LIBERTA' DI PAROLA

I TEDESCHI ALLA CONQUISTA DEL DESERTO!?!? NO! DEL SOLE DEL DESERTO !!!

Pubblicato in ECOLOGIA, ECONOMIA, POLITICA da Gabriele Pierattelli il 15/07/2009

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Qui l’aggettivo faraonico calza a pennello. Non soltanto perché siamo nell’Africa sahariana, ma anche e soprattutto per la natura del progetto.

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Su imbeccata del Club di Roma, un consorzio di giganti del settore energetico tedesco- tra cui persino le tanto vituperate RWE, E.on e Siemens- ha lanciato stamane un’iniziativa a dir poco imponente quanto a costi di investimento e rischio di impresa: raccogliere energia solare direttamente dove il sole batte di più (che si tratti di un’implicita ammissione che piazzare pannelli a Lubecca serve a poco?), ossia nel deserto, per poi trasportarla in Europa.

L’obiettivo consiste nel soddisfare la sempre maggiore domanda energetica, nell’aiutare l’ambiente e nel contribuire a realizzare l’ormai fantomatica indipendenza energetica (sic) della Repubblica federale dal cattivo zar Putin. Peccato che il Sahara non sia esattamente terra di nessuno, ma corrisponda a fette di territorio più o meno grandi, appartenenti a Stati non proprio “democratici”. Al di là del buonismo di maniera sugli standard di democraticità di questi paesi (più importante è capire il grado di affidabilità che essi garantiscono per la continuità dell’opera), ci permettiamo modestamente di ricordare che l’approccio al progetto trasuda di un colonialismo un po’ d’antan. Ricordate la boutade di Tremonti sulle centrali in Albania? Ecco, il substrato culturale non è poi molto diverso. Tutti paiono preoccuparsi dei benefici che un’opera simile produrrà per i cittadini tedeschi ed europei, senza porsi l’interrogativo fondamentale. A questi paesi africani sta bene? Non vogliono niente in cambio?

In secondo luogo, resta ignota l’entità dell’esborso e il nome dei soggetti che dovranno sobbarcarselo. Per quanto riguarda il primo, pare che la cifra si aggiri intorno ai 400 miliardi in uno spazio di quarant’anni… Per quanto attiene i secondi, noi avremmo già un’ideuzza. Inizia per c, finisce per i e ha dodici lettere. Resta solo da capire di quale paese.

Da:http://www.chicago-blog.it/

AFRICA,PETROLIO,GAS…INQUINAMENTO E GUERRE – IL RUOLO DELL’ ENI E DELLE MULTINAZIONALI COME…DOVE E PERCHE’ AVREMO UN NUOVO “GOLFO”

Pubblicato in ECOLOGIA, ECONOMIA, POLITICA da Gabriele Pierattelli il 13/07/2009

La Repubblica del Congo va verso le elezioni del 12 luglio, mentre le multinazionali del petrolio, con in testa l’Eni, cercano nuovi giacimenti sfruttando le sabbie bituminose (vedi Ae 105).

“Le elezioni saranno caratterizzate da una totale mancanza di non trasparenza. Il governo non ha accettato di istituire una commissione elettorale indipendente, così come chiesto dai partiti di opposizione e dalla Commissione Episcopale. Nemmeno l’Ue manderà degli osservatori, dando per scontata l’irregolarità delle votazioni”. Brice Makosso è uno degli esponenti di punta della Commissione “Giustizia e pace” della Repubblica del Congo. Nei suoi anni di attivismo ha potuto comprendere molto bene quali sono le conseguenze dello sfruttamento petrolifero in Africa.


Che clima pre-elettorale vive la popolazone del tuo Paese?

Dopo 30 anni di dittatura comunista e guerra civile, il presidente Denis Sassou-Nguesso sta

usando la carta della paura. “Se non votate per me la violenza tornerà a devastare il Paese” è il suo messaggio. I congolesi sono ormai rassegnati a non avere alternativa, ma se ci fossero delle elezioni veramente libere non ho dubbi che Nguesso non vincerebbe.


La tua organizzazione, la Commissione “Giustizia e pace” , si batte da anni per cambiare le cose. In che modo?

Insieme alla chiesa locale, già nel 2000 abbiamo avviato una riflessione sul rapporto tra il petrolio e la guerra, il debito, le dittature e la corruzione in Africa Centrale. Per farlo abbiamo collaborato con i nostri omologhi in Ciad, che nel frattempo avevano seguito da vicino i devastanti impatti dell’oleodotto Ciad-Camerun.

Nel 2002 la Conferenza episcopale congolese ha emesso una dichiarazione in cui si chiedeva alle imprese petrolifere una maggiore trasparenza sull’utilizzo dei proventi. Nel 2006, ovvero quando il governo ha chiesto alla Banca mondiale che il Congo fosse inserito nella lista dei Paesi più indebitati, sono iniziati i problemi. Noi ci siamo opposti alla richiesta e abbiamo suggerito alla World Bank di attendere prima un’analisi dei proventi e della gestione dell’industria petrolifera.

La qualifica ha subito un ritardo, noi siamo stati accusati di essere dei servi dell’imperialismo e di lavorare contro gli interessi della Repubblica. Io e altri attivisti siamo stati arrestati con la scusa di aver stornato fondi della nostra organizzazione -cosa che i nostri donatori hanno subito smentito- e abbiamo trascorso tre settimane in prigione e un paio di anni al soggiorno obbligato. Allora Paul Wolfowitz, che era presidente della Banca mondiale, minacciò il blocco dei prestiti al Congo: altrimenti non saremmo usciti di prigione dopo sole tre settimane…


Parliamo del petrolio. La gestione dei proventi ha dato adito a parecchie perplessità, ci pare di capire.

Fin dall’inizio dello sfruttamento dei giacimenti congolesi, le compagnie pagavano le royalty non al ministero del Tesoro, ma su conti correnti presenti in varie paradisi fiscali sparsi per tutto il mondo. Come se non bastasse, il nostro esecutivo mpegnava già i proventi del petrolio non ancora estratto, finendo solo per accrescere il nostro debito estero. Adesso con la nuova iniziativa internazionale sulla trasparenza le cose potrebbero migliorare, ma è ancora presto per dirlo.


Qual è il ruolo giocato dall’Eni nel contesto congolese?

L’Eni ha iniziato le sue attività da noi fin da anni Settanta. Prima operava solo offshore, mentre dal 2007 è presente anche sul territorio nazionale. Da quel momento sono nati i “classici” problemi legati allo sfruttamento petrolifero in Africa, tra cui il flaring, che ha enormi impatti negativi su ambiente e popolazione locale. L’Eni dice che il petrolio, però, non ha nulla a che fare con il degrado ambientale. Tuttavia di recente ha preso la decisione di costruire delle centrali elettriche nelle vicinanze dei giacimenti dove si verifica il gas flaring, anche perché tale pratica entro il 2010 sarà considerata illegale per decreto governativo. Una da 50 megawatt è già in funzione, un’altra da 300 megawatt è in costruzione. Si badi bene, le centrali producono energia destinata alle imprese private -e in particolare per le operazioni di estrazione in una miniera di potassio- e non alla popolazione locale.


