LIBERTA' DI PAROLA

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Pubblicato in CELLULARI, ECOLOGIA, ECONOMIA, INFORMATICA, NEWS IN ENGLISH, POLITICA, SALUTE, SOCIETA', TECNOLOGIA, VARIE da Gabriele Pierattelli il 16/07/2009

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Emissioni auto sotto dettatura?

Pubblicato in VARIE da Gabriele Pierattelli il 14/07/2009

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La lobby dell’industria automobilistica, specialmente quella tedesca, punta a indebolire la legislazione europea sull’efficienza delle auto. L’accusa di Greenpeace.

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Durante un incontro bilaterale avvenuto ieri a Straubing (Germania), la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno raggiunto “un accordo per indebolire la legislazione europea sull’efficienza delle automobili. In base al loro nuovo accordo, il limite per le emissioni di CO2 salterebbe a 138 grammi per chilometro entro una data non specificata”. La denuncia è di Greenpeace che, con il responsabile Trasporti e clima Andrea Lepore, spiega: “L’industria automobilistica ordina di saltare e Francia e Germania decidono quanto saltare in alto. Con questo accordo Merkel e Sarkozy viaggiano sull’autostrada del disastro climatico”.

Greenpeace accusa che l’industria automobilistica tedesca, in particolare Volkswagen, BMW e Mercedes, si è messa “alla guida del cambiamento climatico”. La lobby delle case automobilistiche, infatti, sta cercando di ritardare l’adozione di nuovi limiti per le emissioni (120 grammi di CO2 per chilometro, secondo gli accordi già presi), di ottenere deroghe su larga scala per i produttori di auto di lusso e di ridurre le penalità per chi non rispetta la normativa.

Paesi come la Germania e la Svezia spingono affinché all’industria automobilistica sia consentito di produrre auto con peso elevato e alte emissioni di CO2. I ministri, al contrario, dovrebbero comprendere che assecondando le richieste della lobby – come già il cancelliere Angela Merkel ha fatto – ridurrebbero la capacità dell’Europa unita di raggiungere gli obiettivi di Kyoto.

Greenpeace chiede all’Ue di resistere alle pressioni dell’industria automobilistica e di stabilire obiettivi vincolanti non solo per il 2012 (i 120 g di CO/km di cui sopra), ma anche per il 2020 (80 g di CO/km). Questi standard devono essere fatti rispettare con il ricorso a pesanti sanzioni, e non diventare funzionali alla lobby tedesca, proponendo trattamenti speciali per i produttori di automobili pesanti.

“Gli altri 25 Stati membri dell’Unione europea – rimarca il responsabile Trasporti e clima di Greenpeace – non devono permettere a Francia e Germania di impedire il raggiungimento dell’obiettivo europeo per il 2020, ovvero la riduzione del 30% delle emissioni, per cui l’Europa si è impegnata con un accordo internazionale”.

INACCETTABILE !!!!! Per Confindustria le rinnovabili sono un peso….

Pubblicato in VARIE da Gabriele Pierattelli il 14/07/2009

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Il Tavolo della Domanda di Confindustria dice che il prezzo che consumatori e aziende pagano per gli incentivi alle fonti pulite è un peso per il Paese. Ma, ribatte Aper, costerebbe molto di più non investirvi e si perderebbe anche una grande opportunità. Secondo il CER gli obiettivi 2020 possono far crescere l’economia di oltre 7 punti di Pil.

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Le fonti rinnovabili sono un peso per il paese. Un onere per il sistema produttivo e i consumatori che grava per un importo “paragonabile a quello di una manovra finanziaria”. È quello che pensa il Tavolo della Domanda di Confindustria. La componente che in bolletta va a finanziare gli incentivi per le fonti pulite, assieme al costo dei Certificati Verdi (che i produttori di energia devono acquistare non producendo abbastanza energia da rinnovabili) secondo il Tavolo costerebbe troppo per un’economia in crisi: “complessivamente il gettito (dal lato del consumatore, il costo!) per la componente A3 – si spiega in una nota – ha superato i tre miliardi di euro annui, a cui si deve aggiungere il costo per i Certificati Verdi, circa 700 milioni di euro”.

Gli impegni presi dall’Italia in sede europea – spiega l’organismo degli industriali – a loro volta comporteranno un notevole aumento dei costi. Il rischio, si sottolinea, è che “al fine di sostenere lo sviluppo della ‘nuova’” industria, si penalizzi e si mettano i presupposti per la chiusura della ‘vecchia’”. Una dichiarazione che – detto per inciso – non fa menzione del fatto che il 70-75% delle risorse incluse nella componente A3 (CIP6) va ad altre tecnologie, tutt’altro che basate su fonti rinnovabili, come ad esempio agli scarti di raffineria e agli inceneritori. E che arriva proprio mentre la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia esterna il suo sostegno al rilancio del nucleare in Italia: una tecnologia, come abbiamo più volte raccontato, dai costi elevatissimi che con ogni probabilità (si vedano gli esempi di altri mercati liberalizzati, Usa in primis) finiranno per pesare su Stato e consumatori.

