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Al Qaeda: Useremo l’arsenale atomico pakistano contro gli Stati Uniti

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Se riuscira’ a mettere le mani sull’arsenale atomico pakistano al Qaeda lo usera’ contro gli Stati Uniti.
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Questa la minaccia lanciata dagli schermi di al Jazira da Mustafa Abu al-Yazid, leader qaedista in Afghanistan. “Se dio vorra’ le bombe atomiche (pakistane) non cadranno nelle mani degli americani e i mujahideen le prenderanno per usarle contro gli americani”, ha minacciato l’egiziano Abu al-Yazid. Il capo qaedista ha ricordato che l’esercito di Islamabad sta combattendo una battaglia all’ultimo sangue nella valle dello Swat contro i talebani alleati di al Qaeda ad appena 100 chilometri dalla capitale, e “sta perdendo”.
L’eolico ad alta quota: arriva l’Abbondanza?

Energia eolica raccolta ad alta quota grazie all’uso di aquiloni: questa è l’idea fondamentale della tecnologia Kitegen. In questa configurazione (detta “a stelo”), l’aquilone raggiunge un’altitudine di circa 1000 metri ed esercita una trazione su di un generatore elettrico posto al suolo. L’energia eolica d’alta quota si prospetta come una tecnologia a basso costo e di facile diffusione, capace, in teoria, di produrre quantità di energia paragonabili, o addirittura superiori, alla produzione odierna, basata sui carburanti fossili. (clicca qui per vedere una rappresentazione animata del funzionamento dello stelo).
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Come mai l’energia é un problema? Dopotutto, abbonda ovunque intorno a noi. Il Sole proietta sulla superficie terrestre una dose quotidiana di energia che corrisponde a quasi diecimila volte quella da noi prodotta (principalmente con lo sfruttamento dei carburanti fossili). Inoltre, questa stima non include l’energia geotermica né le prospettive possibili dell’energia nucleare, specialmente se si parla di quella ottenuta grazie alla fusione. E’ sufficiente un assaggio a questo banchetto energetico che ci circonda per offrirci più di quanto ci serva.
Ma, ovviamente, le cose non sono così semplici. Per soddisfare le nostre necessità dipendiamo ancora dai carburanti fossili in maniera consistente e la conversione a fonti di energia alternative si sta dimostrando un processo molto lento e difficoltoso. La costruzione degli impianti nucleari tradizionali sta diminuendo (WNA 2009) e l’energia prodotta dalla fusione rimane ancora una frontiera lontana. Le fonti di energia rinnovabile tradizionali, come la combustione del legno e l’idroelettricità, hanno possibilità di espansione molto limitate, mentre le “nuove” rinnovabili (principalmente la fotovoltaica e l’eolica) producono solo una minuscola frazione del fabbisogno energetico del pianeta. Per la prima volta nella storia, l’anno scorso, l’energia fornita da fonti rinnovabili ha superato quella degli impianti tradizionali in Europa e negli Stati Uniti (REN21 2009). Le fonti rinnovabili crescono velocemente, ma possono farlo abbastanza rapidamente da compensare il consumo dei carburanti fossili?
E’ un problema di costi. Il che può essere inteso come mero costo monetario oppure come redditività energetica dell’energia investita (definito con la sigla EROEI). Come mostrato nei grafici di Charles Hall (2009), l’EROEI delle fonti rinnovabili è, nella maggior parte dei casi, ragionevolmente alto (con l’eccezione dei biocarburanti). Si attesta intorno a 10 per gli impianti fotovoltaici e 20 per quelli eolici: un ritorno simile a quello della tecnologia nucleare. Sono ritorni eccellenti, considerando l’investimento, ma non arrivano al livello che i carburanti fossili raggiunsero nella loro epoca d’oro. Decenni fa, l’EROEI del petrolio raggiungeva la cifra 100, e forse anche di più (Hall 2009). E’ stato questo altissimo EROEI a portare i carburanti fossili al predominio che detengono tutt’oggi sul mercato. Incapaci di raggiungere EROEI così elevati, le altre fonti energetiche non avevano alcuna possibilità di competere. Ed, infatti, ancora oggi abbiamo bisogno di energia fossile per costruire impianti che generano energia di tipo non-fossile. Ma, con i carburanti tradizionali in netto declino, sarà molto difficile sostenere la crescita di energie alternative ad un ritmo abbastanza rapido da fornire una transizione dalle fonti convenzionali a quelle nuove senza strappi. Possiamo immaginare un mondo industrializzato che non necessita carburanti fossili, ma pare che non riusciremo ad arrivarci abbastanza in fretta.
Quindi, siamo di fronte alla maledizione di Tantalo: siamo circondati da enormi quantità di energia, ma non riusciamo a sfruttarla. E questo sarà vero finché non svilupperemo una tecnologia che abbia un EROEI molto migliore di quella presente. Con un ritorno energetico molto rapido rispetto agli investimenti, potremmo liberare il sistema energetico mondiale dalla sua dipendenza dai carburanti fossili. E questo, sfortunatamente, è più facile a dirsi che a farsi. Internet è ricca di proclami di presunte rivoluzioni tecnologiche che promettono molto ma spesso risultano essere solo sogni; o, in alcuni casi, addirittura truffe. Però, potrebbe esistere una tecnologia energetica, basata su principi fisici accertati, capace non solo di promettere, ma di fornire un EROEI alto: l’energia eolica d’alta quota.
L’idea fondamentale di questo tipo di energia è che il vento è diventa molto più intenso man mano che ci si sposta verso le fasce alte dell’atmosfera. La velocità media del vento aumenta con l’altezza, in base ad una curva esponenziale (chiamata “esponenziale di Hellman”) pari ad 1/7.
Ma l’energia contenuta in una massa d’aria in movimento aumenta al cubo della sua velocità. Con un semplice calcolo, scopriremo che elevando la turbina ad un’altezza di 800 metri, l’energia fornita aumenta di un fattore di 8 rispetto a quella che otterrebbe a livello del suolo. Sono possibili incrementi maggiori ad altitudini più elevate, in cui i venti hanno anche una maggiore costanza; in questo modo, si evita il problema dell’intermittenza, tipico delle turbine eoliche tradizionali. Ma, ovviamente, è impossibile raggiungere queste altezze con l’attuale tecnologia eolica, che arriva al massimo a 100 metri, a causa del costo e del peso della torre.
Questo concetto è palese da lungo tempo ed ha generato svariate proposte per sfruttare l’energia eolica ad altitudini maggiori. Ci sono due modi possibili per farlo: palloni aerostatici ed ali. Potete seguire un riassunto degli ultimi sviluppi in materia nell’opera di Big Gav (2009) pubblicata da TOD. Come potete vedere, ci sono molte idee in questo campo, molte delle quali si limitano ad essere semplici schemi su un foglio. In molti casi, la fornitura energetica dei sistemi proposti è solo un’ipotesi, mentre in altri casi (come quello dei palloni aerostatici) la necessità di impiegare una risorsa non rinnovabile è un limite considerevole.
Comunque, alcuni sistemi sono stati studiati a fondo ed altri testati con il metodo sperimentale. I sistemi basati sui rotori sono realizzabili ed quelli basati sugli aquiloni, in particolare, sono estremamente promettenti. Saul Griffith della Makani Power ha mostrato alcune immagini di un esperimento in cui ha impiegato un aquilone a tre corde. Anche Wubbo Ockels (della Delft University of Technology) sta svolgendo esperimenti basati sugli aquiloni. In questo campo, il sistema più avanzato pare il Kitegen: un aquilone creato da Massimo Ippolito della Sequoia Automation, un’azienda italiana. I test sui prototipi di questo sistema sono stati conclusi ed il primo impianto energetico di questo tipo è attualmente in costruzione nell’Italia settentrionale.
Il Kitegen è un semplice sistema aerodinamico: usa aquiloni d’ultima generazione che ascendono in modo dinamico, volando a 70-80 metri al secondo, che è anche la massima velocità raggiunta dalle estremità delle pale di una turbina eolica convenzionale. Nella sua configurazione più semplice (chiamata “a stelo”), il sistema impiega un solo aquilone, collegato ad un generatore posto al suolo. L’aquilone si muove come uno yo-yo: quando sale, genera energia che viene trasformata in elettricità dal generatore. Quando raggiunge la sua massima elevazione, viene posto in una configurazione aerodinamica di stabilità, in modo che possa essere tirato giù con un dispendio energetico minimo. Due steli che operano in sinergia potrebbero funzionare come un motore a due cilindri, sebbene la fase in cui si produce energia durerebbe il 90% del tempo, mentre a quella di “ritiro” sarebbe molto più breve. Un solo stelo potrebbe fornire un’energia massima di qualche Megawatt. Impianti più grandi potrebbero essere utilizzati nella configurazione detta “a giostra”. In questo caso, gli aquiloni volano ad un’altezza costante, a quota molto più elevata, esercitando una trazione su un generatore che è disposto su un binario circolare. In questo caso, l’energia massima ottenibile raggiunge uno o più Gigawatt.
Considerati gli studi dettagliati sul Kitegen, possiamo usarlo per fare una stima dell’EROEI offerto dai sistemi eolici d’alta quota. Prima di farlo, comunque, è meglio riassumere i dati che conosciamo sull’odierna tecnologia eolica. Nalukowe e i suoi colleghi hanno recentemente condotto una ricerca, per conto della LCA, sulle turbine eoliche convenzionali da 3 Megawatt: secondo le loro stime, l’energia necessaria per costruire e manutenere una turbina per un periodo di 20 anni è di circa 8000 Megawatt orari. Dato che il peso totale della parte della struttura che emerge dal terreno è di 400 tonnellate, possiamo calcolare che abbia un fabbisogno energetico di circa 20 Kilowatt orari per ogni chilo. La turbina produrrà 160,000 Megawatt orari durante la sua esistenza e quindi l’EROEI finale è di circa 20.
