LIBERTA' DI PAROLA

La vera storia: perchè la marijuana fu proibita

Pubblicato in SALUTE, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 22/06/2009


La marijuana (spagnolo), o cannabis (latino) o hemp (inglese) è una pianta che si potrebbe definire miracolosa, ed ha una storia lunga almeno quanto quella dell’umanità. Unica pianta che si può coltivare a qualunque latitudine, dall’Equatore alla Scandinavia, ha molteplici proprietà curative, cresce veloce, costa pochissimo da mantenere, offre un olio di ottima qualità (molto digeribile), ed ha fornito, dalle più antiche civiltà fino agli inizi del secolo scorso, circa l’80 per cento di ogni tipo di carta, di fibra tessile, e di combustibile di cui l’umanità abbia mai fatto uso.E poi, cosa è successo? E’ successo che in quel periodo è avvenuto il clamoroso sorpasso dell’industria ai danni dell’agricultura, e di questo sorpasso la cannabis è stata chiaramente la vittima numero uno.


I nascenti gruppi industriali americani puntavano soprattutto allo sfruttamento del petrolio per l’energia (Standard Oil – Rockefeller), delle risorse boschive per la carta (editore Hearst), e delle fibre artificiali per l’abbigliamento (Dupont) – tutti settori nei quali avevano investito grandi quantità di denaro. Ma avevano di fronte, ciascuno sul proprio terreno, questo avversario potentissimo, e si unirono così per  formare un’alleanza sufficientemente forte per batterlo.

L’unica soluzione per poter tagliare di netto le gambe ad un colosso di quelle dimensioni risultò la messa albando totale. L’illegalità. Partì quindi un’operazione mediatica di demonizzazione, rapida, estesa ed efficace (“droga del diavolo”, “erba maledetta” ecc. ), grazie agli stessi giornali di Hearst (è il famoso personaggio di Citizen Kane/Quarto Potere, di O. Wells), il quale ne aveva uno praticamente in ogni grande città. Sensibile al denaro, e sempre alla ricerca di temi di facile presa popolare, Hollywood si accodò volentieri alla manovra, contribuendo in maniera determinante a porre il sigillo alla bara della cannabis (a sin. la locandina del fim “Marihuana: assassina di giovinezza – Un tiro, una festa, una tragedia”).

La condanna morale viaggiava rapida e incontrastata da costa a costa (non c’era la controinformazione!), e di lì a far varare una legge che mettesse la cannabis fuori legge fu un gioco da ragazzi. Anche perchè pare che i tre quarti dei senatori che approvarono il famoso “Marijuana Tax Act” del 1937, tutt’ora in vigore, non sapevano che marijuana e cannabis fossero la stessa cosa: sarebbe stato il genio di Hearst ad introdurre il nomignolo, mescolando le carte per l’occasione.


THOUGHTS ON CANNABIS“How many murders, suicides, robberies, criminal assaults, holdups, burglaries and deeds of maniacal insanity it causes each year, especially among the young, can only be conjectured…No one knows, when he places a marijuana ciga-rette to his lips, whether he will become a joyous reveller in a musical heaven, a mad insensate, a calm philosopher, or a murderer…” “Quanti omicidi, suicidi, furti, aggressioni criminali, rapine, scassi e gesti di follia maniacale provochi ogni anno, lo si può solo indovinare. Nessuno sa, nel mettere ad altri fra le labbra una sigaretta di marijuana, se ne faranno un allegro visitatore di paradisi musicali, un folle delirante, un tranquillo pensatore, o un assassino…”

HARRY J ANSLINGER . Commissioner of the US Bureau of Narcotics 1930-1962


Fatto sta che a partire da quel momento Dupont inondava il mercato con le sue fibre sintetiche (nylon, teflon, lycra, kevlar, sono tutti marchi originali Dupont), il mercato dell’automobile si indirizzava definitivamente all’uso del motore a benzina (il primo motore costruito da Diesel funzionava concarburante vegetale), e Hearst iniziava la devastazione sistematica delle foreste del Sudamerica, dal cui legno trasse in poco tempo la carta sufficiente per mettere in ginocchio quel poco che era rimasto della concorrenza.

Al coro di benefattori si univa in seguito il consorzio tabaccai, che generosamente si offriva di porre rimedio all’improvviso “vuoto di mercato” con un prodotto cento volte più dannoso della cannabis stessa.

E le “multinazionali” di oggi, che influenzano fortemente tutti i maggiori governi occidentali, non sono che le discendenti dirette di quella storica alleanza, nata negli anni ‘30, fra le grandi famiglie industriali. (Nel caso qualcuno si domandasse perchè mai la cannabis non viene legalizzata nemmeno per uso medico, nonostante gli innegabili riscontri positivi in quel senso).

Come prodotto tessile, la cannabis è circa quattro volte più morbida del cotone, quattro volte più calda, ne ha tre volte la resistenza allo strappo, dura infinitamente di più, ha proprietà ignifughe, e non necessita di alcun pesticida per la coltivazione. Come carburante, a parità di rendimento, costa circa un quinto, e come supporto per la stampa circa un decimo.

Abbiamo fatto l’affare del secolo.

Scritto da Massimo Mazzucco per luogocomune.net

SEQUESTRI RECORD DI DROGA A MILANO

Pubblicato in ECONOMIA, POLITICA, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 21/06/2009

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Milleduecento chili di hashish, per un valore di oltre due milioni di euro all’ingrosso, almeno il triplo al dettaglio. È solo l’ultimo sequestro di droga fatto dalle forze dell’ordine a Milano.


Nella notte di martedì è toccato ai carabinieri del Nucleo investigativo intercettare un carico proveniente dalla Spagna. E arrestare quattro persone, due spagnoli che erano sul tir con la droga e un italiano e un marocchino che li aspettavano a destinazione.

I militari tenevano da tempo sotto controllo i movimenti sospetti nell’area industriale di Gaggiano, a Sud-ovest della città. E sono intervenuti notando in mezzo a un carico di plastica da imballaggio due pesanti bancali con 40 “colli” marrone scuro. Dentro i quali è stato scoperto il più grosso quantitativo di droga sequestrato in Italia (escluse le frontiere, i porti e gli aeroporti) negli ultimi tre anni.

È risaputo che Milano sia lo snodo del traffico di stupefacenti non solo in Italia ma in tutto il Nord Europa. Ma i numeri forniti da questura e comando regionale dei carabinieri sulla droga tolta dal mercato dalle forze dell’ordine nel 2008 danno corpo a una situazione allarmante. La polizia ha intercettato nell’anno appena concluso 1.100 chili di hashish (il doppio dell’anno precedente), i carabinieri 4.300 chili.

Il dato che più di tutti colpisce è quello relativo alla cocaina. I chili sequestrati dai carabinieri sono 197, quelli tolti dal mercato dalla polizia 660. Se si considera che in questura nel 2007 ne erano arrivati dieci volte meno, 68 chili, si ha un’idea del fenomeno. Lo stesso se si tiene conto del fatto che, secondo gli esperti, le forze dell’ordine non riescono a sequestrare più del 5 per cento della cocaina che arriva in Italia. E che alimenta una domanda enorme: a Milano sono 120 mila le persone che fanno uso di cocaina, stabilmente o saltuariamente. Più o meno una su dieci.

