significative tra inceneritori ed alterato rapporto maschi / femmine alla nascita, cancro al polmone, cancro alla laringe, malattie ischemiche cardiache, mutageni e pro-mutageni nelle urine, o livelli elevati nel sangue di alcuni composti organici e metalli pesanti.”

patrizia gentilini

- Dello studio di Coriano Foà scrive:“Gli estensori e gli esecutori del progetto avevano ovviamente condotto una ampia analisi della letteratura già allora esistente e sono arrivati anche loro alla conclusione: non esistono prove concrete di un legame fra l’esposizione alle emissioni di inceneritori ed un aumento di tumori.

Dove sono stati osservati effetti apparentemente rilevanti questi effetti erano spesso legati ad inceneritori siti vicino ad altre fonti di emissione potenzialmente pericolose”. Peccato che ciò che viene riportanto come “conclusione” è viceversa una frase tratta dall’introduzione allo studio e, nel riportare i risultati, Foà omette di evidenziare i gravi danni per la salute femminile ed il rischio di sarcomi in entrambi i sessi, messo ampiamente in risalto dagli estensori nella “discussione” dello studio.

Desta sgomento scoprire che questi lavori “scientifici” sono quelli su cui varie Amministrazioni Pubbliche (Provincia di Grosseto e Firenze, Regione Sicilia ad es.) fondano le proprie scelte irriducibilmente “inceneritoriste”, senza alcuna attenzione verso le tante alternative immediatamente percorribili per la gestione dei rifiuti e con una drammatica sottostima per le ricadute sulla salute pubblica.

Ma ancora più sgomento desta constatare che anche coloro che sono vincolati dal giuramento di Ippocrate e dall’art. 30 del Codice Deontologico possono, ci auguriamo solo per distrazione, incorrere in gravi omissioni che non fanno onore né a loro né alla categoria dei Medici cui tutti noi apparteniamo.

Ad evitare futuri “scivoloni” ricordo a cosa ci vincola l’art.30, relativo al conflitto di interesse:“Il medico deve evitare ogni condizione nella quale il giudizio professionale riguardante l’ interesse primario, quale è la salute dei cittadini, possa essere indebitamente influenzato da un interesse secondario. Il conflitto di interesse riguarda aspetti economici e non, e si può manifestare nella ricerca scientifica, nella formazione e nell’aggiornamento professionale, [….]e nei rapporti individuali e di gruppo con industrie, enti, organizzazioni e istituzioni, nonché con la Pubblica Amministrazione.”

Ci sono altri conflitti, non citati nel Codice Deontologico, che riguardano quelli con la propria coscienza: fortunatamente questi, al pari dei precedenti, non ci appartengono ed almeno questa consolazione nessuno potrà togliercela: di certo nessuno potrà mai dirci: “se i medici sapevano, perché hanno taciuto?”

BIBLIOGRAFIA

Veronesi U., Giugliano M., Grosso M e Foà V. (2007) “ Il recupero di energia da rifiuti: la pratica, le implicazioni ambientali e l’ impatto sanitario” Quaderni di Ingegneria Ambientale, Vol. 45 CIPA Editore Milano

Franchini M. , Rial M, Buratti E., Bianchi F., “Health effect of exposure to waste incinerator emissions: a review of epidemiological studies” Ann. Ist. Sup. Sanità 2004; 40 , 105- 115

Elliot P., Shaddick G, Kleinschmidt I., “Cancer incidence near municipal solid waste incinerators in Great Britain” British J of Cancer 1996; 73, 702-710

Hu S.W. , Shy C.M., “ Health effects of waste incineration: a review of epidemiological studies” J. Air and Waste Manag. Assoc. 2001; 51 1100-1109

Enhance Heath Report finale – febbraio 2004-marzo 2007. sistema di sorveglianza ambientale e sanitaria in aree urbane in prossimità di impianti di incenerimento e complessi industriali; n 2 E 0041 programma INTERREG IIIC zona Est Comune di Forlì

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G8 e MEF concordano sui 2 gradi: la palla passa a Copenaghen

Pubblicato in ECOLOGIA, ECONOMIA, POLITICA, SALUTE, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 10/07/2009

Si sono chiusi il 10 luglio all’Aquila i tre giorni di lavoro del G8, che includevano nella giornata di giovedì anche il MEF (Major Economy Forum), incontro voluto da Barack Obama per raccogliere intorno al tavolo i 16 paesi responsabili di più dell’80% delle emissioni mondiali di CO2.