Qual’è il risultato di un approccio simile alla tecnologia Kitegen? Secondo Massimo Ippolito (informazioni pubblicate suwww.kitegen.com) l’energia necessaria per produrre un Kitegen da 3 Megawatt è di 40 Kilowatt orari per chilo, oppure di 40 Megawatt orari per tonnellata. Questo calcolo prende in considerazione tutti i materiali necessari per la costruzione: l’acciaio che costituisce la struttura, il rame dei cavi elettrici, il neodimio ed il boro necessari per i magneti, il montaggio dei macchinari, il trasporto, la costruzione, et cetera. Questa cifra include anche i costi energetici relativi al lavoro degli operai all’impianto e alla periodica sostituzione dei cavi e degli aquiloni, in un arco temporale di 30 anni.
E’ evidente che il Kitegen richiede molta più energia al chilo di una turbina eolica convenzionale; c’era da aspettarselo: dopotutto è una tecnologia molto più complessa. Ma lo stelo è anche più leggero. Un impianto da 3 Megawatt pesa circa 30 tonnellate. Quindi, potremmo stimare che l’investimento energetico totale per la sua costruzione ruota intorno ai 1200 Megawatt (30 tonnellate moltiplicate per 40 Megawatt orari a tonnellata). Se supponiamo che il nuovo impianto funzioni 5mila ore all’anno, a potenza massima, produrrà approssimativamente 15mila Megawatt orari all’anno, o 450mila in 30 anni. Il risultato finale è un’EROEI di 375 (!!). Se supponiamo un’esistenza di soli 20 anni, questa cifra potrebbe ridursi, ma risulterebbe comunque enorme. Impianti Kitegen più grandi, del genere “a giostra”, riuscirebbero a raggiungere altitudini maggiori, attingere a venti più forti ed avere un EROEI ancora maggiore. Questo calcolo è valido per il caso specifico del sistema Kitegen, ma anche altri sistemi basati su aquiloni o rotori avrebbero EROEI di questa scala di grandezza.
Ovviamente, questi dati vanno presi con molta cautela, però sono sufficienti per mostrarci l’enorme potenziale dell’energia eolica d’alta quota. Gli EROEI più alti di 100 ci riportano all’epoca d’oro dell’abbondanza e del basso prezzo dei carburanti fossili, senza tutti i problemi e i pericoli annessi a questo tipo di fonte energetica.
Un ulteriore vantaggio degli impianti a energia eolica d’alta quota é l’ubiquità della loro edificabilità; inoltre, possono fornire energia in maniera sostanzialmente continuativa (Archer e Caldeira, 2009). Sebbene l’alto costo dello stoccaggio di energia non possa essere completamente eliminato, ne risulterebbe assai ridotto. Con l’eolico d’alta quota, potremmo sul serio avere quel tipo di energia “troppo economica per tenerne conto” che è stato profetizzato negli ottimistici anni ‘50. Non solo avremmo energia economica, ma potremmo averla in tempi brevi. Consideriamo una turbina eolica tradizionale, con un EROEI di 20 ed una vita di 20 anni. In questo periodo, l’energia generata potrebbe essere usata per costruire altre 20 turbine; in media, una all’anno. Un Kitegen, con un EROEI maggiore di 200, potrebbe essere il “seme” per centinaia di altri Kitegen, con una media di uno al mese. Con un EROEI di questa dimensione, l’energia eolica d’alta quota non avrebbe bisogno della “stampella” dei carburanti fossili: potrebbe crescere con le sue sole forze, sostituendosi alle fonti fossili molto prima che si consumi l’ultima goccia di petrolio. Potrebbe anche facilitare la lotta al riscaldamento globale, offrendo un rapido taglio ai gas serra prodotti dai carburanti fossili.
Ovviamente, tutto questo è da considerarsi un sogno, finché non sarà testato e verificato. Ma, come minimo, è un sogno dalle solide basi fisiche ed ingegneristiche. Ma, anche se accettiamo in linea teorica il basso costo e l’alto EROEI, dobbiamo tenere a mente che il pianeta Terra è un sistema limitato. Quindi, quali sono i confini ultimi dell’eolico d’alta quota?
Si stima che circa il 2% dell’energia solare che arriva sulla superficie terrestre si trasformi in energia eolica. L’atmosfera non è un motore termico molto efficiente, ma si tratta di una quantità di energia tale che un semplice 2% risulterebbe abbondante rispetto alle nostre necessità. Si stima che il totale dell’energia accumulata in forma eolica corrisponda a circa 2000 Terawatt (Hurley 2009), o forse più, secondo altre stime. Per capire la mole d’energia di cui si sta parlando, potremmo fare in confronto: l’energia primaria totale che l’umanità produce oggigiorno corrisponde ad una media di circa 16 Terawatt. Quindi non c’è dubbio che l’energia eolica sia abbondante: secondo una ricerca del 2005 di Archer e Jacobson, già a 80 metri d’altezza troviamo un livello di energia tale che, con le attuali energie eoliche, sarebbe sufficiente per generare un quantitativo di energia eolica pari al totale della produzione energetica odierna. Ma c’è n’è un quantitativo maggiore ad altitudini più elevate e dovremmo sfruttarne solo una bassa percentuale di esso per riuscire a soddisfare il nostro attuale fabbisogno.
Un problema potrebbe essere costituito dall’effetto dei rotori o degli aquiloni sulla circolazione del vento atmosferico. Questo aspetto è stato esaminato da Archer e Caldeira (2009) grazie all’uso di modelli climatici. I risultati mostrano che attingere a questo tipo di energia potrebbe ridurre le precipitazioni. Tale effetto sarebbe comunque poco significativo (una riduzione delle precipitazioni dello 0,1%) se volessimo raggiungere un quantitativo energetico pari al nostro fabbisogno odierno. Ciononostante, questo effetto collaterale limita la portata della tecnologia eolica d’alta quota. Utilizzarla per produrre un quantitativo di energia pari a dieci volte il nostro fabbisogno odierno potrebbe risultare sconveniente. Si tratta comunque di grandissime quantità di energia gratuita e a bassissimo impatto sugli ecosistemi terrestri. Potrebbe essere anche accresciuta, indirettamente, se impiegassimo l’energia eolica per fabbricare pannelli fotovoltaici o altre tipologie di impianti solari. Non dovremmo essere sorpresi da questo tipo di prospettive. Dopotutto, come abbiamo detto, siamo circondati da alti quantitativi di energia e, se riuscissimo a trovare il modo di sfruttarla, perché non farlo?
Con in mano questi dati eccezionali, potremmo essere tentati dal considerate l’energia eolica d’alta quota una tecnologia energetica quasi senza confini. Ma sarebbe un errore. La produzione dell’energia non è statica: procede congiuntamente all’economia e, se l’economia è alimentata da una fonte di energia economica ed abbondante, tende a crescere esponenzialmente. La crescita esponenziale è pericolosa ed ingannevole: potremmo sbattere la testa sul limite massimo della sfruttabilità dei venti d’alta quota molto prima di quanto ci si aspetterebbe.
Ma esiste un problema ancor più serio: l’energia non è l’unico parametro da cui dipende l’economia. L’abbondanza di un bene non equivale all’abbondanza di tutti gli altri. Un’abbondanza di energia elettrica non si traduce necessariamente in un’abbondanza di alimenti, sebbene è certo che l’elettricità possa essere usata come sostitutivo dei carburanti fossili nei processi agricoli. Che il nostro problema non sia solo relativo all’energia è confermato dai modelli sviluppati per la serie “I limiti della crescita” (Meadows 2004). I modelli in questione possono essere impiegati con scenari che presuppongono alti (o addirittura infiniti) quantitativi di energia disponibile, ma il risultato è che un sistema economico collassa a causa dell’impatto generato da una combinazione di sovrappopolazione ed inquinamento sull’agricoltura e sull’ambiente. Per evitare il collasso, sarebbe necessario bloccare sia l’economia che la popolazione ad un livello stazionario. Ed, anche se ci riuscissimo, il consumo graduale dei minerali ci costringerebbe a produrre quantitativi energetici sempre maggiori per mantenere invariato il flusso attuale dei beni minerali (Diederen 2008, Bardi 2008). Quindi, anche con un livello abbondante di energia, avremmo bisogno di riciclare e riusare i beni prodotti.
Detto questo, anche se il livello di energia è abbondante, è necessario considerare la limitatezza del sistema energetico del pianeta Terra. In ogni caso, l’energia eolica d’alta quota ci offre la speranza di un futuro di relativa abbondanza, e anche di prosperità, se saremo capaci di mantenere stabili l’economia e la popolazione ed evitare di sfruttare in maniera eccessiva le nostre risorse minerali e l’agricoltura.
Riconoscimenti: l’autore ringrazia Massimo Ippolito per i suoi commenti e spunti per questo articolo.
Nota: l’autore non è finanziariamente collegato alla Kitegen Research S.r.l, la società che sta sviluppando il sistema kitegen descritto nel presente articolo. Ha, tuttavia, un piccolo interesse finanziario in “Wind Operations Worldwide” (WOW), formata da un gruppo di piccoli investitori che intendono finanziare lo sviluppo dell’energia eolica ad alta quota, in particolare del sistema kitegen.
