DECLARATION OF THE LEADERS THE MAJOR ECONOMIES FORUM ON ENERGY AND CLIMATE
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Noi, i leaders of Australia, Brazil, Canada, China, the European Union, France, Germany, India, Indonesia, Italy, Japan, the Republic of Korea, Mexico, Russia, South Africa, the United Kingdom, and the United States ci siamo riuniti come “ the Major Economies Forum on Energy and Climate” a L’Aquila, Italia, il 9 luglio 2009, e dichiariamo quanto segue:
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Il cambiamento climatico è una delle più grandi sfide del nostro tempo. Come leaders delle maggiori economie mondiali, sia sviluppate che in via di sviluppo, intendiamo rispondere vigorosamente alla sfida, essendo convinti che questo ponga un evidente pericolo che richieda una risposta globale straordinaria, che la risposta debba rispettare le priorità economiche e lo sviluppo sociale dei paesi in via di sviluppo, che avviarsi verso una economia “low carbon” è una opportunità per promuovere una crescita economica continuativa ed uno sviluppo sostenibile, che il bisogno e la messa a disposizione di tecnologie di trasformazione energetica pulita al minor costo possibile sono urgenti e che la risposta deve includere una attenzione bilanciata alla mitigazione ed all’adattamento.
Noi riaffermiamo l’obiettivo, le previsioni ed principi del UN Framework Convention on Climate Change. Ricordando la Dichiarazione che le Economie Maggiori adottarono a Toyako, Giappone, nel Luglio 2008, e prendendo in piena considerazione le decisioni prese a Bali, Indonesia, nel Dicembre 2007, prendiamo la risoluzione di non risparmiare alcuno sforzo per raggiungere a Copenaghen, tra noi e la altre Parti, una ulteriore esecuzione della Convenzione. La nostra visione per una futura cooperazione sul cambiamento climatico, consistente con l’equità e le nostre comuni ma differenti responsabilità e capacità, include i seguenti punti:
1: In accordo con gli obbiettivi della Convenzione della scienza:
I nostri paesi intraprenderanno azioni di mitigazione trasparenti e nazionalmente appropriate soggette a misurazioni, rapporti e verifiche e prepareranno piani per la crescita del low-carbon. I paesi sviluppati tra noi assumeranno la guida sottoponendosi prontamente a robuste riduzioni, in maniera aggregata ed individuale nel medio termine, consistenti con i nostri rispettivi ambiziosi obiettivi di lungo termine, e lavoreranno insieme prima di Copenaghen, per ottenere un forte risultato a questo riguardo.
I paesi in via di sviluppo tra noi intraprenderanno prontamente azioni il cui effetto proiettato sulle emissioni rappresenta una significativa deviazione dal “business as usual” (= ordinaria amministrazione; BAU è definizione ricorrente dispregiativa nel rapporto di Stern) nel medio termine, nel contesto di uno sviluppo sostenibile, supportato da finanziamenti, tecnologia e costruzione di capacità.
Il raggiungimento del picco di emissioni globali e nazionali dovrebbe realizzarsi il prima possibile, (da notare che la locuzione “as soon as possible” in inglese non esprime l’urgenza della locuzione italiana) riconoscendo che la tempistica sarà più lunga per i paesi in sviluppo, tenendo conto che lo sviluppo sociale ed economico e lo sradicamento della povertà sono le prime e più importanti priorità nei paesi in via di sviluppo e che lo sviluppo del “low-carbon” è indispensabile allo sviluppo sostenibile. (Si fa riferimento ai problemi reali dei paesi “in via di sviluppo” e che il programma ambientalista è subordinato a questo, e non viceversa).
Noi riconosciamo (non “concordiamo con”) il punto di vista (view) scientifico che l’aumento della media della temperatura globale al di sopra dei livelli pre-industriali non dovrebbe superare i 2 gradi°C. (Non si parla di verità scientifiche, ma di punti di vista; il condizionale è determinante; inoltre porre un indice di temperatura a 2°C anche se efficace come immagine climatofila, potrebbe svuotare il significato del tutto, considerato che la Terra avrebbe avuto in cento anni un aumento di 0,74°C, e che negli ultimi 10 anni si riscontra un arresto se non un raffreddamento; da notare che non viene menzionato l’IPCC) A questo riguardo e nel contesto dell’obiettivo conclusivo della Convenzione e del Piano di Azione di Bali, lavoreremo tra ora e Copenaghen tra noi e sotto la Convenzione, per identificare un obiettivo globale di sostanziale riduzione delle emissioni entro il 2050. (C’e tempo per sviluppare il nucleare) Il progresso verso l’obiettivo globale sarebbe rivisto regolarmente, prendendo nota dell’importanza di inventari frequenti, completi ed accurati. Compiremo passi a livello nazionale ed internazionale, anche sotto la Convenzione, per ridurre le emissioni derivanti dalla deforestazione e dal degrado forestale, per massimizzare la rimozione dei gas serra ad opera delle foreste, massimizzando il sostegno ai paesi in via di sviluppo per questi propositi. (E su questo possiamo essere d’accordo)

2. l’adattamento agli effetti avversi del cambiamento climatici è essenziale. Questi effetti stanno già avvenendo. Inoltre, mentre gli sforzi per la mitigazione ridurranno gli impatti del clima, anche gli sforzi di mitigazione più aggressivi non elimineranno il bisogno di un sostanziale adattamento particolarmente nei paesi in via di sviluppo che ne saranno colpiti in maniera sproporzionata. (Una delle accuse fatte al catastrofismo climatico era proprio di non considerare a sufficienza le capacità di adattamento alle variazioni climatiche che naturalmente avverrebbero nelle aree interessate; ipotesi del “contadino scemo”) C’e in particolare un immediato bisogno di assistere i più poveri e più vulnerabili per adattarsi a questi effetti. Non solo ne sono i più colpiti, ma sono anche quelli che hanno dato il minor contributo all’accumulo dei gas serra nell’atmosfera. Un ulteriore supporto dovrà essere mobilitato, basato sulla necessità, ed includerà risorse in aggiunta all’esistente assistenza finanziaria. Noi lavoreremo per sviluppare, disseminare e trasferire come appropriato tecnologie che accelerano gli sforzi di adattamento.

3. Noi stiamo stabilendo delle Global Partnership per guidare tecnologie di trasformazione low-carbon, e amiche del clima. Noi aumenteremo drasticamente e coordineremo gli investimenti del settore pubblico nella ricerca, sviluppo e verifica di queste tecnologie, con la prospettiva di raddoppiare questi investimenti entro il 2015, riconoscendo al tempo stesso l’importanza dell’investimento privato, della partnership pubblico-privato, e della cooperazione internazionale inclusi i centri di innovazione regionali. Disegnando in base alle migliori politiche applicative mondiali, ci faremo carico di rimuovere barriere, stabilire incentivi, massimizzare la costruzione di capacità, ed attuare misure appropriate per accelerare aggressivamente la divulgazione ed il trasferimento di esistenti nuove tecnologie chiave e low-carbon, in accordo alle circostanze nazionali. (Il riferimento alle situazioni nazionali è costante; sembra non si voglia mettere al mondo la camicia di forza) Noi auspichiamo che singoli paesi si assumano la guida per distribuire gli sforzi tra i paesi interessati per portare avanti tecnologie come l’efficienza energetica; l’energia solare; smart grids; cattura, uso e stoccaggio del carbonio; veicoli progrediti; tecnologie ad alta efficienza e bassa emissione; bio-energia; ed altre tecnologie pulite. (Obiettivi concreti e condivisibili in un’ottica di diversificazione purché accettabili economicamente; eccettuato a mio avviso lo “stoccaggio del carbonio”, se vuol dire lo sprofondamento della CO2 sotto terra che richiederebbe investimenti altissimi, esiti incerti, sarebbe applicabile solo in qualche sito industriale, non potrebbe diffondersi alla maggioranza delle fonti di emissioni, riscaldamento domestico, veicoli, ecc.) I paesi guida riferiranno entro Novembre 15, 2009, sui piani d’azione, road-maps, e sottoporranno piani per raccomandare per ulteriori progressi. Noi prenderemo in considerazione idee per approcci e strutture organizzative appropriate per promuovere sviluppi tecnologici, divulgazione e riapplicazione.

4. Le risorse finanziarie per la mitigazione e l’adattamento dovranno essere aumentate urgentemente e sostanzialmente, e dovrebbero includere risorse per sostenere i paesi in via sviluppo. Il finanziamento per affrontare il cambiamento climatico deriverà da molteplici fonti, includendo sia fondi pubblici che privati e i mercati del carbonio. (Menzione molto preoccupante; sembra alludere alle distorsioni intenzionali del mercato del carbonio, con carbon tax, commercio di quote, che fanno parte del più deplorevole armamentario dell’aggressione ambientalista) Investimenti aggiuntivi nei paesi in via di sviluppo dovrebbero essere mobilitati, con l’inclusione della creazione di incentivi e la rimozione di barriere per il flusso dei finanziamenti. Dovrebbe essere promossa una maggiore prevedibilità del sostegno internazionale. Il finanziamento delle azioni di sostegno dovrebbe essere misurabile, rendicontabile, e verificabile. L’esperienza delle istituzioni esistenti dovrebbe essere riprodotta, e queste istituzioni dovrebbero lavorare in modo inclusivo e dovrebbero essere rese più rispondenti ai bisogni dei paesi in via di sviluppo. I finanziamenti per il clima dovrebbero essere di complemento agli sforzi per promuovere lo sviluppo in accordo con le priorità nazionali; e questo può includere sia approcci basati su programmi che su progetti. Il meccanismo di assegnazione dei fondi dovrebbe essere trasparente, equo, efficace, efficiente, e riflettere rappresentazioni bilanciate. Dovrebbe essere assicurata la responsabilizzazione nell’uso delle risorse. Un sistema per far fronte ad esigenze diverse di finanziamento e risorse dovrebbe essere creato per utilizzare quando appropriato, competenze pubbliche e private. Noi concordiamo di considerare ulteriori proposte per stabilire un meccanismo internazionale di finanziamento, includendo la proposta del Messico per un Fondo Verde.