Ma qual è il vero costo delle fonti pulite? È proporzionato o meno ai danni che evita e ai vantaggi che dà? Aper, l’associazione dei produttori di energia rinnovabile, in un documento (vedi allegato) diffuso quasi in risposta alla nota del Tavolo della Domanda, prova a fare un altro conto: quello che costerebbe non investire in rinnovabili. Un calcolo complicato dato che, come spiega a Qualenergia.it il presidente di Aper, Roberto Longo, si dovrebbero comprendere voci di difficile quantificazione monetaria. Provando a stimare solo le sanzioni europee all’Italia, qualora non riuscisse a rispettare gli obiettivi europei del 2020, Aper parla di un danno di 4,8 miliardi di euro all’anno. Un prezzo che già supera quello degli incentivi stanziati al momento e a cui bisognerebbe aggiungere altri costi: le esternalità ambientali e il fatto che, non riducendo la dipendenza dai combustibili fossili, il paese rimarrebbe maggiormente esposto alla volatilità dei prezzi e alla dipendenza dall’estero per petrolio e gas.

“Ma il maggior costo che verrebbe sostenuto – commenta Longo – sarebbe in realtà il non aver colto un’irripetibile occasione di sviluppo, di creazione di valore e occupazione mediante l’attività imprenditoriale.” Secondo Aper per raggiungere gli obiettivi 2020 verrebbero messi in campo investimenti per 75 miliardi di euro, contribuendo a un aumento di Pil di 5 miliardi all’anno e portando gli occupati nel settore a 235.000 unità, con un incremento netto di 120.000 posti di lavoro. Una visione, quella degli obiettivi 2020 come opportunità economica anziché come costo, rafforzata in questi giorni anche dall’analisi degli economisti del Centro Europeo di Ricerca (CER).

In un lavoro presentato la settimana scorsa (vedi allegato) il CER ha infatti valutato l’impatto su disavanzopubblico e crescita economica dello sforzo per raggiungere gli obiettivi europei su rinnovabili e taglio delle emissionii. Conclusioni: raggiungere l’obiettivo europeo 2020 sulle rinnovabili, il 17% dei consumi totali di energia, graverebbe inizialmente sul debito pubblico (fino al 2011-2012), ma poi lo ridurrebbe arrivando a un – 0.4% complessivo al 2020. Per quanto concerne il Pil, nello stesso periodo, grazie alla sviluppo delle rinnovabili lo si vedrebbe crescere del 6%.

Investire solo nelle energie pulite, secondo il CER, non consentirebbe però di raggiungere gli obiettivi 2020: essenziale puntare anche sull’efficienza energetica. E anche dal punto di vista economico lo scenario più promettente è quello che vede le fonti pulite abbinate all’efficienza spinta: in questo caso il disavanzo pubblico inizialmente crescerebbe di più (ma poi si ridurrebbe arrivando a -0,4% nel 2025), mentre il Pil al 2020risulterebbe aumentato di oltre il 7% fino ad arrivare a un + 7,5% al 2025.

Insomma, i calcoli da fare sulla questione rinnovabili e obiettivi 2020 paiono essere un po’ più articolati rispetto alla banale somma degli incentivi fatta dal Tavolo della Domanda di Confindustria. Con una visione solo leggermente più ampia è chiaro che quei soldi vanno considerati come investimenti e non come costi. Forse l’organizzazione degli industriali italiani dovrebbe iniziare a ragione sul lungo termine anziché sul brevissimo e considerare gli interessi del sistema-paese, e non solo quelli di alcuni comparti produttivi.

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13ENNE FA’ BAGNO IN PISINA E RESTA INCINTA

Pubblicato in VARIE da Gabriele Pierattelli il 14/07/2009

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Fa un bagno in piscina e resta incinta, la mamma di una 13enne denuncia l’hotel

Una donna polacca ha citato in giudizio un hotel egiziano in quanto, a suo dire, sarebbe indirettamente responsabile della gravidanza della sua bimba tredicenne. La ragazzina, che la madre afferma non esser mai stata con un uomo né prima né tantomeno durante la vacanza, avrebbe “contratto la gravidanza” mentre faceva un innocente bagno in piscina.

La denuncia della donna: quella piscina ha abusato di mia figlia – Le cause? Nessun miracolo ma, a detta della signora Magdalena Kwiatkowska, madre della sfortunata ragazza, le colpe sarebbero da ricercare nella presenza di tracce di sperma nell’acqua della vasca. La donna, stando a quanto poi confermato dalle autorità turistiche di Varsavia che hanno ricevuto la bizzarra denuncia, è determinatissima ad andare avanti nella sua battaglia contro l’hotel, almeno finché non otterrà un lauto indennizzo.

Dubbi e perplessità – C’è tuttavia chi non è pienamente convinto che la ragazzina sia rimasta incinta in questa maniera. Se così fosse ogni tuffo potrebbe rivelarsi potenzialmente “fatale” per le bagnanti. Vogliamo comunque tranquillizzare le donne che vanno in piscina. Lo sperma, salvo quello degli extraterrestri super resistente, non sopravive in acqua, ancor meno se la stessa viene trattata con il cloro.

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CONTINUA IL BLUFF ALITALIA – “E IO PAGOOOOOO !!!!!”

Pubblicato in VARIE da Gabriele Pierattelli il 13/07/2009

Guasti non riparati. Disservizi. Ritardi. Voli dirottati sulle società minori. E una sorpresa: la fusione con Air non si farà. Il difficile esordio della nuova compagnia di bandiera. Costata ai contribuenti più di 3 miliardi


Portatevi un buon libro se andate in America o in Giappone con l’Alitalia. E al bar dell’aeroporto fatevi riempire un thermos di caffè. Il libro servirà a far passare le ore di volo. Il thermos a fare colazione al risveglio. È molto facile che gli schermi dei film in cabina e le macchine espresso sul vostro Boeing siano fuori uso. E visto lo scarso funzionamento delle toilette, non sarebbe un cattivo rimedio mettere nel bagaglio a mano perfino un pitale.