References
Archer, C. L., and Jacobson, M.Z., 2005, “Evaluation of global wind power”.
Archer, C. L. and Caldeira, K, 2009, .”Global assessment of high altitude wind power”.
Bardi, U, 2008, “The universal mining machine”.
Big Gav, 2008, “Alternative Wind Power Experiments – SkySails and Airborne Wind Turbines”
Diederen A., 2008 , “Minerals scarcity: A call for managed austerity and the elements of hope”
Hall, C and Lambert, J. G., 2009 (accessed) “The balloon diagram and your future”
Hurley, B. 2009, “How much wind energy is there?” “How much wind energy is there?”
Meadows, D. Randers, J, and Meadows D., 2004 “The Limits to Growth, the 30 years update”, # ISBN 1-931498-58-X,
REN21, 2009, , “Renewables: global status report”
WNA (World Nuclear Association) 2009, “World Nuclear News 2009″.
Fonte: http://europe.theoildrum.com/node/5538
Traduzione a cura di Massimo Spiga per Megachip
UFO !!!!! SI APRONO GLI ARCHIVI….LE VERITA’ SVELATE !!!

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IN MOLTI PAESI DEL MONDO SI APRONO FINALMETE GLI ARCHIVI DI STATO.
CENTINAIA…MIGLIAIA DI FILMATI SU STRANI OGGETTI ED AVVISTAMENTI SI APRONO ORA LA GRANDE PUBBLICO.
INIZIO CON 3 VIDEO DI LUNGHEZZA (ED INTERESSE!!!) CRESCENTE…DA 1min IL PRIMO A 1h e 42min L’ULTIMO…MA COME HA SUGGERITO L’AMICO CHE ME LO HA FATTO VEDERE LA PRIMA VOLTA…PER 16 ANNI DI RICERCHE MI SEMBRA UNA BUONA SINTESI ! ;-D
SGOMBRATA LA MENTE !?!?
BUONA VISIONE !!!
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Il primo video mostra il comandante delle forze aeree ecuadoriane Wilson Salgado che svela l’origine degli UFO autorizzato dal presidente dell’Ecuador…è dell’anno scorso perchè l’ecuador ha aperto gli archivi sugli ufo l’anno scorso…PER CHI AVESSE FRETTA LA DICHIARAZIONE CLOU E’ A 0.50 SEC…
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Il secondo filmato di oggi è un video rilasciato dalla NASA in una missione dove c’erano due italiani a bordo…
SI VEDONO VARI OGGETTI CHE “SI MUOVONO” INTORNO AD UNA ASTA CHE SI E’ STACCATA DALLO SHUTTLE
IMPORTANTE NOTARE CHE GLI OGGETTI IN QUESTIONE “NON SONO I PICCOLI PUNTINI BIANCHI CHE SI MUOVONO VELOCIED IN LINEA RETTA” (E CHE SONO EFFETTIVAMENTE I DETRITI DI CUI PARLANO GLI ASTRONATI DELLO SHUTTLE!!!!)
GLI “UFO” SONO I “CERCHIETTI” CHE SI MUOVONO LENTAMENTE ED IN MODO “NON LINEARE” !!!!!!!
PURTROPPO IL FILMATO E’ IN BIANCO E NERO E QUALCHE SCETTICO POTREBBE IPOTIZZARE CHE “FORSE” GLI OGGETTI “POTREBBERO” ESSERE DETRITI…MA IL LORO MOVIMENTO “NON LINEARE” E’ ASSOLUTAMENTE INTERESSANTE E DIFFICILMENTE SPIEGABILE COL SEMPLICE VAGARE DI PEZZI STACCATISI NEL MOMENTO DELLA ROTTURA DELL’ASTA!
NON PRESTATE ATTENZIONE AD ALCUNI COMMENTI INIZIALI…LA PARTE CLOU INIZIA AL 2MIN !
DA NOTARE ALLA FINE L’ELEVATISSIMO NUMERO DI CASI ANCORA IN ATTESA DI UNA RIPSOSTA E TUTTORA AL VAGLIO DI INQUIRENTI E SPECIALISTI!
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Questo sotto èil video di una conferenza che spiega chi sono gli alieni e cosa vogliono da noi. E’ lungo e si vede maluccio lo ammetto,ma l’audio è ottimo e questo basta!
Corrado Malanga è un professore di chimica all’università di Pisa che ha fatto degli studi molto approfonditi e sono circa 16 anni che si occupa di questo argomento…
…mi sa tanto che la curiosità vi spingerà a vederlo tutto in una volta…
…almeno per me è stato così!!!
Rifkin boccia l’accordo dei grandi “È ridicolo, non salverà il pianeta”
L’economista americano non ha dubbi: servono misure concrete e nuovi impianti puliti
“Dobbiamo lanciare la terza rivoluzione industriale:traguardi sulle industrie da rilanciare“
Jeremy Rifkin
ROMA – “Per mettere d’accordo tutti hanno deciso di andare alla velocità del più lento: così è facile raggiungere un’intesa”. Jeremy Rifkin risponde al telefono da Montecarlo, in una pausa dell’incontro con il principe di Monaco che vuole varare un piano per frenare i gas serra. E il giudizio del presidente della Foundation on Economic Trends sul risultato del G8 è secco: “Un accordo ridicolo”.
Eppure è stato fissato il tetto di 2 gradi all’aumento di temperatura del pianeta: finora gli Stati non avevano dato un’indicazione così precisa.
“D’accordo, ma cosa si deve fare per non superare i 2 gradi? Non basta esprimere un pio desiderio, bisogna prima di tutto capire a che livello di concentrazione di anidride carbonica in atmosfera corrisponde un aumento di 2 gradi e poi organizzare un sistema energetico coerente”.
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L’Ipcc ritiene che, per restare entro un aumento di 2 gradi, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera non debba superare le 400 – 450 parti per milione.
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“L’Ipcc è molto cauta e i suoi precedenti rapporti, spesso definiti allarmisti, sono stati superati dai fatti: l’accelerazione del disordine climatico è stata più drammatica di quella prevista. Jim Hansen, uno dei più accreditati climatologi, dopo aver studiato le carote di ghiaccio che raccontano il passaggio da un’era glaciale a una interglaciale, offre un quadro della situazione molto diverso: quando in passato si è mantenuta per un certo periodo una concentrazione di 450 parti per milione di anidride carbonica l’effetto è stato un balzo della temperatura di 6 gradi, non di 2. E un rapido aumento di 6 gradi non è compatibile con il mantenimento della società umana così come noi la conosciamo”.
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Secondo Jim Hansen l’obiettivo è portare la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera a 350 parti per milione, cioè ridurla rispetto al presente portandola più vicina a quota 280, il livello preindustriale. Questo vorrebbe dire attuare una politica di tagli drastici e immediati che molti considerano incompatibili con lo sviluppo economico.
“Io credo che sia vero l’opposto: l’errore sta nel pensare solo ai tagli delle emissioni che invece dovrebbero essere un effetto secondario di politiche virtuose capaci di rilanciare l’economia, altro che affossarla. Per uscire dalla tre crisi che ci soffocano, quella economica, quella energetica e quella ambientale, non possiamo limitarci a magiare un po’ meno della vecchia minestra inquinante: dobbiamo lanciare la terza rivoluzione industriale pensando in positivo, cioè fissando traguardi sulle industrie da rilanciare. Non bisogna dire ai vari paesi quante emissioni tagliare, ma quanti impianti puliti costruire”.
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Più industrie e meno emissioni?
“Esattamente. La terza rivoluzione industriale è quella che permette uno sviluppo economico che si concilia perfettamente con la riduzione delle emissioni. Ad esempio con le smart grid, con l’energia diffusa e decentrata, ogni casa sfruttando il sole può diventare una vera e propria piccola centrale di produzione di elettricità e calore. Se adottassimo questo modello il settore delle costruzioni, che oggi è il primo fattore di riscaldamento del pianeta, potrebbe diventare parte della soluzione al problema”.
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Le case come elemento trainante del nuovo modello energetico?
“Uno dei quattro pilastri. Il primo è costituito dalle energie rinnovabili. Il secondo è rappresentato dagli edifici sostenibili. Il terzo dalle tecnologie basate sull’idrogeno che serve a immagazzinare l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili. Il quarto pilastro dalle reti intelligenti per distribuire l’energia secondo il modello del web”.
AUTO AD ARIA COMPRESSA…IL NUOVISSIMO FORD MODELLO T2
Per celebrare il 100 ° anniversario del Modello T, Ford Motor Company ha proposto a 6 studenti di altrettante scuole provenienti da tutto il mondo di creare un veicolo rivoluzionario e globale che nascendo dal Modello T e che sia: semplice, leggero, pratico, unico e a basso costo. Gli studenti dell’Università di Aachen in Germania, e l’Università di Deakin in Australia, sono stati così scelti come vincitori per progettare la nuova Ford Modello T Challenge, guadagnando da ciascuna delle loro scuole $ 25.000 in borse di studio.

Un centinaio di anni dopo che Henry Ford cambiò il mondo, annunciando la realizzazione e la vendita del primo modello T, la Ford Motor Company ha proclamato i vincitori del contest fra 6 scuole provenienti da tutto il mondo e realizzando il grande sogno di ricreare un nuovo Modello T. Uno studente dell’Università di Colonia, in Germania ed uno alla Deakin University di Melbourne, in Australia, hanno guadagnato ciascuno da ciascuna delle loro scuole $ 25.000 in borsa studio per fornire concetti innovativi che incarnino lo spirito del Modello T e meglio soddisfino i criteri della sfida.