MESSICO : I NARCOS PRESTO SUPERERANNO LA COLOMBIA NEL NARCOTRAFFICO

Pubblicato in ECONOMIA, POLITICA, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 19/06/2009


Nel 2007, il Presidente del Messico, Felipe Calderón (del conservatore PAN, Partido Accion Nacional), stabilì come priorità per il suo Governo la lotta al crimine organizzato su cui sarebbero ricaduti “tutto il peso e la forza dello Stato”. L’ambizione presidenziale era quella di poter ridurre significativamente i cosiddetti delitti contro la salute, cioè, fuori dalla terminologia giuridica, le attività di spaccio e commercio di sostanze stupefacenti illegali, soprattutto cocaina, droghe sintetiche e marijuana.


Storicamente il fenomeno del narcotraffico cominciò ad apparire nel Messico del boom economico degli anni sessanta (periodo del desarrollo estabilizador) e settanta (periodo del desarrollo compartido) nel contesto di una relazione perversa e occulta con lo Stato. Grazie alle risorse generate dall’industria petrolifera e dalla crescita economica oltre che al sistema di governo autoritario centrato sul PRI come partito egemonico a tutti i livelli, il potere politico riuscì a imporre certe regole di condotta che vietavano al crimine organizzato la partecipazione nella gestione politica, proibivano l’introduzione massiccia di droghe nel mercato interno mentre tolleravano l’esportazione e, infine, esigevano una certa obbedienza alla volontà statale.


Negli ultimi 10 anni, l’indebolimento dello Stato, l’alternanza nel potere politico e la crescente, anche se non completa, democratizzazione delle istituzioni a livello nazionale e regionale hanno condotto alla rottura delle precedenti reti fiduciarie tra la politica e il mondo del narco. In un sistema federale come quello messicano, il progressivo aumento delle competenze dei governatori locali, eletti direttamente dai cittadini in ogni singolo stato, ha favorito l’ulteriore frammentazione dei livelli di gestione della relazione con il crimine organizzato che ha spinto verso l’incremento del consumo locale e la violenza come metodo di intimidazione contro la popolazione, le forze dell’ordine e i politici non graditi.

Ad ingigantire il potere strategico, già alto per la vicinanza agli USA, dei cartelli del narcotraffico messicano è stata anche la lenta ma costante ritirata dei loro omologhi colombiani che, dopo la morte di Pablo Escobar e la dissoluzione del potente cartello di Medellin nel 1993, hanno perso il monopolio della distribuzione verso il mercato statunitense, il più grande del mondo per tanti prodotti tra cui gli stupefacenti. Inoltre, il controverso Plan Colombia, implementato nel 2000 dall’allora Presidente colombiano Andres Pastrana.

Questo piano è stato poi ripreso, insieme ad altre durissime e costose operazioni militari, spesso alternate e confuse con l’antiguerriglia, anche dall’attuale Capo di Stato Alvaro Uribe ed ha comportato un impegno economico, tecnico e militare diretto degli Stati Uniti in Colombia che ha costretto alla difensiva i signori della droga anche se non ha fermato la violenza e il commercio illecito. Sul fronte messicano, per combattere il narcotraffico il Presidente ha ordinato un anno fa il dispiegamento di quasi 30mila soldati inizialmente nel suo Stato natio, il Michoacan, e poi in altri 7 stati dominati dai cartelli della droga, soprattutto nel nord del paese.

Poi in realtà gli uomini inviati nei territori dell’operazione sono stati circa 10mila e la loro distribuzione è risultata abbastanza arbitraria e ha generato risultati tuttora in discussione ed evoluzione. Le politiche di controllo della domanda e del consumo nazionale, le ipotesi di liberalizzazione parziale oppure la sensibilizzazione dei think tanks e dei decisori statunitensi sul medesimo tema sono tutti elementi poco considerati e troppo spesso rinviati indefinitamente dalla classe politica e dalla stessa società civile (e non solo in Messico…).


Ed è proprio in questa carenza che sta il nucleo del problema: s’è adottata una strategia aggressiva basata sull’induzione del terrore nella gente via spot radiofonici e TV e sull’estirpazione dell’offerta attraverso l’intervento militare massiccio, maggiori controlli doganali e distruzione di coltivazioni come in Colombia. Il risultato è che s’è demonizzato il narco come fosse un nemico esterno alla società, un cancro che nulla a che vedere, per esempio, con il “buon messicano” padre di famiglia o con lo studente, target principali del bombardamento mediatico in corso, e s’è ignorato il lato importantissimo del consumo interno e delle politiche per ridurre la domanda anche negli USA.

Dagli anni ottanta, quando Ronald Reagan dichiarò guerra alle droghe nel suo paese (e nel resto del mondo), l’azione repressiva è stata rivolta quasi solo contro l’offerta nei paesi produttori tra cui spiccavano la Colombia, il Messico, il Perù e la Bolivia. Questa prospettiva, osteggiata da una parte del mondo accademico e dagli anti-proibizionisti, implicava una sorta di diritto naturale d’ingerenza negli affari interni di numerosi paesi latinoamericani da parte della potenza del nord tramite l’imposizione di finanziamenti discrezionali, somministrazione di “assistenza tecnica”, istruzione e presenza effettiva di tipo militare.

Perciò, mentre cadeva il muro di Berlino e la URSS collassava, la lotta alle droghe stava diventando uno dei nuovi pilastri che, insieme alla migrazione e al terrorismo, avrebbero sostituito il “pericolo comunista” e legittimato discorsi e azioni degli USA negli anni a venire.  Ora, un po’ più a sud al di là del Rio Bravo, dopo un sessennio perduto in cui l’ex Presidente Vicente Fox ha lasciato mano libera alla delinquenza, i costi delle principali droghe sono diminuiti drasticamente nel mercato interno e le esportazioni verso gli USA sono cresciute.

Oggi un grammo di cocaina costa solamente 2 dollari in Colombia e 7,8 in Messico mentre la marijuana costa rispettivamente 80 e 40 centesimi di dollaro per ogni 10 grammi. Secondo uno studio della Universidad Nacional Autonoma de Mexico, il business totale legato al narcotraffico coinvolge circa 250mila persone e raggiunge la cifra di 15 miliardi di dollari ai quali possono sommarsi ragionevolmente i 9 miliardi di dollari prodotti dal traffico di armi e controllati in gran parte dagli stessi cartelli della droga.