Questo è il benvenuto della nuova compagnia di bandiera alla sua prima estate di attività. Già abbiamo speso una fortuna grazie all’idea di Silvio Berlusconi di impedire la vendita di Alitalia ad Air France e di cederla alla cordata di imprenditori patrioti sponsorizzati da Banca Intesa. Tre miliardi e 300 milioni rimasti sul groppone dello Stato, più i costi della cassa integrazione per anni e le conseguenze del monopolio. Un impegno per tutti noi che, come confronto, si avvicina a quanto in vent’anni l’Italia dovrà versare alla Libia come risarcimento dei danni di guerra. Ma questa fatica da ricostruzione post bellica finora è servita a poco. E adesso si aggiunge la beffa.

Vi ricordate quando ci dicevano che la fusione con Air One di Carlo Toto e i suoi debiti fosse un’operazione necessaria per salvare Alitalia da mani straniere? Non era vero.

Le due compagnie non si fonderanno. Air One sopravviverà con una sua linea di aerei, di meccanici, di collegamenti. Continuerà a volare nei cieli della nostra economia creativa. Più snella, più leggera, più appetibile per eventuali compratori. Nonostante a metà giugno Air One non avesse ancora pagato i contributi Inps del 2005 e di quasi tutto il 2006. Per i contribuenti, gli azionisti della vecchia Alitalia e i creditori si prepara intanto un’altra sberla: arriva dai lunghissimi tempi di vendita degli aerei, tutti a terra, da cui la società in amministrazione straordinaria avrebbe dovuto ricavare qualche soldo. Un beneficio indiretto a Cai che così non si è trovata concorrenti estivi tra le nuvole. Il tempo però passa, le certificazioni di aeronavigabilità scadono e il valore di vendita scende. Come per le decine di Md80 e Md82 abbandonati a Fiumicino. Da quello che si vede in pista, sono stati parcheggiati al sole senza nessuna protezione ai motori, agli strumenti di bordo, ai parabrezza. E da aeroplani si stanno inesorabilmente svalutando in semplici ferrivecchi.

Altra storia in Francia.Gli Embraer 145 depositati a pagamento a Clermont Ferrand sono curati come pezzi da museo. Ma alcuni compratori interessati a gennaio si sono ugualmente ritirati. Troppo lunga la procedura: il commissario Augusto Fantozzi sta raccogliendo le offerte d’acquisto solo in questi giorni. Sei mesi di dominio Cai hanno iniettato nella nuova compagnia di bandiera le magagne di una low cost. Con la sorpresa troppe volte di pagare il prezzo pieno di un biglietto Alitalia e di volare con una delle tre sorelle minori, Cai first, Cai second e City liner. Servizi spesso scadenti. Voli cancellati per guasti. Bagagli lasciati alla partenza per l’impiego di aerei troppo piccoli. Magazzini senza pezzi di ricambio. Riparazioni rinviate. ‘L’espresso’ ha trascorso settimane sui piazzali dei principali aeroporti italiani. Sentite cosa hanno fatto su un Airbus A321 in volo tra l’Italia e Londra: in giugno si rompe lo sportello in alluminio del pannello carburante e per giorni un avviso ricorda agli equipaggi di rimpiazzare dopo ogni rifornimento il nastro adesivo che lo fissa alla fusoliera. L’importante è risparmiare. Su tutto. Ecco cosa ci attende.

Fusione addio

Il 18 maggio i manager di Cai ricevono via mail il resoconto di una riunione con l’amministratore delegato Rocco Sabelli. In quell’incontro il direttore operazioni Giancarlo Schisano spiega i «motivi che hanno condotto a risultati di puntualità così bassi nel mese di aprile». Tra questi, dice, «la carenza di organico piloti per Airbus: quelli in forza avevano già superato i limiti di impiego». Schisano conosce la macchina. È già direttore nell’Alitalia fallita e rimane direttorenella nuova. I piloti hanno limiti di impiego legati alla fatica e alla sicurezza. In aprile ci sono le vacanze di Pasqua. È tutto prevedibile. Invece al loro primo appuntamento con l’aumento di passeggeri la direzione operazioni e la nuova Alitalia vanno in tilt. A quell’incontro Sabelli parla ancora di fusione come ipotesi. La sorpresa è a fine giugno. L’amministratore delegato comunica l’addio al progetto di fusione con una mail ai manager: «È stato definito l’assetto strutturale con 5 operatori aerei a presidio dei rispettivi asset e segmenti di attività», scrive Sabelli: «Alitalia focalizzata sul mercato intercontinentale con la flotta B777-776 e A330, e sul mercato di breve/medio raggio con la flotta A319- A320-A321; Air One orientata a integrare l’operatività sul mercato di breve/medio raggio con la flotta Boeing 737; Cai 2 (Volare) volta a integrare l’attività di Alitalia ed Air One; Cai 1 (Alitalia Express) e City Liner dedicate ad attività di tipo regionale… Le flotte e i rispettivi equipaggi», aggiunge, «verranno progressivamente allineati a questo assetto in un arco temporale di 5-6 mesi». In altre parole Air One sta cedendo ad Alitalia il suo ramo d’azienda degli Airbus, di cui la compagnia di bandiera continuerà a pagare il noleggio a Toto. Ma sopravviverà con i Boeing 737 e con il suo certificato di operatore aereo. Intanto in Alitalia si risparmia soprattutto sui servizi ai passeggeri.