5. I nostri paesi continueranno a lavorare assieme costruttivamente per rinforzare la capacità del mondo di combattere il cambiamento climatico, anche attraverso il Major Ecoconomies Forum on Energy and Climate. In particolare i nostri paesi continueranno ad incontrarsi nel prosieguo dell’anno in modo da facilitare l’accordo a Cpenaghen.
I TEDESCHI ALLA CONQUISTA DEL DESERTO!?!? NO! DEL SOLE DEL DESERTO !!!

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Qui l’aggettivo faraonico calza a pennello. Non soltanto perché siamo nell’Africa sahariana, ma anche e soprattutto per la natura del progetto.
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Su imbeccata del Club di Roma, un consorzio di giganti del settore energetico tedesco- tra cui persino le tanto vituperate RWE, E.on e Siemens- ha lanciato stamane un’iniziativa a dir poco imponente quanto a costi di investimento e rischio di impresa: raccogliere energia solare direttamente dove il sole batte di più (che si tratti di un’implicita ammissione che piazzare pannelli a Lubecca serve a poco?), ossia nel deserto, per poi trasportarla in Europa.
L’obiettivo consiste nel soddisfare la sempre maggiore domanda energetica, nell’aiutare l’ambiente e nel contribuire a realizzare l’ormai fantomatica indipendenza energetica (sic) della Repubblica federale dal cattivo zar Putin. Peccato che il Sahara non sia esattamente terra di nessuno, ma corrisponda a fette di territorio più o meno grandi, appartenenti a Stati non proprio “democratici”. Al di là del buonismo di maniera sugli standard di democraticità di questi paesi (più importante è capire il grado di affidabilità che essi garantiscono per la continuità dell’opera), ci permettiamo modestamente di ricordare che l’approccio al progetto trasuda di un colonialismo un po’ d’antan. Ricordate la boutade di Tremonti sulle centrali in Albania? Ecco, il substrato culturale non è poi molto diverso. Tutti paiono preoccuparsi dei benefici che un’opera simile produrrà per i cittadini tedeschi ed europei, senza porsi l’interrogativo fondamentale. A questi paesi africani sta bene? Non vogliono niente in cambio?
In secondo luogo, resta ignota l’entità dell’esborso e il nome dei soggetti che dovranno sobbarcarselo. Per quanto riguarda il primo, pare che la cifra si aggiri intorno ai 400 miliardi in uno spazio di quarant’anni… Per quanto attiene i secondi, noi avremmo già un’ideuzza. Inizia per c, finisce per i e ha dodici lettere. Resta solo da capire di quale paese.
Da:http://www.chicago-blog.it/
L’eolico ad alta quota: arriva l’Abbondanza?