Ora si parla di impiegare le sabbie bituminose per produrre petrolio. Quali sono gli ultimi sviluppi?

Per il momento sappiamo che l’Eni ha siglato un accordo con il nostro governo. Lo ha confermato anche Paolo Scaroni, l’amministratore delegato dell’impresa italiana, in varie interviste rilasciate alla stampa. Però non si capisce se le sabbie bituminose serviranno per realizzare strade o per ricavarne petrolio. Il governo sembrerebbe indicare la prima possibilità, l’Eni parla di previsioni operativi in termini di barili, ovviamente di greggio. Nella realtà dei fatti, noi siamo molto preoccupati perché non si sa quali saranno gli impatti e come verranno protette le popolazioni locali una volta che, a partire dal 2011, inizierà lo sfruttamento delle sabbie. Val la pena ricordare che la produzione di un barile di sabbie bituminose, al momento sfruttate solo in Canada, provoca un alto tasso di inquinamento, impoverimento delle risorse idriche ed emissioni di gas serra tra le tre e le cinque volte più alte del corrispettivo di petrolio convenzionale. Chiediamo quindi all’Eni di dirci la verità sul destino di questa risorse e, qualora volessero tirarne fuori il petrolio, vogliamo sapere che tecniche saranno impiegate e come si limiteranno al minimo gli impatti, così devastanti e diffusi nell’esempio canadese. Per adesso però il rappresentante dell’Eni a Ponte Noire non appare intenzionato a darci la minima informazione.

La Nigeria sotto scacco petrolifero dice basta al gas flaring. Voci dal “GsOtto”

“Noi proponiamo di lasciare tutto il ‘nuovo’ petrolio nel sottosuolo. Le multinazionali dovrebbero gestire solo i giacimenti già aperti, che sono in via di esaurimento, impegnandosi però a investire sulle fonti energetiche alternative come il solare o l’eolico, che da noi non mancano di certo”. Nnimmo Bassey (nella foto) è uno storico attivista di ERA/Friends of the Earth Nigeria. Da anni conduce campagne contro il gas flaring e lo sfruttamento petrolifero indiscriminato nel Delta del Niger. Lo abbiamo incontrato al Gsott8, dal 2 al 6 luglio nel Sulcis Iglesiente.


Perché è importante mettere fine al flaring, evitando così di bruciare all’aria aperta il gas collegato all’estrazione del petrolio dal sottosuolo?

Secondo una stima conservativa, lo spreco di questo gas ha privato la Nigeria di una cifra che si aggira intorno ai 2,5 miliardi di dollari l’anno, aumentando invece le emissioni di gas serra nell’atmosfera. Come se non bastasse, e a prescindere dai costi economici, il flaring costituisce un

gigantesco attacco contro l’ambiente e ha serie conseguenze sulla salute delle persone, causando malattie come il cancro, la bronchite, l’asma, complicazioni renali e circolatorie di diverso tipo. A subire gli effetti negativi di questa pratica è anche la produzione alimentare, che è diminuita. L’aspettativa di vita in Nigeria è di 47 anni per le donne e 46 per gli uomini, ma nel Delta del Niger cala vertiginosamente, arrivando a soli 41 anni. Paradossalmente, quella stessa regione, ricca di petrolio, è tra le più povere di tutto il Paese.

Eppure le grandi oil corporation come la Shell e l’Eni sembrano non farci caso…

Il gas flaring si verifica nei giacimenti nigeriani fin dall’inizio dello sfruttamento petrolifero,

ovvero dagli anni Cinquanta. Le comunità locali si sono sempre battute contro questa pratica.

Anche il governo coloniale, prima che la Nigeria conquistasse la sua indipendenza, vi si è opposto, tuttavia le multinazionali petrolifere hanno continuato a vivere al di sopra della legge e senza considerare le sentenze delle corti nigeriane che hanno decretato che il gas flaring è illegale. Ora il governo ha posto una nuova data limite per far cessare questa pratica: il 2011. Ma le multinazionali vorrebbero già rinviare tutto al 2013.


In Nigeria opera una compagnia italiana come l’Eni, che tra l’altro per il 30% è di proprietà dello Stato. Quali sono gli impatti delle sue attività?

Anche l’Eni, così come la Shell o la Chevron, causa enormi conseguenze negative all’ambiente e alle popolazioni locali. Oltre al flaring, l’Eni è responsabile della scarsa manutenzione degli oleodotti che attraversano in lungo e in largo il Delta del Niger, che assai di frequente hanno delle pericolosissime perdite di petrolio. Per citare dei dati, nel biennio 2006-2007 la Nigerian Agip Oil Company, la controllata dell’Eni nel nostro Paese, ha fatto registrare il numero più alto di sversamenti, ben 264.


Quale può essere una soluzione ideale per risolvere i problemi legati allo sfruttamento petrolifero?

Noi proponiamo di lasciare tutto il “nuovo” petrolio nel sottosuolo. Le multinazionali dovrebbero gestire solo i giacimenti già aperti, che sono in via di esaurimento, impegnandosi però a investire sulle fonti energetiche alternative come il solare o l’eolico, che da noi non mancano di certo. Nel frattempo la Nigeria potrebbe rivitalizzare un settore come quello agricolo che, prima dell’inizio dello sfruttamento petrolifero, era tra i più sviluppati. Tanto il petrolio finirà comunque nell’arco di pochi anni, meglio trovare delle valide alternative già da adesso.

Per approfondire il tema, potete leggere il libro “Il prossimo golfo”

altraconsapevolezza

Rifkin boccia l’accordo dei grandi “È ridicolo, non salverà il pianeta”

Pubblicato in ECOLOGIA, ECONOMIA, POLITICA, SALUTE, SOCIETA', TECNOLOGIA da Gabriele Pierattelli il 11/07/2009

Rifkin boccia l'accordo dei grandi "È ridicolo, non salverà il pianeta"

L’economista americano non ha dubbi: servono misure concrete e nuovi impianti puliti
“Dobbiamo lanciare la terza rivoluzione industriale:traguardi sulle industrie da rilanciare


Jeremy Rifkin

di ANTONIO CIANCIULLO

ROMA – “Per mettere d’accordo tutti hanno deciso di andare alla velocità del più lento: così è facile raggiungere un’intesa”. Jeremy Rifkin risponde al telefono da Montecarlo, in una pausa dell’incontro con il principe di Monaco che vuole varare un piano per frenare i gas serra. E il giudizio del presidente della Foundation on Economic Trends sul risultato del G8 è secco: “Un accordo ridicolo”.
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Eppure è stato fissato il tetto di 2 gradi all’aumento di temperatura del pianeta: finora gli Stati non avevano dato un’indicazione così precisa.


“D’accordo, ma cosa si deve fare per non superare i 2 gradi? Non basta esprimere un pio desiderio, bisogna prima di tutto capire a che livello di concentrazione di anidride carbonica in atmosfera corrisponde un aumento di 2 gradi e poi organizzare un sistema energetico coerente”.