Il nuovo impegno a contenere entro i 2°C l’innalzamento della temperatura

Il documento finale del G8 ribadisce l’importanza di mantenere l’innalzamento della temperatura sotto i 2°C attraverso una riduzione sostanziale delle emissioni a livello globale, riconoscendo di fatto la soglia che la comunità scientifica ritiene non debba essere superata.

Si tratta di un passo importante in direzione della Conferenza di Copenhagen di dicembre dell’UNFCCC, che viene ribadito essere il tavolo di negoziazione principale. La portata dell’impegno sembra però essere sfuggita a una buona parte dei media nazionali, che in molti casi non hanno saputo leggere l’esito del G8 e del MEF all’interno del processo negoziale di Copenhagen, così come è ormai universalmente riconosciuto, dopo il cambio di direzione degli USA, con Obama.

Proprio i 2 °C erano stati, meno di due anni fa, nella Conferenza di Bali dell’UNFCCC, uno dei punti importanti di discussione, vista l’impossibilità di riferire dati precisi del IV Rapporto IPCC all’interno della Bali Action Plan, cosi come avrebbe gradito la Ue. Davanti all’indisponibilità di alcuni paesi, tra cui gli USA, l’unica via di uscita di allora fu di inserire un riferimento non nel testo principale, ma solo come nota al documento.

Ora il G8, così come il testo del MEF, ribadendo la volontà di mantenere l’innalzamento della temperatura al di sotto dei due gradi riconosce, seppure in modo esplicito solo per il lungo periodo (2050), il percorso proposto dal IV Rapporto IPCC. L’accordo tra i paesi del G8 (non presente però nel documento del MEF) esplicita la volontà di ridurre le emissioni entro il 2050 dell’80% per i paesi sviluppati e del 50% a livello globale. Anche se il testo non è preciso nel definire gli obiettivi (non definisce ad esempio rispetto a che anno di partenza è da considerare l’impegno del 50 % di riduzione delle emissioni globali), non va dimenticato che il tavolo negoziale del G8 non è vincolante, porta solo a dichiarazioni politiche, che però definiscono degli indirizzi generali futuri dei paesi G8. Altra cosa è il tavolo negoziale dell’UNFCCC che definirà gli impegni nel dettaglio, a Copenhagen.

Importante passo avanti rispetto al passato

Anche in questo caso si evidenzia un passo avanti rispetto al G8 di Hokkaido dello scorso anno. In quel caso Bush aveva voluto inserire, scatenando le ire dell’India e degli altri paesi in via di sviluppo, il solo obiettivo di riduzione globale del 50%, evitando di far assumere delle responsabilità dirette ai paesi sviluppati.

All’Aquila il cambio di direzione di Obama è stato invece netto.

Il presidente americano ha voluto fortemente che nel documento finale comparisse anche l’impegno di riduzione dell’80% per i paesi sviluppati.

Ciò che è sicuramente assente nel documento del G8 è l’impegno di riduzione dei paesi sviluppati per il 2020, che l’IPCC propone in un range variabile dal 25 al 40%. Anche in questo caso, però, non bisogna dimenticare che l’Aquila è solo un momento negoziale intermedio e, come ricorda Fredrick Reinfeldt, primo ministro svedese e nuovo presidente di turno della Ue, la trattativa finisce solo all’ultima ora della Conferenza di Copenhagen.

I capi di governo del G8 e del MEF riconoscono nei loro documenti finali anche le responsabilità che le attività umane hanno sulla modifica del clima e di conseguenza sui danni che mettono a rischio non solo l’ambiente e l’ecosistema, ma la base stessa della nostra prosperità presente e futura.

Posizione questa che di fatto sconfessa in pieno le molte voci della maggioranza di governo in Italia, culminata questa primavera nell’approvazione di una discutibile mozione del Senato, in cui veniva messa in discussione la responsabilità umana sui cambiamenti climatici.

La transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio

Nel documento finale del G8 è richiesta una transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio, che deve necessariamente coinvolgere anche i paesi che stanno attuando il loro processo di sviluppo. Per consentire ciò è necessario facilitare il trasferimento di tecnologie verso i paesi in via di sviluppo attraverso l’eliminazione o la riduzione delle barriere tariffarie e non tariffarie ed intervenendo anche a livello dei diritti di proprietà intellettuale.