“Non succede spesso di celebrare il centenario di un anniversario di un veicolo come questo, per cui abbiamo lanciato la nuova sfida partendo proprio dal Modello T, sfida che diventa un’opportunità per gli studenti di ideare un futuro per il trasporto attraverso la Ford”, ha aggiunto Bill Coughlin, presidente e Chief Executive ufficiale di Ford Global Technologies, LLC. “Fino ad oggi, non c’è mai stato un veicolo che ha lasciato un tale impatto sulla vita di milioni e milioni di persone, e Ford ha presentato questa sfida agli studenti di presentare un’alternativa che solo loro potrebbero realizzarla”.
Ogni veicolo deve ospitare almeno 2 persone e deve offrire soluzioni che affrontino il montaggio, l’apparato propulsore e le nuove sfide della sostenibilità. Gli studenti hanno lavorato nel progetto fino alla data della scadenza prevista per il 1 settembre. 5 giudici della Ford Motor Company, hanno selezionato 2 progetti che meglio incarna lo spirito del Modello T.

Lo sviluppo di un veicolo per il 21 ° secolo non è stato un compito facile. Gli studenti dell’Aachen University hanno creato così il loro “2015 Ford Model T”. Un modello di base a cui si associano i diversi derivati tra cui un compact pick-up, una berlina, e una auto compatta che sarebbero stati venduti tutti in tutto il mondo.
Gli studenti della Deakin University hanno creato un veicolo dal nome enigmatico di “Model T2”. La piccola tre ruote, con un nuovo sistema di guida, ha introdotto una nuova dimensione di manovrabilità del veicolo. Attraverso l’uso di materiali avanzati e processi di fabbricazione, la leggerezza è una peculiarità importante per il Modello T2 soprattutto quando combinato con l’uso di un innovativo motore il Powertrain, il motore ad aria compressa di Angelo Di Pietro, che crea un veicolo davvero unico e soprattutto poco costoso.
- Una forma esasperata. L’attenzione è stata posta sul fatto che, nonostante si presenti con tre ruote, il potenziale acquirente deve poter percepire il veicolo come un’auto. Di qui la scelta di fornire al veicolo un cofano e un fronte dalla forma un po’ esasperata.
- Ultraleggeri resistenti. Particolare cura è posta sulla bombola -serbatoio, posizionata come “spina dorsale” del veicolo, per la quale sono stati utilizzati materiali che garantiscono il massimo assorbimento dell’energia che dovesse liberarsi in modo esplosivo in seguito a scontri.
- Integrato al mozzo. Tutti i componenti relativi alla produzione sono integrati nello chassis. La propulsione è garantisca da due motori ad aria compressa a pistoni rotanti montati in modo integrato al mozzo, sviluppati dalla EngineAir, rendendo superflui trasmissione, differenziale e albero motore.


Per raggiungere la velocità di almeno 200 km e mantenere l’obiettivo di prezzo finale dell’autoveicolo intorno ai $ 7000, ogni squadra ha applicato tecnologie di punta per portare concetti futuristici, innovativi e sostenibili, dal gas naturale, all’aria compressa ai motori elettrici. “L’intero team della Ford è stato molto impressionato da ciascuno dei progetti”, ha concluso Coughlin. “Abbiamo creato questa sfida cercando di spingere la fantasia degli studenti in modo da esprimere un concetto alternativo di trasporto per il futuro e ciascuno di loro ha fatto proprio questo ed in modo davvero eccellente”.
- 2 mesi. Messa a punto del guscio esterno della vettura in previsione della 2009 Austrian Automotive Week.
- 12 mesi. Prototipo su ruote (seppure senza funzionalità) in vista dello Shangai World Expo 2010.
- 18-24 mesi. Definizione delle soluzioni finalizzate a garantire la sicurezza (a partire dal serbatoio); studio delle problematiche legate all’aerodinamica; studio delle performance del motore una volta montato sul veicolo.
- 36 mesi. Impianto pilota per la produzione dei componenti; controllo delle parti fabbricate alla prova dell’alta velocità.
- 48 mesi. Analisi delle problematiche relative al rifornimento (capacità ed efficienza del compressore, dimensioni minime necessarie per una “stazione di servizio”, tempi di rifornimento …).
- 52-56 mesi. Possibile messa in produzione di auto funzionante su strada.
Grazie al diretto rapporto con GenitronSviluppo.com, gli eventuali sviluppi per l’utilizzo del modello di motore ad aria di Angelo Di Pietro che non è stato ancora confermato dal gruppo Ford, potrete trovarli costantemente visitando il nostro portale o iscrivendovi via feed [qui]

[ Links utili e approfondimenti ]
Una nuova era dell’abbondanza? Kitegen: ora si fa sul serio
Con centinaia di migliaia di disoccupati in più ogni mese, con il crollo verticale dell’economia, con morbi, siccità, terremoti, incidenti e pestilenze varie che si abbattono da tutte le parti è difficile essere ottimisti.
A parlare di una “nuova era dell’abbondanza” si rischia addirittura di essere presi per matti, specie se si ha, come noi di questo blog, la fama di “Cassandre” istituzionali.
Eppure i nuovi sviluppi del progetto Kitegen ci prefigurano, addirittura, uno scenario di energia abbondante, a basso costo, affidabile e distribuita equamente.
Intendiamoci: è vero che una società avanzata che sia sostenibile non dipende SOLO dalla disponibilità di abbondante energia rinnovabile e “pulita” a basso costo; è vero che senza un imponente cambiamento “sistemico” ci troveremmo in ogni caso ad aggravare, a velocità crescente, i problemi di depauperamento delle risorse e, più in generale, del pianeta, che stiamo già affrontando.
Nonostante questo una qualunque prospettiva di stabilizzazione DEVE in primo luogo passare da una RAPIDA transizione dalle fonti di energia “fossile” a quelle rinnovabili.
Abbiamo ed avremo bisogno di energia per nutrire la popolazione mondiale, per vestirla, per trasportarla, insomma per mantenere l’economia ed il sistema sociale mondiale, ANCHE abbandonando, mai troppo tardi, l’attuale dispendiosissimo e compulsivo vacuo consumismo globale.
Questa energia dovrà essere rinnovabile sia perchè stiamo raggiungendo i limiti produttivi per il petrolio, il gas e il carbone ( si, è cosi, nonostante la crisi e la diminuzione dei consumi, ne riparleremo) sia perchè dobbiamo tagliare il più velocemente possibile la produzione di CO2, per evitare la catastrofe climatica ormai quasi concordemente prevista nei prossimi decenni.
Perchè sia RAPIDA, la transizione, è necessario che le fonti di energia rinnovabili siano abbondanti, economiche ( sia in termini meramente monetari che nel senso più ampio di una efficiente allocazione di risorse), ancora largamente sfruttabili, rapidamente implementabili, non discontinue.
Le fonti di energia rinnovabili attualmente diffuse, purtroppo, soffrono, per un verso o per un altro di notevoli limiti.

O non sono economiche ( è il caso sopratutto del fotovoltaico) o non sono abbondanti ( è il caso, a livello mondiale, della geotermia) o non sono più largamente disponibili ( è il caso dell’energia idroelettrica, senza contare il grande impatto sul territorio).
Resta quindi l’eolico, che in effetti è attualmente il settore di più rapida crescita, specialmente in Europa, dove, in paesi come la Spagna, la Germania e la Danimarca ha raggiunto % importanti della produzione elettrica.
Tuttavia anche l’eolico “tradizionale” ha notevoli limiti.
Il principale, a parte il costo a KWh, ancora superiore alle fonti non rinnovabili ( il gap si è notevolmente ridotto, tuttavia, in tempi recenti) è la discontinuità di fornitura, che del resto affligge il fotovoltaico.
La cosa è evidente. Anche nei posti più ventosi non c’è sempre vento e non è detto che ve ne sia quanto se ne vorrebbe, nel momento in cui lo vorremmo.
Benchè sia in prospettiva possibile concepire una rete elettrica europea integrata in modo da permettere di gestire surplus e carenze produttive di eolico e fotovoltaico su scala continentale, questo non sarà ne facile ne economico, senza contare che comunque risulterebbe piuttosto difficile far corrispondere le curve giornaliera della domanda e dell’offerta di energia elettrica, senza ricorrere a fonti non rinnovabili.
Il Kitegen, il generatore eolico d’alta quota di concezione, ricordo, tutta italiana permette invece di superare questi limiti.
Ne abbiamo già parlato su Crisis, in un paio di circostanze, qui e qui.
In sintesi: l’idea è quella di andare a cercare il vento dove ce n’è tanto, e per tanto tempo.
Ovvero in quota, dove la velocità del vento è maggiore, per più tempo e su aree più estese.
Questo è il motivo principale per cui le torri eoliche devono essere le più alte possibili ( e quindi cosi “impattanti” sul paesaggio). Un aumento modesto di velocità del vento, infatti, ad esempio di solo il 25%, si traduce in un RADDOPPIO, più o meno, della potenza media e, in ultima analisi, anche della produzione.
Ovviamente, per motivi pratici, economici e strutturali, le torri eoliche hanno dei limiti di altezza pratici ed è difficile che si superi di molto le taglie attuali, intorno a 3 megawatt di potenza nominale.