E’ chiaro che le dimensioni mastodontiche di questo giro d’affari sono l’aspetto evidente e quantitativo di un sottofondo culturale più nascosto, complesso e qualitativo che è fatto di proibizionismo, bigottismo, compartecipazione ai guadagni e connivenza da parte del potere, difficili scelte di vita della gente comune e di gruppi criminali che sono “Stati nello Stato”. In risposta a tutto ciò, s’è deciso di militarizzare il conflitto e seguire, così, il tipo di lotta promosso, senza grandi risultati, da Reagan oltre vent’anni fa e dal colombiano Uribe ancora oggi.

L’iniziativa del presidente messicano, denominata inizialmente “Operativo Michoacan”, ha portato a risultati discutibili sul piano pratico anche se la propaganda ufficiale s’è sforzata di giustificarla e di promuoverne gli eventuali vantaggi per la società intera: quello che importa è l’aspetto quantitativo e le cifre da sfoggiare sul sequestro della droga e gli arresti mentre non interessa molto se i processi non si concludono e se i politici coinvolti non hanno sanzioni.

Per esempio, si diffondono abbondantemente i dati incoraggianti sulle oltre 50 tonnellate di cocaina sottratte al mercato e ai circa 100 capi mafiosi estradati negli USA ma si tralasciano gli aumenti nei consumi interni e il record di 2360 esecuzioni (500 in più rispetto al 2006) registrate nell’ultimo anno e che sono legate, in gran parte, al narcotraffico e alla diffusione illegale delle armi da fuoco . Un altro elemento da considerare è la dissoluzione progressiva delle reti sociali comunitarie e degli usi e costumi (sociali, giuridici e politici) dei villaggi rurali che vengono intimiditi dalla presenza militare e osteggiati nello svolgimento naturale delle loro pratiche abituali con il fine d’imporre unilateralmente lo Stato di diritto e la legge ordinaria a scapito delle tradizioni.

La caccia alle streghe lanciata contro qualunque cosa che odori di “protesta sociale” o, sull’altro fronte, di narco, così come l’incarcerazione indiscriminata (tanto per far numero) hanno condotto a una serie di abusi correlati e discriminazioni sofferte dalle mogli, dai figli e, in generale, dalle famiglie e comunità dei presunti colpevoli di delitti contro la salute oppure, ed è il caso di Atenco e Oaxaca nel 2006 , dei simpatizzanti dei movimenti sociali i quali subiscono gli eccessi di un sistema basato sulla cultura giuridica della “presunzione di colpevolezza” .

In questo modo il discorso di George Bush sulla “sicurezza nazionale statunitense” si trasforma, in Messico, nella retorica anti-narco e anti-dissenso sociale mascherata dagli slogan della lotta al terrorismo, includendo in questa definizione un gran numero di fattispecie interpretabili con una flessibilità giuridica piuttosto pericolosa che non garantisce i diritti del cittadino . In mezzo a mille polemiche, nell’ottobre scorso è stata infine suggellata la strategia governativa grazie all’approvazione di un aiuto straordinario, incluso nel cosiddetto Plan Merida, di 1,4 miliardi di dollari per 4 anni da parte del Parlamento USA affinché il Messico compri, da imprese statunitensi, materiali bellici, mezzi di trasporto e attrezzature varie per la lotta contro i narcos e riceva, altresì, assistenza tecnica per il loro impiego.

Il sospetto, non ingiustificato, di una parte della società messicana è che l’intervento, seppur indiretto, di un paese straniero come gli Stati Uniti, così interessato al destino della cocaina in transito nel Messico ma così poco attento, per esempio, alle esigenze dei suoi migranti, possa costituire una parziale restrizione alla sovranità nazionale nel momento in cui gli aiuti finanziari e tecnici vengano subordinati all’adozione di politiche interne prestabilite oppure all’ingresso di personale militare straniero. Calderon ha garantito che non avverrà nulla di quanto vaticinato dall’opposizione ma i dubbi restano tra chi ha ribattezzato il Plan Merida con il nome di Plan Mexico, in analogia con il più contestato e ormai decennale Plan Colombia .

Nonostante gli sforzi fatti e alcuni risultati, quantitativamente significativi, i sette cartelli che operano nel paese hanno intensificato le loro reazioni e i loro avvertimenti perpetrando omicidi e decapitazioni intimidatorie tanto di agenti delle forze dell’ordine come di giornalisti e membri di bande rivali in quasi tutte le 30 entità statali (sulle 32 del Messico) in cui sono presenti. Rimangono le incertezze rispetto all’evoluzione futura del conflitto interno che il paese vive silenziosamente da decenni e che è esploso rumorosamente alla fine del governo Fox: l’applicazione dal 2008 degli aiuti USA con il Plan Merida, il rispetto dei diritti umani, la situazione delle carceri, il ruolo dell’esercito nella sicurezza interna, le connessioni narco – politica, la riforma della giustizia (approvata pochi giorni fa dalla Camera) e l’auspicabile formulazione di proposte integrali e incrociate USA – Messico e domanda – offerta per inquadrare il problema in modo coerente e rispettoso delle differenti esigenze nazionali.

Siti di riferimento:

Lista dei carteli messicani: Cartel de Tijuana dei fratelli Arellano Felix, Cartel de Colima degli Amezcua Contreras, il Cartel de Juarez fondato da Amado Carrello Fuentes, il Cartel de Sinaloa del Chapo Guzman e del Guero Palma, il Cartel del Golfo, quello di Oaxaca e quello del Millennio dei Valencia. Da : http://www.cronica.com.mx/nota.php?id_nota=218320

http://www.carmillaonline.com/archives/2007/12/002485.html#002485 e El almanaque mexicano 2008 di Sergio Agauyo Quezada, p. 167.

http://www.viaggiareliberi.it/oaxacasituazionepolitica.htm

Sulla discriminazione delle famiglie dei narcos e presunti tali, il libro di Corina Giacomello, “Rompiendo la zona del silenzio”,

http://www.jornada.unam.mx/2007/08/26/index.php?section=cultura&article=a08n1cul

http://www.jornada.unam.mx/2007/05/12/index.php?section=opinion&article=019a1pol

http://www.jornada.unam.mx/ultimas/2007/10/23/soberania-nacional-garantizada-frente-a-iniciativa-merida-asegura-segob

Gomorra in salsa nigeriana…Tratta di esseri umani, prostitute e traffico di droga

Pubblicato in ECONOMIA, POLITICA, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 19/06/2009

postato da gabriele.pierattelli@tiscali.it [24/04/2009 13:16]

Sgominata un’organizzazione internazionale con base a Castel Volturno e contatti diretti con i cartelli colombiani e turchi.Due anni di indagine, 62 indagati per reati che vanno dalla tratta di esseri umani allo sfruttamento della prostituzione e al traffico di stupefacenti, centinaia di donne costrette in schiavitù, 49 corrieri della droga arrestati, 60 kg di eroina e 118 di cocaina sequestrati, tracce dell’associazione in sei regioni e in cinque nazioni, Nigeria, Turchia, Bulgaria, Olanda e Colombia.