Energia eolica raccolta ad alta quota grazie all’uso di aquiloni: questa è l’idea fondamentale della tecnologia Kitegen. In questa configurazione (detta “a stelo”), l’aquilone raggiunge un’altitudine di circa 1000 metri ed esercita una trazione su di un generatore elettrico posto al suolo. L’energia eolica d’alta quota si prospetta come una tecnologia a basso costo e di facile diffusione, capace, in teoria, di produrre quantità di energia paragonabili, o addirittura superiori, alla produzione odierna, basata sui carburanti fossili. (clicca qui per vedere una rappresentazione animata del funzionamento dello stelo).
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Come mai l’energia é un problema? Dopotutto, abbonda ovunque intorno a noi. Il Sole proietta sulla superficie terrestre una dose quotidiana di energia che corrisponde a quasi diecimila volte quella da noi prodotta (principalmente con lo sfruttamento dei carburanti fossili). Inoltre, questa stima non include l’energia geotermica né le prospettive possibili dell’energia nucleare, specialmente se si parla di quella ottenuta grazie alla fusione. E’ sufficiente un assaggio a questo banchetto energetico che ci circonda per offrirci più di quanto ci serva.
Ma, ovviamente, le cose non sono così semplici. Per soddisfare le nostre necessità dipendiamo ancora dai carburanti fossili in maniera consistente e la conversione a fonti di energia alternative si sta dimostrando un processo molto lento e difficoltoso. La costruzione degli impianti nucleari tradizionali sta diminuendo (WNA 2009) e l’energia prodotta dalla fusione rimane ancora una frontiera lontana. Le fonti di energia rinnovabile tradizionali, come la combustione del legno e l’idroelettricità, hanno possibilità di espansione molto limitate, mentre le “nuove” rinnovabili (principalmente la fotovoltaica e l’eolica) producono solo una minuscola frazione del fabbisogno energetico del pianeta. Per la prima volta nella storia, l’anno scorso, l’energia fornita da fonti rinnovabili ha superato quella degli impianti tradizionali in Europa e negli Stati Uniti (REN21 2009). Le fonti rinnovabili crescono velocemente, ma possono farlo abbastanza rapidamente da compensare il consumo dei carburanti fossili?
E’ un problema di costi. Il che può essere inteso come mero costo monetario oppure come redditività energetica dell’energia investita (definito con la sigla EROEI). Come mostrato nei grafici di Charles Hall (2009), l’EROEI delle fonti rinnovabili è, nella maggior parte dei casi, ragionevolmente alto (con l’eccezione dei biocarburanti). Si attesta intorno a 10 per gli impianti fotovoltaici e 20 per quelli eolici: un ritorno simile a quello della tecnologia nucleare. Sono ritorni eccellenti, considerando l’investimento, ma non arrivano al livello che i carburanti fossili raggiunsero nella loro epoca d’oro. Decenni fa, l’EROEI del petrolio raggiungeva la cifra 100, e forse anche di più (Hall 2009). E’ stato questo altissimo EROEI a portare i carburanti fossili al predominio che detengono tutt’oggi sul mercato. Incapaci di raggiungere EROEI così elevati, le altre fonti energetiche non avevano alcuna possibilità di competere. Ed, infatti, ancora oggi abbiamo bisogno di energia fossile per costruire impianti che generano energia di tipo non-fossile. Ma, con i carburanti tradizionali in netto declino, sarà molto difficile sostenere la crescita di energie alternative ad un ritmo abbastanza rapido da fornire una transizione dalle fonti convenzionali a quelle nuove senza strappi. Possiamo immaginare un mondo industrializzato che non necessita carburanti fossili, ma pare che non riusciremo ad arrivarci abbastanza in fretta.
Quindi, siamo di fronte alla maledizione di Tantalo: siamo circondati da enormi quantità di energia, ma non riusciamo a sfruttarla. E questo sarà vero finché non svilupperemo una tecnologia che abbia un EROEI molto migliore di quella presente. Con un ritorno energetico molto rapido rispetto agli investimenti, potremmo liberare il sistema energetico mondiale dalla sua dipendenza dai carburanti fossili. E questo, sfortunatamente, è più facile a dirsi che a farsi. Internet è ricca di proclami di presunte rivoluzioni tecnologiche che promettono molto ma spesso risultano essere solo sogni; o, in alcuni casi, addirittura truffe. Però, potrebbe esistere una tecnologia energetica, basata su principi fisici accertati, capace non solo di promettere, ma di fornire un EROEI alto: l’energia eolica d’alta quota.
L’idea fondamentale di questo tipo di energia è che il vento è diventa molto più intenso man mano che ci si sposta verso le fasce alte dell’atmosfera. La velocità media del vento aumenta con l’altezza, in base ad una curva esponenziale (chiamata “esponenziale di Hellman”) pari ad 1/7.
Ma l’energia contenuta in una massa d’aria in movimento aumenta al cubo della sua velocità. Con un semplice calcolo, scopriremo che elevando la turbina ad un’altezza di 800 metri, l’energia fornita aumenta di un fattore di 8 rispetto a quella che otterrebbe a livello del suolo. Sono possibili incrementi maggiori ad altitudini più elevate, in cui i venti hanno anche una maggiore costanza; in questo modo, si evita il problema dell’intermittenza, tipico delle turbine eoliche tradizionali. Ma, ovviamente, è impossibile raggiungere queste altezze con l’attuale tecnologia eolica, che arriva al massimo a 100 metri, a causa del costo e del peso della torre.
Questo concetto è palese da lungo tempo ed ha generato svariate proposte per sfruttare l’energia eolica ad altitudini maggiori. Ci sono due modi possibili per farlo: palloni aerostatici ed ali. Potete seguire un riassunto degli ultimi sviluppi in materia nell’opera di Big Gav (2009) pubblicata da TOD. Come potete vedere, ci sono molte idee in questo campo, molte delle quali si limitano ad essere semplici schemi su un foglio. In molti casi, la fornitura energetica dei sistemi proposti è solo un’ipotesi, mentre in altri casi (come quello dei palloni aerostatici) la necessità di impiegare una risorsa non rinnovabile è un limite considerevole.
Comunque, alcuni sistemi sono stati studiati a fondo ed altri testati con il metodo sperimentale. I sistemi basati sui rotori sono realizzabili ed quelli basati sugli aquiloni, in particolare, sono estremamente promettenti. Saul Griffith della Makani Power ha mostrato alcune immagini di un esperimento in cui ha impiegato un aquilone a tre corde. Anche Wubbo Ockels (della Delft University of Technology) sta svolgendo esperimenti basati sugli aquiloni. In questo campo, il sistema più avanzato pare il Kitegen: un aquilone creato da Massimo Ippolito della Sequoia Automation, un’azienda italiana. I test sui prototipi di questo sistema sono stati conclusi ed il primo impianto energetico di questo tipo è attualmente in costruzione nell’Italia settentrionale.
Il Kitegen è un semplice sistema aerodinamico: usa aquiloni d’ultima generazione che ascendono in modo dinamico, volando a 70-80 metri al secondo, che è anche la massima velocità raggiunta dalle estremità delle pale di una turbina eolica convenzionale. Nella sua configurazione più semplice (chiamata “a stelo”), il sistema impiega un solo aquilone, collegato ad un generatore posto al suolo. L’aquilone si muove come uno yo-yo: quando sale, genera energia che viene trasformata in elettricità dal generatore. Quando raggiunge la sua massima elevazione, viene posto in una configurazione aerodinamica di stabilità, in modo che possa essere tirato giù con un dispendio energetico minimo. Due steli che operano in sinergia potrebbero funzionare come un motore a due cilindri, sebbene la fase in cui si produce energia durerebbe il 90% del tempo, mentre a quella di “ritiro” sarebbe molto più breve. Un solo stelo potrebbe fornire un’energia massima di qualche Megawatt. Impianti più grandi potrebbero essere utilizzati nella configurazione detta “a giostra”. In questo caso, gli aquiloni volano ad un’altezza costante, a quota molto più elevata, esercitando una trazione su un generatore che è disposto su un binario circolare. In questo caso, l’energia massima ottenibile raggiunge uno o più Gigawatt.
Considerati gli studi dettagliati sul Kitegen, possiamo usarlo per fare una stima dell’EROEI offerto dai sistemi eolici d’alta quota. Prima di farlo, comunque, è meglio riassumere i dati che conosciamo sull’odierna tecnologia eolica. Nalukowe e i suoi colleghi hanno recentemente condotto una ricerca, per conto della LCA, sulle turbine eoliche convenzionali da 3 Megawatt: secondo le loro stime, l’energia necessaria per costruire e manutenere una turbina per un periodo di 20 anni è di circa 8000 Megawatt orari. Dato che il peso totale della parte della struttura che emerge dal terreno è di 400 tonnellate, possiamo calcolare che abbia un fabbisogno energetico di circa 20 Kilowatt orari per ogni chilo. La turbina produrrà 160,000 Megawatt orari durante la sua esistenza e quindi l’EROEI finale è di circa 20.
Qual’è il risultato di un approccio simile alla tecnologia Kitegen? Secondo Massimo Ippolito (informazioni pubblicate suwww.kitegen.com) l’energia necessaria per produrre un Kitegen da 3 Megawatt è di 40 Kilowatt orari per chilo, oppure di 40 Megawatt orari per tonnellata. Questo calcolo prende in considerazione tutti i materiali necessari per la costruzione: l’acciaio che costituisce la struttura, il rame dei cavi elettrici, il neodimio ed il boro necessari per i magneti, il montaggio dei macchinari, il trasporto, la costruzione, et cetera. Questa cifra include anche i costi energetici relativi al lavoro degli operai all’impianto e alla periodica sostituzione dei cavi e degli aquiloni, in un arco temporale di 30 anni.
E’ evidente che il Kitegen richiede molta più energia al chilo di una turbina eolica convenzionale; c’era da aspettarselo: dopotutto è una tecnologia molto più complessa. Ma lo stelo è anche più leggero. Un impianto da 3 Megawatt pesa circa 30 tonnellate. Quindi, potremmo stimare che l’investimento energetico totale per la sua costruzione ruota intorno ai 1200 Megawatt (30 tonnellate moltiplicate per 40 Megawatt orari a tonnellata). Se supponiamo che il nuovo impianto funzioni 5mila ore all’anno, a potenza massima, produrrà approssimativamente 15mila Megawatt orari all’anno, o 450mila in 30 anni. Il risultato finale è un’EROEI di 375 (!!). Se supponiamo un’esistenza di soli 20 anni, questa cifra potrebbe ridursi, ma risulterebbe comunque enorme. Impianti Kitegen più grandi, del genere “a giostra”, riuscirebbero a raggiungere altitudini maggiori, attingere a venti più forti ed avere un EROEI ancora maggiore. Questo calcolo è valido per il caso specifico del sistema Kitegen, ma anche altri sistemi basati su aquiloni o rotori avrebbero EROEI di questa scala di grandezza.
Ovviamente, questi dati vanno presi con molta cautela, però sono sufficienti per mostrarci l’enorme potenziale dell’energia eolica d’alta quota. Gli EROEI più alti di 100 ci riportano all’epoca d’oro dell’abbondanza e del basso prezzo dei carburanti fossili, senza tutti i problemi e i pericoli annessi a questo tipo di fonte energetica.
Un ulteriore vantaggio degli impianti a energia eolica d’alta quota é l’ubiquità della loro edificabilità; inoltre, possono fornire energia in maniera sostanzialmente continuativa (Archer e Caldeira, 2009). Sebbene l’alto costo dello stoccaggio di energia non possa essere completamente eliminato, ne risulterebbe assai ridotto. Con l’eolico d’alta quota, potremmo sul serio avere quel tipo di energia “troppo economica per tenerne conto” che è stato profetizzato negli ottimistici anni ‘50. Non solo avremmo energia economica, ma potremmo averla in tempi brevi. Consideriamo una turbina eolica tradizionale, con un EROEI di 20 ed una vita di 20 anni. In questo periodo, l’energia generata potrebbe essere usata per costruire altre 20 turbine; in media, una all’anno. Un Kitegen, con un EROEI maggiore di 200, potrebbe essere il “seme” per centinaia di altri Kitegen, con una media di uno al mese. Con un EROEI di questa dimensione, l’energia eolica d’alta quota non avrebbe bisogno della “stampella” dei carburanti fossili: potrebbe crescere con le sue sole forze, sostituendosi alle fonti fossili molto prima che si consumi l’ultima goccia di petrolio. Potrebbe anche facilitare la lotta al riscaldamento globale, offrendo un rapido taglio ai gas serra prodotti dai carburanti fossili.
Ovviamente, tutto questo è da considerarsi un sogno, finché non sarà testato e verificato. Ma, come minimo, è un sogno dalle solide basi fisiche ed ingegneristiche. Ma, anche se accettiamo in linea teorica il basso costo e l’alto EROEI, dobbiamo tenere a mente che il pianeta Terra è un sistema limitato. Quindi, quali sono i confini ultimi dell’eolico d’alta quota?
Si stima che circa il 2% dell’energia solare che arriva sulla superficie terrestre si trasformi in energia eolica. L’atmosfera non è un motore termico molto efficiente, ma si tratta di una quantità di energia tale che un semplice 2% risulterebbe abbondante rispetto alle nostre necessità. Si stima che il totale dell’energia accumulata in forma eolica corrisponda a circa 2000 Terawatt (Hurley 2009), o forse più, secondo altre stime. Per capire la mole d’energia di cui si sta parlando, potremmo fare in confronto: l’energia primaria totale che l’umanità produce oggigiorno corrisponde ad una media di circa 16 Terawatt. Quindi non c’è dubbio che l’energia eolica sia abbondante: secondo una ricerca del 2005 di Archer e Jacobson, già a 80 metri d’altezza troviamo un livello di energia tale che, con le attuali energie eoliche, sarebbe sufficiente per generare un quantitativo di energia eolica pari al totale della produzione energetica odierna. Ma c’è n’è un quantitativo maggiore ad altitudini più elevate e dovremmo sfruttarne solo una bassa percentuale di esso per riuscire a soddisfare il nostro attuale fabbisogno.
Un problema potrebbe essere costituito dall’effetto dei rotori o degli aquiloni sulla circolazione del vento atmosferico. Questo aspetto è stato esaminato da Archer e Caldeira (2009) grazie all’uso di modelli climatici. I risultati mostrano che attingere a questo tipo di energia potrebbe ridurre le precipitazioni. Tale effetto sarebbe comunque poco significativo (una riduzione delle precipitazioni dello 0,1%) se volessimo raggiungere un quantitativo energetico pari al nostro fabbisogno odierno. Ciononostante, questo effetto collaterale limita la portata della tecnologia eolica d’alta quota. Utilizzarla per produrre un quantitativo di energia pari a dieci volte il nostro fabbisogno odierno potrebbe risultare sconveniente. Si tratta comunque di grandissime quantità di energia gratuita e a bassissimo impatto sugli ecosistemi terrestri. Potrebbe essere anche accresciuta, indirettamente, se impiegassimo l’energia eolica per fabbricare pannelli fotovoltaici o altre tipologie di impianti solari. Non dovremmo essere sorpresi da questo tipo di prospettive. Dopotutto, come abbiamo detto, siamo circondati da alti quantitativi di energia e, se riuscissimo a trovare il modo di sfruttarla, perché non farlo?
Con in mano questi dati eccezionali, potremmo essere tentati dal considerate l’energia eolica d’alta quota una tecnologia energetica quasi senza confini. Ma sarebbe un errore. La produzione dell’energia non è statica: procede congiuntamente all’economia e, se l’economia è alimentata da una fonte di energia economica ed abbondante, tende a crescere esponenzialmente. La crescita esponenziale è pericolosa ed ingannevole: potremmo sbattere la testa sul limite massimo della sfruttabilità dei venti d’alta quota molto prima di quanto ci si aspetterebbe.
Ma esiste un problema ancor più serio: l’energia non è l’unico parametro da cui dipende l’economia. L’abbondanza di un bene non equivale all’abbondanza di tutti gli altri. Un’abbondanza di energia elettrica non si traduce necessariamente in un’abbondanza di alimenti, sebbene è certo che l’elettricità possa essere usata come sostitutivo dei carburanti fossili nei processi agricoli. Che il nostro problema non sia solo relativo all’energia è confermato dai modelli sviluppati per la serie “I limiti della crescita” (Meadows 2004). I modelli in questione possono essere impiegati con scenari che presuppongono alti (o addirittura infiniti) quantitativi di energia disponibile, ma il risultato è che un sistema economico collassa a causa dell’impatto generato da una combinazione di sovrappopolazione ed inquinamento sull’agricoltura e sull’ambiente. Per evitare il collasso, sarebbe necessario bloccare sia l’economia che la popolazione ad un livello stazionario. Ed, anche se ci riuscissimo, il consumo graduale dei minerali ci costringerebbe a produrre quantitativi energetici sempre maggiori per mantenere invariato il flusso attuale dei beni minerali (Diederen 2008, Bardi 2008). Quindi, anche con un livello abbondante di energia, avremmo bisogno di riciclare e riusare i beni prodotti.
Detto questo, anche se il livello di energia è abbondante, è necessario considerare la limitatezza del sistema energetico del pianeta Terra. In ogni caso, l’energia eolica d’alta quota ci offre la speranza di un futuro di relativa abbondanza, e anche di prosperità, se saremo capaci di mantenere stabili l’economia e la popolazione ed evitare di sfruttare in maniera eccessiva le nostre risorse minerali e l’agricoltura.
Riconoscimenti: l’autore ringrazia Massimo Ippolito per i suoi commenti e spunti per questo articolo.
Nota: l’autore non è finanziariamente collegato alla Kitegen Research S.r.l, la società che sta sviluppando il sistema kitegen descritto nel presente articolo. Ha, tuttavia, un piccolo interesse finanziario in “Wind Operations Worldwide” (WOW), formata da un gruppo di piccoli investitori che intendono finanziare lo sviluppo dell’energia eolica ad alta quota, in particolare del sistema kitegen.
References
Archer, C. L., and Jacobson, M.Z., 2005, “Evaluation of global wind power”.
Archer, C. L. and Caldeira, K, 2009, .”Global assessment of high altitude wind power”.
Bardi, U, 2008, “The universal mining machine”.
Big Gav, 2008, “Alternative Wind Power Experiments – SkySails and Airborne Wind Turbines”
Diederen A., 2008 , “Minerals scarcity: A call for managed austerity and the elements of hope”
Hall, C and Lambert, J. G., 2009 (accessed) “The balloon diagram and your future”
Hurley, B. 2009, “How much wind energy is there?” “How much wind energy is there?”
Meadows, D. Randers, J, and Meadows D., 2004 “The Limits to Growth, the 30 years update”, # ISBN 1-931498-58-X,
REN21, 2009, , “Renewables: global status report”
WNA (World Nuclear Association) 2009, “World Nuclear News 2009″.
Fonte: http://europe.theoildrum.com/node/5538
Traduzione a cura di Massimo Spiga per Megachip
AFRICA,PETROLIO,GAS…INQUINAMENTO E GUERRE – IL RUOLO DELL’ ENI E DELLE MULTINAZIONALI COME…DOVE E PERCHE’ AVREMO UN NUOVO “GOLFO”

