BALLANDO SULL’ORLO DEL VULCANO – LA CRISI E LA DISOCCUPAZIONE VERA AL 16.5% NELGI USA
Ormai l’economia mondiale da tempo sta ballando sull’orlo del vulcano della disoccupazione, gli ultimi dati a livello globale testimoniano che il magma del lavoro è un composto ad alta pressione e temperatura, complesso che una volta eruttato diventa pura lava.
La parola “lava” ha origine dal latino “labes” che significa caduta, scivolamento, lo stesso scivolamento che quotidianamente ci viene comunicato in formato rallentato dai dati macroeconomici.
I lettori di Icebergfinanza conoscono da tempo la presenza delle cosidette “misure alternative” di rilevazione della disoccupazione in America, la famosa Table A-12. Alternative measures of labor underutilization che riporta la percentuale di complessiva tra disoccupazione e sottoccupazione, comprendendo i cosidetti lavoratori scoraggiati ovvero coloro che hanno smesso di cercare lavoro in quanto sfiduciati da mesi di ricerca e che il BLS non considera più nella cosidetta forza lavoro e i lavoratori part-time per causa di forza maggiore economica, lavoratori che vorrebbero lavorare l’intera giornata, ma che spesso devono adattarsi al ritmo della produzione di beni e servizi richiesta in questo momento dal mercato.
Ebbene oggi questo tasso, seguendo la dinamica del tasso ufficiale, ha superato il 16 % della forza lavoro raggiungendo la percentuale di 16,5 % ( 9,5 % quello ufficiale ) , una dinamica in via di rallentamento negli ultimi mesi.
![[table-a12-2009-06.png]](http://1.bp.blogspot.com/_nSTO-vZpSgc/SkzmsSYxGRI/AAAAAAAAGao/Fz5uHo4bobU/s1600/table-a12-2009-06.png)
Non c’è alcun dubbio che nella peggiore delle ipotesi la disoccupazione ufficiale il prossimo anno potrà raggiungere la percentuale del 11/12 % che è ben lontana dal 25 % del picco della Grande Depressione come potete vedere da questo grafico qui sotto comparso in una recente analisi di Asha Bengalore su Northern Trust.
![[DepressionUnemploymentRate.jpg]](http://4.bp.blogspot.com/_pMscxxELHEg/SlVu0t0KqXI/AAAAAAAAFxo/rzSqiWrqGuo/s1600/DepressionUnemploymentRate.jpg)
Ciò non toglie che se prendiamo come riferimento il dato relativo alle misure alternative, il divario si ridurrebbe notevolmente, sino a ridurre la forbice differenziale percentuale dei due periodi in questione.
Penso che nella migliore delle ipotesi, una simil ripresa produrrà un aumento delle ore lavorate o tuttalpiù il ritorno a pieno ritmo dei lavorati part.time, ma che la disoccupazione continuerà ad aumentare.
“Qualunque cosa accada sui tempi della ripresa – ha spiegato Strauss-Kahn – la disoccupazione aumenterà nel 2010 e forse nel 2011, dipende dai Paesi”. Il direttore generale del Fmi ha detto che questo accade a causa dei ritardi con cui la crisi si ripercuote sul mercato del lavoro rispetto all’andamento del Pil. “Il picco – ha osservato – può ritardare fino ad un anno”. Pertanto, ha concluso Strauss-Kahn, “anche con la ripresa, se non si approntano sforzi energici contro la disoccupazione potremmo essere incapaci di affrontarne gli effetti”. Rainews24.rai.it
Detto questo anche gli analisti di Northern Trust sostengono che il tasso di disoccupazione è un …
(…) It is a lagging economic indicator, which peaks after the end of a recession (…)
….un indicatore ritardato che raggiunge il picco dopo la fine della recessione!
Come avete visto dala grafico qui sopra, il tutto è assolutamente ineccepibile, solo che per l’ennesima volta, nella madre di tutte le crisi, io ritengo utile non fossilizzarsi troppo su questa dimensione, la dimensione di un indicatore ritardato che con il tempo sta assumendo sempre più la sua nuova dimensione di “puro indicatore” e ora spiegherò il perchè.
Mai in passato abbiamo assistito alla presenza combinata di una serie di nemesi che hanno colpito il consumatore americano, travolto da una perdita di ricchezza epocale, una dinamica combinata e correlata che va dalla scomparsa della dimensione infinita dell’accesso al credito al totale esaurimento della ricchezza presunta che riusciva ad infondere il continuo aumento del valore della case, sino al virtuosismo indispensabile di un tasso di risparmio in continua ascesa e un rientro dal debito esponenziale.
Questa è l’ultima dinamica del credito al consumo, diminuito in otto degli ultimi dieci mesi con le carte di credito che registrano una delle peggiori contrazioni mensili degli ultimi anni…….

Quindi la mia visione mi porta a sottolineare che oggi il tasso di disoccupazione, la sua dinamica, probabilmente per la prima volta nella storia va assunto come puro indicatore economico e non come un indicatore ritardato.
Un ulteriore esempio di quello che sta accadendo nel mercato del lavoro è dato dai dati relativi ai sussidi di disoccupazione che ieri hanno visto arretrare le richieste settimanali di oltre 52.000 unità a fronte di una revisione negativa del dato della precedente settimana.
Il nuovo record relativo alle richieste continuative, settimana dopo settimana, ha visto un’esplosione di 159.000 nuove richieste che non ci sorprende più di tanto visto che recentemente avevo sottolineato come nelle prossime settimane assisteremo ad uno tsunami di richieste, conseguenza diretta del fallimento del sistema automobilistico americano e del prevedibile contagio all’industria dell’indotto.
Tralasciando l’estrema variabilità di questi due indicatori, sottolinerei come l’indicatore principe resta quello relativo alla media a quattro settimane, che resta tuttora oltre le 600.000 unità, nonostante la discesa di 10.000 richieste.
Troppo poco per segnalare una svolta, una svolta che avrà bisogno di ulteriori conferme nelle prossime settimane e che comunque facendo riferimento alla doppia recessione ravvicinata degli anni ‘80 non significa sostanzialmente che questa dinamica possa segnalare la fine di una recessione di cosi vasta portata e correlazione.

Probabilmente i sussidi di disoccupazione hanno raggiunto il picco di questo ciclo economico, ma difficilmente assisteremo ad una fase di ripresa dell’occupazione, che vedrà piuttosto un aumento delle ore lavorative e un ritorno a medio regime di tutti coloro che sono stati costretti ad “subire” il part-time per cause economiche.
Date un’occhiata a questo sito Esd.wa.gov si tratta delle estensioni ai sussidi di disoccupazioni previsti da una legge che prevede un massimo di ulteriori 33 settimane di sussidi di disoccupazione la Emergency Unemployment Compensation (EUC). Secondo Mike Shedlock questa legge crea una distorsione statistica che porterebbe il numero delle settimane continuative dei sussidi più vicini ai 9,4 milioni che al record di 6,883 milioni segnato oggi.
Inoltre secondo Bloomberg in aprile il numero record di 33, 8 milioni di cittadini americani ha ricevuto i cosidetti ” Food Stamps ” oltre il 20 % rispetto all’anno prima, che ricordano dannatamente la cosidetta social card di Tremonti.
Il ” Food stamps program ” avviane attraverso una carta elettronica consegnata a coloro che vivono sotto la soglia della dignità, accreditata mensilmente dal governo e finalizzata all’acquisto di alimentari nei supermercati.
July 7 (Bloomberg) — A record 33.8 million people received food stamps in April, up 20 percent from a year earlier, as unemployment surged toward a 26-year high, government figures show. Spending also jumped, as the average benefit rose.
It was the fifth straight month of record participation in the Supplemental Nutrition Assistance Program , according to the US Department of Agriculture, and up 1.8 percent from the prior month. Total spending was $4.5 billion, up 19 percent from the previous all-time high reached in March, the USDA said.
Se qualcuno ha dato un’occhiata in profondità ai dati rilasciati da Alcoa invece che esaltarsi per il meno peggio di quello che nessuno sa analizzare, forse sarebbe interessante mettere un bel microscopio sulle voce contenimento dei costi, figlia di una continua erosione dell’occupazione.
July 8 (Bloomberg) — Alcoa Inc., the largest U.S. aluminum producer, reported a second-quarter loss that was smaller than analysts’ estimates after production cuts and workforce reductions helped the company save money.
Taglio alla produzione e taglio all’occupazione ecco il leit-move della prossima campagna di trimestrali.
E qui farei una interessante premessa in riferimento alla stagione delle trimestrali che si sta aprendo in America, nuova stagione che vedrà focalizzata l’attenzione sulla fantasia contabile delle istituzioni finanziarie americane e sulla percentuale di minori perdite o maggiori guadagni che l’erosione della forza lavoro e la riduzione della produzione produce, palliativi di breve termine che lasciano come spesso accade il tempo che trova.
Sarà inoltre interessante assistere agli orizzonti previsti dalle varie aziende, aspettative che ci diranno quanto sia reale o sostenibile un’eventuale ripresa dell’economia.
Si assistere alle dichiarazioni di ottimismo dei vari amministratori delegati, visto che negli ultimi tre mesi i cosidetti ” insider dealing ” i ceo di circa 252 aziende hanno venduto azioni proprie delle proprie società per un totale di 1,2 miliardi di dollari, più o meno come accadde nel giugno 2007, nove venditori che credono nelle potenzialità della loro azienda ogni misero compratore…..
Executives at 252 companies in the S&P 500 unloaded shares since March 10, with total net sales reaching $US1.2 billion, according to data compiled by Princeton, New Jersey-based InsiderScore, which tracks stocks. Companies with net sellers outnumbered those with buyers by almost 9-to-1 last week, versus a ratio of about 1-to-1 in the first week of the rally. Businessday
Un esempio lampante ci è stato fornito da uno dei mostri sacri della finanza nostrana, il quale sostiene che ……
ROMA (MF-DJ)–”La Borsa e’ pronta a 12 anni di rialzi”. Lo ha detto l’a.d. diMediolanum, Ennio Doris, in un’intervista a Il Giornale. “Non chiedetemi cosa faranno i mercati da qui a un anno – ha continuato – troppi sono gli elementi di incertezza. D’altra parte non mi interessa chi cerca ritorni di breve termine. La crisi e’ una grande opportunita’ di investimento. Le Borse sono tornate ai livelli del 1996, quindi 12 anni in cui i guadagni sono stati nulli. Periodi del genere erano gia’capitati nel ‘37-’49, nel ‘63-’74, a esempio. E ogni volta sono stati seguiti da periodi altrettanto lunghi di forti guadagni. E’ quello che ci aspetta ora: altri 12 anni di ripresa”, ha concluso.
Dodici anni di ripresa che mandano in frantumi la mia teoria di una nuova “lost decade”, dodici anni di ripresa sul semplice assunto che la storia si ripete inesorabilmente e che se abbiamo avuto dodici anni di rendimenti nulli ora avremo dodici anni di miracoli continui…..potenza dell’analisi fondamentale.
ICEBERGFINANZA
Rifkin boccia l’accordo dei grandi “È ridicolo, non salverà il pianeta”
L’economista americano non ha dubbi: servono misure concrete e nuovi impianti puliti
“Dobbiamo lanciare la terza rivoluzione industriale:traguardi sulle industrie da rilanciare“
Jeremy Rifkin
ROMA – “Per mettere d’accordo tutti hanno deciso di andare alla velocità del più lento: così è facile raggiungere un’intesa”. Jeremy Rifkin risponde al telefono da Montecarlo, in una pausa dell’incontro con il principe di Monaco che vuole varare un piano per frenare i gas serra. E il giudizio del presidente della Foundation on Economic Trends sul risultato del G8 è secco: “Un accordo ridicolo”.
Eppure è stato fissato il tetto di 2 gradi all’aumento di temperatura del pianeta: finora gli Stati non avevano dato un’indicazione così precisa.
“D’accordo, ma cosa si deve fare per non superare i 2 gradi? Non basta esprimere un pio desiderio, bisogna prima di tutto capire a che livello di concentrazione di anidride carbonica in atmosfera corrisponde un aumento di 2 gradi e poi organizzare un sistema energetico coerente”.
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L’Ipcc ritiene che, per restare entro un aumento di 2 gradi, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera non debba superare le 400 – 450 parti per milione.
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“L’Ipcc è molto cauta e i suoi precedenti rapporti, spesso definiti allarmisti, sono stati superati dai fatti: l’accelerazione del disordine climatico è stata più drammatica di quella prevista. Jim Hansen, uno dei più accreditati climatologi, dopo aver studiato le carote di ghiaccio che raccontano il passaggio da un’era glaciale a una interglaciale, offre un quadro della situazione molto diverso: quando in passato si è mantenuta per un certo periodo una concentrazione di 450 parti per milione di anidride carbonica l’effetto è stato un balzo della temperatura di 6 gradi, non di 2. E un rapido aumento di 6 gradi non è compatibile con il mantenimento della società umana così come noi la conosciamo”.
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Secondo Jim Hansen l’obiettivo è portare la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera a 350 parti per milione, cioè ridurla rispetto al presente portandola più vicina a quota 280, il livello preindustriale. Questo vorrebbe dire attuare una politica di tagli drastici e immediati che molti considerano incompatibili con lo sviluppo economico.
“Io credo che sia vero l’opposto: l’errore sta nel pensare solo ai tagli delle emissioni che invece dovrebbero essere un effetto secondario di politiche virtuose capaci di rilanciare l’economia, altro che affossarla. Per uscire dalla tre crisi che ci soffocano, quella economica, quella energetica e quella ambientale, non possiamo limitarci a magiare un po’ meno della vecchia minestra inquinante: dobbiamo lanciare la terza rivoluzione industriale pensando in positivo, cioè fissando traguardi sulle industrie da rilanciare. Non bisogna dire ai vari paesi quante emissioni tagliare, ma quanti impianti puliti costruire”.
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Più industrie e meno emissioni?
“Esattamente. La terza rivoluzione industriale è quella che permette uno sviluppo economico che si concilia perfettamente con la riduzione delle emissioni. Ad esempio con le smart grid, con l’energia diffusa e decentrata, ogni casa sfruttando il sole può diventare una vera e propria piccola centrale di produzione di elettricità e calore. Se adottassimo questo modello il settore delle costruzioni, che oggi è il primo fattore di riscaldamento del pianeta, potrebbe diventare parte della soluzione al problema”.
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Le case come elemento trainante del nuovo modello energetico?
“Uno dei quattro pilastri. Il primo è costituito dalle energie rinnovabili. Il secondo è rappresentato dagli edifici sostenibili. Il terzo dalle tecnologie basate sull’idrogeno che serve a immagazzinare l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili. Il quarto pilastro dalle reti intelligenti per distribuire l’energia secondo il modello del web”.
Consigli pratici per pulire la casa in modo ecologico
Guida pratica all’ecologia domestica e alla pulizia della casa in maniera sostenibile, a basso impatto ambientale. Dati, consigli, prodotti e soluzioni per pulire l’abitazione facendo attenzione a non mettere a repentaglio la propria salute e l’ambiente.
Introduzione alle biopulizie
Detersivi. Ammorbidenti. Brillantanti. Le casalinghe del 2000 dovrebbero ricordarsi più spesso delle proprie nonnine, indiscutibili icone di virtù e giudizio. Esperte in economia domestica, conoscevano bene tutti gli artifici per far brillare una casa spendendo poco e inquinando ancora meno. E, in quanto a olio di gomito, altro che palestra, ragazze!
E’ risaputo che tutti i detergenti tradizionali, nessuno escluso, siano una minaccia per salute e ambiente: abbiamo a che fare col nemico non solo dentro casa (tra spray, deodoranti e candeggine, la pelle e le vie respiratorie sono messe a dura prova), ma anche all’esterno. Acqua, terra e cielo non hanno più spazio per i rifiuti tossici che giungono a vele spiegate dai detersivi usati in casa, per non parlare dall’immondizia che deriva dalle loro confezioni.
Ecco allora alcune semplici regole per giovani sposine, donne di mezza età e single convinti. Una serie di consigli pratici perché i vecchi, ed ecosostenibili, trucchi del mestiere ritornino in auge e fare in modo che pulizia della casa e rispetto per l’ambiente vadano di pari passo.
Impareremo come comportarci con i detersivi tradizionali, se proprio non si riesce a farne a meno, tentando di dare qualche dritta per chi volesse, invece, cimentarsi in prodotti biologici fai da te.
Numeri e statitistiche
400 milioni: le tonnellate di sostanze chimiche prodotte dal 1930 a oggi (fonte: Greenpeace )
33%: la percentuale che detiene l’Europa nella produzione di sostanze chimiche (fonte: Unep )
30.000: le sostanze chimiche presenti sul mercato (fonte: Unep )
15-20: i prodotti chimici utilizzati per la pulizia di una famiglia media europea (fonte: Unep )
25%: l’aumento della spesa al consumo tra il 1990 e il 2005 in Europa occidentale e centrale (fonte: Agenzia europea dell’ambiente )