Bastano i numeri per comprendere la forza criminale dell’organizzazione smantellata dai carabinieri del Ros, coordinati dalla procura distrettuale Antimafia. Operazione denominata «Viola» a cui ha collaborato il comando provinciale di Viterbo, e che ha consentito, tra l’altro, di provare per la prima volta il collegamento diretto tra i narcos colombiani e i trafficanti nigeriani. «Abbiamo colpito la testa dell’organizzazione – commenta il procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso – e questo è fondamentale perché quello della criminalità nigeriana è un fenomeno molto più esteso di quello che si vede».

Un network, aggiunge, «veramente pericoloso», con contatti diretti con i cartelli della droga colombiani e turchi, senza alcun timore reverenziale nei confronti di un’organizzazione criminale strutturata e forte come quella dei Casalesi. L’indagine nasce nel 2007 quando i carabinieri, assieme alla polizia olandese, scoprono un network formato da nigeriani con base a Castelvolturno, responsabile della tratta di centinaia di donne fatte entrare clandestinamente nei paesi europei e poi costrette a prostituirsi. Un primo filone dell’inchiesta ha già avuto una conclusione nel gennaio dell’anno scorso, con l’emissione da parte della procura di Napoli di un provvedimento nei confronti di 75 persone.

Contestualmente, altre 29 erano state raggiunte in Olanda, Stati Uniti, Inghilterra, Germania, Francia, Spagna, Belgio e Nigeria, da un provvedimento della magistratura olandese che ha accertato la scomparsa di oltre un centinaio di nigeriane, sparite dopo aver chiesto asilo politico. Una volta ad Amsterdam, le donne venivano contattate dall’organizzazione che con documenti falsi le trasferiva in Italia, Francia e Spagna. Le vittime, dopo aver contratto un debito di 60 mila euro e sottoscritto un patto di sangue in una cerimonia che prevedeva tra l’altro anche la parziale mutilazione degli organi genitali, venivano trasferite prima in Ghana, Sierra Leone e Togo e successivamente in Europa, dove finivano sotto il controllo delle cosiddette «madames», cui era affidato il compito di sorvegliare le ragazze e avviarle alla prostituzione.

Un controllo totale esercitato anche attraverso riti voodoo, minacce nei confronti dei familiari rimasti in Nigeria e sequestro dei documenti. Ma non solo: spesso le donne che arrivavano in Europa venivano utilizzate come corrieri della droga. L’organizzazione finanziava la tratta attraverso il traffico di droga (cocaina ed eroina in arrivo da Colombia e Turchia) e viceversa. In diversi casi l’enorme quantità di denaro veniva rinvestita in attività lecite: call center e negozi di prodotti etnici.

il tempo

Un Rinascimento per la Terra…L’AUGURIO di CARLO d’INGHILTERRA

Pubblicato in CELLULARI, ECOLOGIA, ECONOMIA, INFORMATICA, POLITICA, SALUTE, SOCIETA', TECNOLOGIA, VARIE da Gabriele Pierattelli il 19/06/2009

“Le previsioni degli scienziati sono sempre più allarmanti: è nostra responsabilità invertire subito la tendenza in atto”

HO visitato l’Italia diverse volte negli anni passati ed ho un caro ricordo sia dei luoghi che ho visto sia delle persone che ho incontrato. Ricordo bene la mia ultima visita ufficiale qui cinque anni fa, durante la quale ho partecipato ad una serie di eventi per promuovere il movimento “Slow Food” che ha fatto molto per sostenere le risorse locali e la produzione di prodotti alimentari sostenibili. Senza alcun dubbio in questi giorni, prima in Italia e durante il mio incontro con il Papa al Vaticano ed in seguito in Germania riprenderò il tema della sostenibilità ambientale, sottolineando la problematica del cambiamento climatico ed il bisogno da parte di tutti di raggiungere una maggiore sostenibilità a livello globale se vogliamo proteggere il nostro pianeta per le generazioni future. Basta riflettere sull’aumento della regolarità di alluvioni a Venezia o di cambiamenti nei tempi dello scioglimento delle nevi in montagna (che provocano il rilascio di flussi d’acqua) per vedere gli effetti dei cambiamenti climatici. E la situazione non farà altro che peggiorare se non si agisce subito.

Credo fermamente che la risposta che diamo alla sfida che ci troviamo ad affrontare definirà la nostra era. Nello stesso modo in cui il Rinascimento ha definito per molti di noi in Europa un risveglio dell’identità culturale ed intellettuale alla fine del periodo medievale, le nostre azioni di oggi potrebbero essere ricordate come il rinascimento del nostro modo di vivere, come l’inizio di una nuova epoca con una gestione efficiente dei nostri Paesi.

Se ciò suona come un’ambizione troppo grande, dobbiamo riflettere brevemente sulla scienza dei cambiamenti climatici per iniziare a vedere quello che succederà se non agiamo subito. In molti tra coloro che sostengono che questa scienza è sbagliata dovrebbero approfondire la loro conoscenza: basta infatti visitare la sede dell’Istituto Statistico Britannico sull’Antartico a Cambridge e chiedere di poter vedere i campioni di ghiaccio estratti da 3 chilometri di profondità che raccolgono il livello di presenza di diossido di carbonio degli ultimi mille anni circa, per vedere con i propri occhi. Il grafico oscilla in modo regolare e stabile tra periodo glaciale ed interglaciale fino alla metà del XVIII secolo, proprio quando iniziò la rivoluzione industriale, ed inizia poi ad accelerare in misura di parti di CO2 per milione fino alla nostra era che è il punto in cui il grafico indica la gravità della situazione.


Al momento stiamo esaurendo rapidamente le riserve di carburante fossile della Terra, bruciando più risorse di quelle disponibili. Facendo così, inquiniamo l’atmosfera con grandi quantità di diossido di carbonio che cattura l’energia solare provocando il riscaldamento globale. In parole più semplici, stiamo distruggendo il pianeta con una doppia azione: prima di tutto bruciando troppi carburanti fossili, e poi cambiando in modo significativo la temperatura del nostro pianeta.

Il problema che stiamo creando per le nostre generazioni future è così grande che gli scienziati continuano a rivedere le loro valutazioni sugli effetti catastrofici del cambiamento climatico.
In base alle ultime relazioni, il livello del mare potrebbe aumentare di un metro in questo secolo con gravi conseguenze per 600 milioni di persone e occupando ampie fasce di terra. Paesi come l’Egitto e l’India ne subirebbero enormi conseguenze, mentre le isole più piccole scomparirebbero del tutto.

In base alle previsioni, il numero di persone a rischio alluvione aumenterà su base annuale dagli attuali cinque milioni a 370 milioni entro la fine di questo secolo. In paesi costieri come l’Italia o la Gran Bretagna, queste previsioni sono decisamente allarmanti.

Ma l’aumento del livello del mare è solo una delle diverse conseguenze dei cambiamenti climatici, tra cui vi è anche la riduzione drastica delle riserve d’acqua e condizioni climatiche estreme che provocherebbero seri danni sia sulle proprietà che sulle persone.
Se si considerano le conseguenze che questi fattori avranno sul movimento di una popolazione in continua crescita, si prevedono letteralmente centinaia di milioni di rifugiati ambientali.