La Repubblica del Congo va verso le elezioni del 12 luglio, mentre le multinazionali del petrolio, con in testa l’Eni, cercano nuovi giacimenti sfruttando le sabbie bituminose (vedi Ae 105).
“Le elezioni saranno caratterizzate da una totale mancanza di non trasparenza. Il governo non ha accettato di istituire una commissione elettorale indipendente, così come chiesto dai partiti di opposizione e dalla Commissione Episcopale. Nemmeno l’Ue manderà degli osservatori, dando per scontata l’irregolarità delle votazioni”. Brice Makosso è uno degli esponenti di punta della Commissione “Giustizia e pace” della Repubblica del Congo. Nei suoi anni di attivismo ha potuto comprendere molto bene quali sono le conseguenze dello sfruttamento petrolifero in Africa.
Che clima pre-elettorale vive la popolazone del tuo Paese?
Dopo 30 anni di dittatura comunista e guerra civile, il presidente Denis Sassou-Nguesso sta
usando la carta della paura. “Se non votate per me la violenza tornerà a devastare il Paese” è il suo messaggio. I congolesi sono ormai rassegnati a non avere alternativa, ma se ci fossero delle elezioni veramente libere non ho dubbi che Nguesso non vincerebbe.
La tua organizzazione, la Commissione “Giustizia e pace” , si batte da anni per cambiare le cose. In che modo?
Insieme alla chiesa locale, già nel 2000 abbiamo avviato una riflessione sul rapporto tra il petrolio e la guerra, il debito, le dittature e la corruzione in Africa Centrale. Per farlo abbiamo collaborato con i nostri omologhi in Ciad, che nel frattempo avevano seguito da vicino i devastanti impatti dell’oleodotto Ciad-Camerun.
Nel 2002 la Conferenza episcopale congolese ha emesso una dichiarazione in cui si chiedeva alle imprese petrolifere una maggiore trasparenza sull’utilizzo dei proventi. Nel 2006, ovvero quando il governo ha chiesto alla Banca mondiale che il Congo fosse inserito nella lista dei Paesi più indebitati, sono iniziati i problemi. Noi ci siamo opposti alla richiesta e abbiamo suggerito alla World Bank di attendere prima un’analisi dei proventi e della gestione dell’industria petrolifera.
La qualifica ha subito un ritardo, noi siamo stati accusati di essere dei servi dell’imperialismo e di lavorare contro gli interessi della Repubblica. Io e altri attivisti siamo stati arrestati con la scusa di aver stornato fondi della nostra organizzazione -cosa che i nostri donatori hanno subito smentito- e abbiamo trascorso tre settimane in prigione e un paio di anni al soggiorno obbligato. Allora Paul Wolfowitz, che era presidente della Banca mondiale, minacciò il blocco dei prestiti al Congo: altrimenti non saremmo usciti di prigione dopo sole tre settimane…

Parliamo del petrolio. La gestione dei proventi ha dato adito a parecchie perplessità, ci pare di capire.
Fin dall’inizio dello sfruttamento dei giacimenti congolesi, le compagnie pagavano le royalty non al ministero del Tesoro, ma su conti correnti presenti in varie paradisi fiscali sparsi per tutto il mondo. Come se non bastasse, il nostro esecutivo mpegnava già i proventi del petrolio non ancora estratto, finendo solo per accrescere il nostro debito estero. Adesso con la nuova iniziativa internazionale sulla trasparenza le cose potrebbero migliorare, ma è ancora presto per dirlo.
Qual è il ruolo giocato dall’Eni nel contesto congolese?
L’Eni ha iniziato le sue attività da noi fin da anni Settanta. Prima operava solo offshore, mentre dal 2007 è presente anche sul territorio nazionale. Da quel momento sono nati i “classici” problemi legati allo sfruttamento petrolifero in Africa, tra cui il flaring, che ha enormi impatti negativi su ambiente e popolazione locale. L’Eni dice che il petrolio, però, non ha nulla a che fare con il degrado ambientale. Tuttavia di recente ha preso la decisione di costruire delle centrali elettriche nelle vicinanze dei giacimenti dove si verifica il gas flaring, anche perché tale pratica entro il 2010 sarà considerata illegale per decreto governativo. Una da 50 megawatt è già in funzione, un’altra da 300 megawatt è in costruzione. Si badi bene, le centrali producono energia destinata alle imprese private -e in particolare per le operazioni di estrazione in una miniera di potassio- e non alla popolazione locale.
Ora si parla di impiegare le sabbie bituminose per produrre petrolio. Quali sono gli ultimi sviluppi?
Per il momento sappiamo che l’Eni ha siglato un accordo con il nostro governo. Lo ha confermato anche Paolo Scaroni, l’amministratore delegato dell’impresa italiana, in varie interviste rilasciate alla stampa. Però non si capisce se le sabbie bituminose serviranno per realizzare strade o per ricavarne petrolio. Il governo sembrerebbe indicare la prima possibilità, l’Eni parla di previsioni operativi in termini di barili, ovviamente di greggio. Nella realtà dei fatti, noi siamo molto preoccupati perché non si sa quali saranno gli impatti e come verranno protette le popolazioni locali una volta che, a partire dal 2011, inizierà lo sfruttamento delle sabbie. Val la pena ricordare che la produzione di un barile di sabbie bituminose, al momento sfruttate solo in Canada, provoca un alto tasso di inquinamento, impoverimento delle risorse idriche ed emissioni di gas serra tra le tre e le cinque volte più alte del corrispettivo di petrolio convenzionale. Chiediamo quindi all’Eni di dirci la verità sul destino di questa risorse e, qualora volessero tirarne fuori il petrolio, vogliamo sapere che tecniche saranno impiegate e come si limiteranno al minimo gli impatti, così devastanti e diffusi nell’esempio canadese. Per adesso però il rappresentante dell’Eni a Ponte Noire non appare intenzionato a darci la minima informazione.