Nominale, appunto, perchè in realtà la potenza MEDIA è tipicamente assai inferiore, tipicamente di un fattore cinque o sei. In questo modo, salvo paesi particolarmente ventosi come appunto la Spagna e la Danimarca,l’energia eolica rimarrà ancora a lungo marginale, specialmente in u paese non ventosissimo come l’Italia.
L’idea del kitegen, invece è quella di sfruttare le correnti a quote più alte, potenzialmente fino a migliaia di metri di altezza, portando fin lassù un profilo alare che generi portanza, facendo muovere un generatore elettrico. Il risultato è una produzione assai più costante, nel tempo, modulabile e sopratutto economica ed ABBONDANTE. In quota, infatti, di vento ce n’è tantissimo e per tanto tempo.

Si parla di oltre 5000 ore di funzionamento a potenza “nominale” da confrontare con le circa 1500-2000 ore tipiche dei generatori tradizionali. Si parla, nella configurazione cosiddetta “a carosello” di potenze di GIGAWATT ovvero paragonabili a quelle di una centrale nucleare, ad un costo frazionario e con rischi ed occupazione del suolo infinitamente inferiori.
Il concetto di “estrarre” energia ad alta quota non è nuovo e viene portato avanti da altri centri di ricerca pubblici e privati, si veda ad esempio qui, per un buon riassunto dello stato dell’arte.
Il Kitegen, tuttavia., è attualmente quello arrivato allo stato di realizzazione più avanzato.
L’idea, di per se, è semplice: far volare un’ala simile a quelle del volo libero o dei kitesurf ( il primissimo prototipo utilizza infatti proprio ali da Kite) su un percorso ad 8, facendogli “svolgere” un grande “rocchetto” di cavo che è connesso ad un generatore elettrico e che produce energia.
Arrivata al culmine della traiettoria l’ala viene messa “a bandiera” e rapidamente recuperata in poche decine di secondi.
Dopodiché riparte un nuovo ciclo “produttivo”, di alcuni minuti.
Nel complesso l’ala passa oltre il 90% del tempo in regime “produttivo” ed il 10% del tempo in fase di recupero, mentre il rapporto tra le energie prodotta e consumata è ancora più favorevole. In pratica dovete immaginarvi un enorme Yo-yo. Enorme, si, ma infinitamente meno invasivo, in termini di paesaggio, di una pala eolica di pari potenza, si veda, a riprova, il filmato da cui ho tratto l’immagine di questo post.
Una configurazione che preveda decine di “aquiloni” che facciano girare una specie di “carosello” è potenzialmente in grado di arrivare a centinaia di MW o addirittura ad un GW, una potenza uguale a quella di una centrale nucleare, sfruttando le correnti d’alta quota.
Ovviamente, se l’idea è intuitiva la tecnologia che sta dietro alla sua concreta realizzazione non lo è affatto e richiede materiali e conoscenze allo stato dell’arte in diversi settori.

Fortunatamente In Italia, a parte l’incrollabile tenacia di Massimo Ippolito e degli altri della KGR, tali eccellenze sono presenti e quindi è in fase di ultimazione il primo prototipo “produttivo” del Kitegen, il cosiddetto “Stem”, che si prevede possa cominciare i primi test già a Settembre.
Non si tratta, quindi di idee futuribili ma ancora sulla carta. Dell’ennesimo annuncio ad effetto seguito poi dal nulla mediatico.
Si tratta di una realizzazione CONCRETA che potrà esser riprodotta in centinaia di esemplari, già immediatamente competitivi con i maggiori generatori eolici tradizionali, in attesa dello sviluppo degli step successivi, di un paio di ordini di grandezza più grandi.
Nel filmato, che tra l’altro comprende anche esempi di funzionamento reale del primissimo prototipo, il KSU1, si vedono due grosse “ventole” che si azionano all’inizio per poi fermarsi quasi immediatamente.
Servono per il lancio “in automatico” dell’ala. Il controllo, infatti è totalmente automatico e sempre in automatico vengono gestite le improvvise anomalie di volo, le raffiche di vento, le turbolenze, etc etc.
Proprio in questo, anzi sta l’originalità e la maggior parte del know-how ( e dei brevetti) originali del Kitegen.
Con la realizzazione dello Stem si aprono scenari di enorme importanza per il nostro paese, una opportunità irripetibile che permetterebbe di trovarci, una volta tanto, ad essere all’assoluta avanguardia, con evidenti clamorose ricadute in termini di occupazione, di competitività industriale, di finanza ed immagine.
Ancora più rilevante risulterebbe la possibilità di renderci energeticamente indipendenti, con evidenti e non trascurabili ricadute in termini di strategie geopolitiche.
Ovviamente l’era dell’abbondanza energetica, se davvero vi arriveremo, porta con se una ENORME responsabilità: come ricorda in modo autorevole Ugo Bardi, in un articolo uscito su TOD, la disponibilità di energia a buon prezzo non evita in alcun modo il collasso sistemico del sistema economico e sociale mondiale, cosi come è strutturato attualmente. Piuttosto lo ritarda, rendendone però più severe le conseguenze.
Il Kitegen, insomma è una grande, straordinaria opportunità.
La sapremo cogliere appieno, utilizzandola per affrontare le immense sfide che ci attendono?
Speriamo.
Se appena rifletto sull’attuale quadro mondiale ecco che mi viene una irrefrenabile voglia di rimettermi a fare la Cassandra…
Una centrale elettrica ad aquiloni? L’ultima sfida all’energia nucleare
Obiettivo del progetto italiano KiteGen è produrre quanto un generatore atomico
Con 200 aquiloni su un anello ruotante si avrebbe una potenza di mille megawatt
Il sistema funziona a un’altezza di 800-1000 metri dal suolo
.
CHIERI (Torino) - Se avete mai usato un aquilone, avete sentito quanto il vento tira sulle mani. Più è grande, più tira. Come vi spiegherà qualsiasi amante di kite surfing, possono far volare anche gli uomini. “Anzi – dice Massimo Ippolito, kite surfer per hobby – li costruiscono inefficienti apposta, altrimenti ti porterebbero via”. Più in alto arrivano, più forte tirano.
A questo punto non è più un gioco per bambini e neanche uno sport. E’ un’occasione: le forze, in natura, non si sprecano. Soprattutto, se si possono usare per generare elettricità. Forse ci voleva l’incontro fra un kite surfer come Ippolito e un appassionato di vela, come Mario Milanese, docente al Politecnico di Torino, perché scattasse l’idea di rivoluzionare dalle fondamenta il modo di produrre energia eolica.
Il fatto che il primo abbia un’azienda di sistemi automatizzati e il secondo insegni Controlli automatici all’università ha solo fornito gli strumenti per dare la scalata ad un obiettivo, a prima vista, impossibile: produrre tanta energia elettrica quanto una centrale nucleare, solo grazie al vento. Partendo non dalle gigantesche eliche delle turbine che ormai si costruiscono un po’ dappertutto, ma dagli aquiloni dei bambini.
KiteGen, come si chiama il progetto a cui lavorano Milanese ed Ippolito, non è l’unico nel mondo a puntare in questa direzione, ma è anche uno dei rarissimi casi in cui l’Italia, che le energie rinnovabili, normalmente, si limita a comprarle, è alla frontiera della ricerca. All’idea del vento dagli aquiloni lavorano anche, infatti, almeno altri due gruppi, in Olanda e in California.
E’ una guerra di brevetti. Perché, se gli esperimenti confermeranno le prime verifiche e i primi risultati dei prototipi, è come mettere le mani su una sorta di pietra filosofale, capace di scavalcare le debolezze più vistose dell’energia eolica e, in generale, delle energie alternative: costose, si dice, ingombranti, incostanti, troppo poco potenti. Dalla parte degli aquilonisti, c’è, anzitutto, il vento. Quanto forte soffia, per cominciare.
A 80 metri di altitudine (l’altezza normale di una turbina) il vento spira, in media, nel mondo, a 4,6 metri al secondo, un po’ più di 16 chilometri l’ora. E’ un primo problema. Sotto i 4 metri al secondo, infatti, le turbine, normalmente, vengono spente, perché diventano antieconomiche. Il Texas occidentale – dove l’Enel ha appena varato una centrale eolica con 21 turbine – è un’area ricercatissima, perché il vento soffia in media a 7-8 metri al secondo (un po’ meno di 30 chilometri l’ora), che viene definita una velocità ottimale. Ora, a 800 metri di altitudine, il vento soffia, in media, nel mondo, a 7,2 metri al secondo. La velocità ottimale. E un parametro cruciale, perché, spiegano i manuali di fisica, l’energia che si può ottenere dal vento aumenta in modo esponenziale con la sua velocità. “A mille metri di altezza – dice Milanese – l’energia che puoi ottenere è otto volte quella disponibile a livello del suolo”.
Il secondo problema del vento è che, in molti posti, non c’è sempre o, semplicemente non ce n’è. A De Bilt, in Olanda, che è un posto ventoso, le turbine funzionano 3 mila ore l’anno, in pratica un giorno su tre. A Linate, nessuno installa turbine, perché il vento è zero. Ma chi l’ha detto che la pianura padana è senza vento? Basta andare a 800 metri d’altezza: c’è vento per 3 mila ore l’anno, quanto a De Bilt per le turbine. E, nel cielo sopra De Bilt, si arriva a 6.500 ore, più di due giorni su tre. A Cagliari, si passa da 2.800 a 5 mila ore. Di vento, insomma, ce n’è molto di più di quanto si possa pensare sulla base dell’industria eolica attuale. Ma come catturarlo? “Con lo yo-yo” rispondono Milanese e Ippolito: un aquilone che sale e scende nel cielo.