Flaconi e detergenti tradizionali: le regole per maneggiarli con cautela
Bianco che più bianco non si può, germi e batteri in meno, bebè che potranno gattonare in tutta sicurezza sul pavimento! Ne è piena la pubblicità, ma questi detersivi sono davvero quello che cerchiamo? Che puliscano è palese. Contro lo sporco ostinato e le macchie di caffè (ed erba, vino, fragole…) che non vanno via, sembrano essere la panacea di tutti i mali. Ma certo è che, se avessimo un po’ più di cura verso le nostre cose e verso noi stessi, non ci sarebbe neanche bisogno di scrostare il lavandino da un calcare che pare decennale.
Sono poche le regole che è bene seguire perché l’utilizzo dei detergenti domestici sia il meno dannoso possibile.
a) Leggere le etichette
Gli imballaggi dei detergenti devono riportare:
nome commerciale del prodotto
tipo di prodotto (per piatti, per lavatrice…)
quantità di prodotto presente nella confezione (in kg o in litri)
dati del produttore o di chi commercializza il prodotto
composizione del prodotto
istruzioni per l’uso
eventuali rischi e indicazioni di sicurezza per i prodotti classificati come “pericolosi”.
Consultare le etichette è importante per limitare lo spreco del prodotto, a vantaggio dell’ambiente, per un utilizzo corretto ed economico del detersivo e per conoscerne la composizione chimica.
E’ bene seguire le dosi consigliate, ma c’è da giurare che già metà presa consigliata compie gran parte del lavaggio.
Quanto ai prodotti classificati “pericolosi”, l’attuale normativa dispone che la “pericolosità” venga espressa con un simbolo e diciture standard ben evidenziate.
b) Imparare a rinunciare a molti prodotti
I detersivi per capi neri, per esempio, sono solo trovate commerciali. A fare la differenza da un normale detersivo liquido non è nient’altro che un enzima (cellulase) che “taglia” i pelucchi che tendono a ingrigire un capo nero. Ma così facendo il capo si consuma subito!
Usare l’acqua calda
Non tutti sanno che usare l’acqua calda accresce l’efficacia del lavaggio e del detersivo.
Darsi tempo
Sia acqua che detergente hanno bisogno di tempo per agire. Lasciamoli, dunque, per un po’ a fare il proprio lavoro da soli, vedremo che per pulire basterà meno detersivo.
Detersivi concentrati
Sia tradizionali che biologici, i detersivi concentrati consentono di risparmiare soldi e imballaggi.
… o alla spina
Ormai presenti in molte città del nord, anche al sud sembrano prendere piede. Sono i distributori di detersivi sfusi. Ci si porta da casa il flacone e si paga solo la ricarica. Si risparmia fino al 60% e l’ambiente ringrazia.
Metodi della nonna
Aceto, bicarbonato e acido citrico sono una vera forza. Magari alternando con i detersivi convenzionali, se usati nelle giuste proporzioni e diluiti nell’acqua, non hanno nulla da invidiare ai tossicissimi anticalcare e sgrassanti.

Pulizie ecologiche: in cucina
Si sa, il regno della perfetta casalinga è la cucina. Tra pranzetti prelibati e sperimentazioni a suon di mestolo, è qui che raggiunge l’apice dell’appagamento. Vero è che meno incoraggiante è quell’ammasso di stoviglie che si accumula dopo aver soddisfatto il palato di familiari e amici.
Allora è proprio questo il primo luogo in cui può entrare in gioco l’animo ecologico del gentil sesso. Realizzato che quei piatti nel lavello non si laveranno mai da soli (nemmeno, ahimè, con uno “scampanellio” del naso) e che, dopo cena, per il lui italico è più importante il telecomando, ecco alcuni consigli per fare del lavaggio dei piatti (e non solo) un processo sostenibile per tasche e ambiente.
- I piatti a mano
Unto: la maggior parte delle volte, lo sporco dei piatti ha bisogno di sgrassatori efficaci. Prima, però, dare una passata con i tovagliolini di carta usati a tavola o pretrattare con gli spruzzini al bicarbonato, può far risparmiare acqua e detersivo. Un ottimo metodo è anche sciogliere il bicarbonato nella pentola incrostata e metterla sul fuoco per pochi minuti. Lo sporco andrà via con un dito.
In più, sappiamo bene che più l’acqua è calda, più lo sporco si leva facilmente.
Detto questo, il lavaggio vero e proprio va fatto con il detersivo classico, biologico o tradizionale, i cui componenti principali, i tensioattivi, servono a sgrassare.
Ora, è bene riempire il lavello con poca acqua calda, mettendo qualche goccia di detersivo solo sulla spugna e poi risciacquare.
Inoltre…
- Se avanza del limone, riponetelo nell’acqua di lavaggio dei piatti. E’ un buon sgrassante ed elimina gli odori. E un piccolo consiglio di bellezza: il limone è un ottimo irrobustente per le vostre unghie!
- Anche l’acqua di scolatura di pasta e riso, se usata ancora bollente, tira via miracolosamente l’unto grazie all’amido che contiene.

- I piatti in lavastoviglie
La cucina è dotata di lavastoviglie? Ah, che benedizione! Al di là delle disquisizioni se è più ecologico lavare a mano o no (ognuno dice la sua), in molti sono ad averla in casa e a benedirla ogni dì. Anche in questo caso, però, è necessario avere alcune piccole accortezze.
Innanzitutto, al momento dell’acquisto di una lavastoviglie, bisogna tener conto di quelle a basso consumo energetico. Non solo, ma anche scegliere la misura giusta è importante: il single non comprerà di certo quelle che prevedono un carico familiare!
E proprio il carico è un altro accorgimento: prima di avviare la macchina, siamo sicuri che l’abbiamo caricata in ogni suo spazio? O possiamo aspettare anche i piatti della cena di stasera? Energia, acqua e detersivo, insomma, in una sola volta! Inoltre, cari maniaci della pulizia, è inutile sciacquare le stoviglie sotto l’acqua corrente prima di metterle nel cestello…
Un altro rimedio per risparmiare energia, quando la lavastoviglie è manuale, è arrestarla prima della fase di asciugatura e aprirla lasciando asciugare le stoviglie all’aria, mentre è sempre utile controllare il livello del sale e pulire il filtro ogni due settimane.
Quanto al detersivo, di biologici e alla spina ce ne sono tantissimi. E’ possibile anche prepararlo in casa con sale, aceto e limone.
Per brillantare si può versare l’aceto nella vaschetta apposita. Attenzione a non versarlo liberamente nell’elettrodomestico, perché a contatto col detersivo tradizionale l’alcalinità del detersivo stesso si annullerebbe e quindi anche la sua efficacia.

- Il forno e il frigo
Sia che tradizionale che a microonde, il forno non andrebbe mai pulito con prodotti commerciali che contengono soda caustica, solventi e un altro miliardo di sostanze tossiche. Gli eventuali residui, infatti, possono attaccarsi sui cibi. Meglio allora lavare il forno con acqua calda e bicarbonato o limone o aceto oppure passando un limone tagliato a metà sulla superficie e passando poi una spugna inumidita.
Nel caso del microonde, è sufficiente mettere mezzo bicchiere di acqua e succo di limone (o acqua e aceto), accendere il forno a potenza massima per 5 o 6 minuti, attendere un altro paio di minuti e poi passare una spugnetta inumidita.
Aceto o bicarbonato anche per il frigorifero. In questo caso, a fare il suo dovere sarà lo spruzzino che abbiamo precedentemente preparato. Per eliminare cattivi odori, infine, basta lasciare nel frigo un po’ di bicarbonato in una vaschetta aperta.
Pulizie ecologiche: in bagno
Anche qui germi e batteri hanno vita breve con metodi ecologici. Qui, dove l’uomo cela i suoi prodotti di bellezza, dove il bimbo fa il bagnetto, dove le vostre gambe si terrorizzano a sentir nominare la ceretta, dove una doccia calda ve la meritate sempre, dove sognate che quel lavandino splendi di luce propria, esattamente come nelle migliori pubblicità americane anni ‘60… Insomma, anche qui c’è da rimboccarsi le maniche, visto che una pulizia di fondo è sempre indispensabile. Ma, se fatta quotidianamente, disincrostanti o, addirittura, acido muriatico, sono del tutto inutili.
E’ quindi possibile alternare i metodi tradizionali con acqua calda e bicarbonato, che rimangono i migliori alleati, così come le soluzioni con l’aceto bianco. Mai utilizzare questi miscugli nella vasche da bagno in resina.
Anche per togliere il calcare, ancora una volta accorre l’aceto: caldo, passato con una spugna, darà i suoi risultati dopo un risciacquo. Se il calcare ha ostruito le griglie dei rubinetti o della doccia, si possono svitare e immergerli in un bicchiere d’aceto finché il calcare non inizia a sciogliersi.

- Il bucato
Anche qui vale la regola dell’etichetta: leggere le prescrizioni per un corretto uso è sempre importante per non sprecare detersivo, sia tradizionale che biologico (quest’ultimo è il più delle volte concentrato, per cui da utilizzare davvero a piccole dosi).
In effetti, troppo detergente non riuscirebbe a diluirsi, e quindi a lavare, inquinerebbe ancora di più l’ambiente e rimarrebbe appiccicato sui nostri vestiti, che metteremo a contatto con la pelle e così via… Vero è che molto dipende dalla durezza dell’acqua, ossia la quantità di sali di calcio e magnesio presenti, in base alla quale molto varia la quantità di detersivo da usare.
Se l’acqua è dura, molte molecole del tensioattivo presente nel detersivo hanno a che fare con gli ioni calcio e magnesio e quindi non lavano. Serve allora più detersivo. Soluzione: montare dei decalcificatori che la rendano dolce e che proteggano dal calcare macchinari e tubature.
Altri metodi ecosostenibili per smacchiare: è bene pretrattare le macchie con sapone di Marsiglia oppure, e in questo caso serve anche a sbiancare, si possono lasciare i capi in ammollo per una notte in acqua e bicarbonato. Per rendere più bianchi i vestiti, si può anche applicare del percarbonato (che libera ossigeno attivo senza avere effetti sull’uomo e sull’ambiente) diluito e lasciare agire per circa un’ora prima del lavaggio.
L’ammorbidente: quello tradizionale contiene una serie di ingredienti di origine petrolchimica per niente biodegradabili. Oltre agli ammorbidenti ecologici, che contengono elementi di origine vegetale, si può usare l’aceto bianco, che non lascia odore e svolge anche un’efficace azione anticalcare, o una soluzione di acido citrico al 15-20%, 100 ml a lavaggio.
- I pavimenti
Se lavate tutti i giorni, piastrelle o ceramica possono essere anche lucidate solo con acqua e aceto o vapore.
Aceto anche per il parquet verniciato, non per quello oliato, ma si possono pulire entrambi con un panno in microfibra bagnato e ben strizzato. Questo è un ottimo sostituto dei panni elettrostatici usa e getta, che sono ad alto impatto ambientale e spesso sono intrisi di prodotti chimici che rimangono a terra, ad alto rischio per i bambini.
- I vetri
Per le finestre, si passa una spugna bagnata, si appallottola un foglio di giornale, si asciuga ed il gioco è fatto! Ma si può anche ricorrere a uno spruzzino di acqua calda e aceto o soltanto ad acqua e panno in microfibra.
Altri Ecosuggerimenti
- I “baffi” del termosifone sulle pareti: strofinare sul muro con un mollica di pane imbevuta in acqua e bicarbonato
- I Fornelli in acciaio: si possono lucidare immergendoli in acqua bollente e aceto
- L’argento: preparare una pappetta di acqua e bicarbonato e strofinare con uno straccio
- Il rame: trattarlo con straccio imbevuto con un pizzico di sale e aceto (o limone)
- Tappeti: passare l’aspirapolvere, poi cospargere di bicarbonato e lasciare agire una notte. Ripassare l’aspirapolvere.
E, inoltre, ricordiamoci sempre di non lasciare gli elettrodomestici in modalità standby, di posizionare il frigorifero e il congelatore lontano da fonti di calore e regolarne il termostato su temperature non eccessive (4-5° per il frigorifero e -15/-18 per il congelatore).