La Nigeria sotto scacco petrolifero dice basta al gas flaring. Voci dal “GsOtto”
“Noi proponiamo di lasciare tutto il ‘nuovo’ petrolio nel sottosuolo. Le multinazionali dovrebbero gestire solo i giacimenti già aperti, che sono in via di esaurimento, impegnandosi però a investire sulle fonti energetiche alternative come il solare o l’eolico, che da noi non mancano di certo”. Nnimmo Bassey (nella foto) è uno storico attivista di ERA/Friends of the Earth Nigeria. Da anni conduce campagne contro il gas flaring e lo sfruttamento petrolifero indiscriminato nel Delta del Niger. Lo abbiamo incontrato al Gsott8, dal 2 al 6 luglio nel Sulcis Iglesiente.
Perché è importante mettere fine al flaring, evitando così di bruciare all’aria aperta il gas collegato all’estrazione del petrolio dal sottosuolo?
Secondo una stima conservativa, lo spreco di questo gas ha privato la Nigeria di una cifra che si aggira intorno ai 2,5 miliardi di dollari l’anno, aumentando invece le emissioni di gas serra nell’atmosfera. Come se non bastasse, e a prescindere dai costi economici, il flaring costituisce un
gigantesco attacco contro l’ambiente e ha serie conseguenze sulla salute delle persone, causando malattie come il cancro, la bronchite, l’asma, complicazioni renali e circolatorie di diverso tipo. A subire gli effetti negativi di questa pratica è anche la produzione alimentare, che è diminuita. L’aspettativa di vita in Nigeria è di 47 anni per le donne e 46 per gli uomini, ma nel Delta del Niger cala vertiginosamente, arrivando a soli 41 anni. Paradossalmente, quella stessa regione, ricca di petrolio, è tra le più povere di tutto il Paese.
Eppure le grandi oil corporation come la Shell e l’Eni sembrano non farci caso…
Il gas flaring si verifica nei giacimenti nigeriani fin dall’inizio dello sfruttamento petrolifero,
ovvero dagli anni Cinquanta. Le comunità locali si sono sempre battute contro questa pratica.
Anche il governo coloniale, prima che la Nigeria conquistasse la sua indipendenza, vi si è opposto, tuttavia le multinazionali petrolifere hanno continuato a vivere al di sopra della legge e senza considerare le sentenze delle corti nigeriane che hanno decretato che il gas flaring è illegale. Ora il governo ha posto una nuova data limite per far cessare questa pratica: il 2011. Ma le multinazionali vorrebbero già rinviare tutto al 2013.
In Nigeria opera una compagnia italiana come l’Eni, che tra l’altro per il 30% è di proprietà dello Stato. Quali sono gli impatti delle sue attività?
Anche l’Eni, così come la Shell o la Chevron, causa enormi conseguenze negative all’ambiente e alle popolazioni locali. Oltre al flaring, l’Eni è responsabile della scarsa manutenzione degli oleodotti che attraversano in lungo e in largo il Delta del Niger, che assai di frequente hanno delle pericolosissime perdite di petrolio. Per citare dei dati, nel biennio 2006-2007 la Nigerian Agip Oil Company, la controllata dell’Eni nel nostro Paese, ha fatto registrare il numero più alto di sversamenti, ben 264.
Quale può essere una soluzione ideale per risolvere i problemi legati allo sfruttamento petrolifero?
Noi proponiamo di lasciare tutto il “nuovo” petrolio nel sottosuolo. Le multinazionali dovrebbero gestire solo i giacimenti già aperti, che sono in via di esaurimento, impegnandosi però a investire sulle fonti energetiche alternative come il solare o l’eolico, che da noi non mancano di certo. Nel frattempo la Nigeria potrebbe rivitalizzare un settore come quello agricolo che, prima dell’inizio dello sfruttamento petrolifero, era tra i più sviluppati. Tanto il petrolio finirà comunque nell’arco di pochi anni, meglio trovare delle valide alternative già da adesso.
Per approfondire il tema, potete leggere il libro “Il prossimo golfo”
altraconsapevolezza
Rifkin boccia l’accordo dei grandi “È ridicolo, non salverà il pianeta”
L’economista americano non ha dubbi: servono misure concrete e nuovi impianti puliti
“Dobbiamo lanciare la terza rivoluzione industriale:traguardi sulle industrie da rilanciare“
Jeremy Rifkin
ROMA – “Per mettere d’accordo tutti hanno deciso di andare alla velocità del più lento: così è facile raggiungere un’intesa”. Jeremy Rifkin risponde al telefono da Montecarlo, in una pausa dell’incontro con il principe di Monaco che vuole varare un piano per frenare i gas serra. E il giudizio del presidente della Foundation on Economic Trends sul risultato del G8 è secco: “Un accordo ridicolo”.
Eppure è stato fissato il tetto di 2 gradi all’aumento di temperatura del pianeta: finora gli Stati non avevano dato un’indicazione così precisa.
“D’accordo, ma cosa si deve fare per non superare i 2 gradi? Non basta esprimere un pio desiderio, bisogna prima di tutto capire a che livello di concentrazione di anidride carbonica in atmosfera corrisponde un aumento di 2 gradi e poi organizzare un sistema energetico coerente”.
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L’Ipcc ritiene che, per restare entro un aumento di 2 gradi, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera non debba superare le 400 – 450 parti per milione.
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“L’Ipcc è molto cauta e i suoi precedenti rapporti, spesso definiti allarmisti, sono stati superati dai fatti: l’accelerazione del disordine climatico è stata più drammatica di quella prevista. Jim Hansen, uno dei più accreditati climatologi, dopo aver studiato le carote di ghiaccio che raccontano il passaggio da un’era glaciale a una interglaciale, offre un quadro della situazione molto diverso: quando in passato si è mantenuta per un certo periodo una concentrazione di 450 parti per milione di anidride carbonica l’effetto è stato un balzo della temperatura di 6 gradi, non di 2. E un rapido aumento di 6 gradi non è compatibile con il mantenimento della società umana così come noi la conosciamo”.
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Secondo Jim Hansen l’obiettivo è portare la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera a 350 parti per milione, cioè ridurla rispetto al presente portandola più vicina a quota 280, il livello preindustriale. Questo vorrebbe dire attuare una politica di tagli drastici e immediati che molti considerano incompatibili con lo sviluppo economico.
“Io credo che sia vero l’opposto: l’errore sta nel pensare solo ai tagli delle emissioni che invece dovrebbero essere un effetto secondario di politiche virtuose capaci di rilanciare l’economia, altro che affossarla. Per uscire dalla tre crisi che ci soffocano, quella economica, quella energetica e quella ambientale, non possiamo limitarci a magiare un po’ meno della vecchia minestra inquinante: dobbiamo lanciare la terza rivoluzione industriale pensando in positivo, cioè fissando traguardi sulle industrie da rilanciare. Non bisogna dire ai vari paesi quante emissioni tagliare, ma quanti impianti puliti costruire”.
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Più industrie e meno emissioni?
“Esattamente. La terza rivoluzione industriale è quella che permette uno sviluppo economico che si concilia perfettamente con la riduzione delle emissioni. Ad esempio con le smart grid, con l’energia diffusa e decentrata, ogni casa sfruttando il sole può diventare una vera e propria piccola centrale di produzione di elettricità e calore. Se adottassimo questo modello il settore delle costruzioni, che oggi è il primo fattore di riscaldamento del pianeta, potrebbe diventare parte della soluzione al problema”.
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Le case come elemento trainante del nuovo modello energetico?
“Uno dei quattro pilastri. Il primo è costituito dalle energie rinnovabili. Il secondo è rappresentato dagli edifici sostenibili. Il terzo dalle tecnologie basate sull’idrogeno che serve a immagazzinare l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili. Il quarto pilastro dalle reti intelligenti per distribuire l’energia secondo il modello del web”.
G8 e MEF concordano sui 2 gradi: la palla passa a Copenaghen