Caffè amaro

I Boeing 777 della nuova compagnia sono dieci. Grossi aerei da 291 posti che volano verso Stati Uniti, Argentina, Brasile ed Estremo Oriente. Sono le ammiraglie del lungo raggio, l’unico settore in cui una società può ancora sperare di resistere soprattutto con la classe business, senza la concorrenza delle low cost. Prima di ogni decollo l’ufficio operazioni consegna all’equipaggio e al personale di rampa l’elenco delle anomalie compatibili dell’aereo. È la lista dei guasti che non impediscono la partenza e che, secondo i manuali, non riducono la sicurezza. Al massimo i passeggeri si annoiano, si arrabbiano, ma l’aereo non corre rischi. Il 16 giugno il Boeing 777 con sigla I-Diso parte da Malpensa per il volo Az604 Milano-New York. Tredici passeggeri scoprono subito che i loro monitor per vedere i film non funzionano. Sono guasti dal 4 giugno. Dopo alcune ore di viaggio si forma una coda sofferente davanti alle uniche toilette aperte. Le altre tre sono fuori uso. Due da sette giorni, una da cinque. Difficoltà anche a smaltire i rifiuti dei pasti. È rotto uno dei compattatori. I manuali della vecchia Alitalia avrebbero impedito il decollo con toilette guaste da una base di manutenzione come Milano. Avrebbero sostituito l’aereo. Stesso giorno, altro volo. Il Roma- New York Az 608. Il vano bagagli anteriore è inutilizzabile da tre giorni per un danno alla paratia. A bordo lo scarico a pressione di tre toilette non funziona. Brutta sorpresa, se qualcuno le usa. Il 16 giugno da Fiumicino parte anche il volo Az 674 per San Paolo del Brasile: non vanno le due macchine per il caffè (guaste dall’8 giugno) e i comandi per scegliersi i film (fuori uso dal 30 maggio). Lo stesso aereo, sigla Ei-Ddh,altri. Il suo certificato di aeronavigabilità però è scaduto il 14 maggio. Andrebbe fermato per la revisione, ma forse è solo un errore di trascrizione della data. Il 24 giugno rieccolo a Fiumicino in partenza per New York. Forse hanno riparato i guasti? No, nemmeno le due macchinette del caffè. E il certificato di aeronavigabilità risulta sempre scaduto il 14 maggio. Il 24 giugno non stanno meglio i passeggeri sul Boeing Ei-Dbm della Roma- Tokyo. Fuori uso una macchina del caffè: ha la certificazione scaduta dal 16 maggio e non è stata sostituita. E 30 poltrone hanno da settimane il sistema video per i film inoperativo o mal funzionante.

Questo è un altro Boeing 777, sulla Roma- Tokyo il 16 giugno: dal 28 maggio non funziona il refrigeratore per i pasti della cucina anteriore vicino alla classe Magnifica, la business di Alitalia. E dalla fila 31 alla 37ABC niente schermi. Impossibile scegliersi il film per tutti i passeggeri del Roma-New York del 17 giugno per un guasto che, sempre secondo l’elenco delle anomalie, si trascina dal 5 giugno. Macchina del caffè rotta dal 15 marzo e otto schermi da una settimana sul Roma-Buenos Aires del 24 giugno. Aerei diversi e sempre con lo stesso tipo di guai.

Come sul Boeing 777 I-Disa che vola più volte a New York, Miami, Tokyo, Buenos Aires, San Paolo con alcuni monitor guasti addirittura dal 16 marzo e qualche decina dal 14 maggio, oltre a due toilette che si rompono a fine mese. Su questo aereo, che viaggia negli Usa, in giugno è fuori uso la telecamera di sorveglianza antiterrorismo che protegge la cabina di pilotaggio. Verrà poi riparata, entro i dieci giorni previsti dal regolamento. «Mancano pezzi di ricambio», confessa un addetto alla manutenzione, «le apparecchiature obbligatorie vengono sostituite cannibalizzando gli aerei fermi per manutenzioni più lunghe. È come il cubo di Rubik, si spostano i pezzi tentando di far coincidere scadenze e necessità. La sicurezza è garantita, per il resto si rinvia». Problemi che si trascinano da mesi. E per chi protesta, i rimborsi sono minimi. Come per il passeggero dell’Az 675 San Paolo-Fiumicino, il 2 marzo, che come risarcimento di un viaggio allucinante in classe Magnifica si vede accreditare 250 euro. Per un biglietto che può costare da 3.264 a 4.484 euro. Così è scritto nel modulo di reclamo di quel giorno: «Appena giunti a bordo e accomodati in classe Magnifica ci è stato comunicato che il sistema di intrattenimento era completamente fuori uso. Non ci è stato possibile vedere alcun film per un viaggio di 12 ore… Inoltre anche il pasto aveva un odore e un sapore strano ed era immangiabile».