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L’Ipcc ritiene che, per restare entro un aumento di 2 gradi, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera non debba superare le 400 – 450 parti per milione.

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“L’Ipcc è molto cauta e i suoi precedenti rapporti, spesso definiti allarmisti, sono stati superati dai fatti: l’accelerazione del disordine climatico è stata più drammatica di quella prevista. Jim Hansen, uno dei più accreditati climatologi, dopo aver studiato le carote di ghiaccio che raccontano il passaggio da un’era glaciale a una interglaciale, offre un quadro della situazione molto diverso: quando in passato si è mantenuta per un certo periodo una concentrazione di 450 parti per milione di anidride carbonica l’effetto è stato un balzo della temperatura di 6 gradi, non di 2. E un rapido aumento di 6 gradi non è compatibile con il mantenimento della società umana così come noi la conosciamo”.

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Secondo Jim Hansen l’obiettivo è portare la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera a 350 parti per milione, cioè ridurla rispetto al presente portandola più vicina a quota 280, il livello preindustriale. Questo vorrebbe dire attuare una politica di tagli drastici e immediati che molti considerano incompatibili con lo sviluppo economico.


“Io credo che sia vero l’opposto: l’errore sta nel pensare solo ai tagli delle emissioni che invece dovrebbero essere un effetto secondario di politiche virtuose capaci di rilanciare l’economia, altro che affossarla. Per uscire dalla tre crisi che ci soffocano, quella economica, quella energetica e quella ambientale, non possiamo limitarci a magiare un po’ meno della vecchia minestra inquinante: dobbiamo lanciare la terza rivoluzione industriale pensando in positivo, cioè fissando traguardi sulle industrie da rilanciare. Non bisogna dire ai vari paesi quante emissioni tagliare, ma quanti impianti puliti costruire”.

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Più industrie e meno emissioni?

“Esattamente. La terza rivoluzione industriale è quella che permette uno sviluppo economico che si concilia perfettamente con la riduzione delle emissioni. Ad esempio con le smart grid, con l’energia diffusa e decentrata, ogni casa sfruttando il sole può diventare una vera e propria piccola centrale di produzione di elettricità e calore. Se adottassimo questo modello il settore delle costruzioni, che oggi è il primo fattore di riscaldamento del pianeta, potrebbe diventare parte della soluzione al problema”.

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Le case come elemento trainante del nuovo modello energetico?


“Uno dei quattro pilastri. Il primo è costituito dalle energie rinnovabili. Il secondo è rappresentato dagli edifici sostenibili. Il terzo dalle tecnologie basate sull’idrogeno che serve a immagazzinare l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili. Il quarto pilastro dalle reti intelligenti per distribuire l’energia secondo il modello del web”.

UN PAESE TRA DITTATURA DELLA BUROCRAZIA E SACCHEGGIO DELLE RISORSE PUBBLICHE

Pubblicato in ECONOMIA, POLITICA, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 03/07/2009

Io per ora non vi dico come la penso….voglio solo il vostro parere su questo articolo dell’editorialista del CORRIERE DELLA  SERA Piero Ostellino!

Nazione di sudditi allergica al liberalismo

Il nuovo saggio di Ostellino: l’arte di arrangiarsi in Italia sotto il giogo dello «Stato canaglia»

Piero Ostellino (Agf)
Piero Ostellino (Agf)

Un Paese paralizzato da un numero spropositato di leggi e regolamenti; soffocato da una cultura burocratica invasiva e ottusa; gestito da una pubblica amministrazione pletorica, costosa e inefficiente e, non di rado, corrotta; vessato da un sistema fiscale punitivo per chi paga le tasse e distratto nei confronti di chi non le paga; prigioniero di corporazioni e interessi clientelari; nelle mani, da Roma in giù, della criminalità organizzata. Un Paese in inarrestabile declino culturale, politico, economico, che non è ancora precipitato agli ultimi gradini tra i Paesi industrializzati dell’Occidente solo grazie allo spirito di iniziativa e alla proiezione internazionale della media e piccola imprenditoria. Questa è l’Italia oggi. C’è l’Italia degli italiani e c’è lo Stato italiano. Per intenderci: ci sono gli italiani, come singoli individui; c’è lo Stato italiano, come «soggetto collettivo». La definizione può sembrare paradossale e persino contraddittoria. E, in realtà, lo è. Chi ritiene che la fenomenologia sociale sia empiricamente descrivibile solo riconducendone le dinamiche agli individui ne sarà scandalizzato.

Per l’individualismo metodologico, i soggetti collettivi — le istituzioni, il mercato, il capitalismo eccetera — non hanno, infatti, vita propria, non pensano, non agiscono, bensì altro non sono che l’interazione, in una società aperta e liberale, fra individui che perseguono autonomamente il proprio ideale di vita e i propri interessi, producendo con ciò inconsapevolmente un beneficio collettivo. Il bene comune, l’utilità sociale, l’interesse generale eccetera sono, al contrario, una invenzione della politica. Rassicuro subito chi si sia scandalizzato. Ritengo anch’io che l’individualismo metodologico sia la sola metodologia della conoscenza corretta, in quanto, per dirla con Popper, empiricamente verificabile alla prova della realtà effettuale. La divisione dell’Italia in due — l’Italia (al plurale) dei singoli individui, ciascuno dei quali pensa e agisce sulla base delle proprie personali convinzioni; e l’Italia (al singolare), come soggetto collettivo, autoreferenziale, che li (mal)governa sulla base di principi e leggi che essa stessa si è data — è, dunque, solamente un artificio retorico. Gli italiani, anarcoidi e conservatori, privi di senso civico e di senso dello Stato, e perciò sudditi invece di cittadini; gli italiani che non si mettono in fila alla fermata dell’autobus, ma neppure si ribellano alla propria condizione di sudditanza; ingegnosi, flessibili, pragmatici, camaleontici sono l’Italia al plurale. Che «si arrangia », che se la cava.

Questi italiani sono il paradigma schizofrenico di ciò che la cultura liberale anglosassone chiama, con ben altra dignità storica e politica, «società civile» rispetto alla «società politica» dalla quale rivendica la propria autonomia. Che da noi l’ordinamento giuridico non garantisce e nessuno rivendica; tutti si prendono, quando possono. Sottobanco. La nazione, lo Stato, la collettività, giù, giù lungo i loro indotti pubblici — ieri, il (vergognoso) primato della razza; oggi, l’(indefinibile) utilità sociale, e tutte le altre sovrastrutture ideologiche che hanno segnato la storia del Paese — sono l’Italia soggetto collettivo. La camicia di forza che il potere politico del momento e la cultura dominante, l’ideologia come falsa coscienza — fascista e/o comunista, corporativa e/o collettivista, comunitaria e/o statalista che fosse, sempre e comunque antindividualista — hanno imposto agli italiani. Incolta, retorica, dogmatica, bigotta, burocratica, poco o punto flessibile, legalista e imbrogliona, questa Italia trasformista e gattopardesca — che cambia qualcosa per restare sempre la stessa — è una sorta di «8 settembre permanente». Istituzionalizzato.