Si sono chiusi il 10 luglio all’Aquila i tre giorni di lavoro del G8, che includevano nella giornata di giovedì anche il MEF (Major Economy Forum), incontro voluto da Barack Obama per raccogliere intorno al tavolo i 16 paesi responsabili di più dell’80% delle emissioni mondiali di CO2.
Il nuovo impegno a contenere entro i 2°C l’innalzamento della temperatura
Il documento finale del G8 ribadisce l’importanza di mantenere l’innalzamento della temperatura sotto i 2°C attraverso una riduzione sostanziale delle emissioni a livello globale, riconoscendo di fatto la soglia che la comunità scientifica ritiene non debba essere superata.
Si tratta di un passo importante in direzione della Conferenza di Copenhagen di dicembre dell’UNFCCC, che viene ribadito essere il tavolo di negoziazione principale. La portata dell’impegno sembra però essere sfuggita a una buona parte dei media nazionali, che in molti casi non hanno saputo leggere l’esito del G8 e del MEF all’interno del processo negoziale di Copenhagen, così come è ormai universalmente riconosciuto, dopo il cambio di direzione degli USA, con Obama.
Proprio i 2 °C erano stati, meno di due anni fa, nella Conferenza di Bali dell’UNFCCC, uno dei punti importanti di discussione, vista l’impossibilità di riferire dati precisi del IV Rapporto IPCC all’interno della Bali Action Plan, cosi come avrebbe gradito la Ue. Davanti all’indisponibilità di alcuni paesi, tra cui gli USA, l’unica via di uscita di allora fu di inserire un riferimento non nel testo principale, ma solo come nota al documento.
Ora il G8, così come il testo del MEF, ribadendo la volontà di mantenere l’innalzamento della temperatura al di sotto dei due gradi riconosce, seppure in modo esplicito solo per il lungo periodo (2050), il percorso proposto dal IV Rapporto IPCC. L’accordo tra i paesi del G8 (non presente però nel documento del MEF) esplicita la volontà di ridurre le emissioni entro il 2050 dell’80% per i paesi sviluppati e del 50% a livello globale. Anche se il testo non è preciso nel definire gli obiettivi (non definisce ad esempio rispetto a che anno di partenza è da considerare l’impegno del 50 % di riduzione delle emissioni globali), non va dimenticato che il tavolo negoziale del G8 non è vincolante, porta solo a dichiarazioni politiche, che però definiscono degli indirizzi generali futuri dei paesi G8. Altra cosa è il tavolo negoziale dell’UNFCCC che definirà gli impegni nel dettaglio, a Copenhagen.
Importante passo avanti rispetto al passato
Anche in questo caso si evidenzia un passo avanti rispetto al G8 di Hokkaido dello scorso anno. In quel caso Bush aveva voluto inserire, scatenando le ire dell’India e degli altri paesi in via di sviluppo, il solo obiettivo di riduzione globale del 50%, evitando di far assumere delle responsabilità dirette ai paesi sviluppati.
All’Aquila il cambio di direzione di Obama è stato invece netto.
Il presidente americano ha voluto fortemente che nel documento finale comparisse anche l’impegno di riduzione dell’80% per i paesi sviluppati.
Ciò che è sicuramente assente nel documento del G8 è l’impegno di riduzione dei paesi sviluppati per il 2020, che l’IPCC propone in un range variabile dal 25 al 40%. Anche in questo caso, però, non bisogna dimenticare che l’Aquila è solo un momento negoziale intermedio e, come ricorda Fredrick Reinfeldt, primo ministro svedese e nuovo presidente di turno della Ue, la trattativa finisce solo all’ultima ora della Conferenza di Copenhagen.
I capi di governo del G8 e del MEF riconoscono nei loro documenti finali anche le responsabilità che le attività umane hanno sulla modifica del clima e di conseguenza sui danni che mettono a rischio non solo l’ambiente e l’ecosistema, ma la base stessa della nostra prosperità presente e futura.
Posizione questa che di fatto sconfessa in pieno le molte voci della maggioranza di governo in Italia, culminata questa primavera nell’approvazione di una discutibile mozione del Senato, in cui veniva messa in discussione la responsabilità umana sui cambiamenti climatici.
La transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio
Nel documento finale del G8 è richiesta una transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio, che deve necessariamente coinvolgere anche i paesi che stanno attuando il loro processo di sviluppo. Per consentire ciò è necessario facilitare il trasferimento di tecnologie verso i paesi in via di sviluppo attraverso l’eliminazione o la riduzione delle barriere tariffarie e non tariffarie ed intervenendo anche a livello dei diritti di proprietà intellettuale.
Altro tema presente nel documento finale è quello del mercato del carbonio su cui sempre Reinfeldt aveva manifestato in apertura del G8 un particolare interesse.
L’obiettivo, che ha trovato il forte interesse degli USA, è quello di creare un unico mercato internazionale della CO2, già esistente oggi nella Ue, al fine di innescare un ciclo virtuoso attraverso il riconoscimento economico per chi decide di investire in efficienza energetica.
Climalteranti
Testo di Daniele Pernigotti, con il contributo di Stefano Caserini, Claudio Cassardo e Aldo Pozzoli
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Una centrale elettrica ad aquiloni? L’ultima sfida all’energia nucleare
Obiettivo del progetto italiano KiteGen è produrre quanto un generatore atomico
Con 200 aquiloni su un anello ruotante si avrebbe una potenza di mille megawatt
Il sistema funziona a un’altezza di 800-1000 metri dal suolo
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CHIERI (Torino) - Se avete mai usato un aquilone, avete sentito quanto il vento tira sulle mani. Più è grande, più tira. Come vi spiegherà qualsiasi amante di kite surfing, possono far volare anche gli uomini. “Anzi – dice Massimo Ippolito, kite surfer per hobby – li costruiscono inefficienti apposta, altrimenti ti porterebbero via”. Più in alto arrivano, più forte tirano.
A questo punto non è più un gioco per bambini e neanche uno sport. E’ un’occasione: le forze, in natura, non si sprecano. Soprattutto, se si possono usare per generare elettricità. Forse ci voleva l’incontro fra un kite surfer come Ippolito e un appassionato di vela, come Mario Milanese, docente al Politecnico di Torino, perché scattasse l’idea di rivoluzionare dalle fondamenta il modo di produrre energia eolica.
Il fatto che il primo abbia un’azienda di sistemi automatizzati e il secondo insegni Controlli automatici all’università ha solo fornito gli strumenti per dare la scalata ad un obiettivo, a prima vista, impossibile: produrre tanta energia elettrica quanto una centrale nucleare, solo grazie al vento. Partendo non dalle gigantesche eliche delle turbine che ormai si costruiscono un po’ dappertutto, ma dagli aquiloni dei bambini.
KiteGen, come si chiama il progetto a cui lavorano Milanese ed Ippolito, non è l’unico nel mondo a puntare in questa direzione, ma è anche uno dei rarissimi casi in cui l’Italia, che le energie rinnovabili, normalmente, si limita a comprarle, è alla frontiera della ricerca. All’idea del vento dagli aquiloni lavorano anche, infatti, almeno altri due gruppi, in Olanda e in California.
E’ una guerra di brevetti. Perché, se gli esperimenti confermeranno le prime verifiche e i primi risultati dei prototipi, è come mettere le mani su una sorta di pietra filosofale, capace di scavalcare le debolezze più vistose dell’energia eolica e, in generale, delle energie alternative: costose, si dice, ingombranti, incostanti, troppo poco potenti. Dalla parte degli aquilonisti, c’è, anzitutto, il vento. Quanto forte soffia, per cominciare.
A 80 metri di altitudine (l’altezza normale di una turbina) il vento spira, in media, nel mondo, a 4,6 metri al secondo, un po’ più di 16 chilometri l’ora. E’ un primo problema. Sotto i 4 metri al secondo, infatti, le turbine, normalmente, vengono spente, perché diventano antieconomiche. Il Texas occidentale – dove l’Enel ha appena varato una centrale eolica con 21 turbine – è un’area ricercatissima, perché il vento soffia in media a 7-8 metri al secondo (un po’ meno di 30 chilometri l’ora), che viene definita una velocità ottimale. Ora, a 800 metri di altitudine, il vento soffia, in media, nel mondo, a 7,2 metri al secondo. La velocità ottimale. E un parametro cruciale, perché, spiegano i manuali di fisica, l’energia che si può ottenere dal vento aumenta in modo esponenziale con la sua velocità. “A mille metri di altezza – dice Milanese – l’energia che puoi ottenere è otto volte quella disponibile a livello del suolo”.
Il secondo problema del vento è che, in molti posti, non c’è sempre o, semplicemente non ce n’è. A De Bilt, in Olanda, che è un posto ventoso, le turbine funzionano 3 mila ore l’anno, in pratica un giorno su tre. A Linate, nessuno installa turbine, perché il vento è zero. Ma chi l’ha detto che la pianura padana è senza vento? Basta andare a 800 metri d’altezza: c’è vento per 3 mila ore l’anno, quanto a De Bilt per le turbine. E, nel cielo sopra De Bilt, si arriva a 6.500 ore, più di due giorni su tre. A Cagliari, si passa da 2.800 a 5 mila ore. Di vento, insomma, ce n’è molto di più di quanto si possa pensare sulla base dell’industria eolica attuale. Ma come catturarlo? “Con lo yo-yo” rispondono Milanese e Ippolito: un aquilone che sale e scende nel cielo.
In un capannone di Chieri, alle porte di Torino, l’aquilone elettrico dispiegato non è altro che un normale kite per il surfing. Assicurato a due leggeri cavi, da 3 millimetri di diametro, lunghi 800 metri, l’aquilone si libra in volo, sostenuto dal vento. Srotolandosi, i cavi fanno girare due cilindri ed è questa movimento che genera energia, come si carica una dinamo. Ma questa è la parte più facile. Da buon velista, Milanese spiega che una barca con il vento in poppa va meno veloce di una barca che lo prenda ad angolo acuto.
In termini scientifici, la potenza generabile dall’aquilone aumenta in funzione della velocità con cui si muove rispetto al vento. La parte importante del KiteGen è, infatti, il sistema di navigazione. Dei piccoli sensori, con rilevatori Gps, sono fissati sull’aquilone e collegati con un computer a terra che gestisce la navigazione dell’aquilone: un software manovra piccole trazioni sui cavi per assicurare che il kite proceda tracciando vorticosi 8 nel cielo. Grazie a queste scivolate d’ala, l’aquilone aumenta il suo differenziale di velocità rispetto al vento e, dunque, la potenza elettrica generabile. In pratica, l’aquilone si comporta come la striscia più esterna dell’elica di una turbina, senza dover far girare complicati ingranaggi: “Di fatto – dice Milanese – prendiamo la parte migliore di una turbina a vento e la mettiamo dove il vento è più forte”.
Quando il cavo è tirato al massimo, l’aquilone non genera più elettricità. Uno dei due cavi viene mollato, l’aquilone si impenna, non offre più resistenza al vento e viene riabbassato: “Per recuperarlo, consumiamo il 15% dell’energia generata in ascesa”. Il passo successivo è immaginare una serie di questi yo-yo che funzionano insieme. “Basterebbe tenerli distanti 70-80 metri l’uno dall’altro – dice Milanese – mentre le turbine devono essere separate da più di 300 metri”. Questo significa che, invece di avere decine e decine di torri eoliche ad ingombrare il paesaggio, per generare la stessa quantità di energia basterebbero alti e invisibili aquiloni che, a terra, non occuperebbero più spazio di una normale centrale elettrica.
Tutto questo, comunque, per ora è sulla carta. KiteGen, finora, ha solo fatto volare il prototipo, generando, in tutto 2,5 kilowatt. “Ma – assicura Milanese – il prototipo ha rispettato le simulazioni del computer e questo ci rende fiduciosi sul fatto che anche le altre simulazioni siano realistiche”. E questo spinge Milanese a pensare in grande. Ad esempio, ad un altro attrezzo per bambini: una giostra. Se si montassero 200 aquiloni su un anello, che la forza del vento fa ruotare, questo movimento potrebbe generare energia con una potenza di 1.000 megawatt, quanto una media centrale nucleare. Occupando, sul terreno, non più di un cerchio del diametro di 1.500 metri. Al costo, calcola Milanese, di 5-600 milioni di euro, un sesto di quanto costi, oggi, una centrale atomica. L’energia prodotta dalla giostra KiteGen sarebbe, infatti, più intermittente di quella nucleare, ma anche assai meno cara. Se la scala fosse davvero di mille megawatt, un kilowattora, secondo i calcoli di Milanese, costerebbe solo un centesimo di euro, un terzo di quanto costa, oggi, l’energia più economica, il carbone. Tutto così semplice? Con le energie alternative, sognare sulla carta è facile. Il responso finale, poi, come direbbe il vecchio Dylan, “soffia nel vento”.
REPUBBLICA
articolo dall’ inviato MAURIZIO RICCI
Eco-sesso: come essere green a letto PARTE 2°
Accendersi con afrodisiaci naturali
E’ risaputo che fin dai tempi dei tempi l’uomo ha sempre cercato di aumentare la sua potenza sessuale attraverso alcuni cibi, spezie o erbe ritenuti più stimolanti ed energetici di altri. E allora perché non accendere le fiamme della passione conafrodisiaci naturali e ancor meglio biologicamente certificati?
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Il tartufo soprattutto quello bianco contiene l’androstenediolo, un ormone molto potente presente anche nel sudore umano. La sua fama di potente afrodisiaco è stata anche confermata da una specifica ricerca condotta dal C.N.R. Le sostanze odorose presenti in esso, agiscono a livello olfattivo, non solo in alcuni animali ma anche sull’uomo, provocando uno stato di benessere generale e di attrazione verso l’altro sesso. Tra l’altro il tartufo è considerato una vera e propriasentinella ambientale, non tollera l’inquinamento, diserbanti e quant’altro non rispetta la natura.