Adesivo ad alta velocità


L’aereo riparato a ogni rifornimento con il nastro adesivo è uno degli Airbus A321 in partenza da Fiumicino per Londra il 17 giugno. Lo sportello è rotto da dieci giorni. «Si usa un nastro regolamentare che resiste all’alta velocità. Se si stacca il nastro, vola via lo sportello. Ma di solito tiene», assicura un meccanico. Sullo stesso aereo è fuori uso da sei giorni una toilette e da due l’apparecchiatura ausiliaria che fornisce energia. Nello stesso periodo, su un altro Airbus A321 della rotta Fiumicino-Linate è inoperativo il computer di bordo, lato comandante, che gestisce tutte le operazioni di volo. Viene usato quello del copilota. È un’avaria da rimediare entro dieci giorni. Secondo i documenti dell’aereo il guasto risale al 26 maggio: cioè non viene riparato da 22 giorni. Forse un altro errore di trascrizione in un settore che non dovrebbe ammettere errori. Si risparmia anche in Air One. Perfino sulle ruote. Il 5 maggio il Genova-Roma delle 15.20 viene bloccato a terra dagli ispettori dell’Ente nazionale aviazione civile. Ha due gomme lisce. «È stato riscontrato che la tela interna, in corda, fuoriusciva dal copertone», dicono quel giorno i tecnici Enac: «Durante l’atterraggio c’era il rischio che i pneumatici scoppiassero». Altri guasti tra maggio e giugno costringono la compagnia a cancellare voli. O ad atterraggi di emergenza, come a Chicago e a Lamezia. Cai avrà salvato il tricolore volante. Ma intanto le manutenzioni degli aerei le fanno fare in Turchia, in Israele, a Singapore. Altro che italianità. Quasi 2 mila tecnici italiani, tra società primarie e indotto, rischiano di perdere il lavoro: alla manutenzione motori di Alitalia maintenance system a Fiumicino, all’Atitech a Napoli, all’Air One a Pescara. L’azzeramento delle manutenzioni in Italia: esattamente ciò che chiedeva il piano Air France.

I forzati della cloche


Chi protesta finisce male. L’8 aprile la Cai avvia il licenziamento di un comandante Alitalia. Il pilota si è sfogato insultando l’azienda sul forum on line di un sindacato. I detective della compagnia hanno letto il post. Tra le frasi contestate: «Questi tra uno-due anni si dilegueranno con il malloppo». Dichiarazioni «in aperto contrasto con il vincolo fiduciario », scrive l’azienda. Nessun appunto tecnico invece alla sua abilità di comandante. Il modello di riferimento è sempre più City Liner, la società nata sotto Air One e che ora opera su destinazioni di Alitalia. Tra cui Monaco, Francoforte, Bruxelles, Salonicco e a volte il Milano-Roma-Milano. È la compagnia in cui i comandanti devono fare anche i copiloti. I dipendenti non hanno contratto di lavoro. Sono pagati a cottimo, nel senso che se i voli sono cancellati per guasto o maltempo, lo stipendio si spolpa a poco più di 1.500 euro al mese. Il record è proprio di un comandante e un copilota di City Liner, il 6 gennaio, una settimana prima dell’ingresso in Cai. Li fanno lavorare 18 ore e 40 minuti alla cloche: fino al momento in cui concludono il quarto atterraggio della giornata a Milano Malpensa, carichi di passeggeri con maltempo e una nevicata. Polverizzato il record del giorno precedente: 16 ore e 51 minuti, sempre con brutto tempo e neve. Violazioni ai limiti di guida che per un camionista qualsiasi costerebbero il ritiro della patente. Anche sotto l’ombrello Alitalia i piloti City Liner continuano ad avere poco tempo di riposo tra un turno e l’altro. A volte, se volessero dormire il minimo obbligatorio di otto ore, avrebbero appena 30 minuti per raggiungere l’albergo, cenare, addormentarsi, svegliarsi, lavarsi, vestirsi, fare colazione e tornare in aeroporto. Impossibile. Allora si autoriducono le ore a letto. Nata da appena sei mesi, la nuova compagnia di bandiera risparmia anche sul sonno.

fonte

L’ESPRESSO

GREENPEACE CRITICA SUL G8 : “IL G8 RINVIA L’AZIONE SUL CLIMA AL 2050 FALLENDO LA SUA MISSIONE”

Pubblicato in VARIE da Gabriele Pierattelli il 13/07/2009

Mentre il G8 dell’Aquila si conclude con miseri progressi sul clima, Greenpeace invita l’opinione pubblica mondiale a fare pressione sui governi delle nazioni più ricche perché prendano misure decisive sui cambiamenti climatici.


“Mentre Greenpeace sta dimostrando cosa significa agire per difendere il clima, l’inazione del G8 ha portato il mondo un passo ancora più vicino a cambiamenti climatici catastrofici”, è il messaggio di Simona Fausto, attivista di Greenpeace, dall’alto della ciminiera di Brindisi, in una delle cinque centrali nelle quali siamo stati in azione in questi giorni. “I governi del G8 stanno nascondendo la loro mancanza di leadership dietro parole vuote e gesti vani. Invitiamo le persone di tutto il mondo a intraprendere ogni azione pacifica per domandare ai propri governi di stabilire obiettivi chiari di taglio alle emissioni di gas serra prima che il trattato sul clima sia negoziato in dicembre”.

I leader del G8 hanno rinviato l’azione sul clima alle future generazioni. E hanno abbandonato le popolazioni più vulnerabili agli effetti, sempre più devastanti, dei cambiamenti climatici. “I governi delle nazioni più ricche hanno avuto un’opportunità storica ma l’hanno sprecata”, commenta Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, dall’Aquila, “fallendo nello stabilire obiettivi di medio termine (2020, ndr) e rinviando al G20 la discussione sugli investimenti che serviranno alle nazioni in via di sviluppo per combattere i cambiamenti climatici. Oggi, i capi di governo del G8 hanno mostrato a tutti di essere dei semplici politici che parlano e non dei leader che prendono le azioni necessarie per il pianeta”.