Dove cercare: prodotti, marchi e sitografia
Molte sono le marche bio in commercio e già molti i supermercati biologici in Italia. Se ne trovano a vari prezzi e il loro componenti sono tutti certificati da appositi Enti, come l’Icea.
Esistono, inoltre, i detersivi certificati Ecolabel, che però garantisce solo un basso impatto ambientale e un’ottima prestazione del prodotto, ma le materie prime possono essere di origine petrolchimica. Ecolabel, cioè, controlla solo l’efficacia del prodotto e non la fase iniziale.
In Italia, due catene producono e distribuiscono linee biologiche Ecolabel: la Coop ed Esselunga.
Marche, Prodotti e negozi on line:
Almacabio http://www.almacabio.it/it/
Biolavo http://www.argital.it/
Ecolino http://www.albero-dellavita.it/cat146.htm
Ecover – EcoLand http://www.kigroup.com/catalogo/igiene_della_casa_1
Lympha http://www.lympha.eu/index.php?id=7
Mondevert http://www.mondevert.it/
Remedia http://www.remediaerbe.it
Officina naturae http://www.officinanaturae.com/
Sonett http://www.sonett-online.de/1italo/liste_i.htm
Tea Natura http://www.teanatura.com/
Witt Linea detergenza http://www.witt.it/
Sitografia
I consigli di pulizia:
http://biodetersivi.altervista.org
http://www.waybricolage.net
http://www.lavarepulito.legambiente.org/requisiti.htm
http://www.bicarbonato.it
http://www.detersivisfusi.it
Statistiche:
http://www.rinnovabili.it
http://www.greenpeace.it
http://www.unep.org
http://www.ermesconsumer.it
http://www.eea.europa.eu/it
http://www.enea.it
http://www.wwf.it
Durezza dell’acqua:
http://www.assocasa.it/Assocasa/Acque.nsf/Ricerca?OpenForm
Supermercati biologici:
http://www.greenme.it/consumare/eco-spesa/251-i-supermercati-biologici
GREENME.IT
Una nuova era dell’abbondanza? EOLICO…Kitegen: ora si fa sul serio
Con centinaia di migliaia di disoccupati in più ogni mese, con il crollo verticale dell’economia, con morbi, siccità, terremoti, incidenti e pestilenze varie che si abbattono da tutte le parti è difficile essere ottimisti.
A parlare di una “nuova era dell’abbondanza” si rischia addirittura di essere presi per matti, specie se si ha, come noi di questo blog, la fama di “Cassandre” istituzionali.
Eppure i nuovi sviluppi del progetto Kitegen ci prefigurano, addirittura, uno scenario di energia abbondante, a basso costo, affidabile e distribuita equamente.
Intendiamoci: è vero che una società avanzata che sia sostenibile non dipende SOLO dalla disponibilità di abbondante energia rinnovabile e “pulita” a basso costo; è vero che senza un imponente cambiamento “sistemico” ci troveremmo in ogni caso ad aggravare, a velocità crescente, i problemi di depauperamento delle risorse e, più in generale, del pianeta, che stiamo già affrontando.
Nonostante questo una qualunque prospettiva di stabilizzazione DEVE in primo luogo passare da una RAPIDA transizione dalle fonti di energia “fossile” a quelle rinnovabili.
Abbiamo ed avremo bisogno di energia per nutrire la popolazione mondiale, per vestirla, per trasportarla, insomma per mantenere l’economia ed il sistema sociale mondiale, ANCHE abbandonando, mai troppo tardi, l’attuale dispendiosissimo e compulsivo vacuo consumismo globale.
Questa energia dovrà essere rinnovabile sia perchè stiamo raggiungendo i limiti produttivi per il petrolio, il gas e il carbone ( si, è cosi, nonostante la crisi e la diminuzione dei consumi, ne riparleremo) sia perchè dobbiamo tagliare il più velocemente possibile la produzione di CO2, per evitare la catastrofe climatica ormai quasi concordemente prevista nei prossimi decenni.
Perchè sia RAPIDA, la transizione, è necessario che le fonti di energia rinnovabili siano abbondanti, economiche ( sia in termini meramente monetari che nel senso più ampio di una efficiente allocazione di risorse), ancora largamente sfruttabili, rapidamente implementabili, non discontinue.
Le fonti di energia rinnovabili attualmente diffuse, purtroppo, soffrono, per un verso o per un altro di notevoli limiti.
O non sono economiche ( è il caso sopratutto del fotovoltaico) o non sono abbondanti ( è il caso, a livello mondiale, della geotermia) o non sono più largamente disponibili ( è il caso dell’energia idroelettrica, senza contare il grande impatto sul territorio).
Resta quindi l’eolico, che in effetti è attualmente il settore di più rapida crescita, specialmente in Europa, dove, in paesi come la Spagna, la Germania e la Danimarca ha raggiunto % importanti della produzione elettrica.