Altro tema presente nel documento finale è quello del mercato del carbonio su cui sempre Reinfeldt aveva manifestato in apertura del G8 un particolare interesse.

L’obiettivo, che ha trovato il forte interesse degli USA, è quello di creare un unico mercato internazionale della CO2, già esistente oggi nella Ue, al fine di innescare un ciclo virtuoso attraverso il riconoscimento economico per chi decide di investire in efficienza energetica.

Climalteranti

Testo di Daniele Pernigotti, con il contributo di Stefano Caserini, Claudio Cassardo e Aldo Pozzoli

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AUTO AD ARIA COMPRESSA…IL NUOVISSIMO FORD MODELLO T2

Pubblicato in ECOLOGIA, SALUTE, SOCIETA', TECNOLOGIA da Gabriele Pierattelli il 10/07/2009

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Il Motore ad Aria è Realtà. Intervista con Angelo Di Pietro della Engineair e la sua straordinaria invenzione. Rivoluzionare il trasporto con un motore ad aria ora è possibile

Auto ad Aria Compressa: AirPod MDI 2009. L’Auto ad Aria di Nuova Generazione. Presentata a Ginevra e Presto su Strada la Piccola Auto che sta Facendo Sognare Tutto il Mondo




Per celebrare il 100 ° anniversario del Modello T, Ford Motor Company ha proposto a 6 studenti di altrettante scuole provenienti da tutto il mondo di creare un veicolo rivoluzionario e globale che nascendo dal Modello T e che sia: semplice, leggero, pratico, unico e a basso costo. Gli studenti dell’Università di Aachen in Germania, e l’Università di Deakin in Australia, sono stati così scelti come vincitori per progettare la nuova Ford Modello T Challenge, guadagnando da ciascuna delle loro scuole $ 25.000 in borse di studio.

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Un centinaio di anni dopo che Henry Ford cambiò il mondo, annunciando la realizzazione e la vendita del primo modello T,  la Ford Motor Company ha proclamato i vincitori del contest fra 6 scuole provenienti da tutto il mondo e realizzando il grande sogno di ricreare un nuovo Modello T. Uno studente dell’Università di Colonia, in Germania ed uno alla Deakin University di Melbourne, in Australia, hanno guadagnato ciascuno da ciascuna delle loro scuole $ 25.000 in borsa studio per fornire concetti innovativi che incarnino lo spirito del Modello T e meglio soddisfino i criteri della sfida.

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“Non succede spesso di celebrare il centenario di un anniversario di un veicolo come questo, per cui abbiamo lanciato la nuova sfida partendo proprio dal Modello T, sfida che diventa un’opportunità per gli studenti di ideare un futuro per il trasporto attraverso la Ford”, ha aggiunto Bill Coughlin, presidente e Chief Executive ufficiale di Ford Global Technologies, LLC. “Fino ad oggi, non c’è mai stato un veicolo che ha lasciato un tale impatto sulla vita di milioni e milioni di persone, e Ford ha presentato questa sfida agli studenti di presentare un’alternativa che solo loro potrebbero realizzarla”.

Ogni veicolo deve ospitare almeno 2 persone e deve offrire soluzioni che affrontino il montaggio, l’apparato propulsore e le nuove sfide della sostenibilità.  Gli studenti hanno lavorato nel progetto fino alla data della scadenza prevista per il 1 settembre. 5 giudici della Ford Motor Company, hanno selezionato 2 progetti che meglio incarna lo spirito del Modello T.


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Lo sviluppo di un veicolo per il 21 ° secolo non è stato un compito facile. Gli studenti dell’Aachen University hanno creato così il loro “2015 Ford Model T”. Un modello di base a cui si associano i diversi derivati tra cui un compact pick-up, una berlina, e una auto compatta che sarebbero stati venduti tutti in tutto il mondo.

Gli studenti della Deakin University hanno creato un veicolo dal nome enigmatico di “Model T2”. La piccola tre ruote, con un nuovo sistema di guida, ha introdotto una nuova dimensione di manovrabilità del veicolo. Attraverso l’uso di materiali avanzati e processi di fabbricazione, la leggerezza è una peculiarità importante per il Modello T2 soprattutto quando combinato con l’uso di un innovativo motore il Powertrain, il motore ad aria compressa di Angelo Di Pietro, che crea un veicolo davvero unico e soprattutto poco costoso.