“Il G8 ha abdicato, in modo disgustoso, dalle proprie responsabilità”, continua Onufrio: “Invece di affrontare i cambiamenti climatici e di salvare le nazioni più vulnerabili del pianeta, a partire da quelle dell’Africa, dagli impatti devastanti già in atto, hanno rinviato questa responsabilità a i governi futuri e alle prossime generazioni. La loro eredità e, cosa più importante, il nostro futuro sono ora sospesi sul filo”.

Sebbene abbiano finalmente ammesso che l’aumento della temperatura media del pianeta dovrà essere contenuto sotto i 2 gradi, il G8 non ha indicato come raggiungere questo obiettivo. “Quando le Nazioni Unite terranno una sessione sui cambiamenti climatici, il prossimo 22 settembre, questi capi di governo dovranno essere pronti: il tempo per l’azione è ora”, conclude Onufrio.

CONGO – L’ENI VUOLE IMPIEGARE LE SABBIE BITUMINOSE PER PRODURRE PETROLIO

Pubblicato in VARIE da Gabriele Pierattelli il 13/07/2009

Val la pena ricordare che la produzione di un barile di sabbie bituminose, al momento sfruttate solo in Canada, provoca un alto tasso di inquinamento, impoverimento delle risorse idriche ed emissioni di gas serra tra le tre e le cinque volte più alte del corrispettivo di petrolio convenzionale.


..Ora si parla di impiegare le sabbie bituminose per produrre petrolio. Quali sono gli ultimi sviluppi?

Per il momento sappiamo che l’Eni ha siglato un accordo con il nostro governo. Lo ha confermato anche Paolo Scaroni, l’amministratore delegato dell’impresa italiana, in varie interviste rilasciate alla stampa. Però non si capisce se le sabbie bituminose serviranno per realizzare strade o per ricavarne petrolio. Il governo sembrerebbe indicare la prima possibilità, l’Eni parla di previsioni operativi in termini di barili, ovviamente di greggio.

Nella realtà dei fatti, noi siamo molto preoccupati perché non si sa quali saranno gli impatti e come verranno protette le popolazioni locali una volta che, a partire dal 2011, inizierà lo sfruttamento delle sabbie.

Val la pena ricordare che la produzione di un barile di sabbie bituminose, al momento sfruttate solo in Canada, provoca un alto tasso di inquinamento, impoverimento delle risorse idriche ed emissioni di gas serra tra le tre e le cinque volte più alte del corrispettivo di petrolio convenzionale. Chiediamo quindi all’Eni di dirci la verità sul destino di questa risorse e, qualora volessero tirarne fuori il petrolio, vogliamo sapere che tecniche saranno impiegate e come si limiteranno al minimo gli impatti, così devastanti e diffusi nell’esempio canadese. Per adesso però il rappresentante dell’Eni a Ponte Noire non appare intenzionato a darci la minima informazione…

I Paesi ricchi e gli aiuti all’Africa – Lo squilibrio tra il piano antifame e quello per salvare le banche

Pubblicato in VARIE da Gabriele Pierattelli il 13/07/2009

Lo squilibrio tra il piano antifame e quello per salvare le banche


Cinque euro e 18 centesimi l’anno. Cioè 43 centesimi al mese. È questa la cifra stanziata per ogni africano dal G8 dell’Aquila. Ed è questa la ragione per cui il Papa, denunciando «sperequazioni sociali e ingiustizie strutturali non più tollerabili», tocca una ferita che butta sangue. Tanto più che la somma degli aiuti complessivi ai Paesi poveri arriva appena appena allo 0,13% dei soldi stanziati in questi mesi per arginare la crisi nei Paesi ricchi.

Si dirà: l’aiuto massiccio alle banche, alle imprese, all’economia occidentale era prioritario per contenere l’onda di piena e rimettere in moto quei meccanismi che, passata la grande crisi, consentiranno di redistribuire ricchezza. Difficile negarlo: un tracollo del mondo più forte non aiuterebbe certo quello più fragile. Di più: lo stesso Obama ha spiegato ad Accra che «il futuro dell’Africa dipende dagli africani» e che «se è vero che l’Occidente ha avuto spesso un approccio da padrone non è responsabile della distruzione dell’economia dello Zimbabwe, delle guerre coi bambini-soldati, della corruzione o del tribalismo che pesarono anche sulla vita di mio padre». Insomma: a ciascuno le proprie responsabilità. Colpisce tuttavia lo squilibrio tra i due investimenti, quelli per «noi» e quelli per «loro».