Da un lato, ci sono la costante imposizione di un controllo pubblico, illegittimo e contraddittorio, sulle libertà dei singoli, e l’ambigua pretesa che sia rispettato; dall’altro, c’è la tacita esenzione da ogni vincolo d’obbedienza sottintesa nella frase liberatoria «tutti a casa» che l’8 settembre 1943 percorse la linea di comando delle nostre Forze armate, abbandonate a se stesse dopo l’armistizio. È di questa Italia incasinata e un po’ cialtrona, intimamente illiberale, che parlo. Non per fare l’elogio degli italiani come singoli individui ma per spiegare l’incapacità del Paese di entrare nella modernità e di stare, culturalmente, politicamente, economicamente, al passo con gli altri Paesi di democrazia liberale dell’Occidente capitalista. Non è l’elogio dell’antipolitica, oggi tanto di moda. Anzi. Ci mancherebbe, soprattutto da parte di un liberale. È, piuttosto, la denuncia dell’invasività della sfera pubblica nella sfera privata. La descrizione di come la nostra politica non sia più, e da tempo, ammesso lo sia mai stata, al servizio dei cittadini, ma li abbia posti al proprio servizio. Dello «Stato canaglia». L’eccessiva estensione della sfera pubblica — che la cultura statalista e dirigista tende a spacciare come veicolo di equità sociale — è, infatti, più accrescimento del potere degli uomini a essa preposti sulle libertà e sulle risorse dell’individuo, che criterio di governo. La leva fiscale, per alimentare una spesa pubblica riserva di caccia di interessi estranei a quelli generali, ne è lo strumento, anche se non il solo, di oppressione.

Non occorre essere marxisti per sapere che lo Stato non è neutrale, ma è il braccio armato degli interessi di chi ne detiene il controllo, se non è controbilanciato da principi e interessi alternativi, fra loro in competizione. È sufficiente essere liberali. Del resto, in questo continuo confronto fra differenti concezioni del mondo, senza che nessuna abbia la pretesa di essere la Verità e di imporla agli altri, è dalla pluralità di interessi in conflitto — mitigato solo da regole del gioco che non consentano a nessuno di impedirne la libera manifestazione e la corretta realizzazione — che si sostanzia la società aperta. Il liberalismo non è una dottrina chiusa — che dice agli individui quale è il loro interesse e ne prescrive i comportamenti — ma la dottrina dei limiti del potere e della società aperta, all’interno della quale ciascuno si presume sappia quale è il proprio interesse e, di conseguenza, lo persegue in autonomia. Il guaio è che di liberalismo, nella vita pubblica degli italiani, non c’è traccia. E ci vorranno, forse, generazioni perché vi si affacci.

Piero Ostellino

Quel difetto di modernità

Pubblicato in ECONOMIA, POLITICA, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 30/06/2009

VIVERE DI PASSATO (E POCO DI FUTURO)


Nessuno sa quan do e come uscire mo dalla crisi. La ragione è che il mondo non procede verso un obiettivo

razionalmente prevedibile, ma grazie a mi lioni di uomini che perse guono autonomamente i propri interessi non coordi nati da una sorta di raziona lità storica. È perciò che gli economisti paiono capaci solo di «predire il passato» e qualsiasi intervento della politica, che non si limiti a fissare le regole del gioco, rischierebbe di produrre al tri danni invece di benefici. Per uscirne, e ripartire, l’Ita lia dovrebbe, piuttosto, ri flettere sui propri ritardi e realizzare quelle riforme che l’aiutino davvero a mo dernizzarsi, come ha scrit to ieri Mario Monti.

Non c’è settore — sia del lo Stato, sia del sistema pro duttivo, a parte certe picco le nicchie industriali — che non registri forti ritardi nell’innovazione. L’Italia della cultura, della politica, dell’economia ha fatto la sua rivoluzione industriale prima di essere una società civile strutturata. Rispetto alla gentry dell’Inghilterra agraria, diventata borghe sia cittadina con la rivolu zione industriale e mercan tile, e cosmopolita col colo nialismo trionfante cantato da Kipling, l’Italia ha avuto i latifondisti reazionari rac contati da Verga, un capita lismo assistito, un naziona lismo tardo e straccione. Ri spetto alla grande borghe sia francese post rivoluzio naria — che, con l’Ecole po litecnique e l’Ena, ha gene rato i commis di Stato re pubblicani e democratici — la società italiana ha espresso una piccola bor ghesia post unitaria priva di coscienza di classe che ha rifiutato la modernità e, con essa, il capitalismo e la libera concorrenza, rifu giandosi nel corporativi smo e nell’autarchia del fa scismo, ieri; nell’assisten zialismo, nel protezioni smo parassitario e nella bu rocrazia del pubblico impie go, poi.

Ci siamo affacciati alla contemporaneità senza aver letto un libro — qual cosa di simile alla letteratu ra liberale inglese e france se sulla quale si sono forma te le borghesie di quei Pae si — ma solo attraverso la televisione; che ci ha intro dotti alla modernità «ame ricana » senza aiutarci a en trare in quella «europea». La nostra etica pubblica è bigotta, moralista, pauperi sta; scimmiotta il puritane simo anglosassone senza averne i fondamenti stori ci, sociali, religiosi, che ne legittimano politica e capi talismo. La nostra idea di democrazia — come si è vi sto negli ultimi tempi — coincide con lo scandali smo fine a se stesso, con il ribellismo alle regole, con il rivoluzionarismo velleita rio che una minoranza esprime spaccando le vetri ne e vorrebbe concretare in rivoluzione col benestare dei carabinieri.

Nella sinistra riformista c’è chi ha elogiato la tassa zione, per perpetuare l’ec cesso di spesa pubblica e gli sprechi dello «Stato ca naglia », non accorgendosi che i lavoratori, ora, votano a destra, dove i tributi non li si riduce, ma almeno non li si esalta. Il terrorismo di matrice rivoluzionaria ha ammazzato i riformisti che volevano fare dell’Italia un Paese liberale, democrati co, giusto, e non se l’è pre sa con i conservatori che sullo statu quo ci campava no.

editoriale del CORRIERE DELLA SERA

di Piero Ostellino    postellino@corriere.it


SILVIO…STAI ATTENTO A CHI TI DIFENDE!!!

Pubblicato in POLITICA da Gabriele Pierattelli il 26/06/2009

Vi posto la lettera che il ministro Bondi ha indirizzato a Repubblica sulla linea antiberlusconiana di Eugenio Scalfari. Ma aggiungo qualche mia considerazione ricordandovi che proprio Scalfari, il quale insieme a Vittorio Zucconi è il conduttore di questa criminosa battaglia, è il depositario del testamento morale di Enrico Berlinguer. Quella intervista sulla questione morale in cui il leader del Pci denunciava il DOPPIO STATO di cui disse “fanno parte tutti i partiti”. Dopodichè Berlinguer è morto.


Aggiungo pertanto che Scalfari e Zucconi sono coloro che servono al potere eversivo le vittime. E non è una mia visione ma la verità che nascondono. Per cui, caro Bondi, troppo miti le sue parole che cercano di copiare le mie come è evidente. Andiamo avanti.