  1. Una forma esasperata. L’attenzione è stata posta sul fatto che, nonostante si presenti con tre ruote, il potenziale acquirente deve poter percepire il veicolo come un’auto. Di qui la scelta di fornire al  veicolo un cofano e un fronte dalla forma un po’ esasperata.
  2. Ultraleggeri resistenti. Particolare cura è posta sulla bombola -serbatoio, posizionata come “spina dorsale” del veicolo, per la quale sono stati utilizzati materiali che garantiscono il massimo assorbimento dell’energia che dovesse liberarsi in modo esplosivo in seguito a scontri.
  3. Integrato al mozzo. Tutti i componenti relativi alla produzione sono integrati nello chassis. La propulsione è garantisca da due motori ad aria compressa a pistoni rotanti montati in modo integrato al mozzo, sviluppati dalla EngineAir, rendendo superflui trasmissione, differenziale e albero motore.

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Per raggiungere la velocità di almeno 200 km e mantenere l’obiettivo di prezzo finale dell’autoveicolo intorno ai $ 7000, ogni squadra ha applicato tecnologie di punta per portare concetti futuristici, innovativi e sostenibili, dal gas naturale, all’aria compressa ai motori elettrici. “L’intero team della Ford è stato molto impressionato da ciascuno dei progetti”, ha concluso Coughlin. “Abbiamo creato questa sfida cercando di spingere la fantasia degli studenti in modo da esprimere un concetto alternativo di trasporto per il futuro  e ciascuno di loro ha fatto proprio questo ed in modo davvero eccellente”.



  • 2 mesi. Messa a punto del guscio esterno della vettura in previsione della 2009 Austrian Automotive Week.
  • 12 mesi. Prototipo su ruote (seppure senza funzionalità) in vista dello Shangai World Expo 2010.
  • 18-24 mesi. Definizione delle soluzioni finalizzate a garantire la sicurezza (a partire dal serbatoio); studio delle problematiche legate all’aerodinamica; studio delle performance del motore una volta montato sul veicolo.
  • 36 mesi. Impianto pilota per la produzione dei componenti; controllo delle parti fabbricate alla prova dell’alta velocità.
  • 48 mesi. Analisi delle problematiche relative al rifornimento (capacità ed efficienza del compressore, dimensioni minime necessarie per una “stazione di servizio”, tempi di rifornimento …).
  • 52-56 mesi. Possibile messa in produzione di auto funzionante su strada.

Grazie al diretto rapporto con GenitronSviluppo.com, gli eventuali sviluppi per l’utilizzo del modello di motore ad aria di Angelo Di Pietro che non è stato ancora confermato dal gruppo Ford, potrete trovarli costantemente visitando il nostro portale o iscrivendovi via feed [qui]


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[ Links utili e approfondimenti ]

Una nuova era dell’abbondanza? Kitegen: ora si fa sul serio

Pubblicato in ECOLOGIA, ECONOMIA, POLITICA, SALUTE, SOCIETA', TECNOLOGIA da Gabriele Pierattelli il 10/07/2009


Con centinaia di migliaia di disoccupati in più ogni mese, con il crollo verticale dell’economia, con morbi, siccità, terremoti, incidenti e pestilenze varie che si abbattono da tutte le parti è difficile essere ottimisti.

A parlare di una “nuova era dell’abbondanza” si rischia addirittura di essere presi per matti, specie se si ha, come noi di questo blog, la fama di “Cassandre” istituzionali.

Eppure i nuovi sviluppi del progetto Kitegen ci prefigurano, addirittura, uno scenario di energia abbondante, a basso costo, affidabile e distribuita equamente.


Intendiamoci: è vero che una società avanzata che sia sostenibile non dipende SOLO dalla disponibilità di abbondante energia rinnovabile e “pulita” a basso costo; è vero che senza un imponente cambiamento “sistemico” ci troveremmo in ogni caso ad aggravare, a velocità crescente, i problemi  di depauperamento delle risorse e, più in generale, del pianeta, che stiamo già affrontando.

Nonostante questo una qualunque prospettiva di stabilizzazione DEVE in primo luogo passare da una RAPIDA transizione dalle fonti di energia “fossile” a quelle rinnovabili.

Abbiamo ed avremo bisogno di energia per nutrire la popolazione mondiale, per vestirla, per trasportarla, insomma per mantenere l’economia ed il sistema sociale mondiale, ANCHE abbandonando, mai troppo tardi, l’attuale dispendiosissimo e compulsivo vacuo consumismo globale.