La Banca Mondiale, ha scritto Iacopo Viciani su lavoce.info, aveva chiesto mesi fa «ai Paesi industrializzati di destinare lo 0,70% delle risorse stanziate dai provvedimenti nazionali anticrisi per interventi a sostegno di infrastrutture e welfare di base nei 43 Paesi in via di sviluppo più esposti alla crisi». Non per carità cristiana: perché siamo dentro un sistema globale dove tutto si tiene e dunque tutti insieme si affonda, ricchi e poveri, e tutti insieme si resta a galla. Due conti? Stando a un rapporto della Bank of England, Financial Stability Review, gli Usa, i Paesi dell’area euro e la Gran Bretagna hanno investito in aiuti vari contro la crisi (comprese le garanzie) 14.800 miliardi di dollari. Una somma stratosferica. In rapporto alla quale, se i Paesi ricchi avessero accolto l’invito a versare lo «0,70% delle risorse stanziate dai provvedimenti nazionali anticrisi», avrebbero dovuto mettere insieme 103,6 miliardi di dollari. Cinque volte più di quei 20 miliardi decisi a L’Aquila (i più tirchi siamo noi, che tagliamo e tagliamo dal 1993) pari appunto allo 0,13%. Insomma, ogni mille euro andati ai «ricchi» ne andranno ai poveri 13. Per carità, può darsi che le due tabelle non siano perfettamente confrontabili. Ma certo fa effetto mettere a confronto i toni dell’annuncio per quei «venti miliardi di dollari in tre anni!» con i grandi numeri. Non solo quei venti miliardi (pari a circa 14,4 miliardi di euro) sono pari a un trentunesimo di quanto persero le sole Borse europee nella sola giornata nera del 21 gennaio scorso.

Ma in rapporto ai 920 milioni di abitanti del continente nero, ammesso che quei soldi siano reali e arrivino solo lì, significano 21,7 dollari per ogni africano in tre anni. Cioè, come dicevamo, 5 euro e 18 cent l’anno a persona. Cosa ci viene ripetuto da sempre: che bisogna smettere di regalare ai miserabili un pesce perché è meglio dargli una canna e insegnar loro a pescare? Bene: con quei soldi un africano può comprare, una volta l’anno, si e no un amo e due metri di filo. La canna e i vermi deve procurarseli da sé. Dopodiché, s’intende, gli resterà il problema dell’acqua. Immaginiamo l’obiezione: la via d’uscita non può essere la carità. Vero. Come ricorda la stessa voce.info c’è chi, quale Adrian Wood, professore di economia a Oxford, ha sostenuto sul Financial Times che poiché in molti Paesi «gli aiuti costituiscono più del 10% del prodotto nazionale e quasi metà del bilancio pubblico» e poiché questa dipendenza «è causa di una serie di gravi problemi, dovuti soprattutto al fatto che i governi devono rendere conto principalmente ai Paesi donatori invece che ai propri cittadini», bisognerebbe «limitare i flussi degli aiuti a ciascun Paese al 50% delle tasse che il governo è in grado di raccogliere a livello domestico». Giusto? Sbagliato? Il dibattito è aperto.

Certo è che, come gli stessi grandi hanno riconosciuto al G8, la rimonta dei Paesi poveri non può cominciare senza nuove regole del commercio mondiale. «I dazi imposti dai Paesi industrializzati su alimenti base quali carne, zucchero e latticini sono circa cinque volte superiori ai dazi imposti sui manufatti. Le tariffe doganali dell’Ue sui prodotti della carne raggiungono punte pari all’826%» accusava nel 2001 Kofi Annan. Tre anni fa, lo United Nations Development Programme confermava: «Le tariffe commerciali più alte del mondo sono erette contro alcuni dei Paesi più poveri. In media le barriere commerciali per i Paesi in via di sviluppo che vogliono esportare verso i Paesi ricchi sono da tre a quattro volte più alte di quelle in vigore tra i Paesi ricchi». Per non dire degli aiuti agli agricoltori: un miliardo al giorno in sussidi per prodotti coi quali, a quel punto, i contadini dei Paesi in via di sviluppo non possono sognarsi di competere. Nel 2006 la Oxfam (una grossa ong britannica) ha fatto una stima: se Africa, Asia e America Latina aumentassero la loro quota del commercio mondiale dell’1% (l’uno per cento!) uscirebbero dalla povertà 128 milioni di persone.

Eppure, spiega Paolo de Renzio, dell’Università di Oxford, le cose sono addirittura peggiorate: «Nel 2009, l’Overseas Development Institute di Londra ha accertato che il valore del commercio per i Paesi in via di sviluppo sta scendendo. In Indonesia, le esportazioni di prodotti elettronici, 15% del totale, sono calate in un anno del 25%. Nel settore tessile in Cambogia, il valore delle esportazioni è sceso da 250 milioni di dollari al mese a 100 milioni. Il prezzo di materie prime come rame e petrolio è calato drasticamente, con effetti devastanti, in Nigeria, Zambia, Bolivia». Conclusione: «Quei venti miliardi, di cui solo una parte dovuti a nuove iniziative, sono in realtà una semplice pezza per i problemi, aggravati, che tanti Paesi devono affrontare a causa di una crisi globale di cui non sono affatto responsabili».

CORRIERE DELLA SERA

Gian Antonio Stella

La Toya: Michael Jackson è stato ucciso per i soldi che aveva

Pubblicato in SOCIETA', VARIE da Gabriele Pierattelli il 13/07/2009

La cantante ed ex modella di Playboy pare essere assolutamente convinta del fatto che Jacko sia stato eliminato, in una sorta di cospirazione, per poter mettere le mani sulla sua fortuna.