Se, come me, pensate che abbiamo raggiunto un punto di svolta nella nostra storia e che ciò che faremo nei prossimi anni creerà le basi per come saremo giudicati dalle generazioni a venire, sarete senza dubbio d’accordo sul fatto che sia necessaria una collaborazione tra comunità, nazioni e continenti per fornire una risposta globale a questa sfida mondiale. Durante la mia visita in Italia cercherò di definire le modalità di azione ed i principi che possono aiutarci nella nostra ricerca di una maggiore sostenibilità ambientale.

Ma indipendentemente dai dettagli, il punto fondamentale che vorrei sottolineare è che è necessario agire ora, con urgenza. Mi piacerebbe che non fosse così e che fosse possibile continuare a portare avanti il business nello stesso modo.
Sfortunatamente non e così, e se dovessimo continuare ad usare le stesse modalità, lasceremmo un’eredità terribile ed avvelenata ai nostri figli e nipoti. Spero sinceramente che i nostri due Paesi, le cui storie si sono incrociate per più di 2000 anni, si uniscano nuovamente con un obiettivo unico verso un futuro equo, sicuro e sostenibile.

Un paradiso per tutti…riciclaggio,utili,criminali e multinazionali

Pubblicato in ECONOMIA, POLITICA da Gabriele Pierattelli il 19/06/2009

Aprire una società offshore per eludere il fisco è alla portata di tutti: bastano internet e una carta di
credito.

Ma i nomi dei Paesi a “fiscalità vantaggiosa” spuntano anche dai bilanci delle più importanti imprese italiane: la chiamano “pianificazione fiscale”

Il sito promette bene. Ecco i vantaggi che mi offre: “La proprietà dell’azienda non deve risiedere nel Delaware; eventuali trasferimenti di proprietà non devono essere registrati; il Delaware non ha registri pubblici delle proprietà delle aziende; il Delaware non ha un database accessibile al pubblico della gestione delle aziende”.

E non è finita: “Grazie alla protezione della privacyofferta dal Delaware, è più difficile per gli avvocati tracciare la proprietà e gli assetti proprietari”. Infine, la parte migliore: “Il Delaware non impone tasse sul reddito delle Llc (società a responsabilità limitata, ndr); non ci sono tasse di successione per i non residenti nel Delaware”.

Insomma, se non si era capito thedelawarecompany.commi propone di aprire in maniera perfettamente legale una società in un paradiso fiscale. Il tutto per 299 dollari (per i primi sei mesi c’è anche lo sconto sulla registrazione, e risparmio 75 dollari), che posso pagare comodamente con la mia postepayda impiegato (o qualsiasi altra carta di credito). Il procedimento è semplice, i campi da compilare pochi, tutto si conclude in pochi minuti.

Le porte delle società offshoresono aperte a tutti. Non è più un’opportunità offerta solo a ricchi affaristi, scaltri manager, esperti fiscalisti. Basta una semplice ricerca su internet e di siti che offrono questo servizio se ne trovano a decine. Ma i paradisi fiscali non sono solo isole splendide e sperdute, Stati sudamericani o minuscoli principati europei. Questo piccolo Stato americano, che sta poco sotto New York e ha meno di un milione di abitanti, offre vantaggi simili per chi fa affari fuori dagli Stati Uniti.Tradotto vuol dire che i guadagni che la mia società, pagata 300 dollari, consegue fuori dal mercato Usa non pagano tasse in Delaware. E se per caso mi dimentico di dichiararli al fisco italiano, magari confidando nella “discrezione” dei funzionari del Delaware, le tasse non le pago proprio. Attenzione, perché questa si chiama evasione. E l’evasione fiscale si paga anche col carcere. Ma di aziende come quella che ho provato ad aprire io nel Delaware ce ne sono oltre 4 milioni: in molti in tutto il mondo devono aver deciso di correre il rischio.

Forti anche del fatto che il Delaware non rientra nelle “black list” dei paradisi fiscali riconosciuta a livello internazionale. Il piccolo Stato da parte sua ricava ogni anno circa 400 milioni di dollari dalla registrazione e dalle spese di mantenimento delle sue Llc. In questo modo si possono accumulare all’estero capitali ottenuti con attività realizzate in Italia, ma anche trasferire dall’Italia guadagni non dichiarati, o sui quali si vuole per lo meno rimandare il pagamento delle tasse.Se poi traferite anche la residenza, il gioco è anche più facile.
Volete essere più sicuri? La carta prepagata potete farla aprendo un conto in Svizzera, o in Slovenia (territorio extra Ue), per pochi euro, e poi i soldi potete farveli rigirare su un conto cifrato (cioè coperto da segreto) svizzero o austriaco (perché forse non lo sapevate, ma anche l’Austria ha il segreto bancario). O al limite, fate un salto negli Stati Uniti, a Wilmington (la città più popolosa del Delaware, nella foto qui in alto; la capitale è Dover) e un poco alla volta portate i soldi a casa, stando bene attenti a non esagerare. Non saranno le Cayman, ma dev’essere un posto piacevole.

Scatole straniere per eni ed Enel

A chi appartengono due tra le maggiori multinazionali italiane? Il capitale sociale di Eni e Enel è detenuto per una quota di poco superiore al 20% dal ministero dell’Economia. Un altro 10% circa è in mano alla Cassa depositi e prestiti, che fa riferimento allo stesso ministero. È la maggioranza relativa: questo significa che il governo, e il ministero dell’Economia in particolare, è l’azionista di riferimento e controlla le due società. Lo stesso ministero che, tanto nella passata gestione quanto nelle prime dichiarazioni del neo-ministro Giulio Tremonti, sembra volere porre la lotta all’evasione e all’elusione fiscale come massima priorità.