Ecco la lettera di Bondi Egregio direttore sono costretto per la seconda volta in pochi giorni a difendermi dal tentativo di Repubblica di denigrarmi, sia usando il «bastone», cercando di colpirmi negli affetti più cari, sia ricorrendo, come ha fatto Eugenio Scalfari in un articolo pubblicato ieri, a deliberate quanto provocatorie insinuazioni. Nel corso di un dibattito con Eugenio Scalfari svoltosi a Cortina lo scorso anno, dissi apertamente al fondatore di La Repubblica che il suo viscerale antiberlusconismo avrebbe portato la sinistra in un vicolo cieco e alla sua sconfitta definitiva. Avevo visto bene. Non avevo previsto, tuttavia, che il quotidiano che Scalfari dirige avrebbe condotto la sinistra allo snaturamento della propria identità. E ancor meno avevo previsto che l’attacco nei confronti del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sarebbe stato portato al livello di questi ultimi giorni, fino al punto cioè di mettere a repentaglio gli stessi interessi generali del nostro Paese. Al pari dei giacobini, il ristabilimento della virtù impone qualsiasi sacrificio, qualsiasi ostacolo deve essere rimosso e ogni strumento può essere utilizzato per il raggiungimento di un fine dichiarato necessario e buono. Il quotidiano La Repubblica è l’erede principale di questa cultura ed è divenuto nello stesso tempo una specie di «superpartito», che concentra in sé la dimensione politica, quella economica, quella culturale e perfino quella giudiziaria. La mia opinione è che l’azione di questo «superpartito» costituisca da tempo l’insidia più grande per la nostra democrazia. Eugenio Scalfari cerca di dipingere il quadro politico e l’atmosfera di questi giorni come se ci trovassimo nuovamente alla vigilia della caduta di un regime, con il corollario di servi, gerarchi e cortigiani, fra i quali vengo annoverato maliziosamente anch’io, in procinto di tradire e di abbandonare la nave.

La maestria di Scalfari, bisogna ammetterlo, consiste da sempre nella capacità di divulgare e accreditare nell’opinione pubblica una visione storiografica, politica e culturale che è esattamente agli antipodi della realtà. Quello che sta avvenendo in questi giorni è la conferma più clamorosa di quanto sostengo. Scalfari è abile nel descrivere un regime corrotto e morente, contro il quale il suo quotidiano ha lanciato l’offensiva finale, trascinando con sé anche il Corriere della Sera e ciò che resta della sinistra, mentre la realtà è che un governo democraticamente eletto subisce un’aggressione sistematica da parte di un centro di potere economico e politico, che non può vantare alcuna legittimità democratica né morale, sulla base di una campagna scandalistica paragonabile alla pesca con lo strascico. Alle porte non vi è la caduta di un regime, come ritiene Eugenio Scalfari, né la fuga di gerarchi felloni, ma vi sarebbe, nell’ipotesi abbia successo il progetto destabilizzante di Repubblica, l’indebolimento della nostra democrazia e la rovina dell’Italia. Io non dimentico mai che, se Berlusconi non avesse avuto il coraggio di impedire nel 1994 alla gioiosa macchina da guerra della sinistra capitanata da Achille Occhetto di conquistare il potere, l’Italia sarebbe stata governata da una torbida alleanza formata dalla sinistra comunista e da tutti quei poteri economici rappresentati da un quotidiano come La Repubblica, che avrebbe dato vita sì a un vero regime politico privo di alternative. Questo rischio esiste anche oggi, aggravato semmai dalla circostanza che la sinistra rappresenta oggi una larva di soggetto politico, mentre l’influenza di La Repubblica è divenuta dominante. Per tutte queste ragioni, e non soltanto per l’affetto che mi lega a Berlusconi e la considerazione che ho di lui come di un uomo sotto tutti gli aspetti ammirevole, come risulta anche dalle interviste pubblicate dal suo stesso giornale, noi non cederemo mai, mai, di fronte alla campagna di odio e di delegittimazione orchestrata dal gruppo editoriale L’Espresso-La Repubblica, in combutta con una sinistra ormai al traino di tutte le battaglie più misere e sconclusionate. Se sapremo sconfiggere anche quest’ultimo disperato attacco contro il governo e contro Berlusconi, la nostra democrazia sarà più salda, il nostro futuro più sereno. Questo gli italiani lo sanno e hanno la possibilità di testimoniarlo con il loro voto. Sandro Bondi *ministro per i Beni e le Attività culturali

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SECONDO PIANO DI GOVERNANCE GLOBALE

Pubblicato in ECONOMIA, POLITICA, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 26/06/2009

La gente può anche accettare di perdere un po’ di libertà, se questo serve a darle più sicurezza…


…può accettare gli interventi più drastici se il terrorismo è in grado di sferrare attacchi imprevedibili e se la crisi spazza via ogni speranza, con passo inesorabile.Ora però è giunto il momento di mettere in pratica il piano due, perché il piano uno non ha funzionato a dovere. Il piano uno era questo:

http://www.newamericancentury.org/

New American Century! Sulla home-page si legge: “La leadership americana è buona per l’America e per il mondo; questa leadership richiede forza militare”. Appoggiato da gran parte dell’amministrazione Bush, il piano ha poi condotto alla sbandata imperialistica che tutti ben conosciamo.

Adesso invece sono lieto di annunciarvi la fase due: il “Programma per la governance globale e le istituzioni internazionali”. E’ promosso dal CFR ed è stato approvato nel maggio 2008. (Non so se è un caso, ma nei mesi successivi la borsa ha subìto un tracollo catastrofico).

http://www.cfr.org/…

Vi starete chiedendo: che cos’è il Consiglio delle Relazioni estere o CFR? Lo stesso che trovate scritto alle spalle di Obama, nell’immagine sopra. Nella versione in inglese di Wikipedia si legge che è considerata l’organizzazione privata più potente degli Stati Uniti, in grado di influenzarne la politica estera. Riunisce un gran numero di politici, di entrambi gli schieramenti, magnati della finanza e soprattutto la famiglia Rockefeller.

Qual è il loro piano? Lo troviamo nel loro documento ufficiale.

http://www.cfr.org/…GovernanceProgram.pdf

A pagina 1 si legge: “Il CFR ha lanciato un programma di cinque anni riguardo la governance mondiale e le istituzioni internazionali. Lo scopo di questa iniziativa trasversale è di esplorare i requisiti delle istituzioni per fondare un NUOVO ORDINE MONDIALE nel 21esimo secolo”.

Pagina 2: “La creazione di una struttura di governance globale sarà una sfida determinante per il mondo del ventunesimo secolo, e la posizione degli Stati Uniti sarà uno dei più importanti fattori nel determinare la forma e la stabilità dell’ordine mondiale che risulterà da questi sforzi”.

Pagina 5: “Basandosi su verifiche di settore e analisi, probabilmente il programma raccomanderà riforme a un numero di istituzioni “basilari” per l’ordine mondiale – incluse UN (particolarmente la composizione del Consiglio di Sicurezza), G-8, NATO, e le istituzioni di Bretton Woods – così anche le maggiori organizzazioni regionali, come l’Unione Europea, la Southeast Asian Nations (ASEAN), l’Unione Africana (AU), e l’Organizzazione degli Stati d’America (OAS). Dove appropriato, il consiglio esplorerà anche i potenziali di un arrangiamento della governance globale che sia meno stato-centrica”. [ndt. quindi meno potere ai governi nazionali e più poteri al governo mondiale].