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La Toya, sorella di Michael Jackson, ha concesso una lunga intervista al News Of The World, il domenicale britannico che in questi giorni è nell’occhio del ciclone perché, secondo le accuse, avrebbe fatto intecettare i telefoni cellulari di varie personalità. Ma, in questo caso, nessuna intercettazione: l’intervista, durata quattro ore, è stata data dalla 53enne sorella del King of Pop direttamente al gionalista James Desborough. La cantante ed ex modella di Playboy pare essere assolutamente convinta del fatto che Jacko sia stato eliminato, in una sorta di cospirazione, per poter mettere le mani sulla sua fortuna. La Toya ovviamente non ha fatto nomi ma è stata piuttosto esplicita. “E’ stata una cospirazione per prendersi i soldi di Michael. Non pensiamo che sia stato fatto da una sola persona. So chi è stato e non mi farò da parte fino a quando non li avrò beccati”, ha detto. E poi: “Michael è stato ucciso per i suoi soldi. Mio fratello aveva più di 1 miliardo in diritti di publishing e qualcuno l’ha ucciso per quei soldi. Valeva di più da morto che da vivo. Un paio d’anni fa Michael mi aveva detto: ‘Mi uccideranno per il mio publishing. Vogliono i miei cataloghi’. Sapevo che sarebbe successo qualcosa di terribile. Michael veniva curato in modo non corretto da gente che lo voleva dipendente dai medicinali. Non voglio dire chi sia il responsabile perché c’è una inchiesta aperta, ma non tutti avevano a cuore gli interessi di Michael. Un mese fa ho come sentito che Michael sarebbe morto prima di fare i concerti di Londra. C’è gente che controllava Michael, nessuno poteva contattarlo. Mio padre Joe cercava sempre di vederlo; so che veniva visto come una minaccia, ma lui voleva veramente aiutarlo. E, se uno riesce a tenere lontana la famiglia, può fare ciò che vuole. E poi Michael aveva sempre dei soldi in contanti a casa, di solito sui 2 milioni di dollari per pagare le cose, ma quando il giorno che è successo sono andata a casa sua non c’era più neanche uno spicciolo. In casa era entrata un sacco di gente prima che arrivassi io, e qualcuno ha fatto un bel lavoretto”.

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UFO !!!!! SI APRONO GLI ARCHIVI….LE VERITA’ SVELATE !!!

Pubblicato in SOCIETA', TECNOLOGIA, VARIE da Gabriele Pierattelli il 12/07/2009

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IN MOLTI PAESI DEL MONDO SI APRONO FINALMETE GLI ARCHIVI DI STATO.

CENTINAIA…MIGLIAIA DI FILMATI SU STRANI OGGETTI ED AVVISTAMENTI SI APRONO ORA LA GRANDE PUBBLICO.

INIZIO CON 3 VIDEO DI LUNGHEZZA (ED INTERESSE!!!) CRESCENTE…DA 1min IL PRIMO A 1h e 42min L’ULTIMO…MA COME HA SUGGERITO L’AMICO CHE ME LO HA FATTO VEDERE LA PRIMA VOLTA…PER 16 ANNI DI RICERCHE MI SEMBRA UNA BUONA SINTESI ! ;-D

SGOMBRATA LA MENTE !?!?

BUONA VISIONE !!!


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Il primo video mostra il comandante delle forze aeree ecuadoriane Wilson Salgado che svela l’origine degli UFO autorizzato dal presidente dell’Ecuador…è dell’anno scorso perchè l’ecuador ha aperto gli archivi sugli ufo l’anno scorso…PER CHI AVESSE FRETTA LA DICHIARAZIONE CLOU E’ A 0.50 SEC

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Il secondo  filmato di oggi è un video rilasciato dalla NASA in una missione dove c’erano due italiani a bordo…

SI VEDONO VARI OGGETTI CHE “SI MUOVONO” INTORNO AD UNA ASTA CHE SI E’ STACCATA DALLO SHUTTLE

IMPORTANTE NOTARE CHE GLI OGGETTI IN QUESTIONE “NON SONO I PICCOLI PUNTINI BIANCHI CHE SI MUOVONO VELOCIED IN LINEA RETTA” (E CHE SONO EFFETTIVAMENTE I DETRITI DI CUI PARLANO GLI ASTRONATI DELLO SHUTTLE!!!!)

GLI “UFO” SONO I “CERCHIETTI” CHE SI MUOVONO LENTAMENTE  ED IN MODO “NON LINEARE” !!!!!!!

PURTROPPO IL FILMATO E’ IN BIANCO E NERO E QUALCHE SCETTICO POTREBBE IPOTIZZARE CHE “FORSE” GLI OGGETTI “POTREBBERO” ESSERE DETRITI…MA IL LORO MOVIMENTO “NON LINEARE” E’ ASSOLUTAMENTE INTERESSANTE E DIFFICILMENTE SPIEGABILE COL SEMPLICE VAGARE DI PEZZI STACCATISI NEL MOMENTO DELLA ROTTURA DELL’ASTA!

NON PRESTATE ATTENZIONE AD ALCUNI COMMENTI INIZIALI…LA PARTE CLOU INIZIA AL 2MIN !

DA NOTARE ALLA FINE L’ELEVATISSIMO NUMERO DI CASI ANCORA IN ATTESA DI UNA RIPSOSTA E TUTTORA AL VAGLIO DI INQUIRENTI E SPECIALISTI!

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Questo sotto èil video di una conferenza che spiega chi sono gli alieni e cosa vogliono da noi. E’ lungo e si vede maluccio lo ammetto,ma l’audio è ottimo e questo basta!

Corrado Malanga è un professore di chimica all’università di Pisa che ha fatto degli studi molto approfonditi  e sono circa 16 anni che si occupa di questo argomento

…mi sa tanto che la curiosità vi spingerà a vederlo tutto in una volta…

…almeno per me è stato così!!!