È quindi interessante l’esame dei bilanci consolidati delle due compagnie, nei quali decine di pagine sono occupate da fitti elenchi di società controllate e collegate nei più svariati Paesi del mondo. Per quanto riguarda l’Enel, il Delaware fa la parte del leone. Sono circa 60 le società controllate direttamente o indirettamente dalla capofila Enel spa e registrate nello Stato considerato il paradiso fiscale degli Usa.Un esempio: la Sheldon Springs Hydro Associates LP (Delaware) è controllata al 100% dalla Sheldon Vermont Hydro Company Inc. (Delaware), che è controllata a sua volta al 100% dalla Boot Sheldon Holdings Llc (Delaware), di proprietà al 100% della Hydro Finance Holding Company Inc. (Delaware), che è controllata al 100% dalla Enel North America Inc. (Delaware), controllata a sua volta al 100% dalla Enel Green Power International SA, (una holding di partecipazioni con sede in Lussemburgo), a sua volta controllata da Enel Produzione spa e Enel Investment Holding BV (altra holding di partecipazioni, registrata in Olanda). Entrambe queste imprese fanno finalmente riferimento all’impresa madre, la Enel spa.Risulta lecito domandarsi se per vendere energia sia necessaria questa incredibile serie di scatole cinesi societarie. Tanto più che non si tratta di un caso isolato. Nel gruppo Enel troviamo società nelle Isole Vergini Britanniche e a Panama, senza considerare le partecipazioni di Endesa -la utility spagnola di cui Enel ha recentemente acquisito il controllo- in imprese registrate nelle Isole Cayman. Analogamente, mentre i nomi “Latin America Energy Holding BV” e “Maritza East III Power BV” lascerebbero supporre che parliamo di imprese attive rispettivamente in America Latina e in Bulgaria (centrale a lignite di Maritza), dal bilancio Enel scopriamo che queste società sono in realtà holding di partecipazioni con sede in Olanda.Paese che ospita oltre 20mila compagnie e imprese “nominali”, che non hanno presenza commerciale in Olanda. La Banca centrale olandese contava nel 2002 oltre 12.500 società finanziarie (Special Financial Institutions, Sfi) che erano presenti in Olanda almeno in parte per motivi fiscali. Le transazioni di queste Sfi sono ammontate nel 2003 a 3.600 miliardi di euro, oltre otto volte il Pil olandese. Proprio l’Olanda è la patria di elezione di decine di imprese controllate dall’Eni. L’azienda italiana -che gode di particolari deroghe dal fisco italiano, in virtù del tipo di attività che svolge- è presente in tutto il mondo.
Scorrendo il suo bilancio consolidato, troviamo l’Agip Azerbaijan BV, la Agip Oil Ecuador BV, la Eni Algeria Exploration BV, la Eni Angola Exploration BV, la Eni Australia BV, la Eni China BV, la Eni Congo Holding BV, la Eni Croatia BV, la Eni Denmark BV, la Eni Energy Russia BV, la Eni Iran BV, la Eni Mali BV, la Eni Tunisia BV, l’Agip Caspian Sea BV, l’Agip Karachaganak BV e via discorrendo, tutte, invariabilmente registrate nei Paesi Bassi. Viene da domandarsi, all’interno della sua strategia per contrastare la fuga di capitali e l’evasione e l’elusione fiscale, quale sia il controllo esercitato dal ministero dell’Economia per evitare la possibilità di comportamenti fiscali per lo meno dubbi da parte di imprese di cui lo stesso ministero è azionista di riferimento.

Un dubbio legittimo, se si ricorda che pochi giorni fa a dirigere l’Eni è stato confermato nel ruolo di amministratore delegato Paolo Scaroni (nella foto), che, come ricordava un piccolo azionista intervenuto nell’assemblea del 2007 (è agli atti), “mentre è capo di Eni, ha trovato il tempo di occuparsi dei suoi affari come privato cittadino, attraverso un trust col suo nome, ‘The Paolo Scaroni Trust’, domiciliato nel paradiso fiscale delle Isole Guernsey”.


Le imprese multinazionali hanno messo a punto dei sistemi sempre più sofisticati per eludere ed evadere le tasse dovute. Le stime parlano di centinaia di miliardi di dollari persi ogni anno a causa di meccanismi quali l’abuso del transfer pricing. Gonfiando o diminuendo ad arte i prezzi, è infatti possibile per un’impresa multinazionale “aggiustare” i propri bilanci in modo da fare risultare in perdita
le filiali situate nei Paesi a elevata tassazione, mentre i profitti saranno concentrati
nei territori a bassa tassazione e nei paradisi fiscali.

Il trucco dello spazzolino

Negli ultimi anni si sono registrati casi di succhi di frutta venduti a oltre 1.000 dollari al litro, o di spazzolini da denti valutati 5mila dollari al pezzo. Questa tecnica che consiste nell’aumentare (o diminuire) in maniera fraudolenta il prezzo di trasferimento (o tranfer pricing, appunto) funziona particolarmente bene per quanto riguarda loghi, marchi e altri prodotti intangibili. È sufficiente registrare il proprio marchio in un paradiso fiscale.

Tutti i beni prodotti dalla data impresa dovranno allora pagare i diritti (il copyright) alla filiale che detiene questo marchio, garantendo un flusso di denaro e di profitti dai Paesi in cui viene realizzata la produzione verso i paradisi fiscali. Questo accade perché, tranne alcune eccezioni, le compagnie devono riportare al pubblico i propri dati economici e finanziari unicamente in forma aggregata, e non suddivisi per i singoli Paesi in cui operano.

In questo modo non è possibile sapere se un’impresa paga le tasse dovute in ogni Paese in cui opera o se fa uso di paradisi fiscali per eludere il fisco. Negli ultimi anni il Tax Justice Network, la rete di organizzazioni della società civile che lotta contro i paradisi fiscali (www.taxjustice.net), ha promosso una campagna internazionale che chiede una rendicontazione Paese per Paese dei dati economici e finanziari delle imprese multinazionali (“Country by Country reporting”). Si tratta di una richiesta elementare, senza praticamente nessun costo aggiuntivo per le stesse imprese.

La missione è pianificiare

Nel 1999, l’Antitrust italiano impose alla Parmalat di Calisto Tanzi (nella foto) di vendere a un concorrente sei marchi di latte per evitare che nelle mani dell’azienda di Collecchio si concentrasse una fetta troppo ampia del mercato. Parmalat unisce i 6 marchi nell’azienda Newlat, e la vende
a una semisconosciuta società delle Isole Vergini, che a sua volta la rivende a un’altra del Connecticut, che la rigira ancora a una con sede nel Delaware, e proprietari sconosciuti.

Temendo si trattasse solo di prestanomi, e non di reali concorrenti, l’Antitrust bloccò l’operazione. Poco dopo, il crac del gruppo. Un altro esempio: delle 2mila società che componevano il delirio societario della Enron prima del fallimento, 675 avevano sede nel Delaware.Nello stesso Stato hanno sede Wal-Mart, General Motors, Ford, Boeing, Citigroup. Chevron Texaco, Coca-Cola. Senza scomodare casi giudiziari e rimanendo dalle nostre parti, sono molte le società italiane quotate in Borsa tra le cui controllate figurano società aperte nel Delaware o in altri Paesi con “fiscalità vantaggiosa”.

Basta spulciare i bilanci consolidati, e in tutti emergeranno offshore sparse per il mondo. Oltre ad Eni ed Enel, di cui parliamo nel pezzo accanto, non sfuggono Unicredit, Intesa-Sanpaolo, Telecom, Assicurazioni Generali, Capitalia, Autostrade, Fiat. Molte di queste società controllate dai grandi gruppi (oltre al Delaware appaiono spesso Olanda, Lussemburgo, Irlanda -dove le aziende sono tassate al 12,5%, basta avere un amministratore delegato irlandese-) sono holding con capitali sociali minimini, anche solo di 14 dollari. In gergo si chiama “pianificazione fiscale”, ed è la prassi di cercare di ridurre il più possibile il carico fiscale anche attraverso l’apertura di società in Paesi terzi.