Questa energia dovrà essere rinnovabile sia perchè stiamo raggiungendo i limiti produttivi per il petrolio, il gas e il carbone ( si, è cosi, nonostante la crisi e la diminuzione dei consumi, ne riparleremo) sia perchè dobbiamo tagliare il più velocemente possibile la produzione di CO2, per evitare la catastrofe climatica ormai quasi concordemente prevista nei prossimi decenni.

Perchè sia RAPIDA, la transizione, è necessario che le fonti di energia rinnovabili siano abbondanti, economiche ( sia in termini meramente monetari che nel senso più ampio di una efficiente allocazione di risorse), ancora largamente sfruttabili, rapidamente implementabili, non discontinue.

Le fonti di energia rinnovabili attualmente diffuse, purtroppo, soffrono, per un verso o per un altro di notevoli limiti.

O non sono economiche ( è il caso sopratutto del fotovoltaico) o non sono abbondanti ( è il caso, a livello mondiale, della geotermia) o non sono più largamente disponibili ( è il caso dell’energia idroelettrica, senza contare il grande impatto sul territorio).

Resta quindi l’eolico, che in effetti è attualmente il settore di più rapida crescita, specialmente in Europa, dove, in paesi come la Spagna, la Germania e la Danimarca ha raggiunto % importanti della produzione elettrica.

Tuttavia anche l’eolico “tradizionale” ha notevoli limiti.

Il principale, a parte il costo a KWh, ancora superiore alle fonti non rinnovabili ( il gap si è notevolmente ridotto, tuttavia, in tempi recenti) è la discontinuità di fornitura, che del resto affligge il fotovoltaico.

La cosa è evidente. Anche nei posti più ventosi non c’è sempre vento e non è detto che ve ne sia quanto se ne vorrebbe, nel momento in cui lo vorremmo.

Benchè sia in prospettiva possibile concepire una rete elettrica europea integrata in modo da permettere di gestire surplus e carenze produttive di eolico e fotovoltaico su scala continentale, questo non sarà ne facile ne economico, senza contare che comunque risulterebbe piuttosto difficile far corrispondere le curve giornaliera della domanda e dell’offerta di energia elettrica, senza ricorrere a fonti non rinnovabili.

Il Kitegen, il generatore eolico d’alta quota di concezione, ricordo, tutta italiana permette invece di superare questi limiti.

Ne abbiamo già parlato su Crisis, in un paio di circostanze, qui e qui.

In sintesi: l’idea è quella di andare a cercare il vento dove ce n’è tanto, e per tanto tempo.

Ovvero in quota, dove la velocità del vento è maggiore, per più tempo e su aree più estese.

Questo è il motivo principale per cui le torri eoliche devono essere le più alte possibili ( e quindi cosi “impattanti” sul paesaggio). Un aumento modesto di velocità del vento, infatti, ad esempio di solo il 25%, si traduce in un RADDOPPIO, più o meno, della potenza media e, in ultima analisi, anche della produzione.

Ovviamente, per motivi pratici, economici e strutturali, le torri eoliche hanno dei limiti di altezza pratici ed è difficile che si superi di molto le taglie attuali, intorno a 3 megawatt di potenza nominale.

Nominale, appunto, perchè in realtà la potenza MEDIA è tipicamente assai inferiore, tipicamente di un fattore cinque o sei. In questo modo, salvo paesi particolarmente ventosi come appunto la Spagna e la Danimarca,l’energia eolica rimarrà ancora a lungo marginale, specialmente in u paese non ventosissimo come l’Italia.

L’idea del kitegen, invece è quella di sfruttare le correnti a quote più alte, potenzialmente fino a migliaia di metri di altezza, portando fin lassù un profilo alare che generi portanza, facendo muovere un generatore elettrico. Il risultato è una produzione assai più costante, nel tempo, modulabile e sopratutto economica ed ABBONDANTE. In quota, infatti, di vento ce n’è tantissimo e per tanto tempo.

Si parla di oltre 5000 ore di funzionamento a potenza “nominale” da confrontare con le circa 1500-2000 ore tipiche dei generatori tradizionali. Si parla, nella configurazione cosiddetta “a carosello” di potenze di GIGAWATT ovvero paragonabili a quelle di una centrale nucleare, ad un costo frazionario e con rischi ed occupazione del suolo infinitamente inferiori.