Tutto questo non è scritto su siti cospirazionisti, ma su siti istituzionali della massima serietà, degni di rispetto da parte della sfera politica.

Il piano è chiaro e non sarà un caso che i potenti del pianeta cominciano a parlarci di Nuovo Ordine Mondiale:

http://espresso.repubblica.it/…
http://www.corriere.it/…

La storia insegna che decisioni globali vengono prese a fronte di problemi globali. L’ONU infatti è nato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ci hanno raccontato che la crisi è globale, quindi serviranno misure globali. Ma per fortuna qualcuno si sta prendendo cura di noi!

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Piccoli borghesi crescono

Pubblicato in ECOLOGIA, ECONOMIA, POLITICA, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 26/06/2009

Ecco la fotografia dell’uomo che incarna il modello culturale di questi anni: Quello che tutti vorremmo essere, forse anche chi lo è già...

I veri problemi che affliggono il mondo sono tanti e diversi: la violenza, la fame, le disuguaglianze, l’oppressione dittatoriale, l‘inquinamento, le malattie eccetera.Penso, da buon pessimista, che essi non saranno risolti né a medio né lungo termine. Tuttavia, anche se, in futuro, a tali problemi fosse data soluzione (vale a dire che pace, uguaglianza, libertà, fraternità, sanità, rispetto dei diritti umani e dell’ambiente si realizzassero e si consolidassero per secoli e millenni), ecco – mi domando – potremmo dire di aver compiuto, realizzato, trovato il senso del nostro vivere? Potremmo cioè aver l’ardire di considerarci nuovamente in una riedizione del paradiso terrestre?

PIRAMIDE DI MASLOW OGGI – A proposito: qual è il sogno che potrebbe accomunare tutta l’umanità? Ne esiste uno? Forse sì: diventare piccolo borghese. La classe media è il fine ultimo e il sogno definitivo dell’umanità. Una volta sbaraccate le vestigia aristocratiche (il re è nudo e ha i miei stessi desideri) e reso palese l’impossibilità di un autentico comunismo, che rimane se non il quieto vivere occidentale? Certo in esso si notano vari turbamenti, scossoni episodici, qualche deriva destrorsa e autoritaria. Ma poi? L’accesso (limitato) alla classe media è la speranza verso la quale tendono i tre quarti dell’umanità che per ora ne sono esclusi. Il piccolo borghese è il modello per eccellenza e dentro questa categoria c’entrano tutti, dai concorrenti del grande fratello a Yoko Ono che espone le sue opere d’arte alla Biennale di Venezia, dall’operaio che sciopera alla rockstar. Gli affamati della terra ci invidiano le nostre case sicure, le nostre auto confortevoli, le nostre ferie, i nostri ospedali, le nostre pensioni, il nostro divano affacciato davanti al televisore, telecomando in mano.

MODELLO CULTURALE - L’uomo medio, il piccolo borghese è il destino della nostra razza. Egli assorbe ogni estremismo contrastandolo efficacemente con l’indifferenza. L’indifferente, si sa, è colui che assorbe meglio i desideri dell’Altro, del combattente, del rivoluzionario, ma anche dell’aristocratico e del maître à penser. «Il piccolo-borghese è un uomo incapace di immaginare l’Altro. Se l’Altro si presenta ai suoi occhi il piccolo-borghese si rifiuta di vedere, lo ignora e lo nega, oppure lo trasforma in se stesso» (Roland Barthes, Mythologies)  L’uomo medio è oramai diventato il Modello culturale planetario di riferimento. Nessun uomo nuovo si vede all’orizzonte. Alfonso Berardinelli, nel suo Eroe che pensa (Einaudi, 1997, pag. 52),, sostiene che «in Pasolini, la classe media compariva come agente della Fine di un Mondo [...] Sulle rovine di tutte le trasformazioni e rivoluzioni, oltre le crisi di tutte le prospettive e di tutti i valori, solo la classe media vive, sopravvive, si riproduce, si alimenta di tutto».

CHI IMITIAMO - Il piccolo borghese è un animale che si accontenta, che non guarda oltre il proprio naso, che è pronto sì a protestare se gli si pestano i piedi, ma sempre con garbo e con disincantata fiducia che l’ingiustizia prevarrà. Ma l’ingiustizia ha bisogno essenziale dell’esistenza del piccolo borghese per mantenere incontrastato il suo potere.

«La coercizione, il tipo fondamentale del potere, implica l’uso della forza fisica da parte di chi detiene il potere; quando non si può altrimenti influenzare un individuo lo si aggredisce fisicamente o lo si usa, in un modo o nell’altro, contro la sua volontà. L’autorità implica l’obbedienza più o meno volontaria di chi è meno potente: il problema dell’autorità consiste nello scoprire chi è che obbedisce e a chi, quando e per quali motivi obbedisce. La manipolazione è una forma segreta o impersonale di esercizio del potere; l’individuo condizionato non riceve degli ordini diretti, ma è pur sempre soggetto al volere altrui. Nella società moderna la coercizione, monopolizzata dallo stato democratico, è raramente necessaria in maniera continuata. Ma coloro che detengono il potere sono giunti ad esercitarla in modo occulto: essi sono passati e stanno ancor oggi passando dall’autorità alla manipolazione.

E questo passaggio riguarda non solo le grandi strutture burocratiche della società moderna, esse stesse strumenti di manipolazione al pari che di autorità, ma anche gli organi di comunicazione di massa. Il demiurgo delle attività direttive si estende all’opinione e ai sentimenti e persino allo stato d’animo e all’atmosfera che sottendono determinati atti.

Sotto il sistema dell’autorità esplicita, nel quadrato e solido Ottocento, la vittima sapeva di essere sacrificata, la sofferenza e il malcontento di chi non era in grado di difendersi erano espliciti. Nel mondo amorfo del nostro secolo, nel quale la manipolazione ha sostituito l’autorità, la vittima non riconosce il proprio stato. La finalità esplicitamente dichiarata, per la quale si ricorre all’ausilio del più recente armamentario psicologico, è di convincere gli individui ad acquisire come necessità interiore ciò che l’apparato dirigente vuole che essi facciano, spinti da impulsi che non conoscono ma che pure hanno dentro di sé. Esistono molte di queste fruste interiori, della cui genesi gli uomini nulla sanno e della cui esistenza, in realtà, essi non sono neppure coscienti. Nel passaggio dall’autorità alla manipolazione il potere si sposta dal visibile all’invisibile, dal conosciuto all’anonimo. E col miglioramento delle condizioni materiali lo sfruttamento si fa meno materiale e più psicologico. Il problema del potere non può più essere posto semplicemente nei termini di un trapasso dai processi della coercizione a quelli del consenso. Le attività intese a suscitare il consenso all’autorità sono passate nel regno della manipolazione, dove ipotenti sono anonimi. La manipolazione impersonale è più insidiosa della coercizione proprio perché è occulta: non è possibile localizzare il nemico e muovergli guerra. Non esistono obiettivi da attaccare, gli uomini hanno perduto ogni certezza». C. Wright Mills, Colletti bianchi. La classe media americana, Einaudi, Torino 1966 (pag. 153-154).