In un capannone di Chieri, alle porte di Torino, l’aquilone elettrico dispiegato non è altro che un normale kite per il surfing. Assicurato a due leggeri cavi, da 3 millimetri di diametro, lunghi 800 metri, l’aquilone si libra in volo, sostenuto dal vento. Srotolandosi, i cavi fanno girare due cilindri ed è questa movimento che genera energia, come si carica una dinamo. Ma questa è la parte più facile. Da buon velista, Milanese spiega che una barca con il vento in poppa va meno veloce di una barca che lo prenda ad angolo acuto.
In termini scientifici, la potenza generabile dall’aquilone aumenta in funzione della velocità con cui si muove rispetto al vento. La parte importante del KiteGen è, infatti, il sistema di navigazione. Dei piccoli sensori, con rilevatori Gps, sono fissati sull’aquilone e collegati con un computer a terra che gestisce la navigazione dell’aquilone: un software manovra piccole trazioni sui cavi per assicurare che il kite proceda tracciando vorticosi 8 nel cielo. Grazie a queste scivolate d’ala, l’aquilone aumenta il suo differenziale di velocità rispetto al vento e, dunque, la potenza elettrica generabile. In pratica, l’aquilone si comporta come la striscia più esterna dell’elica di una turbina, senza dover far girare complicati ingranaggi: “Di fatto – dice Milanese – prendiamo la parte migliore di una turbina a vento e la mettiamo dove il vento è più forte”.
Quando il cavo è tirato al massimo, l’aquilone non genera più elettricità. Uno dei due cavi viene mollato, l’aquilone si impenna, non offre più resistenza al vento e viene riabbassato: “Per recuperarlo, consumiamo il 15% dell’energia generata in ascesa”. Il passo successivo è immaginare una serie di questi yo-yo che funzionano insieme. “Basterebbe tenerli distanti 70-80 metri l’uno dall’altro – dice Milanese – mentre le turbine devono essere separate da più di 300 metri”. Questo significa che, invece di avere decine e decine di torri eoliche ad ingombrare il paesaggio, per generare la stessa quantità di energia basterebbero alti e invisibili aquiloni che, a terra, non occuperebbero più spazio di una normale centrale elettrica.
Tutto questo, comunque, per ora è sulla carta. KiteGen, finora, ha solo fatto volare il prototipo, generando, in tutto 2,5 kilowatt. “Ma – assicura Milanese – il prototipo ha rispettato le simulazioni del computer e questo ci rende fiduciosi sul fatto che anche le altre simulazioni siano realistiche”. E questo spinge Milanese a pensare in grande. Ad esempio, ad un altro attrezzo per bambini: una giostra. Se si montassero 200 aquiloni su un anello, che la forza del vento fa ruotare, questo movimento potrebbe generare energia con una potenza di 1.000 megawatt, quanto una media centrale nucleare. Occupando, sul terreno, non più di un cerchio del diametro di 1.500 metri. Al costo, calcola Milanese, di 5-600 milioni di euro, un sesto di quanto costi, oggi, una centrale atomica. L’energia prodotta dalla giostra KiteGen sarebbe, infatti, più intermittente di quella nucleare, ma anche assai meno cara. Se la scala fosse davvero di mille megawatt, un kilowattora, secondo i calcoli di Milanese, costerebbe solo un centesimo di euro, un terzo di quanto costa, oggi, l’energia più economica, il carbone. Tutto così semplice? Con le energie alternative, sognare sulla carta è facile. Il responso finale, poi, come direbbe il vecchio Dylan, “soffia nel vento”.
REPUBBLICA
articolo dall’ inviato MAURIZIO RICCI
Una nuova era dell’abbondanza? EOLICO…Kitegen: ora si fa sul serio
Con centinaia di migliaia di disoccupati in più ogni mese, con il crollo verticale dell’economia, con morbi, siccità, terremoti, incidenti e pestilenze varie che si abbattono da tutte le parti è difficile essere ottimisti.
A parlare di una “nuova era dell’abbondanza” si rischia addirittura di essere presi per matti, specie se si ha, come noi di questo blog, la fama di “Cassandre” istituzionali.
Eppure i nuovi sviluppi del progetto Kitegen ci prefigurano, addirittura, uno scenario di energia abbondante, a basso costo, affidabile e distribuita equamente.
Intendiamoci: è vero che una società avanzata che sia sostenibile non dipende SOLO dalla disponibilità di abbondante energia rinnovabile e “pulita” a basso costo; è vero che senza un imponente cambiamento “sistemico” ci troveremmo in ogni caso ad aggravare, a velocità crescente, i problemi di depauperamento delle risorse e, più in generale, del pianeta, che stiamo già affrontando.
Nonostante questo una qualunque prospettiva di stabilizzazione DEVE in primo luogo passare da una RAPIDA transizione dalle fonti di energia “fossile” a quelle rinnovabili.
Abbiamo ed avremo bisogno di energia per nutrire la popolazione mondiale, per vestirla, per trasportarla, insomma per mantenere l’economia ed il sistema sociale mondiale, ANCHE abbandonando, mai troppo tardi, l’attuale dispendiosissimo e compulsivo vacuo consumismo globale.
Questa energia dovrà essere rinnovabile sia perchè stiamo raggiungendo i limiti produttivi per il petrolio, il gas e il carbone ( si, è cosi, nonostante la crisi e la diminuzione dei consumi, ne riparleremo) sia perchè dobbiamo tagliare il più velocemente possibile la produzione di CO2, per evitare la catastrofe climatica ormai quasi concordemente prevista nei prossimi decenni.
Perchè sia RAPIDA, la transizione, è necessario che le fonti di energia rinnovabili siano abbondanti, economiche ( sia in termini meramente monetari che nel senso più ampio di una efficiente allocazione di risorse), ancora largamente sfruttabili, rapidamente implementabili, non discontinue.
Le fonti di energia rinnovabili attualmente diffuse, purtroppo, soffrono, per un verso o per un altro di notevoli limiti.
O non sono economiche ( è il caso sopratutto del fotovoltaico) o non sono abbondanti ( è il caso, a livello mondiale, della geotermia) o non sono più largamente disponibili ( è il caso dell’energia idroelettrica, senza contare il grande impatto sul territorio).
Resta quindi l’eolico, che in effetti è attualmente il settore di più rapida crescita, specialmente in Europa, dove, in paesi come la Spagna, la Germania e la Danimarca ha raggiunto % importanti della produzione elettrica.

Tuttavia anche l’eolico “tradizionale” ha notevoli limiti.
Il principale, a parte il costo a KWh, ancora superiore alle fonti non rinnovabili ( il gap si è notevolmente ridotto, tuttavia, in tempi recenti) è la discontinuità di fornitura, che del resto affligge il fotovoltaico.
La cosa è evidente. Anche nei posti più ventosi non c’è sempre vento e non è detto che ve ne sia quanto se ne vorrebbe, nel momento in cui lo vorremmo.
Benchè sia in prospettiva possibile concepire una rete elettrica europea integrata in modo da permettere di gestire surplus e carenze produttive di eolico e fotovoltaico su scala continentale, questo non sarà ne facile ne economico, senza contare che comunque risulterebbe piuttosto difficile far corrispondere le curve giornaliera della domanda e dell’offerta di energia elettrica, senza ricorrere a fonti non rinnovabili.
Il Kitegen, il generatore eolico d’alta quota di concezione, ricordo, tutta italiana permette invece di superare questi limiti.
Ne abbiamo già parlato su Crisis, in un paio di circostanze, qui e qui.
In sintesi: l’idea è quella di andare a cercare il vento dove ce n’è tanto, e per tanto tempo.
Ovvero in quota, dove la velocità del vento è maggiore, per più tempo e su aree più estese.
Questo è il motivo principale per cui le torri eoliche devono essere le più alte possibili ( e quindi cosi “impattanti” sul paesaggio). Un aumento modesto di velocità del vento, infatti, ad esempio di solo il 25%, si traduce in un RADDOPPIO, più o meno, della potenza media e, in ultima analisi, anche della produzione.
Ovviamente, per motivi pratici, economici e strutturali, le torri eoliche hanno dei limiti di altezza pratici ed è difficile che si superi di molto le taglie attuali, intorno a 3 megawatt di potenza nominale.
Nominale, appunto, perchè in realtà la potenza MEDIA è tipicamente assai inferiore, tipicamente di un fattore cinque o sei. In questo modo, salvo paesi particolarmente ventosi come appunto la Spagna e la Danimarca,l’energia eolica rimarrà ancora a lungo marginale, specialmente in u paese non ventosissimo come l’Italia.
L’idea del kitegen, invece è quella di sfruttare le correnti a quote più alte, potenzialmente fino a migliaia di metri di altezza, portando fin lassù un profilo alare che generi portanza, facendo muovere un generatore elettrico. Il risultato è una produzione assai più costante, nel tempo, modulabile e sopratutto economica ed ABBONDANTE. In quota, infatti, di vento ce n’è tantissimo e per tanto tempo.
Si parla di oltre 5000 ore di funzionamento a potenza “nominale” da confrontare con le circa 1500-2000 ore tipiche dei generatori tradizionali. Si parla, nella configurazione cosiddetta “a carosello” di potenze di GIGAWATT ovvero paragonabili a quelle di una centrale nucleare, ad un costo frazionario e con rischi ed occupazione del suolo infinitamente inferiori.