Erbe come Ginseng, la radice di Kava, le foglie di Damiana, la radice di Fuco, il Tribulus, il Ginko Biloba, la Rhodiola rosea, e ancora spezie quali Peperoncinovaso dilatatore e lo Zafferano, lo zenzero definito il “viagra orientale”possono aiutare a stimolare i sensi sessuali.

Quanti giochi si possono inventare con fragole, ciliegie, more o mirtilli, frutti afrodisiaci che aumentano il desiderio sessuale. Il succo di melogranoincrementa il livello di testosterone e dunque l’eccitazione. Bisogna assicurarsi però che la frutta furbamente offerta al nostro partner non sia transgenica o trattata con pesticidi. Soprattutto cercate di usare solo frutta di stagione. LaColdiretti ha trasmesso un vandecum che invita a verificare sempre la presenza dell’etichetta di provenienza, prediligere le varietà di stagione che presentano le migliori caratteristiche qualitative e il prezzo più conveniente; preferire le produzioni e le varietà locali che non essendo soggette a lunghi tempi di trasporto garantiscono maggiore freschezza e non inquinano. In più si dovrebbe evitare di acquistare frutta dalla grande distribuzione e recarsi se possibile direttamente dal contadino per assicurarci di portare nella nostra camera da letto frutta più fresca e più gustosa.

Ostriche e crostacei, ottimi afrodisiaci. E come si fa a rifiutare una cenetta al chiaro di luna con ostriche e vino bianco in riva al mare? Ma i nostri mari soffrono a causa della pesca intensiva. In più le ostriche sono bioindicatori delle condizioni delle acque, perché accumulano inquinamento. Quindi, se proprio hai deciso per una cena a base di molluschi, devi verificare che provengano da mari puliti e non dalle acque delle grandi città costiere.

Il vino. Meglio se ottenuto (prodotto) da uve provenienti da agricoltura biologica o il nuovoGreen Label imbottigliato in plastica PET completamente riciclabile e biodegradabile. Ma se vogliamo osare non sottovalutiamo lo Champagne biologico Fleury pieno di sapore e adatto ovviamente anche ai vegani. Ma attenzione a non esagerare potrebbe vanificare l’atto.

E per finire con il dessert prediligere quello alcioccolato, potente afrodisiaco usato dal mitico re azteco Montezuma.Ovviamente cioccolato prodotto con cacao proveniente da agricoltura biologica. Un mix perfetto di cioccolata biologica, vegana ad alto potenziale afrodisiaco è quello di Cacao Anasa, del commercio equo e solidaleche ha elaborato una vera e propria linea Afrodisiaci di barrette di cioccolato scuro per tutti i gusti: Love Bite cioccolato fondente vegano con kiwi e pistacchi, Fever miscelato con olio di limone, pezzi di zenzero candito, e solo un pizzico di pepe di Caienna, e se con i precedenti non si è ottenuto il risultato desiderato perché non provare Seduction con olio di rose francesi questa unica barretta indubbiamente lo/a sedurrà.
Succhi vegetali per un buon “sapore” e maggiore resistenza
Vuoi far felice il partner migliorando il tuo “sapore” rendendolo più dolce, gustoso e allo stesso tempo essere green? Allora bevi molti succhi di frutta e verdura, certo evitando quelli con aglio e asparagi.
Ovviamente anche qui attenti a quelli prodotti con frutta e verdura proveniente da agricoltura biologica e in confezioni di vetro, carta e plastica riciclabile o ancora meglio riciclata.
Inoltre bevendo molti succhi vegetali e riducendo il consumo di carne puoi migliorare la tua resistenza, che fa sempre bene!
Secondo un’inchiesta molto divertente di Hank Hyenasulla connessione tra cibo e liquidi corporei è risultato che i vegani hanno il “sapore” più buono.
GREENME.IT
Consigli pratici per pulire la casa in modo ecologico
Guida pratica all’ecologia domestica e alla pulizia della casa in maniera sostenibile, a basso impatto ambientale. Dati, consigli, prodotti e soluzioni per pulire l’abitazione facendo attenzione a non mettere a repentaglio la propria salute e l’ambiente.
Introduzione alle biopulizie
Detersivi. Ammorbidenti. Brillantanti. Le casalinghe del 2000 dovrebbero ricordarsi più spesso delle proprie nonnine, indiscutibili icone di virtù e giudizio. Esperte in economia domestica, conoscevano bene tutti gli artifici per far brillare una casa spendendo poco e inquinando ancora meno. E, in quanto a olio di gomito, altro che palestra, ragazze!
E’ risaputo che tutti i detergenti tradizionali, nessuno escluso, siano una minaccia per salute e ambiente: abbiamo a che fare col nemico non solo dentro casa (tra spray, deodoranti e candeggine, la pelle e le vie respiratorie sono messe a dura prova), ma anche all’esterno. Acqua, terra e cielo non hanno più spazio per i rifiuti tossici che giungono a vele spiegate dai detersivi usati in casa, per non parlare dall’immondizia che deriva dalle loro confezioni.
Ecco allora alcune semplici regole per giovani sposine, donne di mezza età e single convinti. Una serie di consigli pratici perché i vecchi, ed ecosostenibili, trucchi del mestiere ritornino in auge e fare in modo che pulizia della casa e rispetto per l’ambiente vadano di pari passo.
Impareremo come comportarci con i detersivi tradizionali, se proprio non si riesce a farne a meno, tentando di dare qualche dritta per chi volesse, invece, cimentarsi in prodotti biologici fai da te.
Numeri e statitistiche
400 milioni: le tonnellate di sostanze chimiche prodotte dal 1930 a oggi (fonte: Greenpeace )
33%: la percentuale che detiene l’Europa nella produzione di sostanze chimiche (fonte: Unep )
30.000: le sostanze chimiche presenti sul mercato (fonte: Unep )
15-20: i prodotti chimici utilizzati per la pulizia di una famiglia media europea (fonte: Unep )
25%: l’aumento della spesa al consumo tra il 1990 e il 2005 in Europa occidentale e centrale (fonte: Agenzia europea dell’ambiente )