Lavoro, divertimento, prestigio: dategli in pasto questa triade e l’uomo medio ad essa si dedicherà, cercando con ogni sforzo di raggiungerla, e sempre rimanendo dentro i binari della normalità. L’uomo medio è l’uomo inconsapevole per eccellenza, religioso per definizione, in quanto relegato a terra, incatenato, figlio illegittimo dello sforzo prometeico. Siamo qui, dei piccoli borghesi provetti che cercano di restare abbarbicati al proprio relativo benessere di accomodati, che non cercano slanci e futuri migliori, che sanno che tutto il meglio (e il peggio) è già qui, come canta Paolo Conte nella sua sublime Madeleine (Paris, Milonga 1981)

Qui, tutto il meglio è già qui, non ci sono parole per spiegare ed intuire e capire, Madeleine, e se mai ricordare… tanto, io capisco soltanto il tatto delle tue mani e la canzone perduta e ritrovata come un’altra, un’altra vita…

Giornalettismo

Libertè, illegalitè, impunitè

Pubblicato in POLITICA, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 25/06/2009

DAL NOSTRO INVIATO – Il puzzo di fumo avvolge la stanza. Un gruppo di uomini è in cerchio. Sono seduti e stravaccati, l’aria sbattuta e contrita. Uno di questi ha il volto racchiuso tra le mani, rigato dalle lacrime, a coprire la vergogna. Guarda in basso, sussurra. Singhiozza vistosamente, il corpo scosso da fremiti e sussulti. “Mi avevano già condannato per stupro qualche anno fa…mi avevano beccato grazie alle intercettazioni, dopo 10 mesi di indagine. Sapete – alza la testa, una punta di antica fierezza brilla negli occhi – io sono un medico…ero un primario, nessuno avrebbe mai sospettato di me. Stupravo donne inermi nei vari reparti, tutti sapevano, nessuno denunciava…”


Scoppia a piangere di nuovo, è un fiume in piena. “Nell’ultimo anno ho commesso esattamente 248 stupri, e ogni volta mi attaccavo al cellulare e lo dicevo a mezza rubrica, per mesi. E non è successo niente, mai. Servivano ‘gravi indizi di colpevolezza’ per disporre le intercettazioni, e non ce ne erano – altrimenti mi avrebbero sbattuto dentro di nuovo. Ci ho provato in tutti i modi a farmi prendere, ma ora la mia vita è vuota, nessuno riesce più a fermarmi. Non provo più nulla a commettere crimini, è una sensazione deprimente”.

Di storie così questo posto ne è pieno. Mafiosi che sbattono la testa sui muri. Sicari efferati che sbavano, appisolati. Pedofili incalliti che contano le mattonelle per terra. Giudici corrotti che corrono per i corridoi usando la toga a mo’ di mantello. Sequestratori di presunti terroristi che mangiano enormi telefoni di cioccolata, ingrassando a vista d’occhio.

Aperto due anni dopo l’approvazione della legge sulle intercettazioni fortemente voluta dal Governo di centrodestra, il CRI (Centro per il Recupero dall’Impunità) si staglia sulle colline al di fuori di un importante capoluogo italiano – la locazione è naturalmente segreta, molti pazienti sono latitanti e/o evasi.

Nichilismo giuridico in salsa kantiana?

Incontriamo il fondatore, un ex imprenditore edile arrestato per truffa, frode nelle pubbliche forniture e riciclaggio di denaro mafioso. “Premetto una cosa, io continuo regolarmente a delinquere e non me ne rammarico assolutamente”. Batte ripetutamente la sigaretta sul tavolo, per comprimere il tabacco. “Sono uscito dal tunnel anni fa”. Una fiammata, il fumo che sbuffa dal naso e dalla bocca. “Questa legge ci ha facilitato enormemente le cose, gli affari non sono mai andati così bene. Il sogno di ogni criminale, l’Impunità, è divenuta una fantastica realtà. Troppo bello per essere vero. Troppo.”

Qualche anno fa uno studio psichiatrico affermò la sostanziale irredimibilità dei soggetti sociopatici – l’aiuto psicologico non faceva altro che aiutarli nel commettere crimini e nel trovare giustificazioni per comportamenti riprovevoli. Ma ora la psichiatria ha cambiato decisamente orientamento, e la sociopatia del mondo criminale è stata rimpiazzata da un ben più pernicioso malanno: l’Impunità. Dopo anni di lacrime, piombo e dure battaglie, un valoroso manipolo di criminali è riuscito a fare passare come legge dello Stato l’azzeramento del più efficace strumento investigativo (le intercettazioni) per individuare assassini, rapinatori, stupratori e trafficanti.

“Se lei nota, questo centro è abusivo. Naturalmente abusivo. Avevo una montagna di soldi da riciclare e dovevo impiegarli in qualche modo. Le finalità terapeutiche sono sorte solo in un secondo momento, quando non provai né rimorso né paura nell’ordinare un omicidio a sangue freddo”. L’imprenditore si mette a ridere. “Sa, non avevo assolutamente paura di essere preso, zero, niente. Era inutile per me continuare a vivere nell’illegalità. Stavo addirittura pensando di trovarmi un’attività legale”. Poi, il punto di svolta – un colloquio casuale, intercettato miracolosamente in un’inchiesta per mafia, tra un politico e un banchiere. “Ovviamente nessun giornale ha mai potuto pubblicare alcunché, si figuri, altrimenti avrebbe dovuto pagare multe fino a 400mila euro. Io l’ho letta grazie a certe entrature. In pratica veniva spiegata la ratio della norma, e le assicuro che non ci crederebbe nessuno…”

Pronto, chi non spia?

La campanella risuona nella struttura e scivola sulle pareti e dentro le camere: è il momento della “Medicina Omeogiudiziaria”. La procedura è piuttosto complicata. Il Centro ha un ala che è la replica esatta di un tribunale – giudici, cancellieri e poliziotti inclusi. Ogni paziente ha diritto a 15 minuti di processo al giorno: il reato è a discrezione dei medici. Il più gettonato sembrerebbe essere, per motivi piuttosto oscuri, il falso in bilancio. Comunque, ci dicono che funzioni a meraviglia.

Un medico ci spiega l’assunto psicoanalitico-filosofico alla base di questo esperimento: “La maggior parte delle azioni conformi alla Legge avvengono per timore, poche per la speranza e nessuna affatto per il dovere. Mettendo il paziente di fronte ad una concreta possibilità (salvo prescrizioni, cavilli procedurali, etc) di punizione, questo si rivitalizza subito e riacquista il desiderio di delinquere. Noi questo facciamo: recuperiamo i delinquenti alla società.”