Il concetto di “estrarre” energia ad alta quota non è nuovo e viene portato avanti da altri centri di ricerca pubblici e privati, si veda ad esempio qui, per un buon riassunto dello stato dell’arte.
Il Kitegen, tuttavia., è attualmente quello arrivato allo stato di realizzazione più avanzato.
L’idea, di per se, è semplice: far volare un’ala simile a quelle del volo libero o dei kitesurf ( il primissimo prototipo utilizza infatti proprio ali da Kite) su un percorso ad 8, facendogli “svolgere” un grande “rocchetto” di cavo che è connesso ad un generatore elettrico e che produce energia.
Arrivata al culmine della traiettoria l’ala viene messa “a bandiera” e rapidamente recuperata in poche decine di secondi.
Dopodiché riparte un nuovo ciclo “produttivo”, di alcuni minuti.
Nel complesso l’ala passa oltre il 90% del tempo in regime “produttivo” ed il 10% del tempo in fase di recupero, mentre il rapporto tra le energie prodotta e consumata è ancora più favorevole. In pratica dovete immaginarvi un enorme Yo-yo. Enorme, si, ma infinitamente meno invasivo, in termini di paesaggio, di una pala eolica di pari potenza, si veda, a riprova, il filmato da cui ho tratto l’immagine di questo post.
Una configurazione che preveda decine di “aquiloni” che facciano girare una specie di “carosello” è potenzialmente in grado di arrivare a centinaia di MW o addirittura ad un GW, una potenza uguale a quella di una centrale nucleare, sfruttando le correnti d’alta quota.
Ovviamente, se l’idea è intuitiva la tecnologia che sta dietro alla sua concreta realizzazione non lo è affatto e richiede materiali e conoscenze allo stato dell’arte in diversi settori.
Fortunatamente In Italia, a parte l’incrollabile tenacia di Massimo Ippolito e degli altri della KGR, tali eccellenze sono presenti e quindi è in fase di ultimazione il primo prototipo “produttivo” del Kitegen, il cosiddetto “Stem”, che si prevede possa cominciare i primi test già a Settembre.
Non si tratta, quindi di idee futuribili ma ancora sulla carta. Dell’ennesimo annuncio ad effetto seguito poi dal nulla mediatico.
Si tratta di una realizzazione CONCRETA che potrà esser riprodotta in centinaia di esemplari, già immediatamente competitivi con i maggiori generatori eolici tradizionali, in attesa dello sviluppo degli step successivi, di un paio di ordini di grandezza più grandi.
Nel filmato, che tra l’altro comprende anche esempi di funzionamento reale del primissimo prototipo, il KSU1, si vedono due grosse “ventole” che si azionano all’inizio per poi fermarsi quasi immediatamente.
Servono per il lancio “in automatico” dell’ala. Il controllo, infatti è totalmente automatico e sempre in automatico vengono gestite le improvvise anomalie di volo, le raffiche di vento, le turbolenze, etc etc.
Proprio in questo, anzi sta l’originalità e la maggior parte del know-how ( e dei brevetti) originali del Kitegen.
Con la realizzazione dello Stem si aprono scenari di enorme importanza per il nostro paese, una opportunità irripetibile che permetterebbe di trovarci, una volta tanto, ad essere all’assoluta avanguardia, con evidenti clamorose ricadute in termini di occupazione, di competitività industriale, di finanza ed immagine.
Ancora più rilevante risulterebbe la possibilità di renderci energeticamente indipendenti, con evidenti e non trascurabili ricadute in termini di strategie geopolitiche.
Ovviamente l’era dell’abbondanza energetica, se davvero vi arriveremo, porta con se una ENORME responsabilità: come ricorda in modo autorevole Ugo Bardi, in un articolo uscito su TOD, la disponibilità di energia a buon prezzo non evita in alcun modo il collasso sistemico del sistema economico e sociale mondiale, cosi come è strutturato attualmente. Piuttosto lo ritarda, rendendone però più severe le conseguenze.
Il Kitegen, insomma è una grande, straordinaria opportunità.
La sapremo cogliere appieno, utilizzandola per affrontare le immense sfide che ci attendono?
Speriamo.
Se appena rifletto sull’attuale quadro mondiale ecco che mi viene una irrefrenabile voglia di rimettermi a fare la Cassandra…
Commenti
1. andreaX, undefined, ore 10:44
Dico subito che io approvo comunque chi ha il coraggio di percorrere strade nuove, ma a me questo progetto lascia molto perplesso. Ci rendiamo conto che abbiamo una struttura sospesa in aria in perenne movimento?, la torre eolica è piantata a terra ed occupa spazio solo in verticale, invece questa struttura è composta da una parte in movimento la cui superficie corrispondente al suolo è molto ampia, per ovvi motivi di sicurezza tutta la superficie al suolo deve essere chiusa al pubblico, se poi la parte in movimento si stacca?. A questo punto non sarebbe meglio una pala eolica posta sotto adun pallone aerostatico vincolato al suolo con dei cavi?, rischio per rischio almeno la superficie corrispondente al suolo è minore ed in caso di guasto il pallone aerostatico perde quota lentamente.
2. Pietro C., undefined, ore 11:11
#2 Ovviamente il fattore sicurezza è AMPIAMENTE discusso.
In sintesi l’evento caduta dell’aquilone è quanto mai poco probabile ed in ogni caso POCO pericoloso. Il motivo risiede proprio nelle tecnologie e nei controlli usati.
Semplicemente allo stato dell’arte del settore e come tale PROVATAMENTE in grado di governare gli imprevisti.
In caso di rottura di una delle funi, ad esempio il kite si mette a bandiera e viene recuperato.
La caduta a terra è sostanzialmente impossibile perche’ i sensori di bordo ( accelerometri a tre assi etc etc) sono in grado di comunicare in tempo reale ed il computer è inn grado di gestire qualunque trubolenza.
In ogni caso anche lo scenario pochissimo probabile di una caduta dell’aquilone si riduce ad un po di stoffa caduta a terra, non esattamente lo stesso nel caso in cui cada una torre eolica o perda una delle pale ( e puo succedere, con una probabilità almeno paragonabile).
Riguardo alla tua idea, se guardi tra i link a idee simili, esiste ma ha una produttività di circa un decimo ( o meno) perche’ l’aquilone spazza una superfice enormemente superiore, cosi “estraendo” energia da un’area anche essa enormemente superiore. Vi sono poi alcuni problemi seri di sicurezza per gli aerostati, in caso di eventi meteo estremi, che qui non approfondirò.Negli stessi casi l’aquilone può essere recuperato in poche decine di secondi.
Questo in sintesi.Ovviamente molto c’e’ da dire e molto c’e’ da conoscere, ad esempio nel settore dell’automazione e della controllistica automatica ( c’e’ anche un po di matematica superiore da conoscere, per convincersi che tali controlli automatici possono funzionare, siamo infatti allo stato dellarte del settore, in un campo dove si fanno i dottorati di ricerca proprio sui fondamenti matematico/numerici della faccenda).
Tutto questo è bla bla bla.
Il punto è che il kite già ESISTE ed ha accumuilato migliaia di ore di funzionamento in cui è stato propro sottoposto a test e stress per verificare il recupero in emegenza etc etc.
Ne è uscito alla grande già il prototipo KSU1 ( che si vede volare in alcuni brevi spezzoni all’interno della demo) e le prospettive per lo STEM sono di gran lunga migliori.
3. AndreaX, undefined, ore 13:21
Speriamo allora che vada in porto, per una volta saremo orgogliosi di essere italiani.
4. Dr Ganzetti Francesco, undefined, ore 13:51
Bene, letto anche l’articolo su theoildrum ; a naso credo anche che il solare a concentrazione di Rubbia abbia una lifespan molto superiore al fotovoltaico ; quello che sottolinerei della tecnologia kitegen, come del solare a concentrazione, fra gli altri aspetti già descritti , è che non è una rinnovabile “democratica”, nel senso che non sarà possibile afffidarlo al singolo privato….Socialmente quindi sarà piutosto differente dal minieolico o dai fotovoltaico su abitazioni private ; cmq non credo sia possibile riconvertire tutti gli occupati nel settore automotive ( o più precisamente quelli che perderanno il lavoro nei prossimi anni) nelle rinnovabili, così come specificatamente in Italia convertire il trasporto su gomma o su nave senza perdere ulteriori occupati…Non si può salvare capra e cavoli : evidentemente non è termodnamicamente possibile.
5. daniele.spagli, undefined, ore 14:24
Il Kitegen mi ha sempre affascinato e devo ammettere che ne sono rimasto subito folgorato… ma questo filmato è davvero entusiasmante.
Da progettista posso dire che il progetto sembra effettivamente la “quadratura del cerchio”… poche volte posso dire di aver visto un progetto così ben calibrato e studiato.
Da Architetto posso notare principalmente gli aspetti strutturale e posso dire che strutturalmente è un capolavoro: l’uso di materiale in tensione e non in flessione-compressione permette di ridurre al minimo il materiale utilizzato(specie se confrontato con le torri tradizionali).
Anche dinamicamente è un piccolo capolavoro: il cambio di forma per il recupero e il comportamento a yo-yo sono esattamente quanto è necessario per sfruttare al meglio le capacità del vento di “tirare” e quindi sfruttare al massimo l’energia del vento.
Il carosello mi aveva sempre lasciato un po perplesso, specie così come era stato rappresentato nel sito del kitegen, ma questo stem mi sembra semplicissimo e sicuramente pronto per la messa in produzione.
I miei più vivi complimenti.