Tuttavia anche l’eolico “tradizionale” ha notevoli limiti.
Il principale, a parte il costo a KWh, ancora superiore alle fonti non rinnovabili ( il gap si è notevolmente ridotto, tuttavia, in tempi recenti) è la discontinuità di fornitura, che del resto affligge il fotovoltaico.
La cosa è evidente. Anche nei posti più ventosi non c’è sempre vento e non è detto che ve ne sia quanto se ne vorrebbe, nel momento in cui lo vorremmo.
Benchè sia in prospettiva possibile concepire una rete elettrica europea integrata in modo da permettere di gestire surplus e carenze produttive di eolico e fotovoltaico su scala continentale, questo non sarà ne facile ne economico, senza contare che comunque risulterebbe piuttosto difficile far corrispondere le curve giornaliera della domanda e dell’offerta di energia elettrica, senza ricorrere a fonti non rinnovabili.
Il Kitegen, il generatore eolico d’alta quota di concezione, ricordo, tutta italiana permette invece di superare questi limiti.
Ne abbiamo già parlato su Crisis, in un paio di circostanze, qui e qui.
In sintesi: l’idea è quella di andare a cercare il vento dove ce n’è tanto, e per tanto tempo.
Ovvero in quota, dove la velocità del vento è maggiore, per più tempo e su aree più estese.
Questo è il motivo principale per cui le torri eoliche devono essere le più alte possibili ( e quindi cosi “impattanti” sul paesaggio). Un aumento modesto di velocità del vento, infatti, ad esempio di solo il 25%, si traduce in un RADDOPPIO, più o meno, della potenza media e, in ultima analisi, anche della produzione.
Ovviamente, per motivi pratici, economici e strutturali, le torri eoliche hanno dei limiti di altezza pratici ed è difficile che si superi di molto le taglie attuali, intorno a 3 megawatt di potenza nominale.
Nominale, appunto, perchè in realtà la potenza MEDIA è tipicamente assai inferiore, tipicamente di un fattore cinque o sei. In questo modo, salvo paesi particolarmente ventosi come appunto la Spagna e la Danimarca,l’energia eolica rimarrà ancora a lungo marginale, specialmente in u paese non ventosissimo come l’Italia.
L’idea del kitegen, invece è quella di sfruttare le correnti a quote più alte, potenzialmente fino a migliaia di metri di altezza, portando fin lassù un profilo alare che generi portanza, facendo muovere un generatore elettrico. Il risultato è una produzione assai più costante, nel tempo, modulabile e sopratutto economica ed ABBONDANTE. In quota, infatti, di vento ce n’è tantissimo e per tanto tempo.
Si parla di oltre 5000 ore di funzionamento a potenza “nominale” da confrontare con le circa 1500-2000 ore tipiche dei generatori tradizionali. Si parla, nella configurazione cosiddetta “a carosello” di potenze di GIGAWATT ovvero paragonabili a quelle di una centrale nucleare, ad un costo frazionario e con rischi ed occupazione del suolo infinitamente inferiori.
Il concetto di “estrarre” energia ad alta quota non è nuovo e viene portato avanti da altri centri di ricerca pubblici e privati, si veda ad esempio qui, per un buon riassunto dello stato dell’arte.
Il Kitegen, tuttavia., è attualmente quello arrivato allo stato di realizzazione più avanzato.
L’idea, di per se, è semplice: far volare un’ala simile a quelle del volo libero o dei kitesurf ( il primissimo prototipo utilizza infatti proprio ali da Kite) su un percorso ad 8, facendogli “svolgere” un grande “rocchetto” di cavo che è connesso ad un generatore elettrico e che produce energia.
Arrivata al culmine della traiettoria l’ala viene messa “a bandiera” e rapidamente recuperata in poche decine di secondi.
Dopodiché riparte un nuovo ciclo “produttivo”, di alcuni minuti.
Nel complesso l’ala passa oltre il 90% del tempo in regime “produttivo” ed il 10% del tempo in fase di recupero, mentre il rapporto tra le energie prodotta e consumata è ancora più favorevole. In pratica dovete immaginarvi un enorme Yo-yo. Enorme, si, ma infinitamente meno invasivo, in termini di paesaggio, di una pala eolica di pari potenza, si veda, a riprova, il filmato da cui ho tratto l’immagine di questo post.
Una configurazione che preveda decine di “aquiloni” che facciano girare una specie di “carosello” è potenzialmente in grado di arrivare a centinaia di MW o addirittura ad un GW, una potenza uguale a quella di una centrale nucleare, sfruttando le correnti d’alta quota.
Ovviamente, se l’idea è intuitiva la tecnologia che sta dietro alla sua concreta realizzazione non lo è affatto e richiede materiali e conoscenze allo stato dell’arte in diversi settori.
Fortunatamente In Italia, a parte l’incrollabile tenacia di Massimo Ippolito e degli altri della KGR, tali eccellenze sono presenti e quindi è in fase di ultimazione il primo prototipo “produttivo” del Kitegen, il cosiddetto “Stem”, che si prevede possa cominciare i primi test già a Settembre.
Non si tratta, quindi di idee futuribili ma ancora sulla carta. Dell’ennesimo annuncio ad effetto seguito poi dal nulla mediatico.
Si tratta di una realizzazione CONCRETA che potrà esser riprodotta in centinaia di esemplari, già immediatamente competitivi con i maggiori generatori eolici tradizionali, in attesa dello sviluppo degli step successivi, di un paio di ordini di grandezza più grandi.
Nel filmato, che tra l’altro comprende anche esempi di funzionamento reale del primissimo prototipo, il KSU1, si vedono due grosse “ventole” che si azionano all’inizio per poi fermarsi quasi immediatamente.
Servono per il lancio “in automatico” dell’ala. Il controllo, infatti è totalmente automatico e sempre in automatico vengono gestite le improvvise anomalie di volo, le raffiche di vento, le turbolenze, etc etc.
Proprio in questo, anzi sta l’originalità e la maggior parte del know-how ( e dei brevetti) originali del Kitegen.
Con la realizzazione dello Stem si aprono scenari di enorme importanza per il nostro paese, una opportunità irripetibile che permetterebbe di trovarci, una volta tanto, ad essere all’assoluta avanguardia, con evidenti clamorose ricadute in termini di occupazione, di competitività industriale, di finanza ed immagine.
Ancora più rilevante risulterebbe la possibilità di renderci energeticamente indipendenti, con evidenti e non trascurabili ricadute in termini di strategie geopolitiche.
Ovviamente l’era dell’abbondanza energetica, se davvero vi arriveremo, porta con se una ENORME responsabilità: come ricorda in modo autorevole Ugo Bardi, in un articolo uscito su TOD, la disponibilità di energia a buon prezzo non evita in alcun modo il collasso sistemico del sistema economico e sociale mondiale, cosi come è strutturato attualmente. Piuttosto lo ritarda, rendendone però più severe le conseguenze.
Il Kitegen, insomma è una grande, straordinaria opportunità.
La sapremo cogliere appieno, utilizzandola per affrontare le immense sfide che ci attendono?
Speriamo.
Se appena rifletto sull’attuale quadro mondiale ecco che mi viene una irrefrenabile voglia di rimettermi a fare la Cassandra…
Commenti
1. andreaX, undefined, ore 10:44
Dico subito che io approvo comunque chi ha il coraggio di percorrere strade nuove, ma a me questo progetto lascia molto perplesso. Ci rendiamo conto che abbiamo una struttura sospesa in aria in perenne movimento?, la torre eolica è piantata a terra ed occupa spazio solo in verticale, invece questa struttura è composta da una parte in movimento la cui superficie corrispondente al suolo è molto ampia, per ovvi motivi di sicurezza tutta la superficie al suolo deve essere chiusa al pubblico, se poi la parte in movimento si stacca?. A questo punto non sarebbe meglio una pala eolica posta sotto adun pallone aerostatico vincolato al suolo con dei cavi?, rischio per rischio almeno la superficie corrispondente al suolo è minore ed in caso di guasto il pallone aerostatico perde quota lentamente.
2. Pietro C., undefined, ore 11:11
#2 Ovviamente il fattore sicurezza è AMPIAMENTE discusso.
In sintesi l’evento caduta dell’aquilone è quanto mai poco probabile ed in ogni caso POCO pericoloso. Il motivo risiede proprio nelle tecnologie e nei controlli usati.
Semplicemente allo stato dell’arte del settore e come tale PROVATAMENTE in grado di governare gli imprevisti.
In caso di rottura di una delle funi, ad esempio il kite si mette a bandiera e viene recuperato.
La caduta a terra è sostanzialmente impossibile perche’ i sensori di bordo ( accelerometri a tre assi etc etc) sono in grado di comunicare in tempo reale ed il computer è inn grado di gestire qualunque trubolenza.
In ogni caso anche lo scenario pochissimo probabile di una caduta dell’aquilone si riduce ad un po di stoffa caduta a terra, non esattamente lo stesso nel caso in cui cada una torre eolica o perda una delle pale ( e puo succedere, con una probabilità almeno paragonabile).
Riguardo alla tua idea, se guardi tra i link a idee simili, esiste ma ha una produttività di circa un decimo ( o meno) perche’ l’aquilone spazza una superfice enormemente superiore, cosi “estraendo” energia da un’area anche essa enormemente superiore. Vi sono poi alcuni problemi seri di sicurezza per gli aerostati, in caso di eventi meteo estremi, che qui non approfondirò.Negli stessi casi l’aquilone può essere recuperato in poche decine di secondi.
Questo in sintesi.Ovviamente molto c’e’ da dire e molto c’e’ da conoscere, ad esempio nel settore dell’automazione e della controllistica automatica ( c’e’ anche un po di matematica superiore da conoscere, per convincersi che tali controlli automatici possono funzionare, siamo infatti allo stato dellarte del settore, in un campo dove si fanno i dottorati di ricerca proprio sui fondamenti matematico/numerici della faccenda).
Tutto questo è bla bla bla.
Il punto è che il kite già ESISTE ed ha accumuilato migliaia di ore di funzionamento in cui è stato propro sottoposto a test e stress per verificare il recupero in emegenza etc etc.
Ne è uscito alla grande già il prototipo KSU1 ( che si vede volare in alcuni brevi spezzoni all’interno della demo) e le prospettive per lo STEM sono di gran lunga migliori.
3. AndreaX, undefined, ore 13:21
Speriamo allora che vada in porto, per una volta saremo orgogliosi di essere italiani.
4. Dr Ganzetti Francesco, undefined, ore 13:51
Bene, letto anche l’articolo su theoildrum ; a naso credo anche che il solare a concentrazione di Rubbia abbia una lifespan molto superiore al fotovoltaico ; quello che sottolinerei della tecnologia kitegen, come del solare a concentrazione, fra gli altri aspetti già descritti , è che non è una rinnovabile “democratica”, nel senso che non sarà possibile afffidarlo al singolo privato….Socialmente quindi sarà piutosto differente dal minieolico o dai fotovoltaico su abitazioni private ; cmq non credo sia possibile riconvertire tutti gli occupati nel settore automotive ( o più precisamente quelli che perderanno il lavoro nei prossimi anni) nelle rinnovabili, così come specificatamente in Italia convertire il trasporto su gomma o su nave senza perdere ulteriori occupati…Non si può salvare capra e cavoli : evidentemente non è termodnamicamente possibile.
5. daniele.spagli, undefined, ore 14:24
Il Kitegen mi ha sempre affascinato e devo ammettere che ne sono rimasto subito folgorato… ma questo filmato è davvero entusiasmante.
Da progettista posso dire che il progetto sembra effettivamente la “quadratura del cerchio”… poche volte posso dire di aver visto un progetto così ben calibrato e studiato.
Da Architetto posso notare principalmente gli aspetti strutturale e posso dire che strutturalmente è un capolavoro: l’uso di materiale in tensione e non in flessione-compressione permette di ridurre al minimo il materiale utilizzato(specie se confrontato con le torri tradizionali).
Anche dinamicamente è un piccolo capolavoro: il cambio di forma per il recupero e il comportamento a yo-yo sono esattamente quanto è necessario per sfruttare al meglio le capacità del vento di “tirare” e quindi sfruttare al massimo l’energia del vento.
Il carosello mi aveva sempre lasciato un po perplesso, specie così come era stato rappresentato nel sito del kitegen, ma questo stem mi sembra semplicissimo e sicuramente pronto per la messa in produzione.
I miei più vivi complimenti.
6. Freddoloso, undefined, ore 15:38
Io ritengo che l’energia in abbondanza semi-gratuita per tutti sia invece la chiave di volta per cambiare la societa’ attuale.
Il fatto di non dover pagare la bolletta e fare il pieno di benzina ci permettera’ di vivere con molto meno, specie visti gli stipendi ridicoli che ci sono adesso e la disoccupazione.
In uno scenario di sovrappopolazione mondiale e quindi di sovrapproduzione e’ ovvio che non possono lavorare tutti, perche’ non ce n’e’ abbastanza per tutti. Pero’ tutti hanno bisogno di campare.
Ecco allora la soluzione: meno lavoro per tutti, una vita e una societa’ piu’ umane e solidali. Energia gratis per tutti e piu’ nessuno spettro di crepare di fame.
Bello no?
7. Boston George, undefined, ore 18:06
questi sono ripieghi…
la soluzione stà nella RIDUZIONE DELLA POPOLAZIONE MONDIALE…
con il benessere ed economia che tira… ci sarebbe un aumento di popolazione…probabilmente le soluzioni ci sono già, ma non è possibile che ne traggano beneficio tutti…
ci sono troppi interessi economici…
IL GRANELLO DI SABBIA
Questa è la lettera di addio apparsa oggi sul CORRIERA_della_SERA ad opera di Rita Clementi, 47 anni, 3 figli, ricercatrice precaria che scoperse l’origine genetica di alcune forme di linfoma maligno, che ci aiuta ad introdurre in maniera esemplare il concetto di granello di sabbia, un granello o macigno come lo vogliate chiamare, che da sempre blocca l’ingranaggio della ricerca, dell’innovazione, l’ingranaggio di una società pulita, fondata sulla meritocrazia, sull’onestà, sulla verità, una lettera che riassumo nelle sue conclusioni finali……
” Desidero evidenziare pro prio questo: il sistema antimeri tocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiuta re a crescere; per questo moti vo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, han no ritenuto di aumentare i fi nanziamenti per la ricerca.
È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostu me non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica con seguenza quella di potenziare le lobby che usano le Universi tà e gli enti di ricerca come feu do privato e che così facendo distruggono la ricerca.
Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.
Rita Clementi.
Non si tratta solo dell’innovazione o della ricerca, si tratta di qualunque settore della vita economica e sociale di questo paese, che ha bisogno di uno scatto di orgoglio, ha bisogno di un atto di dignità, che lo faccia uscire da un sistema feudale, di intrecci politico/finanziari/imprenditoriali che sono come macigni che dalla notte dei tempi sostano negli ingranaggi dei sogni di ogni uomo. Questa è la scelta di Icebergfinanza, la Verità è Figlia del Tempo, oggi più che mai, momento imperdibile di cambiamento, il momento del coraggio di tutti coloro che si riconoscono in queste parole….
” Succhiare il midollo della vita non significa strozzarsi con l’osso, c’è un tempo per il coraggio ed un tempo per la cautela ed il vero uomo sa come distinguerli. …….
Come scrive Wikipedia, Il criterio di efficienza (o di compensazione) di Kaldor-Hicks è una teoria economica introdotta da due economisti, Nicholas Kaldor e John Richard Hicks, nel 1939 e tratta i problemi di confronti in termini di benessere sociale.
Secondo il criterio di efficienza, una modificazione nell’allocazione delle risorse è efficiente se il benessere ottenuto da alcune componenti supera le perdite di benessere subite da altri componenti. Perché vi sia efficienza è fondamentale che coloro che subiscono una perdita di benessere rimangano in una situazione migliore rispetto a coloro verso i quali la modificazione dell’allocazione ha operato favorevolmente.
Tutto ciò ovviamente in questa crisi non è avvenuto, ma a me importava riportare una metafora di Hicks, secondo il quale, nel sistema finanziario, di tanto in tanto, bisognerebbe inserire dei granelli di sabbia, in maniera da rallentarne la velocità!
Molti di voi ricorderanno certamente la ormai leggendaria discussione sullaTOBINTAX che vi invito a rileggere sempre su Wikipedia, ma ben pochi conoscono le parole di James Tobin, premio nobel all’economia pronunciate nel suo “On the Efficiency of the Financial System”, Fred Hirsch Memorial Lecture, New York, Lloyds Bank Review
I have decided … to voice some sceptical views of the efficiency of our vast system of financial markets and institutions. These views run against current tides – not only the general enthusiasm for deregulation and unfettered competition but my profession’s intellectual admiration for the efficiency of financial markets.
Un sistema troppo grande ed inefficiente quello finanziario, che ai suoi tempi forniva solo il 7/8 % dei profitti al netto delle tasse contro percentuali attuali che seconso alcune analisi vanno dal 30 al 80 %.
La finanza in questi anni ha distrutto valore…..come disse Tobin:
(…) Ho paura che stiamo dedicando sempre più risorse, incluse l’energia dei nostri migliori giovani, per attività finanziarie che nulla hanno a che fare con la produzione di beni e servizi, attività che procurano alti compensi, decisamente fuori misura rispetto alla loro valenza sociale. Ho il sospetto che l’immenso potere dei computer venga messo a servizio di questa economia di carta, non per avere transazioni a minor costo, ma per gonfiare quantità e varietà degli scambi finanziari
Willem Buiter nel suo recente post dal titolo “Useless finance, harmful finance and useful finance” QUI ci parla di finanza tra gioco d’azzardo, azzardo morale e biglietti della lotteria…
(…) The collective hubris of the banking sector (broadly defined to include all the shadow-banking sector institutions like hedge funds, private equity funds, SIVs, conduits, other investment funds, AIG-style insurance companies etc.) means that enormous volumes of bets are placed on the behaviour of endogenous variables. The first consequence of this is that, since derivatives trading is not costless, scarce skilled resources are diverted to what are not even games of pure redistribution. Instead these resources are diverted towards games involving the redistribution of a social pie that shrinks as more players enter the game.
Wiston Churchill, disse di voler un giorno assistere ad una finanza meno superba e ad un’industria più contenta.
Confesso che ancora oggi osservo meravigliato al fiume di analisi e ragionamenti su questa crisi che alla fine, girano sempre intorno, evitandolo, a quel piccolo granellino di sabbia che con il tempo è diventato un autentico macigno, ovvero quello relativo all’intreccio tra finanza e politica, spesso allargato all’impresa, un meccanismo quello della finanza e dell’economia, oliato quotidianamente dalle lobbies, una dinamica quella di questa crisi che secondo la mia opinione verrà deviata dal classico granellino di sabbia nell’immenso ingranaggio.
Qualunque azione intrapresa in questa crisi ha visto l’immancabile presenza dell’interesse privato e delle lobbies di potere prevalere sempre e comunque sull’interesse collettivo.
Torno a ribadire per l’ennesima volta che secondo il mio parere il granello di sabbia per eccellenza di questa crisi e quello che ha originato la Grande Depressione sta nascosto negli ingranaggi della disuguaglianza dei redditi, una bilancia che ha visto scendere i redditi a favore dei profitti, un mancanza di “peso” che la storia ha sempre compensato attraverso il ricorso al debito.
Oggi il circuito virtuoso del risparmio, la riflessione che è in atto sul fallimento di alcuni meccanismi dell’economia capitalista è l’essenza di un processo economico che non può prescindere dalla “droga” del consumo, un consumo abbinato all’avidità e alla redditività di breve termine, che ha distrutto la sostenibilità di qualsiasi processo produttivo.
Chiunque legga da sempre Icebergfinanza sa che la disintegrazione di questo sistema economico e finanziario ha origini di natura antropologica, ma per restare in tema di analisi economica, questa quei sotto è una delle tante prove di un sovrapproduzione mondiale in molti dei settori produttivi:
” TORINO (awp/ats/ansa) I produttori d’auto sono troppi, bisogna razionalizzare per contrastare la sovracapacità produttiva dell’industria europea. Questa volta il richiamo arriva dal vicepresidente della Fiat, John Elkann (…) “L’auspicio – dice Elkann – è che alla fine di questa crisi ci possano essere meno produttori di auto. Sfortunatamente quello che sta accadendo oggi è il contrario”. La Fiat, spiega, si è trovata a dover fare fronte a un crollo del mercato del 25 per cento. “Questo calo – ha detto Elkann – nonostante il sostegno di molti governi europei, è ancora più forte per un settore che soffre di sovracapacità. Abbiamo la capacità di produrre il 50% di auto in più di quelle che vengono comprate. Dunque, speriamo che con questa crisi ci siano soluzioni di consolidamento”.
Il 50 % in più di quanto il mercato ha bisogno, mentre ieri una percentuale pari al 50% se non di più delle vendite era supportata dagli incentivi del credito al consumo e del leasing.
Negli ultimi anni questo eccesso di produzione è stato assorbito dalle più svariate forme di incentivi all’indebitamento, sino alle formule esotiche che invogliavano a cambiare macchina almeno ogni due o tre anni, senza che nessuno abbia mai messo in dubbio la sostenibilità di questo ritmo di produzione.
A distanza di quasi ottantanni, l’ombra dell’eccesso di produzione e di indebitamento della Grande Depressione ritorno come un’ombra, un fantasma della storia, riproponendo in un’epoca inedita, la spirale della deflazione da debiti, una deflazione cattiva, che la storia ha conosciuto più volte negli ultimi cento anni.
Si è trattato di una inevitabile spirale che ha origine da uno sproporzionato ed esponenziale sbilanciamento della ricchezza all’interno dei paesi occidentali, riflesso condizionato dallo sfruttamento del lavoro dei paesi emergenti che ha assicurato per lunghi anni beni e servizi a basso costo, facendo scendere i redditi ed aumentando in maniera esponenziale i profitti delle imprese occidentali.
Ne in Italia, ne a livello mondiale abbiamo ancora assistito ad un solo intervento che miri ad una equa ridistribuzione dei redditi, un solo intervento che tenda a riprendere in mano la bilancia dell’economia mondiale.
JK Galbraith con la sua proverbiale ed efficace ironia direbbe che è bene che ogni tanto i soldi vengano separati dagli imbecilli e di imbecilli in questa crisi se ne sono visti a grappoli!
Nel frattempo l’intreccio finanza e politica, prosegue inesorabile oliando quotidianamente il supremo interesse del profitto esponenziale.
Come scrive Caroline Baum su Bloomberg, uno degli aspetti del controverso piano di Obama sulla ristrutturazione dell’impianto regolatore finanziario è che la Federal Reserve è stata investita della qualifica di supremo regolatore del rischio sistemico, un mix di dimensione, leva finanziaria ed interconessione, che potrebbe costituire una minaccia per la stabilità finanziaria, se non affidato a mani consapevoli e responsabili.
” In other words, the same folks who missed, or did nothing to prevent, the worst crisis since the Great Depression will definitely, absolutely, positively be able to anticipate the next one.”
In altre parole, gli stessi geni che si sono addormentati al timone della nave o che non hanno fatto nulla per evitare la peggiore crisi dopo la Grande Depressione, saranno un domani in grado di anticipare positivamente e prevenire la prossima crisi….. Uh-huh. Uh-huh.
Ma ci sarebbe di peggio! Invece che eliminare il dogma del ” too big to fail ” e l’azzardo morale di un salvataggio onnipresente dello Stato, il piano di Obama, istituzionalizza e si espande in questa direzione.
“All systemically important companies will be subject to enhanced regulation,” says Peter Wallison, senior fellow at the American Enterprise Institute, a conservative Washington think tank. “What could that possibly mean? It means they are too big to fail.
La coppia di agenzie immobiliari governative Freddie & Fannie, 19 grandi istituti bancari, due aziende automobilistiche e un’impresa assicurativa che fungeva da hedge fund, AIG, ecco l’elenco dei colossi, too big to fail!
“We need to get rid of too big to fail,” says Allan Meltzer, professor of political economy at Carnegie Mellon University in Pittsburgh.
Per evitare il rischio sistemico si dovrebbe ridurre l’entità di queste vere e proprie centrali nucleari del rischio ed invece, questa crisi crea autentici colossi di argilla, che non possono assolutamente fallire!
Ed invece cosa accade…….
(…) No wonder small banks are voicing reservations about the plan, which has the potential “to destroy competition in every corner of the economy where you identify too big to fail,” Wallison says.
Nessuno ha il coraggio di eliminare Freddie & Fannie, perchè è politicamente impopolare, democratici e repubblicani, ne hanno fatto una sorgente da cui attingere il voto popolare.
Franks, democratico ci dice che ci sono istituzioni che non amano essere regolamentate. La regolamentazione incide sui loro profitti, quindi hanno usato la politica per sabotare, reindirizzare, annullare o deregolamentare il quadro normativo esistente.
Ecco che abbiamo scoperto che l’acqua è bagnata.
(…) The George W. Bush administration elevated this strategy to a snickering, sarcastic art form. George W. It gave us a Food and Drug Administration that sometimes looked as though it was taking orders from Big Pharma, an Environmental Protection Agency that could never rouse itself from the recliner, an energy policy that might well have been dictated by Enron, and a Consumer Product Safety Commission that moved like a rusty wind-up toy.
Per quanto riguarda il sistema bancario nulla di nuovo sotto il sole…..democratici e repubblicani, uniti sotto un unico grande disegno, l’intreccio, politica, finanza ed inprenditoria, che in Italia è a livelli spesso spettacolari!
Magari qualcuno parlerà di ideologia, di libero mercato, di autoregolamentazione, io parlo di avidità, di tracotanza di quella voglia di farsi gli affari propri senza dover rendere conto a nessuno.
Certo qualche scienziato economico pazzo ha certamente contribuito all’idealismo dell’autoregolamentazione, del mercato efficiente, sostenuto magari da modelli teorici e dati empirici, ma chiunque non abbia in se il seme dell’ingenuità comprende che il fine è sempre quello, della massimizzazione degli affari propri.
Non esistono mercati razionali, non esistono mercati perfetti, esistono equilibri delicati che vanno monitorati costantemente, senza tralasciare nulla.
Ma ecco che all’improvviso, noi di Icebergfinanza abituati al brivido, leggiamo….
(…)Besides keeping Bernanke, Obama’s options include appointing Summers or Janet Yellen [San Francicso Fed President] Summers, 54, a former Treasury secretary who heads Obama’s National Economic Council, is considered the front-runner should the president want a change.
Summers, il probabile nuovo comandante in capo della Federal Reserve, wow…… una volpe a guardia del pollaio!
“Il dopo Bernanke è già cominciato. Il suo mandato scade a gennaio. Ma sul mercato le voci corrono veloci e gli operatori hanno iniziato a chiedersi se Ben Bernanke guiderà ancora la Federal Reserve dopo quella data. Ieri, al primo di due giorni di incontri del comitato monetario della Fed stessa, è stato proprio lui a dominare il dibattito politico e mediatico attorno alla banca centrale. Al punto che un quesito in merito è stato posto anche al presidente Barack Obama all’inizio della sua conferenza stampa di ieri. “Ha fatto un buon lavoro”, ha risposto il capo della Casa Bianca, aggiungendo un laconico “no darò notizie sul futuro del chairman della Fed” e precisando che la Banca centrale “è nelle condizioni giuste per monitorare i rischi finanziari sistemici”. Secondo le prime indiscrezioni Larry Summers, oggi capo dei consiglieri economici di Obama, sarebbe in pole position a prendere in mano la Fed nel 2010.” Yahoo
Probabilmente non si potrà discutere della buona fede di Bernanke nella vicenda Merrill Lynch e Bank of America ( …….molti dubbi restano invece su Geithner e in maniera particolare sul Paulson ) ma del suo integralismo ideologico che ci ha accompagnati attraverso la madre di tutte le crisi, io non ho alcun dubbio, per quanto riguarda invece l’integrità…….
” Bernanke replica di aver sempre informato chi ne aveva diritto e rivendica alla Fed di aver gestito col «più alto grado di integrità» una vicenda complessa e inusuale, in un momento drammatico della storia finanziaria del Paese. Il passaggio per lui più difficile è stato forse quello in cui Darrell Issa, un deputato repubblicano della California che è stato il suo accusatore più accanito, ha tirato fuori una mail nella quale Jeffrey Lacker (capo della Fed di Richmond, uno dei «governatori» locali dell’ Istituto federale) racconta a terzi che Bernanke gli aveva detto di essere pronto a sostituire il management della Bank of America, se Ken Lewis si fosse rifiutato di concludere l’ acquisizione di Merrill Lynch. Bernanke_resiste_al processo_ Merrill_
” Summers wants the job, Senator Robert Bennett of Utah [said].Asked if he would support Summers for Fed chairman, Bennett said: “I am told that Larry would very much like me to. I would have no objection to Larry.
Noi ad essere sinceri qualche obiezione ce l’abbiamo, basta guardare la storia e non dimenticare, come scrive Bloomberg, Larry Summers è sorridente…….
The Obama administration economist, whose name is never invoked without “brilliant” attached to it, has been touted as a likely successor to Federal Reserve Chairman Ben Bernanke . Bernanke’s four-year term ends in February, and the subject of his reappointment is starting to preoccupy the political class in Washington. (…)
Financial-market types, on the other hand, were quick to declare Bernanke toast, crown Summers as the heir apparent and concoct a conspiracy theory to fit the facts. ( Bloomberg )
Comunque vada tra finanza che riesce ad ottenere i maggiori profitti della sua storia e finanza che non trova altro che radoppiare gli stipendi base per aggirare il problema dei bonus, torniamo alla nostra amata economia reale, senza dimenticare che alle volte ci vorrebbe non solo un granellino negli ingranaggi, ma sempre più spesso un macigno, per ricordare alla finanza la sua funzione di ancella dell’economia.
Calculated Risk ci ricorda come The Leveraged Loan “Wall of Worry” la minaccia del credito non sia riferita solo alle OPITION ARMs ed ai CRE Loans, ma 75 miliardi di debiti leveraged in scadenza nel 2012, ai 150 miliardi in scadenza nel 2013 e ai 215 miliardi in scadenza nel 2014…….ma come dirà certamente qualcuno, nessun problema, tanto la madre di tutte le crisi si concluderà alla fine dell’anno o al massimo il prossimo.
Chi legge Icebergfinanza da almeno un anno sa che da sempre sostengo che non è possibile credere alla favola degli stimoli fiscali che molti continuano a raccontare come esempio per una futura ripresa dei consumi.
Come per quanto riguarda la ormai leggendaria favola del decoupling, ovvero la possibilità che altre economie raccolgano il testimone della crescita economica mondiale, anche quella delle magiche proprietà degli stimoli fiscali è stata definitivamente smascherata dagli ultimi dati americani.
Reddito personale che cresce del 1,4 % e quello disponibile del 1,6 % in maggio lasciano il tempo che trovano di fronte all’anemica crescita dei consumi ( 0,3 % ) Lo stimolo fiscale è chiaramente al lavoro, peccato che la sua inutilità abbia sostenuto la più alta percentuale di risparmio dal 1993, un impulso fine a se stesso, temporaneo.
L’immenso oceano di debito in circolazione verrà lentamente prosciugato da una inevitabile dinamica visrtuosa del risparmio, che inevitabilmente continuerà a rappresentare una seria ipoteca sui consumi.
Di una cosa possiamo essere certi, che il prossimo dato relativo al PIL del secondo trimestre non beneficerà più di tanto del contributo positivo dei consumi (PCE), magari qualcuno rispolvererà, l’arma non convenzionale del deflattore, amplificando gli effetti dell’inflazione energetica, per assicurare un dato macroeconomico, in linea con la favola dei teneri germigli verdi, ma la percentuale di risparmio al servizio del debito, preannuncia per l’autunno un tramonto infuocato dei consumi.
Sembra quasi che il Giappone abbia una fantasma per amico……la deflazione:
Calo record dei prezzi al consumo in Giappone.
Il ministero degli Affari interni e delle Comunicazioni conferma che l’indice generale è diminuito dello 0,4% mensile e dell’1,5% annuo.
Anche l’indice core, ovvero al netto dei prezzi volatili degli alimentari freschi, ha subito una frenata dell’1,1% annuo a maggio, contro lo 0,1% di aprile. La rapida decelerata, destinata per gli analisti a continuare, rilancia i timori sulla deflazione. Si tratta, infatti, della terza contrazione consecutiva su base mensile.
Il calo dei prezzi al consumo in giappone è stato causato dalla discesa dei prezzi dell’energia e dalla crisi occupazionale che induce i consumatori a tagliare le spese. Anche l’indice core dell’area metropolitana di Tokyo, considerato un anticipatore del trend dell’indice nazionale, è calato dell’1,3% annuo, contro l’1,1% previsto dagli economisti. ( SOLE 24 ORE )
Date un’occhiata a ciò che si scriveva della deflazione giapponese nel lontanoMAGGIO_2007 ……certo ma in fondo a noi non succederà mai e quindi tutti a parlare di inflazione, come ad esempio l’ennesimo fantasma di GREENSPAN_sul_FINANCIALTIMES che nel suo sproloquio sussurra che l’economia reale dipende in tutto e per tutto dall’andamento delle quotazioni dei mercati finanziari, la droga dell’economia reale è sempre più l’economia di carta.
Qualsiasi sua considerazione sull’inflazione la lascio al Vostro divertimento, ormai ” il maestro” è un fantasma del suo passato al punto tale che il suo vice di alcuni anni fa alla Federal Reserve, Alan Blinder, deve ricordarli che ….. ‘Why Inflation Isn’t the Danger’ QUI
Un giorno discuteremo anche della leggenda metropolitana che vede la deflazione come un terribile drago dalle mille teste, per tutti coloro che hanno un debito, dimenticando che il problema non è tanto il debito, quanto la spirale della deflazione in rapporto all’occupazione, visto che la deflazione diminuisce l’onere del servizio dal debito, attraverso una riduzione delle rate di ammortamento dei mutui.
A proposito di “Lost Decade” anche Edmund Phelps non ha peli sulla lingua……
Edmund Phelps, winner of the Nobel Prize in economics in 2006 and a professor at Columbia University in New York, said it may take as long as 15 years for households to rebuild what they lost in the recession.
Quindici anni sono tanti anche per il sottoscritto, mi auguro che non si debba aspettare cosi tanto per una naturale ricomposizione dell’immenso ed esponenziale debito prodotto in questi anni.
“The only way we’re going to get a healthy, full recovery is over a long period of time, involving households rebuilding their balance sheets,” Phelps said in an interview on June 22 with Bloomberg TV. “There’s no silver bullet that’s going to get us into good shape quickly.”
Alquanto interessante inoltre l’articolo qui sotto riportato dall’ Economist che ci ricorda come secondo una ricerca sono molti quelli che preferiscono abbandonare le loro case ogni qualvolta la dinamica dei prezzi fa si che il valore della loro abitazione diventi inferiore al mutuo residuo, amplificando ulteriormente con il tempo l’espansione delle foreclosures……..
It is easier to dump a home loan if a friend has done so too.
HOUSE prices in America have fallen so far that as many as one in five households have mortgage debt greater than the value of their homes. In a few states, borrowers are not liable for the shortfall between an unpaid loan and the resale value of the home it is secured upon. Even where borrowers are on the hook, lenders often find it too costly to pursue unpaid debts. So some homeowners may be tempted to default and escape the burden of negative equity. Economist