Elusione batte cooperazione

I Paesi più ricchi destinano al Sud del mondo circa 100 miliardi di dollari l’anno per finanziarie progetti di cooperazione internazionale. Secondo stime prudenziali, gli stessi Paesi del Sud perdono ogni anno una cifra compresa tra i 500 e gli 800 miliardi di dollari a causa della fuga di capitali. La maggior parte di queste risorse finisce nei forzieri delle banche occidentali o in qualche paradiso fiscale. La comunità internazionale ha iniziato a riconoscere l’impatto dei flussi finanziari illeciti sullo sviluppo dei Paesi più poveri, puntando l’indice contro la corruzione e la grande criminalità.

Si tratta sicuramente di sforzi encomiabili, ma occorre ricordare che secondo diversi studi la corruzione non costituisce che il 3% dell’insieme dei flussi finanziari illeciti. Una percentuale tra il 30 e il 35% è rappresentato dalle attività criminali, a partire dai traffici di droga e armi, mentre quasi i due terzi dei capitali illegali è legata alla componente commerciale. La percentuale più importante di quest’ultima è quella dovuta all’abuso della pratica del transfer pricing di cui parliamo nel pezzo accanto.

Secono l’ong inglese Christian Aid, la “pianificazione fiscale” delle multinazionali ha prodotto la bellezza di 160 miliardi di dollari di mancate entrate per i Paesi in via di sviluppo. “Soldi che basterebbero a salvare la vita a mille bambini al giorno”, enfatizza l’organizzazione, che a maggio ha pubblicato il rapporto Death and taxes: the true toll of tax dodging (Morte e tasse: il vero costo dell’elusione fiscale, in alto la copertina, è scaricabile da http://www.christianaid.org.uk/).

“Non ci sono giustificazioni morali -vi si legge- per i mille escamotage che le multinazionali trovano per non pagare il dovuto, mettendo il profitto davanti alla buona cittadinanza e alla responsabilità sociale”. L’ong punta anche il dito contro le grandi società di servizi (Kpmg, Pricewaterhouse&Cooper, Deloitte, Ernst&Young), che studiano queste pianificazioni in cambio di compensi che arrivano anche a 1.000 sterline l’ora.

ALTRAECONOMIA.IT

Miele all’eroina: il mercato dello sballo non conosce crisi

Pubblicato in SALUTE, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 27/03/2009

Droghe ancora poco conosciute, potenti e costose. Canali di traffico e di riciclaggio del denaro sporco originali e insospettabili. A Milano la piazza dello spaccio non risente di alcuna crisi.Anzi, si arricchisce di continuo…

Un uomo mentre prepara una dose di eroina

 Polizia e carabinieri scoprono ogni giorno nuovi “giri” e organizzazioni. Gli agenti del commissariato Città Studi hanno arrestato un cittadino cileno di 51 anni per detenzione e spaccio di droga. Da tempo gestiva un commercio sicuro e redditizio ma nell’ombra, la polizia si è insospettita solo quando ha cominciato a sfoggiare orologi di lusso e ha comprato la casa in cui abitava.

Giacca, cravatta e valigetta 24 ore, Pedro Manuel C. M. ogni mattina usciva puntuale alla 8 per andare al lavoro e rientrava alle 18.30. In tasca i biglietti da visita di “Traduttore e interprete tecnico scientifico legale” e da una decina d’anni il permesso di soggiorno regolare. Solo che Pedro non andava in uffcio, come credevano sua moglie e i suoi vicini, ma consegnava a domicilio la droga che teneva nascosta negli slip. I clienti erano tutti facoltosi, sparsi tra il centro e le zone di Città Studi, Lambrate, Monforte e Garibaldi. Il volume d’affari? Basti pensare che l’uomo aveva cinque cellulari e otto sim card zeppe di numeri di telefono e che guadagnava fino a 6-7 mila euro al giorno.

La merce di Pedro era tra le più rare, venduta a 200 euro il grammo a una fascia alta di clientela. Si trattava di eroina thailandese, detta anche “eroina bianca”, una sostanza più pura della classica eroina “brown sugar”, oltre che ancora poco diffusa in Italia e difficile da trovare. Dà assefuazione fin dalla prima dose e si può fumare, iniettare (non in vena ma intramuscolo, in gergo: “buco pulito”) e anche inalare. Gli effetti sono quelli di un “narcotico euforizzante”, cioè a metà tra gli oppiacei e le cocaina. Una droga da ricchi insomma, potente e facile da assumere.

I carabinieri della compagnia Porta Magenta invece tenevano sotto controllo da quasi due anni un’organizzazione di albanesi e italiani che importava in Italia 15 chili a settimana di eroina afghana, poi rivenduta all’ingrosso a esponenti della ‘ndrangheta e della camorra in trasferta a Milano. Le indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia, si sono conlcuse con 38 arresti (tra Milano, Mantova, Treviso, Vicenza, Cuneo, Forlì, Roma, Potenza e Palermo) per associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, riciclaggio, sfruttamento della prostituzione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

La droga arrivava in Italia dall’Albania nascosta nel miele e nella cera d’api, prodotti in patria dagli stessi capi del gruppo criminale. Il denaro ricavato dal traffico veniva reinvestito, oltre che in un vasto giro di prostituzione, in quella che era diventata l’attività lecita principale dell’organizzazione: gli istituti di vigilanza privata. I capi albanesi avevano creato tre società, intestate ai complici italiani e con sede a Milano e nell’hinterland, con oltre cento dipendenti: la New planet investigation, la Pbs e la Società cooperativa s.p.e. Sono tutte state sequestrate. Tra i vari appalti che si erano aggiudicati ci sono quelli per la sicurezza del centro commerciale Vulcano di Sesto San Giovanni e del parco “Aquatica” di Milano. La gara per la sorveglianza del Palazzo di giustizia di Milano invece era andata male per i bodyguard-trafficanti.

(PANORAMA)

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LA VERA STORIA DEL PERCHE’ LA MARJUANA FU’ PROIBITA

Pubblicato in SALUTE, SOCIETA', VARIE da Gabriele Pierattelli il 28/02/2009

LA MARIJUANA (SPAGNOLO), O CANNABIS (LATINO) O HEMP (INGLESE) È UNA PIANTA CHE SI POTREBBE DEFINIRE MIRACOLOSA, ED HA UNA STORIA LUNGA ALMENO QUANTO QUELLA DELL’UMANITÀ. UNICA PIANTA CHE SI PUÒ COLTIVARE A QUALUNQUE LATITUDINE, DALL’EQUATORE ALLA SCANDINAVIA, HA MOLTEPLICI PROPRIETÀ CURATIVE, CRESCE VELOCE, COSTA POCHISSIMO DA MANTENERE, OFFRE UN OLIO DI OTTIMA QUALITÀ (MOLTO DIGERIBILE), ED HA FORNITO, DALLE PIÙ ANTICHE CIVILTÀ FINO AGLI INIZI DEL SECOLO SCORSO, CIRCA L’80 PER CENTO DI OGNI TIPO DI CARTA, DI FIBRA TESSILE, E DI COMBUSTIBILE DI CUI L’UMANITÀ ABBIA MAI FATTO USO.