6. Freddoloso, undefined, ore 15:38
Io ritengo che l’energia in abbondanza semi-gratuita per tutti sia invece la chiave di volta per cambiare la societa’ attuale.
Il fatto di non dover pagare la bolletta e fare il pieno di benzina ci permettera’ di vivere con molto meno, specie visti gli stipendi ridicoli che ci sono adesso e la disoccupazione.
In uno scenario di sovrappopolazione mondiale e quindi di sovrapproduzione e’ ovvio che non possono lavorare tutti, perche’ non ce n’e’ abbastanza per tutti. Pero’ tutti hanno bisogno di campare.
Ecco allora la soluzione: meno lavoro per tutti, una vita e una societa’ piu’ umane e solidali. Energia gratis per tutti e piu’ nessuno spettro di crepare di fame.
Bello no?
7. Boston George, undefined, ore 18:06
questi sono ripieghi…
la soluzione stà nella RIDUZIONE DELLA POPOLAZIONE MONDIALE…
con il benessere ed economia che tira… ci sarebbe un aumento di popolazione…probabilmente le soluzioni ci sono già, ma non è possibile che ne traggano beneficio tutti…
ci sono troppi interessi economici…
Java Climate Model: il sistema climatico a portata di click
Climalteranti presenta un’applicazione JAVA disponibile in rete in modalità download – installazione in locale o con diretta fruizione da internet. Il software è uno strumento semplice ma con notevoli potenzialità sia divulgative che analitiche, in grado di dare ad un utente interessato un’ampia disponibilità di informazioni sui cambiamenti climatici con l’ausilio di un’ottima rappresentazione grafica, numerosi riferimenti bibliografici e tecnici.
.Java Climate Model: il sistema climatico a portata di click
Fra i tanti aiuti che il World Wide Web offre a chi volesse approfondire la tematica climatica, uno dei più interessanti è il Java Climate Model un software che consente un’esplorazione a 360° del sistema climatico, con approfondimenti sugli aspetti emissivi, climatici, geografici, modellistici, chimico-fisici, economici, sociali e demografici. L’utilizzo del software porta ad affrontare molti dei dati e dei parametri utilizzati dai modelli climatici, nonché gli scenari emissivi, e fornisce i risultati sui principali output dei modelli come l’aumento delle concentrazioni di CO2, l’aumento della temperatura, l’innalzamento del livello del mare.
Nella versione 5 (JCM 5) l’autore del software, il ricercatore Ben Matthews, ha inserito direttamente nel programma le informazioni contenute nei rapporti IPCC, sia nel Third Assessment Report che nel più recente Fourth Assessment Report. Le applicazioni del software consentono di confrontare gli scenari SRES, ipotizzare modifiche del sistema climatico o stimare gli effetti della variazione delle emissioni di gas serra sui parametri climatici, tramite la visualizzazione di grafici interattivi e di dati tabellati, tutti referenziati e pubblicati dall’IPCC o ricavati tramite interpolazioni di questi ultimi.
Figura 1: schermata iniziale del software JCM 5
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Il Java Climate Model, versione 5 (JCM 5) è utilizzabile a diversi livelli di complessità e può essere utile all’utente non tecnico in cerca di informazioni sul clima come al ricercatore o al climatologo professionista: tra i vari menù a tendina in alto a sinistra, alla voce “View” si può infatti selezionare il “Complexity Level” preferito, avendo a disposizione i livelli “Beginner, Normal, Expert, Experimental”.
Nel menù “Documentation” vengono riportate le spiegazioni delle diverse funzionalità applicative del programma, gestibili dal menù di esplorazione riportato sulla sinistra dell’interfaccia grafica.
Nel modulo “Objectives and Scenarios” l’utente alle prime armi può approcciare ed eventualmente approfondire le caratteristiche dei diversi scenari SRES proposti dall’IPCC o selezionare un obiettivo di stabilizzazione dei principali parametri climatici (temperatura, concentrazione di CO2, forzante radiativa dei gas climalteranti e degli aerosols, emissioni di CO2) e valutarne le conseguenze su tutti gli altri ambiti contemplati nel software: le proiezioni economiche e demografiche (modulo “People and Economy”), le emissioni a livello settoriale e regionale (“Regional/Sectoral Emissions”), il cambiamento dell’uso del suolo e il suo impatto sul sistema climatico (“Land Use Change”), il ciclo del carbonio, la sua rappresentazione modellistica e l’importanza dell’interazione di questo con gli oceani (“Carbon Cycle, Sources and Sinks”), le emissioni, la chimica atmosferica, le concentrazioni, le forzanti radiative di tutti gli altri composti gassosi che influenzano il sistema climatico oltre alla CO2 e degli aerosols (“Other Gases and Aerosols”), la forzante radiativa e le conseguenze della sua variazione a livello globale e sull’aumento del livello del mare (“Global Forcing, Climate, and Sea Level”) ed infine la stima sperimentale degli impatti del cambiamento climatico a livello locale e il contributo delle diverse realtà regionali al riscaldamento globale (rispettivamente nei moduli “Regional Climate and Impacts” e “Attribution of Responsibility”).
L’utente più esperto o il “professionista del clima” potrà altresì “divertirsi” a creare diversi mondi paralleli (“Parallel Worlds”) confrontando molteplici proiezioni climatiche globali e locali associate alle più svariate variazioni parametriche, impostando il livello di complessità “Expert” o “Experimental”.
Figura 2 Mappa interattiva dei moduli disponibili sul software JCM5 (menù Tools/Interactions map)
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La carne al fuoco è davvero tanta ed anche l’utente che ha già dimestichezza col sistema clima e le tematiche e problematiche attinenti può rischiare di “perdersi” tra le decine di grafici e tabelle disponibili e le numerose variabili contemplate dal modello. Per evitare questo rischio e per consentire all’utente di “rompere il ghiaccio” in maniera rapida, di seguito si riporta una possibile “traccia operativa” di prima esplorazione del software con l’implementazione e l’analisi di alcuni tra gli aspetti più semplici e interessanti presenti nei diversi moduli al livello “Normal”.
- Apertura plot T da modulo Global Forcing…\Global Warming
Apertura plot [CO2] da modulo Carbon Cycle…\Atmospheric CO2 conc
Apertura plot EmixCO2 fossili da modulo Regional/Sectoral Emissions
Per gli utenti meno esperti approfondimento del significato e delle caratteristiche dei parametri sopra citati al menù “Documentation”.
Apertura in successione dei diversi scenari SRES (dal peggiore al migliore: A1F-A2-A1B-B2-A1T-B1 e illustrazione delle variazioni dei 3 parametri sopra citati (3 plots messi uno sopra l’altro)Valutazione variazione (visiva da grafici) degli altri parametri in funzione di:
a) stabilizzazione di T a +2°C, a 3 °C, a +4°C al 2100;
b) stabilizzazione di [CO2] a 450ppm, 500 ppm, 550 ppm al 2100
con selezione scenario SRES B1 (più ottimista) nel modulo objective
con selezione scenario SRES A1FI (più pessimista) nel modulo objective
- Chiusura di tutti i grafici tranne T.
Apertura plot EmixCO2 globali da modulo Objectives and scenarios.
Apertura plot Forzanti Radiative Principali da modulo Global Forcing…\Radiative Forcing
Valutazione variazione (visiva da grafici) degli altri parametri in funzione di:
c) stabilizzazione di Emissioni di CO2 a 10-15-10 Gton di carbonio per anno al 2100;
d) stabilizzazione di forzante radiativi complessiva a 3-5-7 W/m^2 al 2100
con selezione scenario SRES B1 (più ottimista) nel modulo objective
con selezione scenario SRES A1FI (più pessimista) nel modulo objective
- Chiusura di tutti i grafici tranne T.Apertura plot [CO2] da modulo Carbon Cycle…\Atmospheric CO2 conc
Apertura plot Aumento Livello Mare da modulo Global Forcing…\Sea Level Rise
Apertura UDEB Model (Spiegazione) dal modulo Global Forcing….
Per gli utenti meno esperti approfondimento del concetto di sensitività climatica al menù “Documentation”.
Stabilizzazione di T a +3°C al 2100.
Variazione del valore della sensitività climatica e riscontro visivo conseguente sui 3 plot aperti contemporaneamente (uno sopra l’altro) con valutazione della variazione dei parametri e del fitting osservato/calcolato.
Stabilizzazione di [CO2] a 500 ppm al 2100.
Variazione del valore della sensitività climatica e riscontro visivo conseguente sui 3 plot aperti contemporaneamente (uno sopra l’altro) con valutazione della variazione dei parametri e del fitting osservato/calcolato.
- Chiusura solo del plot Aumento Livello Mare (T e [CO2] aperti).Apertura plot Forzante Radiativa Solare e da Aerosol dal modulo Other Gases and Aerosols\Aerosols and Solar
Variazione della Forzante solare e riscontro visivo conseguente sui 3 plot aperti contemporaneamente (uno sopra l’altro) con valutazione variazione dei parametri e del fitting osservato/calcolato.
Inclusione ed esclusione del contributo dei vulcani e riscontro visivo conseguente sui 3 plot aperti contemporaneamente (uno sopra l’altro) con valutazione della variazione dei parametri e del fitting osservato/calcolato.
Variazione della Forzante dei solfati e riscontro visivo conseguente sui 3 plot aperti contemporaneamente (uno sopra l’altro) con valutazione della variazione dei parametri e del fitting osservato/calcolato.
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Testo di Simone Casadei, con il contributo di Stefano Caserini









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