New research based on a survey of 1,000 homeowners suggests that one in four mortgage defaults are “strategic” —by people who could meet their payments but who choose not to. The main drivers of strategic default are the scale of negative equity, and moral and social considerations. Few would opt to renege on their mortgage if the equity gap were below 10% of their home’s value, the authors find, partly because of the costs of moving. But one in six would bail out if loans were underwater by a half.

Questa dinamica che ci propone sempre CalculatedRisk non ha bisogno di commenti!
Click on graph for large image.
Come non credo abbia bisogno di ulteriori commenti questa immagine che ci ricorda come oggi il problema numero uno è la disoccupazione……. A lost decade for Jobs…
Private sector job growth was almost non-existent over the past ten years. Take a look at this horrifying chart:

Between May 1999 and May 2009, employment in the private sector sector only rose by 1.1%, by far the lowest 10-year increase in the post-depression period. http://www.businessweek
Come diceva Galileo Galilei, non basta guardare, occorre guardare con occhi che vogliono vedere, che credono in quello che vedono.
I granelli di sabbia della finanza sono molteplici, alle volte sono autentici macigni, non è facile riuscire a ripulire gli ingranaggi di questo sistema, ci vorrà tempo, pazienza e speranza, tanta speranza, gli stessi occhi che vedono e sanno che in fondo, dietro l’angolo ci sono uomini e donne, che da tempo lavorano e vivono per un mondo migliore, un mondo dove l’uomo sia protagonista della sua vita, della sua essenza, un mondo che già esiste, da riscoprire, da coccolare, da conoscere consapevolmente per poterlo un giorno abbracciare.
” Succhiare il midollo della vita non significa strozzarsi con l’osso, c’è un tempo per il coraggio ed un tempo per la cautela ed il vero uomo sa come distinguerli. …….
e ancora, come canta Jovanotti……
(…) sconfiggere il nemico è guardarsi dentro
cercare il proprio centro e dargli vita come a un fuoco quasi spento renderlo vivo
e dargli movimento.
Rita Clementi tra le righe lascia anche questo messaggio di rassegnazione…(…)Vado via con rab bia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedi zione non siano servite a nulla.
Si perchè alle volte ………
Il nemico si nasconde si mimetizza tra le pieghe della coscienza
la sua violenza è subdola il suo passo di gatto
difficile davvero coglierlo sul fatto
il nemico è tra noi è dentro di noi
per farlo fuori occorre rinunciare ad una parte di noi stessi
se un tempo era più facile lottare contro ciò che non andava
perché il nemico una faccia ce l’aveva
una voce, una bandiera
sapevi dove andare a prenderlo in giro la sera
aveva nomi e facce, ma non è più
così adesso non si vede ma lui è ancora lì più forte che mai
e sotto sotto spinge col suo dai e dai
e ha stipulato un patto con le coscienze addormentate
nella pubblicità di una realtà falsificata……
No, Cari compagni di viaggio, non esiste solo la sensazione che tutto ciò che facciamo non serva a nulla, noi abbiamo l’obbligo e il dovere di seminare, le nostre speranze, le nostre certezze, anche se, probabilmente non avremo sempre e comunque, il privilegio di assistere al raccolto finale, non almeno in questo nostro mondo.
ICEBERGFINANZA
SOLUZIONE AL CAPITALSMO

In questi anni ci sono sempre più persone che si rendono conto della progressione senza limiti del capitalismo e dei suoi aspetti negativi, ma si trovano completamente smarrite di fronte al da farsi. L’umanità ha provato in ogni modo ad arginare il problema, ma una soluzione definitiva ci sembra utopistica, ci sentiamo impotenti e ci rassegniamo facendo il gioco di gestisce il potere.
Il capitalismo non è intelligente, non è giusto e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi. (John Maynard Keynes)
Perché ci sentiamo travolti da un problema inarrestabile che ci lascia tutti passivi? Dove sbagliamo? E soprattutto, quale è la soluzione definitiva?
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L’ESSENZA DEL CAPITALSIMO
Iniziamo col capire bene il problema, perché, se non ne vediamo il nocciolo originale, rischiamo di continuare a ripetere la storia dei continui accomodamenti superficiali che non risolvono mai il problema alla radice. Migliorare le proprie capacità per cercare la soddisfazione individuale fa parte dell’uomo. Cercare la sicurezza del proprio io, del proprio corpo, delle proprie idee è un istinto umano e, ognuno a suo modo, ne è portatore.
La ricerca del potere, dell’affermazione dell’io e della sicurezza individuale è in noi. Non è un nemico cattivo diverso da noi stessi, e il suo significato va visto nel posto che ha insieme a tutte le altre volontà individuali.
Dove è il problema? Il problema è che l’uomo sano non ha solamente questo tipo di istinti, ma un vastissimo arcobaleno di desideri e sensazioni. Il problema si pone cioè quando l’individuo (o il gruppo) si isola chiudendosi nel proprio obiettivo di potere trascurando ogni altro aspetto di sensibilità verso il mondo esterno, verso le volontà e i desideri degli altri e verso tutto l’ambiente in cui vive. Tutti abbiamo il desiderio di esprimerci liberamente, di soddisfare i nostri desideri personali senza divieti ne limiti. Di fronte ai divieti, alle imposizioni e alle regole in genere, sentiamo fastidio, tensione e insofferenza. La libertà individuale è un bene prezioso e ogni sistema sistema sociale sano dovrebbe considerarla come uno dei valori più importanti, ma non è l’unico. Nelle società civili, se una persona prepotente ha il desiderio di esprimersi picchiando i bambini, viene fermato.
Lo spazio per l’espressione personale deve essere lasciato ed è sano finché non limita i desideri altrui, se poi una mia preferenza individuale minaccia la sicurezza fisica degli altri, diventa inammissibile.
Questo principio è alla base di tutti i sistemi civili moderni, perlomeno in apparenza. Il problema del capitalismo è mettere tutte le componenti dell’affermazione dell’io in primo piano rispetto a qualsiasi altra parte della vita, è il disequilibrio progressivo che si crea fra questi aspetti e tutto il resto. E’ avere come obiettivo primario la massimizzazione del guadagno, e ogni altro aspetto della vita sacrificabile al primo. La salute, l’educazione, la libertà, l’altruismo, l’arte, l’introspezione, gli affetti, la natura, la sensibilità, la creatività, ogni possibile tipo di morale o di etica, ogni ideologia… Si crea un problema quando tutto ciò è sacrificabile in nome del massimo guadagno di un azienda o di un gruppo in termini economici o di potere, fino a trascurare anche i diritti umani di chi viene sfruttato.
Come nel singolo, l’estremizzazione degli aspetti individuali e di affermazione dell’io determinano delle gravi insensibilità e sono sintomi di forti disturbi della personalità, anche una società che abbia come modello di vita la massimizzazione del potere è malata.