E POI, COSA È SUCCESSO? E’ SUCCESSO CHE IN QUEL PERIODO È AVVENUTO IL CLAMOROSO SORPASSO DELL’INDUSTRIA AI DANNI DELL’AGRICULTURA, E DI QUESTO SORPASSO LA CANNABIS È STATA CHIARAMENTE LA VITTIMA NUMERO UNO.

I nascenti gruppi industriali americani puntavano soprattutto allo sfruttamento del petrolio per l’energia (Standard Oil – Rockefeller), delle risorse boschive per la carta (editore Hearst), e delle fibre artificiali per l’abbigliamento (Dupont) – tutti settori nei quali avevano investito grandi quantità di denaro. Ma avevano di fronte, ciascuno sul proprio terreno, questo avversario potentissimo, e si unirono così per formare un’alleanza sufficientemente forte per batterlo.

L’unica soluzione per poter tagliare di netto le gambe ad un colosso di quelle dimensioni risultò la messa al bando totale. L’illegalità. Partì quindi un’operazione mediatica di demonizzazione, rapida, estesa ed efficace (“droga del diavolo”, “erba maledetta” ecc. ), grazie agli stessi giornali di Hearst (è il famoso personaggio di Citizen Kane/Quarto Potere, di O. Wells), il quale ne aveva uno praticamente in ogni grande città. Sensibile al denaro, e sempre alla ricerca di temi di facile presa popolare, Hollywood si accodò volentieri alla manovra, contribuendo in maniera determinante a porre ilsigillo alla bara della cannabis (a sin. la locandina del fim “Marihuana: assassina di giovinezza – Un tiro, una festa, una tragedia”).

La condanna morale viaggiava rapida e incontrastata da costa a costa (non c’era la controinformazione!), e di lì a far varare una legge che mettesse la cannabis fuori legge fu un gioco da ragazzi. Anche perchè pare che i tre quarti dei senatori che approvarono il famoso “Marijuana Tax Act” del 1937, tutt’ora in vigore, non sapevano che marijuana e cannabis fossero la stessa cosa: sarebbe stato il genio di Hearst ad introdurre il nomignolo, mescolando le carte per l’occasione.

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THOUGHTS ON CANNABIS

“How many murders, suicides, robberies, criminal assaults, holdups, burglaries and deeds of maniacal insanity it causes each year, especially among the young, can only be conjectured…No one knows, when he places a marijuana ciga-rette to his lips, whether he will become a joyous reveller in a musical heaven, a mad insensate, a calm philosopher, or a murderer…”

“Quanti omicidi, suicidi, furti, aggressioni criminali, rapine, scassi e gesti di follia maniacale provochi ogni anno, lo si può solo indovinare. Nessuno sa, nel mettere ad altri fra le labbra una sigaretta di marijuana, se ne faranno un allegro visitatore di paradisi musicali, un folle delirante, un tranquillo pensatore, o un assassino…”

HARRY J ANSLINGER . Commissioner of the US Bureau of Narcotics 1930-1962


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Fatto sta che a partire da quel momento Dupont inondava il mercato con le sue fibre sintetiche (nylon, teflon, lycra, kevlar, sono tutti marchi originali Dupont), il mercato dell’automobile si indirizzava definitivamente all’uso del motore a benzina (il primo motore costruito da Diesel funzionava con carburante vegetale), e Hearst iniziava la devastazione sistematica delle foreste del Sudamerica, dal cui legno trasse in poco tempo la carta sufficiente per mettere in ginocchio quel poco che era rimasto della concorrenza.

Al coro di benefattori si univa in seguito il consorzio tabaccai, che generosamente si offriva di porre rimedio all’improvviso “vuoto di mercato” con un prodotto cento volte più dannoso della cannabis stessa.

E le “multinazionali” di oggi, che influenzano fortemente tutti i maggiori governi occidentali, non sono che le discendenti dirette di quella storica alleanza, nata negli anni ‘30, fra le grandi famiglie industriali. (Nel caso qualcuno si domandasse perchè mai la cannabis non viene legalizzata nemmeno per uso medico, nonostante gli innegabili riscontri positivi in quel senso).

Come prodotto tessile, la cannabis è circa quattro volte più morbida del cotone, quattro volte più calda, ne ha tre volte la resistenza allo strappo, dura infinitamente di più, ha proprietà ignifughe, e non necessita di alcun pesticida per la coltivazione. Come carburante, a parità di rendimento, costa circa un quinto, e come supporto per la stampa circa un decimo.

Abbiamo fatto l’affare del secolo.

Scritto da Massimo Mazzucco per luogocomune.net

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2008 : SEQUESTRI DI DROGA RECORD A MILANO

Pubblicato in ECONOMIA, POLITICA, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 28/02/2009


MILLEDUECENTO CHILI DI HASHISH, PER UN VALORE DI OLTRE DUE MILIONI DI EURO ALL’INGROSSO, ALMENO IL TRIPLO AL DETTAGLIO. È SOLO L’ULTIMO SEQUESTRO DI DROGA FATTO DALLE FORZE DELL’ORDINE A MILANO.

Nella notte di martedì è toccato ai carabinieri del Nucleo investigativo intercettare un carico proveniente dalla Spagna. E arrestare quattro persone, due spagnoli che erano sul tir con la droga e un italiano e un marocchino che li aspettavano a destinazione.

I militari tenevano da tempo sotto controllo i movimenti sospetti nell’area industriale di Gaggiano, a Sud-ovest della città. E sono intervenuti notando in mezzo a un carico di plastica da imballaggio due pesanti bancali con 40 “colli” marrone scuro. Dentro i quali è stato scoperto il più grosso quantitativo di droga sequestrato in Italia (escluse le frontiere, i porti e gli aeroporti) negli ultimi tre anni.

È risaputo che Milano sia lo snodo del traffico di stupefacenti non solo in Italia ma in tutto il Nord Europa. Ma i numeri forniti da questura e comando regionale dei carabinieri sulla droga tolta dal mercato dalle forze dell’ordine nel 2008 danno corpo a una situazione allarmante. La polizia ha intercettato nell’anno appena concluso 1.100 chili di hashish (il doppio dell’anno precedente), i carabinieri 4.300 chili.
Il dato che più di tutti colpisce è quello relativo alla cocaina. I chili sequestrati dai carabinieri sono 197, quelli tolti dal mercato dalla polizia 660. Se si considera che in questura nel 2007 ne erano arrivati dieci volte meno, 68 chili, si ha un’idea del fenomeno. Lo stesso se si tiene conto del fatto che, secondo gli esperti, le forze dell’ordine non riescono a sequestrare più del 5 per cento della cocaina che arriva in Italia. E che alimenta una domanda enorme: a Milano sono 120 mila le persone che fanno uso di cocaina, stabilmente o saltuariamente. Più o meno una su dieci.

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