Contrariamente a quanto si poteva pensare nel 2009, la legge anti-intercettazioni non è una misura volta ad avvantaggiare certe forme di delinquenza organizzata. Tutt’altro. È il provvedimento definitivo contro il crimine, quello che elimina il rischio intrinseco dell’illegalità, che toglie tutto il brivido e l’eccitamento nell’infrangere le norme. Insomma, è una misura che rende la delinquenza fondamentalmente noiosa e ripetitiva, che instilla il morbo dell’Impunità nel sistema immunitario del crimine.

Congediamo l’imprenditore, ma questo ci fa un cenno – non ha ancora finito con noi. Si china su un cassetto della scrivania e ne riemerge velocemente. In mano ha una risma di fogli: è la trascrizione della famigerata intercettazione, già pronta per la pubblicazione su un giornale:

A: (omissis)

B: (omissis)

A: (omissis)

B: (omissis)

A: (omissis)

B: (omissis)

A: (omissis)

B: (omissis)

A: (omissis)

B: (omissis)

A: (omissis)

“Ecco, vedete? È tutto bianco su bianco. Non è una bomba in faccia al crimine?”

Già.

tratto da CABARET BISANZIO

(Illustrazione tratta da: depthcore)

Per i giornalisti carcere e licenziamenti: la via italiana alla libertà di stampa

Pubblicato in POLITICA, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 24/06/2009

NOTARE COME L’ITALIA NON SIA EQUIPARATA AL RESTO DEI PAESI OCCIDENTALI MA A TURCHIA,MONGOLIA,SUDAMERICA ,INDIA O A PARTE DELL’AFRICA


FIRMA L’APPELLO DI “REPUBBLICA” CONTRO IL DECRETO LEGGE

http://www.repubblica.it/speciale/2009/appelli/dovere-di-informare/index.html

Il disegno di legge sulle intercettazioni che è statoapprovato ieri alla Camera, “blindato da Berlusconi con un voto di fiducia che ha ferito l’autonomia del Parlamento e ogni possibilità di confronto democratico, uccide la libertà di stampa e i diritti dei cittadini sanciti dalla Costituzione”. E’ il giudizio delle associazioni Articolo 21 e Libera, che in un comunicato “respingono questo gravissimo atto di sopraffazione, che minaccia di porre definitivamente il bavaglio ai giornalisti, colpendo insieme la giustizia penale e minacciando gli editori”. Le due associazioni riaffermano “la volontà di continuare comunque ad assicurare a ogni costo l’informazione su vicende ed eventi che coinvolgono il diritto dell’opinione pubblica a non essere privata di notizie d’interesse essenziale per affrontare i problemi del Paese”.

D’intesa con le organizzazioni della stampa e degli editori, Articolo 21 e Libera “chiedono che al Senato possa svolgersi un serio confronto fra tutte le forze politiche per portare alla legge le necessarie correzioni” e “fin d’ora si preparano a costituire un comitato in difesa della libertà di stampa, con la partecipazione di associazioni della società civile, giornalisti, editori, avvocati e giuristi”. “Il comitato – annunciano – assumerà le conseguenti iniziative in ogni sede italiana ed europea, a partire dalla Corte Costituzionale, e garantirà forme di assistenza agli atti di disobbedienza civile che dovessero rendersi necessari da parte di cronisti, redazioni e comunicatori in rete”.

Il nuovo Ddl se approvato sarà “un regalo alle ecomafie” – commenta Legambiente. “Le intercettazioni telefoniche hanno avuto in questi anni un ruolo risolutivo per fermare tante organizzazioni criminali che hanno smaltito illegalmente rifiuti in tutto il Paese. Impedirle per questi reati è un atto gravissimo che avrà gravi ripercussioni sulla lotta contro la criminalità ambientale” – afferma il vicepresidente di Legambiente e responsabile dell’Osservatorio Ambiente e Legalità, Sebastiano Venneri. Legambiente ha ribadito più volte la necessità di mantenere questo strumento indispensabile per tutti i reati contro l’ambiente come i traffici illeciti di rifiuti tossici e gli incendi dolosi, senza restrizioni di tempo e senza la necessità che vi siano evidenti indizi di colpevolezza.

Le associazioni Articolo 21 e Libera Informazione dedicano numerosi articoli di approfondimento e commenti sulle conseguenze del “Ddl intercettazioni” approvato ieri alla Camera.

Tra gli altri viene riportato il commento di Roberto Natale, presidente della Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) che mette in evidenza “l’impressionante l’elenco delle vicende delle quali non potremo più scrivere, parlare e sapere per tempo, se diventerà legge il testo votato dalla Camera. Crack Parmalat, scalate bancarie, clinica Santa Rita, scandali del calcio: solo per citare i titoli più importanti, e per smentire la gigantesca mistificazione che il governo ha dovuto mettere in atto per arrivare all’approvazione del disegno di legge Alfano”. Si tratta – aggiunge Natale – di “storie pubbliche, altro che pettegolezzi privati”. “Stanno fiorendo proposte di disobbedienza civile – continua Natale. Soprattutto c’è una protesta che sta coinvolgendo i cittadini: ai quali risulta via via più chiaro che il bavaglio a noi giornalisti è soprattutto un gigantesco sequestro di conoscenza per loro”.

Fieg e Fnsi in una nota congiunta sottolineano come il voto di oggi sia “una brutta notizia per l’informazione, la sua autonomia, il suo valore non meramente materiale”. E lanciano l’appello “per rinnovare al Parlamento, ora in particolare al Senato, e a tutte le forze politiche, l’invito a scongiurare l’introduzione nel nostro ordinamento di limitazioni ingiustificate al diritto di cronaca e di sanzioni sproporzionate a carico di giornalisti ed editori”. [GB]

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DI SEGUITO LìAPPELLO DEI GIORNALSTI:

Senato intervenga per ristabilire i principi di democrazia

12 giugno 2009 – L’approvazione alla Camera del ddl Alfano ha svelato definitivamente i piani del governo in materia di libertà di stampa. Gli atti dell’inchiesta giudiziaria, anche se non più segreti, resteranno inspiegabilmente e illogicamente non pubblicabili. Le intercettazioni telefoniche – sempre che la magistratura riesca ad attivarle, vista l’incredibile stretta sulla ammissibilità – spariranno dagli atti d’indagine fino a dopo l’inizio del processo. E anche se un giornalista riuscirà ad ottenere in modo lecito le trascrizioni legittime delle telefonate o dei tabulati, rischia una condanna fino a tre anni di carcere e il licenziamento immediato.

Gli editori, loro malgrado, diventano responsabili in via amministrativa per la pubblicazione di atti non più segreti ma non pubblicabili (!), pagando per ogni violazione dei giornalisti da un minimo di 65 mila euro (per aziende piccolissime) a un massimo di mezzo milione: inoltre, dovranno obbligatoriamente punire i propri giornalisti, “colpevoli” di aver svolto il loro lavoro, con provvedimenti disciplinari che potranno arrivare al licenziamento in tronco.

L’Unci ribadisce il suo No al progetto-bavaglio e auspica che il Senato intervenga per ristabilire i principi di democrazia sanciti dalla Costituzione e tutelati dalla Corte europea.