SBAGLIAMO AD ESSERE ANTAGONISTI
Gran parte delle persone intuisce la malattia del capitalismo, ma non riesce a convogliare le sue sensazioni in una azione risolutiva. Vorrebbe una società priva di individualismo, aggressività e violenza, ma tutti i sistemi sociali e politici che abbiamo provato nella storia non hanno fatto altro che spostare l’accentramento e i modi in cui la volontà di potere si esprime, senza mai eliminare definitivamente la violenza dal sistema.
Per indebolire il sistema capitalistico si è cercato di appoggiare gruppi che si dicono contrari all’individualismo, ma non ha funzionato. E’ come se la nostra missione di vita sia eliminare i portatori di coltelli, quindi creiamo un movimento giusto a cui tutti dovrebbero aderire, ma lo facciamo utilizzando ognuno un piccolo coltello. Cercare e sostenere un partito che “si dice” libero dalla corruzione e dal potere che contrasti il partito dominante capitalista è il più grande errore che facciamo. Perché in realtà nessun uomo è completamente libero da quegli istinti naturali, quindi quel partito manca di onestà e significato e noi sprechiamo energie preziose. Va a finire che, col tempo, il gruppo che sosteniamo manifesta anche la sua anima individualista mostrandosi incoerente di fronte ai suoi imprecisi ideali dichiarati a gran voce. Così lasciamo inalterato il problema e rimaniamo delusi dai politici corrotti e dalla missione inconcludente…
Non ci si libererà mai dai mali del nostro periodo se immaginiamo di individuare nella ricerca individuale di potere il problema mondiale in questione. Aggredire e rifiutare questa ricerca naturale è una battaglia persa, che va tutta a vantaggio di chi dal capitalismo estremo acquisisce potere…
IL CAPITALISMO E’ PROGRESSIVO
Il modello imposto è: Tutti vogliamo di più. Più ricchezza, più proprietà, più lusso, più sicurezza, più affermazione sociale, più potere ecc… Il capitalismo è il modello della “rincorsa” sempre più rapida e senza fine. Se io prendo sempre di più, rimarrà sempre di meno per gli altri. E per dirla semplicemente, poi le cose da prendere finiranno. Il giorno dopo, bisognerà essere ancora più scaltri, competitivi, aggressivi, potenti e senza scrupoli fino a che, per qualcuno, nell’ultimo gradino della scala gerarchica di potere, non rimarranno nemmeno le risorse essenziali. Nel corso degli anni, se portiamo avanti questo modello cieco, spingendo sulla massimizzazione del potere in ogni ambito (politico, economico, sociale, nei mass media), si crea un accentramento progressivo e l’esclusione di qualsiasi altro modello possibile. Il mondo, con tutte le sue meravigliose sfumature, viene plasmato secondo le regole di un azienda.
IL MONDO STA DIVENTANDO UN AZIENDA
L’immagine dell’imprenditore che chiede i favori al politico deve essere ampliata: Oggi esistono dei gruppi finanziari economicamente più potenti di interi stati. Arabia Saudita, Polonia, Finlandia e moltissimi altri paesi potrebbero essere “comprati” da gruppi privati. Questo significa che è il politico a lustrare le scarpe al colosso economico, e le decisioni di un intero paese sono influenzate dalle dinamiche del massimo guadagno di un azienda. Un’azienda privata e i suoi consigli di amministrazione, come sappiamo, non ha come obiettivo primario la libertà dei cittadini, la loro salute, la loro qualità di vita, la loro educazione, la loro serenità, la giustizia o la divisione equa delle risorse.
A livello mondiale, per chi non è nella casta dei potenti, queste basi fondamentali della vita vanno via via scomparendo…
Il potere economico assottiglia la distanza da quello politico, i servizi pubblici vengono privatizzati e i grandi gruppi economici e le grandi banche mondiali creano delle reti in comune infiltrandosi nei media per aumentare i consensi neimodelli di vita da cui trarre profitto: Per anni conosciamo i lati positivi delle persone ricche, furbe, belle, aggressive e competitive, forti, determinate, e istintive, con il linguaggio ei modi del branco. Nel corso degli anni il mondo cambia gli stili di vita perdendo le sue più alte capacità come l’intelletto individuale, l’altruismo, la sensibilità e i modelli che non portano consensi nel coro vengono allontanati dalla coscienza collettiva.
I grandi gruppi economici e politici cercano di incrementare il potere stipulando alleanze, sciogliendosi in altri gruppi, unendosi o dividendosi, indipendentemente dalle necessità reali dei cittadini. Il cittadino è tenuto distante dalla casta di chi detiene il potere e la sua libertà sempre più limitata. Viene imposto un sistema dove la democrazia è fatta dalle masse, che, a differenza del singolo, apprende i modelli di vita dai media. L’unica forma di partecipazione del cittadino è possibile votando dei simboli, e delegando ogni altra decisione ai partiti politici, il tutto all’interno di una griglia sempre più stretta di regolamenti e leggi decisi dall’alto.
SEMPRE PIU’ CONTROLLO E SFRUTTAMENTO
Abbiamo visto che il capitalismo non si autolimita: Ogni limitazione imposta non avrà mai la forza di arginarlo, alla lunga ogni ostacolo non fa altro che perdere di importanza difronte all’imperativo principale di guadagnare potere. E abbiamo anche visto che Ogni movimento antagonista al modello capitalistico non fa che accrescere la sua forza. Combattere i suoi principi di base è un controsenso in termini, perché tali principi sono presenti anche nelle frange che vogliono abbatterlo. Chi rallenta la sua corsa non fa altro che lasciare spazio a tutti gli altri squali pronti ad attaccare voracemente. Infine tutti i tipi di potere e i media avranno un unico gruppo di controllo.
Si è creata una coperta di ricchezza, che accumula potere e denaro prosciugando tutto ciò che è fuori, mettendo in secondo piano la salvaguardia delle limitate risorse ambientali, dei diritti umani, non curandosi della povertà nel mondo, degli sfruttamenti dei deboli o di tutto ciò che è lontano dal proprio recinto. La coperta diventa perciò sempre più corta e copre meno persone che si scanneranno per diventare ricchissimi e gli standard di vita saliranno a modelli di ricchezza e consumo sempre più alti…
Se prima l’escluso era solo il povero bambino dell’africa che muore senza acqua, poi lo sarà anche il barbone in città e l’extracomunitario, oggi lo è anche il pensionato pubblico che fruga nel cassonetto o il single divorziato che deve pagare gli alimenti, mangia alla mensa della caritas ma non rinuncia all’ultimo modello di cellulare. Vediamo le ragazzine andare in giro seminude con crisi emotive se non possono uniformarsi ai modelli estetici del momento rifacendosi il seno o la bocca. Questi sono i giovani che fra qualche decina di anni ci governeranno. Molti vivono nella morsa dei debiti, nella paura che una multa imprevista o una bolletta salata possa gettarli sul lastrico. Domani l’escluso sarà chi non è disposto a tutto per vivere in un mondo ad altezze vertiginose e surreali…
Poi quando il potere è abbastanza concentrato da poter fare leggi autonomamente, si impedisce ogni forma di movimento che minaccia i potenti (scioperi, manifestazioni, istruzione pubblica, leggi elettorali) fino ad arrivare alla repressione anche militare di ogni attività fuori dalle leggi promulgate dalla casta, in nome della governabilità, della legalità, della produttività, e soprattutto della sicurezza. Si crea cosi una situazione di estremo stress dove tutte le vie di fuga sono precluse. Solo un messaggio ti salverà: Diventa più ricco, diventa come noi, guarda noi potenti come siamo protetti e a nostro agio, noi siamo i furbi. Così tutti ci mettiamo a correre per salvarci a scapito degli altri…
In questo processo di accentramento dei poteri l’Italia ha solo anticipato i tempi. Tutte le nazioni alla lunga, anche cambiando governi, sono destinate all’accentramento. Se non c’è un limite e tutto si rivolge verso la massimizzazione dell’individualizzazione, allora il disequilibrio fra i pochi rampanti ricchissimi e i molti sfruttati poverissimi fa sentire le sue crepe generando sofferenza e tensioni sociali.
NON CERCARE IL POLITICO SANTO
Quando diciamo che quel politico corrotto ci ha deluso, cosa stiamo dicendo? Per risolvere il problema abbiamo cercato per anni il politico santo che ci salvi contro gli altri corrotti, e abbiamo idealizzato gruppi che si spacciavano per incorruttibili e privi di brame di potere. Gli individui alla base sono tutti imperfetti e, chi più chi meno ha i suoi difetti. A parte estremi patologici di disturbi della personalità dei grandi dittatori, ed estremi invece pieni di amore per il prossimo come le figure di Buddha o Gesù, le persone normali sono soggette agli stessi impulsi individuali ed egoistici di tutti.
Il Problema è che il sistema mondiale (sociale, economico e politico) premia e porta in alto nelle stanze dei bottoni i più individualisti, scaltri, competitivi, invidiosi, aggressivi, determinati e insensibili. Alla lunga, la rete di controllo della politica, dell’economia e dei media sarà il recipiente che seleziona quei personaggi malati di potere che estremizzano di più questi difetti. La società tutta, a sua volta, tenderà a diventare lo specchio delle leggi e dei modelli imposti da pochi tra i personaggi più egoisti.

UN SISTEMA CHE NON DEGENERA
Bisogna abbandonare un sistema degenerativo dove sono i più egoisti del paese a decidere per tutti e contribuire a promuovere un nuovo sistema che considera il naturale individualismo dell’uomo ma non lo estremizza. Un sistema stabile che sia immune alla progressione e all’accentramento del potere lasciando libertà a tutti. Non possiamo evitare definitivamente che ci possano essere persone malate, bugiarde e avide di potere che bramino alla poltrona del comando. Però le leggi del sistema sociale, al contrario degli impulsi innati dell’uomo, non sono immutabili, e possono essere cambiate nel corso degli anni.
Modifichiamo i posti di potere, non cerchiamo un uomo santo.
Come nasce un posto di potere nei sistemi civili e democratici? Nasce dall’accettazione dei cittadini di lasciarsi gestire, a vari livelli, dalle autorità che possono promulgare leggi ed imporle con le forze dell’ordine verso gli individui che hanno volontà diverse. Il potere delle autorità politiche regola sia l’espressione dei cittadini (manifestazioni, scioperi, regolamentazione del web, leggi elettorali, forze dell’ordine, magistratura) sia le informazioni che i cittadini ricevono (leggi sulle televisioni, sull’editoria, sul web, sulle pubblicità, ecc..). Agendo su questi punti nevralgici si aumenta sempre di più la distanza dal cittadino al centro di potere che acquisisce autonomia come fosse una casta a sé. Se poi un politico ha interessi anche nell’economia o nei media il processo diventa più rapido, e agisce direttamente sui media per acquisire consensi con le tecniche di controllo delle masse.
In sostanza chi ha un forte potere può imporre la propria volontà sugli altri, ed esprimere senza troppe limitazioni gli istinti individualisti che abbiamo definito inizialmente, è quindi il posto ambito per eccellenza dalle persone più egoiste e individualiste della popolazione. Se abbiamo un grandissimo faro sopra la città, le falene si dirigeranno lì a migliaia e combatteranno fra di loro per mantenere il posto più vicino alla grande luce. Abbiamo provato a limitare la libertà delle falene e a negare l’esistenza di certi istinti, ma alla fine tutto torna come prima… Perché non prendiamo atto dei nostri istinti e non spegniamo il faro? Più la luce viene abbassata, più le falene si distribuiscono liberamente fra le lampade delle case vicine.
Il principio è molto semplice: I colossi economici e i politici più egoisti si rivolgono naturalmente verso qualsiasi accentramento di potere allo scopo di circoscrivere i propri guadagni a scapito dei semplici cittadini che hanno delegato la scelta ad altri. Ogni sistema che permette qualsiasi tipo di gerarchia di potere, dove un gruppo di persone è delegato dagli altri per scegliere, permette all’istinto individualista dell’uomo agire sugli altri e determina, esteso su larga scala, i problemi dell’accentramento progressivo e dello sfruttamento.
Non esiste nessuna altra soluzione. Per fermare il capitalismo bisogna avere un sistema senza potere e autorità. Ma cosa significa un mondo senza potere?
PERCHE’ IL POTERE CRESCE?
Finché il mio istinto egoista mi porta a tenere una mela più degli altri il male è circoscritto, ma quando alcuni gruppi controllano mezzo mondo mentre la maggior parte delle persone vive di stenti e ogni giorno 30.000 bambini muoiono per problemi legati alla povertà (la metà dei decessi per FAME!) allora il problema è immenso. Per agire sull’origine del potere su scala mondiale, bisogna capirne bene l’essenza. Come si rafforza il potere a livello mondiale? Quali sono le dinamiche mondiali per cui si arriva dalla mela al mondo? Perché gli istinti egoistici dell’uomo si diffondono sempre di più a scapito degli altri istinti? E quale è il motivo essenziale di tale progressione?
La vita degli individui in società è fatta di interazioni: Dagli altri verso me, e da me verso gli altri. Ognuno può ascoltare, decidere e agire.
L’accentramento progressivo del potere su scala mondiale si crea quando le interazioni fra gli uomini, in ogni possibile direzione, vengono mediate o controllate.
Agire: Più la la facoltà di scegliere è indiretta, più l’istinto individualista avrà potere di sfruttare.
Ricevere: Più le informazioni che abbiamo sono mediate, più l’istinto individualista avrà potere di sfruttare.
Sia in un senso che in un altro non deve determinarsi alcun gruppo di controllo, perché sarà inglobato dalla travolgente progressione mondiale del capitalismo, influenzando tale mediazione per accaparrarsi sempre più potere a scapito degli altri. Ogni organo che freni, separi, diriga o organizzi lo scambio di informazioni e azioni favorisce l’accentramento di potere progressivo e quindi, lo sfruttamento a cascata di chi ha meno potere.