Il concetto di “estrarre” energia ad alta quota non è nuovo e viene portato avanti da altri centri di ricerca pubblici e privati, si veda ad esempio qui, per un buon riassunto dello stato dell’arte.

Il Kitegen, tuttavia., è attualmente quello arrivato allo stato di realizzazione più avanzato.

L’idea, di per se, è semplice: far volare un’ala simile a quelle del volo libero o dei kitesurf ( il primissimo prototipo utilizza infatti proprio ali da Kite) su un percorso ad 8, facendogli “svolgere” un grande “rocchetto” di cavo che è connesso ad un generatore elettrico e che produce energia.

Arrivata al culmine della traiettoria l’ala viene messa “a bandiera” e rapidamente recuperata in poche decine di secondi.

Dopodiché riparte un nuovo ciclo “produttivo”, di alcuni minuti.

Nel complesso l’ala passa oltre il 90% del tempo in regime “produttivo” ed il 10% del tempo in fase di recupero, mentre il rapporto tra le energie prodotta e consumata è ancora più favorevole. In pratica dovete immaginarvi un enorme Yo-yo. Enorme, si, ma infinitamente meno invasivo, in termini di paesaggio, di una pala eolica di pari potenza, si veda, a riprova, il filmato da cui ho tratto l’immagine di questo post.

Una configurazione che preveda decine di “aquiloni” che facciano girare una specie di “carosello” è potenzialmente in grado di arrivare a centinaia di MW o addirittura ad un GW, una potenza uguale a quella di una centrale nucleare, sfruttando le correnti d’alta quota.

Ovviamente, se l’idea è intuitiva la tecnologia che sta dietro alla sua concreta realizzazione non lo è affatto e richiede materiali e conoscenze allo stato dell’arte in diversi settori.

Fortunatamente In Italia, a parte l’incrollabile tenacia di Massimo Ippolito e degli altri della KGR, tali eccellenze sono presenti e quindi è in fase di ultimazione il primo prototipo “produttivo” del Kitegen, il cosiddetto “Stem”, che si prevede possa cominciare i primi test già a Settembre.

Non si tratta, quindi di idee futuribili ma ancora sulla carta. Dell’ennesimo annuncio ad effetto seguito poi dal nulla mediatico.

Si tratta di una realizzazione CONCRETA che potrà esser riprodotta in centinaia di esemplari, già immediatamente competitivi con i maggiori generatori eolici tradizionali, in attesa dello sviluppo degli step successivi, di un paio di ordini di grandezza più grandi.

Nel filmato, che tra l’altro comprende anche esempi di funzionamento reale del primissimo prototipo, il KSU1, si vedono due grosse “ventole” che si azionano all’inizio per poi fermarsi quasi immediatamente.

Servono per il lancio “in automatico” dell’ala. Il controllo, infatti è totalmente automatico e sempre in automatico vengono gestite le improvvise anomalie di volo, le raffiche di vento, le turbolenze, etc etc.

Proprio in questo, anzi sta l’originalità e la maggior parte del know-how ( e dei brevetti) originali del Kitegen.

Con la realizzazione dello Stem si aprono scenari di enorme importanza per il nostro paese, una opportunità irripetibile che permetterebbe di trovarci, una volta tanto, ad essere all’assoluta avanguardia, con evidenti clamorose ricadute in termini di occupazione, di competitività industriale, di finanza ed immagine.

Ancora più rilevante risulterebbe la possibilità di renderci energeticamente indipendenti, con evidenti e non trascurabili ricadute in termini di strategie geopolitiche.

Ovviamente l’era dell’abbondanza energetica, se davvero vi arriveremo, porta con se una ENORME responsabilità: come ricorda in modo autorevole Ugo Bardi, in un articolo uscito su TOD, la disponibilità di energia a buon prezzo non evita in alcun modo il collasso sistemico del sistema economico e sociale mondiale, cosi come è strutturato attualmente. Piuttosto lo ritarda, rendendone però più severe le conseguenze.

Il Kitegen, insomma è una grande, straordinaria opportunità.

La sapremo cogliere appieno, utilizzandola per affrontare le immense sfide che ci attendono?

Speriamo.

Se appena rifletto sull’attuale quadro mondiale ecco che mi viene una irrefrenabile voglia di rimettermi a fare la Cassandra…