IL DENARO VALE OVUNQUE
Ogni nazione è sovrana solo nel suo territorio e agisce nei suoi limiti, il denaro invece non conosce barriere. Il suo potere non si ferma di fronte alle frontiere degli stati e la progressione del capitalismo agisce a livello mondiale. In parole povere la legge del denaro si impone a livello mondiale arrivando ai politici di ogni nazione, mentre quella politica agisce solo all’interno della singola nazione. Si creano così nazioni ricche e nazioni sempre più povere e il problema in senso generale non viene mai affrontato.
Il problema del capitalismo non potrà mai essere risolto da un singolo stato, infatti, il primo fattore di mediazione nelle interazioni del mondo è quello esercitato dai singoli stati con leggi diverse.
PRIMA LA VITA
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Gli Stati Uniti, da soli, potrebbero sfamare ogni essere umano nel mondo, mentre un quarto del cibo prodotto dagli USA è sprecato…
Se la parte più povera e debole del mondo, quella che vive quotidianamente con il problema della fame, della sete, delle malattie, avesse deciso per se stessa, è impossibile che avrebbe scelto la propria morte e dei propri figli, questo dimostra con estrema chiarezza che esiste un sistema che permette lo sfruttamento, infatti un piccolissimo gruppo di uomini, non solo ha da mangiare e da bere, ma può comprarsi interi partiti politici, intere aziende, o intere nazioni.
Se ognuna delle persone del mondo potesse decidere per uno, sulle questioni della dignità e dei diritti umani, dove tutti siamo uguali, ci sarebbero una stragrande maggioranza di persone, specialmente quelle povere e sfruttate, che con una energia enorme darebbero la propria scelta per non fare morire il proprio figlio di sete, per non vivere da sfruttati, per vivere nella libertà.
Sulle questioni universali della qualità della vita, della sicurezza, della salute, della libertà, nessun uomo ha più autorità di un altro. Nessun uomo ha l’autorità di negare ad un altro il diritto di vivere, nessuna ideologia, né legge, ne iter burocratico può elevarsi al di sopra della vita.
L’ORIGINE DELLO SFRUTTAMENTO: LA DELEGA
Perché siamo arrivati a questo punto? Perché abbiamo delegato le decisioni ad altri, e questi pochi che decidono per tutti sono stati corrotti. Come è naturale per l’uomo, hanno preferito la propria sicurezza individuale e ricchezza a scapito della maggioranza.
Il problema del capitalismo nasce nel momento in cui noi deleghiamo un piccolo gruppo di potenti a scegliere i dettagli per noi. I problema non è quale politico o ideologia scegliere, il problema è che noi non possiamo più scegliere altro che simboli. La madre il cui bambino muore di fame, di fatto non ha scelto.
Se non esistessero affatto partiti politici o gruppi che decidono le leggi per noi, e ogni cittadino scegliesse per UNO, allora anche un colosso economico potentissimo non avrebbe nessun gruppo limitato da poter corrompere, e non potrebbe esistere lo sfruttamento del debole su larga scala. Tutti sarebbero liberi di arricchirsi, ma senza nessuno da corrompere, gli istinti individualistici dell’uomo non avrebbero la struttura per degenerare.
Tutti i cittadini del mondo devono decidere direttamente sulle questioni universali dell’uomo e devono avere accesso diretto alle informazioni.
Nelle democrazie antiche era impossibile fare decidere istante per istante ogni cittadino per ogni tema della società, allora si è dovuta creare creare una catena di deleghe fino a chi governava. Questo problema oggi non esiste più, la tecnologia permetterebbe facilmente ad ogni cittadino della terra di esprimere direttamente la propria opinione istante per istante. Dobbiamo essere noi stessi i primi ad occuparci della nostra salute, dell’educazione, della qualità della vita, della nostra libertà. Se lasciamo che altri lo fanno per noi, non abbiamo la garanzia che mettano sempre in primo piano le nostre esigenze.
DEMOCRAZIA DIRETTA MONDIALE
Non esiste altra soluzione, finché crediamo alla necessità di un padre buono che decida per noi, sempre più persone saranno sfruttate da pochi, vivranno nello stress, negli stenti o addirittura nella fame. Non dobbiamo immaginare sistemi fantapolitici del futuro. Nel costruire un nuovo sistema sociale, come quando dalla monarchia si è passati alla repubblica, si comincia con gettare prima le linee guida come ad esempio quelle sulla libertà e uguaglianza, e poi tutti i dettagli superficiali verranno naturalmente da queste basi.
Tutti i problemi del capitalismo saranno risolti senza violenza una volta che la maggior parte del mondo né capisce il nocciolo e non accetta più di delegare le proprie vite ad altri.
1. Ogni cittadino del mondo è libero di scegliere direttamente partendo dalle questioni dei diritti universali.
2. I media sono patrimonio dell’umanità, di ogni essere vivente, e per questo devono essere favoriti e completamente liberi.
In quel momento il capitalismo perderà di significato e la coscienza collettiva gli riconoscerà il posto che ha all’interno del resto della vita. E queste cose saranno insegnate nelle scuole. Chi vuole essere ricco potrà tranquillamente farlo. Se l’informazione è distribuita, il sociale, la salute, la libertà, l’istruzione, e l ‘educazione è garantita, a quel punto non si crea una divisione progressiva fra la massa sfruttata e una casta che controlla. Il potere economico in quel momento è inserito stabilmente all’interno della struttura sociale senza possibilità che si accentri.
Chi sceglie per noi, naturalmente, ha interesse a mantenere il potere e non promuove queste informazioni. Con il potere dei media cerca di influenzare le masse per fagli credere che solo quei pochi intelligenti ed esperti possono risolvere i problemi per te, che i media sono liberi, che è impossibile oltrepassare il sistema del mondo diviso in nazioni, che non possiamo abbandonare le nostre abitudini ecc…
PICCOLI PASSI
Se abbiamo capito che esiste un unica soluzione al problema che coinvolge il mondo, allora ogni piccola scelta che facciamo sarà verso quella soluzione. La somma di pochi piccoli passi permetterà ad altri di farne di più e più rapidamente innescando una reazione a catena. Evitiamo di cercare il politico o il partito santo e non demonizziamo quello egoista, cerchiamo di promuovere un approccio verso il problema, senza essere coinvolti emotivamente nell’appartenenza ad un partito. L’intelligenza non ha bandiera.
Cosa possiamo fare per iniziare? Ecco dei piccoli esempi di principi di base da diffondere in rete o in qualsiasi canale libero.
A:NON DELEGARE LA TUA SCELTA: Abolire i partiti e ragionare “a problemi”. Diminuire il potere dei Politici, diminuire i loro campi di scelta e le loro responsabilità a favore di scelte sempre più dirette. Equiparare i loro stipendi a quelli del pubblico impiego, evitare qualsiasi conflitto di interessi: Nessuna facoltà verso i Media o verso alcun Azienda.
B:AVERE ACCESSO ALLE INFORMAZIONI: Deve passare il concetto che le informazioni libere e diversificate sono un diritto dell’umanità e i media non possono essere usati da privati per controllare le masse. Promuovere la rete e Abolire qualsiasi tipo di controllo e mediazione politica nell’informazione.
Anche quando i media fossero liberi, il senso comune mondiale plasmato e modellato ad arte per anni non cambierà istantaneamente, avrà bisogno di molto tempo per riacquisire timidamente la sensibilità dimenticata. I giovani la cui personalità si è già formata in questo periodo sono quelli che fra qualche decennio ci governeranno.
Quindi:
- Promuovere ogni aspetto della vita che impedisce di farsi controllare dai media e spingere perché facciano partedell’educazione di base di ogni bambino: La riflessione individuale, la sensibilità, l’altruismo, l’ascolto, la cooperazione, l’intelligenza fuori dal coro, la ragione, la cultura, l’arte, l’istruzione, e le libertà di esprimersi in tutte le maniere, dalle manifestazioni al dichiarare apertamente i propri pensieri anche diversi da quelli delle autorità.
- Fare conoscere le tecniche di controllo delle masse e quali aspetti ne favoriscono il controllo: L’istinto, l’invidia, l’aggressività, la furbizia, l’orgoglio, la determinazione, la competizione, seguire le autorità e aspettarsi punizioni o controlli, i metodi del branco, della piazza e del linciaggio pubblico.
Il mondo cambierà in questa direzione, e nessun colosso economico muoverà un dito per perdere guadagni. Sta a noi singoli individui fare del nostro meglio per rendere più vicina possibile questa rivoluzione non violenta né ideologica. Io ho cercato di dare il mio contributo in questa maniera…
Quel difetto di modernità

VIVERE DI PASSATO (E POCO DI FUTURO)
Nessuno sa quan do e come uscire mo dalla crisi. La ragione è che il mondo non procede verso un obiettivo
razionalmente prevedibile, ma grazie a mi lioni di uomini che perse guono autonomamente i propri interessi non coordi nati da una sorta di raziona lità storica. È perciò che gli economisti paiono capaci solo di «predire il passato» e qualsiasi intervento della politica, che non si limiti a fissare le regole del gioco, rischierebbe di produrre al tri danni invece di benefici. Per uscirne, e ripartire, l’Ita lia dovrebbe, piuttosto, ri flettere sui propri ritardi e realizzare quelle riforme che l’aiutino davvero a mo dernizzarsi, come ha scrit to ieri Mario Monti.
Non c’è settore — sia del lo Stato, sia del sistema pro duttivo, a parte certe picco le nicchie industriali — che non registri forti ritardi nell’innovazione. L’Italia della cultura, della politica, dell’economia ha fatto la sua rivoluzione industriale prima di essere una società civile strutturata. Rispetto alla gentry dell’Inghilterra agraria, diventata borghe sia cittadina con la rivolu zione industriale e mercan tile, e cosmopolita col colo nialismo trionfante cantato da Kipling, l’Italia ha avuto i latifondisti reazionari rac contati da Verga, un capita lismo assistito, un naziona lismo tardo e straccione. Ri spetto alla grande borghe sia francese post rivoluzio naria — che, con l’Ecole po litecnique e l’Ena, ha gene rato i commis di Stato re pubblicani e democratici — la società italiana ha espresso una piccola bor ghesia post unitaria priva di coscienza di classe che ha rifiutato la modernità e, con essa, il capitalismo e la libera concorrenza, rifu giandosi nel corporativi smo e nell’autarchia del fa scismo, ieri; nell’assisten zialismo, nel protezioni smo parassitario e nella bu rocrazia del pubblico impie go, poi.
Ci siamo affacciati alla contemporaneità senza aver letto un libro — qual cosa di simile alla letteratu ra liberale inglese e france se sulla quale si sono forma te le borghesie di quei Pae si — ma solo attraverso la televisione; che ci ha intro dotti alla modernità «ame ricana » senza aiutarci a en trare in quella «europea». La nostra etica pubblica è bigotta, moralista, pauperi sta; scimmiotta il puritane simo anglosassone senza averne i fondamenti stori ci, sociali, religiosi, che ne legittimano politica e capi talismo. La nostra idea di democrazia — come si è vi sto negli ultimi tempi — coincide con lo scandali smo fine a se stesso, con il ribellismo alle regole, con il rivoluzionarismo velleita rio che una minoranza esprime spaccando le vetri ne e vorrebbe concretare in rivoluzione col benestare dei carabinieri.
Nella sinistra riformista c’è chi ha elogiato la tassa zione, per perpetuare l’ec cesso di spesa pubblica e gli sprechi dello «Stato ca naglia », non accorgendosi che i lavoratori, ora, votano a destra, dove i tributi non li si riduce, ma almeno non li si esalta. Il terrorismo di matrice rivoluzionaria ha ammazzato i riformisti che volevano fare dell’Italia un Paese liberale, democrati co, giusto, e non se l’è pre sa con i conservatori che sullo statu quo ci campava no.
editoriale del CORRIERE DELLA SERA
di Piero Ostellino postellino@corriere.it
I biocarburanti hanno causato i rincari dei prodotti alimentari?

Tali aumenti venivano spiegati soprattutto, per il 75%, con l’aumento della domanda di feedstock e la maggiore allocazione delle colture destinate alla produzione di biocarburanti.
Nel passato gli aumenti dei prezzi erano passeggeri, provocati da una scarsità temporanea.Dopo un raccolto povero gli agricoltori si affrettavano ad approfittare degli alti prezzi di un prodotto per piantarne di più, così contribuivano ad abbassarne nuovamente il prezzo. Questa volta invece, i prezzi si sono mantenuti alti per tre anni di seguito anche in presenza di un raccolto buono come quello del 2007. Questo perché qualcosa è cambiato anche nei meccanismi del mercato. Il trend rialzista non era limitato ad un settore, ma li ha coinvolti tutti, i futures sulle commodities sono stati sempre in crescita. Possiamo dire che il mercato dei cereali è stato coinvolto dalla speculazione proprio come è accaduto per quello del petrolio, nonostante in questo caso ci sono concause rilevanti. Dopo i forti rialzi dei prezzi che nel mese di giugno 2008 hanno colpito il mais e, di riflesso, i frumenti, nel mese di luglio l’andamento delle quotazioni sui principali mercati internazionali si è contraddistinto per un trend a ribasso. Con l’esplosione della crisi finanziaria, l’inversione di tendenza è stata radicale e nel primo quadrimestre di quest’anno i prezzi dei cerali hanno registrato una riduzione del 46%, tornado ai livelli del 2006.

Lo stesso vale per il mercato delle oleaginose che dopo i prezzi record raggiunti all’inizio del mese di agosto, ha fatto registrare un calo progressivo delle quotazioni e degli scambi, poiché sono state riviste al rialzo le stime produttive di Argentina, Brasile e Stati Uniti.
Queste riduzioni dimostrano che gli andamenti dei prezzi dei feedstock per produrre biocarburanti seguono la legge della domanda e dell’offerta ma non creano una distorsione del mercato come era stato ipotizzato da diversi organismi internazionali. Anche perché nell’ultimo anno la produzione dei biocarburanti è stata ed è in crescita contrariamente ai prezzi dei feedstock. Inoltre non si può pensare ad una riduzione dei consumi di cereali e dei suoi derivati ad uso alimentare, nonostante il periodo di crisi, perché in tutti gli strati della popolazione non si andranno a ridurre i consumi di quegli alimenti che comunque sono i più economici e che costituiscono l’alimentazione di base delle fasce più povere.
Senza dimenticare poi, che nel caso dei rincari del pane, della pasta e degli alimentare in genere verificatisi lo scorso anno, l’aumento delle materie prime è stato solo un fattore, che per altro ha un peso piuttosto ridotto rispetto a tutti gli altri costi (7- 14%), molto più rilevante è stato l’aumento dei costi dell’energia e dei trasporti.

Quindi sembra plausibile l’ipotesi secondo cui su questa altalena dei prezzi abbiano influito in parte l’uso di cereali per produrre biocarburanti e per una parte molto più consistente la speculazione finanziaria. Ad oggi con i biocarburanti di seconda generazione, prodotti da materie prime non alimentari e con scarso impatto sull’utilizzo del fattore terra, e le nuove ricerche, le esternalità negative da questi prodotti potrebbero diminuire.
In Brasile, la produzione di canna da zucchero ha raggiunto una efficienza tale da renderlo competitivo con i carburanti fossili e viene abitualmente utilizzato miscelato con i carburanti tradizionali al 70%.
Mentre in diversi paesi equatoriali, l’uso della jatropha per produrre agrocarburanti potrebbe far scrivere una nuova pagina di storia. Essendo una pianta velenosa, non può essere mangiata, cresce senza particolari cure e non ha bisogno di molta acqua, nel suo habitat naturale ha rese per ettaro molto elevate, l’estrazione dell’olio ( 30 -35% del frutto) è piuttosto semplice e può essere usato anche grezzo dei motori meno sofisticati (trattori). Se gli studi tuttora in atto confermassero questi primi dati, terreni inutilizzati come i deserti potrebbero essere messi a coltura per produrre biomassa e si eviterebbe il disboscamento di aree verdi incontaminate.
Da:http://www.chicago-blog.it/
La flat tax di Schwarzenegger

Cresce il numero di stati USA costretti a mettere le mani nelle tasche dei contribuenti per tentare di frenare l’emorragia delle casse pubbliche. Di fronte a buchi di bilancio che stanno diventando voragini, dall’inizio dell’anno sono 23 gli stati che hanno aumentato le tasse, ed altri 13 stanno considerando l’opzione in vista dell’approvazione del bilancio 2009-2010.
Nella maggior parte dei casi questi inasprimenti d’imposta sono complementari a tagli dei servizi pubblici. Gli aumenti interessano le imposte sul reddito, sulle vendite e sulle imprese e prendono di mira un po’ tutto, dalle slot machines alle targhe personalizzate delle auto, ai pernottamenti in albergo (settore peraltro già in grave crisi), ad alcolici e tabacco.
Ma questo potrebbe essere solo l’inizio, visto che è pressoché certo che il deficit da colmare risulterà ben maggiore rispetto alle stime: ben 37 stati, secondo un sondaggio del Wall Street Journal, hanno visto cali del gettito fiscale superiori a quanto preventivato nel primo trimestre del 2009. L’inasprimento fiscale, che pare ineluttabile, finirà con il contrastare l’effetto espansivo del pacchetto di stimolo federale, ed aggraverà la recessione e la disoccupazione, che in molti stati ha già raggiunto picchi storici.
Nel frattempo la California di Arnold Schwarzenegger rischia di diventare uno stato-spazzatura, almeno per le agenzie di rating, che minacciano un declassamento di più livelli del merito di credito. Il governatore, dopo la bocciatura del suo recente progetto di bilancio, trovandosi a lottare per colmare un deficit di 24,3 miliardi di dollari solo sei mesi dopo aver dovuto alzare le tasse per coprire un buco da 40 miliardi, medita alcune misure drastiche, come tetti vincolanti alla spesa, l’abituale lotta agli sprechi e soprattutto l’introduzione di una sorta di flat tax statale che sostituisca una molteplicità di tributi.
Schwarzenegger si è posto in modalità “read my lips, no new taxes”, ed ha ammonito i Democratici che, senza tagli di spesa, entro poche settimane l’amministrazione statale potrebbe letteralmente chiudere per mancanza di risorse e finanziamenti. I tagli sono previsti anche per ambiti finora intoccabili, come educazione, Medicaid, pensioni, prigioni. In quest’ultimo caso i contabili di Sacramento hanno scoperto che lo stato spende per ogni detenuto 49.000 dollari, il 50 per cento in più della media nazionale, e Schwarzenegger sta pertanto meditando la privatizzazione delle carceri.
Tornando alla flat-tax, occorre premettere che la California è uno degli Stati americani con la maggiore progressività fiscale, con la seconda aliquota più elevata sui redditi personali, pari al 10,55 per cento, dopo New York che è al 12,62 per cento. Questa addizionale delle imposte federali sul reddito, oltre a determinare forte volatilità del gettito d’imposta durante il ciclo economico, sta inducendo molti californiani a trasferirsi nel vicino Nevada e addirittura inTexas, dove l’Irpef statale è assente. Una caratteristica del modello californiano di tax and spend è dato dal fatto che durante le espansioni la struttura molto ripida della curva d’imposta ed il pieno di tasse da essa indotta spingono i legislatori a spendere a mani basse; quando il ciclo rallenta, il gettito crolla ma non è possibile adottare misure di reversibilità della spesa pubblica, a causa delle insuperabili resistenze dei gruppi di pressione. Motivo per cui, alla fine, si giunge ad aumenti di tassazione ed il ciclo ricomincia. Ma questa volta siamo al capolinea.

Schwarzenegger ha nominato una commissione bipartisan per la riforma fiscale incaricata di esplorare la fattibilità di un’aliquota uniforme del 6 per cento su imprese e privati, con drastica riduzione delle deduzioni. A questo livello di aliquota, date le ipotesi di lavoro (che poggiano, vale la pena ricordarlo, su un forte ampliamento di base imponibile), le simulazioni indicano che lo stato sembra essere in grado di raggiungere il pareggio di bilancio e smorzare la forte volatilità di gettito durante le varie fasi del ciclo economico e, cosa più importante, potrebbe tornare ad attrarre imprese. Non sappiamo come finirà, ma la California ha davvero poco tempo prima del collasso finale. Eventualità che, dato il peso economico dello stato, avrebbe pesantissime ripercussioni su tutti gli Stati Uniti.
Alcune considerazioni sulla proposta di Schwarzenegger. E’ utile e saggia, visto il livello patologico raggiunto dalla ripidità della curva statale dell’imposta sul reddito; avrebbe innegabili effetti positivi dal lato dell’offerta, riducendo le distorsioni; ridurrebbe evasione, erosione ed elusione fiscale, oltre ad arrestare e forse invertire la tendenza alla delocalizzazione di privati ed imprese; riuscirebbe anche a preservare la sostanziale progressività del sistema fiscale statale, perché riassorbirebbe in sé anche tributi, come la sales tax e le accise, che sono per definizione regressivi. Restano tuttavia irrisolti problemi politici, visto che per ridurre significativamente le aliquote occorre allargare la base imponibile tagliando le deduzioni, che sono saldamente presidiate dai gruppi d’interesse.
Ma esiste anche una più generale obiezione di merito riguardo la riduzione della volatilità di gettito che una flat tax causa. A pochi viene da riflettere circa il fatto che, se in un paese fosse in vigore esclusivamente una flat tax, gli stabilizzatori automatici dal versante dell’imposta sul reddito semplicemente non funzionerebbero, e non ci sarebbe quindi né stimolo espansivo durante le recessioni né restrizione durante le espansioni, lasciando il peso della correzione ciclica interamente sulle spalle della politica monetaria. Come noto, in assenza di fenomeni di fiscal drag, durante una recessione il reddito nazionale si riduce. Per effetto della progressività della curva delle aliquote, tuttavia, la il gettito fiscale si riduce in proporzione al reddito nazionale, e ciò induce un effetto espansivo. L’opposto accade durante le espansioni. Con una flat tax questo ovviamente non avverrebbe, ed occorrerebbe costituire quello che gli anglosassoni chiamano un “rainy day fund”, cioè accantonare risorse fiscali da utilizzare per sostenere il reddito durante le recessioni. Pur se non infattibile, una simile soluzione finirebbe con l’essere rimessa alla discrezionalità del legislatore, in merito al finanziamento ed all’utilizzo del fondo di emergenza, introducendo elementi di “volatilità” politica che è invece fondamentale evitare.
Come e perché in Italia anche la crisi è un’anomalia

L’evoluzione della crisi economica mostra alcune caratteristiche ormai ben definite. In particolare l’esplosione di deficit e debito pubblici, causata dalle misure di stimolo adottate dai governi ma anche dal crollo delle entrate fiscali indotto dal vuoto prodottosi nei livelli di attività economica.
E’ l’effetto dell’ormai noto “paradosso del risparmio”, quello per cui famiglie ed imprese tentano contemporaneamente di ripagare il debito, e ciò crea il crollo della domanda, che a sua volta determina la riduzione dell’occupazione, che riduce il reddito, che contrae ulteriormente la domanda, in un infernale circolo vizioso.
I paesi stanno affrontando questo fenomeno in modo differenziato: gli Stati Uniti, il Regno Unito ed il Giappone attraverso un forte aumento della spesa pubblica che include l’attivazione di misure di sostegno ai redditi; i paesi dell’Unione europea in ordine sparso e con intensità dello stimolo insufficiente, sul piano qualitativo e quantitativo. Riguardo il primo aspetto, si pensi all’assenza di coordinamento tra paesi in surplus commerciale, cioè che hanno un modello di sviluppo basato sull’export, e quelli in deficit (cioè che hanno basato in prevalenza la propria crescita sui consumi), e che determina il proliferare di interventi nazionali frammentati e del tutto insufficienti, che depotenziano uno stimolo che spesso è disegnato per attivarsi in modo tardivo rispetto alla congiuntura.
Il paese che più di altri porta la responsabilità di queste misure disfunzionali è la Germania, caratterizzata da un modello economico basato sull’export ad alto valore aggiunto, perseguito anche con interventi di riduzione aggressiva del costo del lavoro, spinta dalle delocalizzazioni di inizio decennio, e con una domanda interna debole. La Germania oggi non è in grado, ammesso di averne la volontà politica, di trasformarsi in locomotiva d’Europa orientando la crescita sulla domanda interna, anche per contribuire a far ripartire quei paesi, come Irlanda e Spagna, che hanno accumulato negli anni un forte deficit delle partite correnti, e che si accingono ad attraversare un periodo di deflazione, che è quanto accade quando si debbono correggere gli squilibri delle partite correnti in un contesto di cambio fisso. E’ un processo molto doloroso, di cui si ha l’impressione che i governi coinvolti non abbiano ancora realizzato appieno le conseguenze. In questo contesto, non stupisce che la Germania subisca un crollo dell’export (intra- ed extracomunitario), che provoca una voragine delle entrate fiscali. La dichiarata indisponibilità del governo di Grande Coalizione ad espandere il deficit, soprattutto a poche settimane dalle elezioni generali, e le stesse dichiarazioni del Cancelliere Angela Merkel, che ha difeso il modello di sviluppo basato sull’export, considerandolo “non modificabile” (con qualche ragione, viste sia l’inerzia di adottare un cambiamento così drammatico, sia il progressivo invecchiamento della popolazione, che spinge in direzione di un indebolimento strutturale dei consumi interni), sono destinati a mantenere l’Europa in una condizione di fragilità strutturale, ed a limitarsi a sperare nella improbabile ripresa statunitense per cavarsi d’impaccio.
Come si pone l’Italia in questo contesto congiunturale e strutturale?Dall’inizio della crisi il governo ha battuto il tasto dell’ottimismo e della “diversità” del nostro paese rispetto alle cause della crisi. Una posizione che rischia di rivelarsi miope ed accelerare il declino del paese. Vi sono infatti due modelli di sviluppo: quello basato sull’export e quello basato sui consumi interni, variamente combinati tra essi. La Francia, ad esempio, da sempre ha un’elevata incidenza dei consumi interni sul Pil, e sta mostrando una contrazione dell’attività relativamente meno grave di quella della Germania. L’Italia, per contro, ha consumi delle famiglie stagnanti, e che nel primo trimestre si sono ulteriormente indeboliti, sottraendo alla crescita lo 0,7 per cento contro lo 0,5 per cento del quarto trimestre 2008. Quanto al nostro commercio estero, nel primo trimestre ha sottratto alla crescita ben lo 0,6 per cento, e soprattutto sembra confermare una tendenza in atto, visto che nel quarto e nel terzo trimestre 2008 l’interscambio commerciale con l’estero aveva sottratto al Pil rispettivamente lo 0,5 e lo 0,4 per cento. Per trovare un (esile) contributo positivo del commercio estero alla crescita occorre andare indietro nel tempo, al secondo trimestre dello scorso anno, quando il contributo fu positivo per solo lo 0,1 per cento. Le nostre esportazioni stanno soffrendo e ciò, a livello intracomunitario, è da mettere in relazione anche al vero e proprio crollo dell’export tedesco nell’ultimo anno.
Da qui i dati sempre più negativi sulla contrazione del Pil italiano, che è ormai tra le più serie dell’Area Euro. Ecco perché le professioni di ottimismo da parte del governo sono fuori luogo e (soprattutto) pericolose: l’Italia è sprovvista di motori di crescita, perché bloccata dalla stagnazione dell’attività sul versante dell’export, mentre ha una domanda interna in stato comatoso. Certo, non tutto può essere imputato all’azione governativa. La profondità della crisi ed il limitato (o più propriamente nullo) margine di manovra fiscale impediscono di adottare interventi d’urto che si risolverebbero, nel breve termine, in un aumento significativo del deficit. Ma ciò non toglie che il governo non sta facendo assolutamente nulla dal versante delle liberalizzazioni, che sono la chiave di volta per innescare un aumento strutturale della crescita, potenziale ed effettiva. Anzi, quotidianamente giungono notizie di iniziative finalizzate a smantellare quel poco di liberalizzazioni adottate negli anni precedenti ad esempio su parafarmacie, servizi di trasporto pubblico locale, assicurazioni, e dopo la sconcertante operazione-Alitalia, un esempio da manuale di costruzione di una posizione dominante domestica di cui abusare, in sfregio agli interessi di consumatori e contribuenti. Le “prediche inutili” del presidente dell’Antitrusttestimoniano dell’assenza di un’agenda strategica per spezzare il dominio degli incumbent in settori critici per la crescita di lungo termine del paese, o più propriamente di un disegno restauratore di rendite di posizione che parassitano le energie vitali del paese. Con un mercato del lavoro ancora fortemente duale, dove la precarietà è destinata a pagare un conto pesantissimo alla crisi, e a portare sulle proprie spalle quasi tutto il peso dell’aggiustamento. Un paese che liberalizza contribuisce ad aumentare la produttività totale dei fattori, e quindi ad innalzare strutturalmente la crescita economica, reperendo in tal modo risorse per un welfare realmente universalistico. Un paese che mira solo a congelare lo status quo è condannato al declino, ed a raggiungere rapidamente condizioni di crisi sociale profonda. Per questo motivo le tattiche dilatorie mirate ad attendere che la il mondo riparta e ci porti con sé sono garanzia di un aggravamento della nostra crisi di struttura.
Vi è poi anche una problematica molto rilevante relativa alla gestione dello stock di debito pubblico, l’ambito in cui alcuni esponenti di governo e maggioranza credono di vedere il nostro paese in cammino verso l’equiparazione con i paesi con i quali ci confrontiamo. Secondo il Fondo Monetario Internazionale (e si tratta quasi certamente di stime per difetto), in Germania il debito 2010 si attesterà all’87 per cento, con un aumento di 19 punti percentuali. In Giappone l’incremento sarà di 30 punti percentuali al 227 per cento, mentre negli Usa il balzo sarà di 27 punti, al 98 per cento. In Francia, l’aumento sarà di 13 punti percentuali all’80 per cento. L’Italia veleggerà comunque verso il 120 per cento del Pil, quindi non vi sarà nessun “aggancio in discesa”. E proprio in questo aspetto il nostro paese ha una vulnerabilità maggiore: come noto, il rapporto debito-Pil si autoalimenta ogni volta che il tasso reale pagato sullo stock di debito eccede il tasso di crescita reale dell’economia. Con una crescita del Pil che negli ultimi anni è rimasta prossima a zero, solo il conseguimento di ampi avanzi primari, frutto in prevalenza di aumento della pressione fiscale, ci ha permesso di stabilizzare e piegare il rapporto debito-Pil. In più, e ciò che è peggio, in questo momento ci troviamo in un ambiente certamente disinflazionistico e potenzialmente deflazionistico, e poiché lo stock di debito non paga tassi nominali negativi, il tasso reale sul debito rischia di crescere in modo significativo, e con esso il rapporto debito-Pil. Per questo motivo occorre fare l’impossibile per liberare la crescita del paese con terapie d’urto, portandola a superare il tasso d’interesse reale pagato sul debito, che è (lo ricordiamo) determinato dal tasso d’interesse reale “globale” maggiorato di un premio al rischio specifico per il paese, funzione della percezione di sostenibilità del debito e delle prospettive di crescita.
Se al momento della ripresa l’Italia non riuscirà a crescere in modo sostenuto e costante, il rischio è quello di entrare in una traiettoria esplosiva del rapporto debito-Pil, a cui potrebbe contribuire una crisi di fiducia degli investitori esteri nel nostro debito, posseduto per oltre la metà da non residenti.
Magnificare un improbabile “modello-Italia”, dotato di un sistema di protezioni di welfare frammentato e storicamente centrato sulla grande impresa, e credere ancora alla leggenda del paese dotato di grande capacità di risparmio, nel momento in cui la stessa sta scomparendo, soprattutto in un contesto di declino del Pil pro-capite che è in atto da ben prima della crisi, vuol dire cullarsi nell’illusione di avere trovato la ricetta per superare una crisi epocale che può essere affrontata solo liberando la crescita e tagliando la spesa improduttiva per ridurre soprattutto la ormai patologica pressione fiscale sul lavoro, che ci vede al primo posto in Europa, retaggio di un modello di welfare ormai fallito.









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