Flaconi e detergenti tradizionali: le regole per maneggiarli con cautela
Bianco che più bianco non si può, germi e batteri in meno, bebè che potranno gattonare in tutta sicurezza sul pavimento! Ne è piena la pubblicità, ma questi detersivi sono davvero quello che cerchiamo? Che puliscano è palese. Contro lo sporco ostinato e le macchie di caffè (ed erba, vino, fragole…) che non vanno via, sembrano essere la panacea di tutti i mali. Ma certo è che, se avessimo un po’ più di cura verso le nostre cose e verso noi stessi, non ci sarebbe neanche bisogno di scrostare il lavandino da un calcare che pare decennale.
Sono poche le regole che è bene seguire perché l’utilizzo dei detergenti domestici sia il meno dannoso possibile.
a) Leggere le etichette
Gli imballaggi dei detergenti devono riportare:
nome commerciale del prodotto
tipo di prodotto (per piatti, per lavatrice…)
quantità di prodotto presente nella confezione (in kg o in litri)
dati del produttore o di chi commercializza il prodotto
composizione del prodotto
istruzioni per l’uso
eventuali rischi e indicazioni di sicurezza per i prodotti classificati come “pericolosi”.
Consultare le etichette è importante per limitare lo spreco del prodotto, a vantaggio dell’ambiente, per un utilizzo corretto ed economico del detersivo e per conoscerne la composizione chimica.
E’ bene seguire le dosi consigliate, ma c’è da giurare che già metà presa consigliata compie gran parte del lavaggio.
Quanto ai prodotti classificati “pericolosi”, l’attuale normativa dispone che la “pericolosità” venga espressa con un simbolo e diciture standard ben evidenziate.
b) Imparare a rinunciare a molti prodotti
I detersivi per capi neri, per esempio, sono solo trovate commerciali. A fare la differenza da un normale detersivo liquido non è nient’altro che un enzima (cellulase) che “taglia” i pelucchi che tendono a ingrigire un capo nero. Ma così facendo il capo si consuma subito!
Usare l’acqua calda
Non tutti sanno che usare l’acqua calda accresce l’efficacia del lavaggio e del detersivo.
Darsi tempo
Sia acqua che detergente hanno bisogno di tempo per agire. Lasciamoli, dunque, per un po’ a fare il proprio lavoro da soli, vedremo che per pulire basterà meno detersivo.
Detersivi concentrati
Sia tradizionali che biologici, i detersivi concentrati consentono di risparmiare soldi e imballaggi.
… o alla spina
Ormai presenti in molte città del nord, anche al sud sembrano prendere piede. Sono i distributori di detersivi sfusi. Ci si porta da casa il flacone e si paga solo la ricarica. Si risparmia fino al 60% e l’ambiente ringrazia.
Metodi della nonna
Aceto, bicarbonato e acido citrico sono una vera forza. Magari alternando con i detersivi convenzionali, se usati nelle giuste proporzioni e diluiti nell’acqua, non hanno nulla da invidiare ai tossicissimi anticalcare e sgrassanti.

Pulizie ecologiche: in cucina
Si sa, il regno della perfetta casalinga è la cucina. Tra pranzetti prelibati e sperimentazioni a suon di mestolo, è qui che raggiunge l’apice dell’appagamento. Vero è che meno incoraggiante è quell’ammasso di stoviglie che si accumula dopo aver soddisfatto il palato di familiari e amici.
Allora è proprio questo il primo luogo in cui può entrare in gioco l’animo ecologico del gentil sesso. Realizzato che quei piatti nel lavello non si laveranno mai da soli (nemmeno, ahimè, con uno “scampanellio” del naso) e che, dopo cena, per il lui italico è più importante il telecomando, ecco alcuni consigli per fare del lavaggio dei piatti (e non solo) un processo sostenibile per tasche e ambiente.
- I piatti a mano
Unto: la maggior parte delle volte, lo sporco dei piatti ha bisogno di sgrassatori efficaci. Prima, però, dare una passata con i tovagliolini di carta usati a tavola o pretrattare con gli spruzzini al bicarbonato, può far risparmiare acqua e detersivo. Un ottimo metodo è anche sciogliere il bicarbonato nella pentola incrostata e metterla sul fuoco per pochi minuti. Lo sporco andrà via con un dito.
In più, sappiamo bene che più l’acqua è calda, più lo sporco si leva facilmente.
Detto questo, il lavaggio vero e proprio va fatto con il detersivo classico, biologico o tradizionale, i cui componenti principali, i tensioattivi, servono a sgrassare.
Ora, è bene riempire il lavello con poca acqua calda, mettendo qualche goccia di detersivo solo sulla spugna e poi risciacquare.
Inoltre…
- Se avanza del limone, riponetelo nell’acqua di lavaggio dei piatti. E’ un buon sgrassante ed elimina gli odori. E un piccolo consiglio di bellezza: il limone è un ottimo irrobustente per le vostre unghie!
- Anche l’acqua di scolatura di pasta e riso, se usata ancora bollente, tira via miracolosamente l’unto grazie all’amido che contiene.

- I piatti in lavastoviglie
La cucina è dotata di lavastoviglie? Ah, che benedizione! Al di là delle disquisizioni se è più ecologico lavare a mano o no (ognuno dice la sua), in molti sono ad averla in casa e a benedirla ogni dì. Anche in questo caso, però, è necessario avere alcune piccole accortezze.
Innanzitutto, al momento dell’acquisto di una lavastoviglie, bisogna tener conto di quelle a basso consumo energetico. Non solo, ma anche scegliere la misura giusta è importante: il single non comprerà di certo quelle che prevedono un carico familiare!
E proprio il carico è un altro accorgimento: prima di avviare la macchina, siamo sicuri che l’abbiamo caricata in ogni suo spazio? O possiamo aspettare anche i piatti della cena di stasera? Energia, acqua e detersivo, insomma, in una sola volta! Inoltre, cari maniaci della pulizia, è inutile sciacquare le stoviglie sotto l’acqua corrente prima di metterle nel cestello…
Un altro rimedio per risparmiare energia, quando la lavastoviglie è manuale, è arrestarla prima della fase di asciugatura e aprirla lasciando asciugare le stoviglie all’aria, mentre è sempre utile controllare il livello del sale e pulire il filtro ogni due settimane.
Quanto al detersivo, di biologici e alla spina ce ne sono tantissimi. E’ possibile anche prepararlo in casa con sale, aceto e limone.
Per brillantare si può versare l’aceto nella vaschetta apposita. Attenzione a non versarlo liberamente nell’elettrodomestico, perché a contatto col detersivo tradizionale l’alcalinità del detersivo stesso si annullerebbe e quindi anche la sua efficacia.

- Il forno e il frigo
Sia che tradizionale che a microonde, il forno non andrebbe mai pulito con prodotti commerciali che contengono soda caustica, solventi e un altro miliardo di sostanze tossiche. Gli eventuali residui, infatti, possono attaccarsi sui cibi. Meglio allora lavare il forno con acqua calda e bicarbonato o limone o aceto oppure passando un limone tagliato a metà sulla superficie e passando poi una spugna inumidita.
Nel caso del microonde, è sufficiente mettere mezzo bicchiere di acqua e succo di limone (o acqua e aceto), accendere il forno a potenza massima per 5 o 6 minuti, attendere un altro paio di minuti e poi passare una spugnetta inumidita.
Aceto o bicarbonato anche per il frigorifero. In questo caso, a fare il suo dovere sarà lo spruzzino che abbiamo precedentemente preparato. Per eliminare cattivi odori, infine, basta lasciare nel frigo un po’ di bicarbonato in una vaschetta aperta.
Pulizie ecologiche: in bagno
Anche qui germi e batteri hanno vita breve con metodi ecologici. Qui, dove l’uomo cela i suoi prodotti di bellezza, dove il bimbo fa il bagnetto, dove le vostre gambe si terrorizzano a sentir nominare la ceretta, dove una doccia calda ve la meritate sempre, dove sognate che quel lavandino splendi di luce propria, esattamente come nelle migliori pubblicità americane anni ‘60… Insomma, anche qui c’è da rimboccarsi le maniche, visto che una pulizia di fondo è sempre indispensabile. Ma, se fatta quotidianamente, disincrostanti o, addirittura, acido muriatico, sono del tutto inutili.
E’ quindi possibile alternare i metodi tradizionali con acqua calda e bicarbonato, che rimangono i migliori alleati, così come le soluzioni con l’aceto bianco. Mai utilizzare questi miscugli nella vasche da bagno in resina.
Anche per togliere il calcare, ancora una volta accorre l’aceto: caldo, passato con una spugna, darà i suoi risultati dopo un risciacquo. Se il calcare ha ostruito le griglie dei rubinetti o della doccia, si possono svitare e immergerli in un bicchiere d’aceto finché il calcare non inizia a sciogliersi.

- Il bucato
Anche qui vale la regola dell’etichetta: leggere le prescrizioni per un corretto uso è sempre importante per non sprecare detersivo, sia tradizionale che biologico (quest’ultimo è il più delle volte concentrato, per cui da utilizzare davvero a piccole dosi).
In effetti, troppo detergente non riuscirebbe a diluirsi, e quindi a lavare, inquinerebbe ancora di più l’ambiente e rimarrebbe appiccicato sui nostri vestiti, che metteremo a contatto con la pelle e così via… Vero è che molto dipende dalla durezza dell’acqua, ossia la quantità di sali di calcio e magnesio presenti, in base alla quale molto varia la quantità di detersivo da usare.
Se l’acqua è dura, molte molecole del tensioattivo presente nel detersivo hanno a che fare con gli ioni calcio e magnesio e quindi non lavano. Serve allora più detersivo. Soluzione: montare dei decalcificatori che la rendano dolce e che proteggano dal calcare macchinari e tubature.
Altri metodi ecosostenibili per smacchiare: è bene pretrattare le macchie con sapone di Marsiglia oppure, e in questo caso serve anche a sbiancare, si possono lasciare i capi in ammollo per una notte in acqua e bicarbonato. Per rendere più bianchi i vestiti, si può anche applicare del percarbonato (che libera ossigeno attivo senza avere effetti sull’uomo e sull’ambiente) diluito e lasciare agire per circa un’ora prima del lavaggio.
L’ammorbidente: quello tradizionale contiene una serie di ingredienti di origine petrolchimica per niente biodegradabili. Oltre agli ammorbidenti ecologici, che contengono elementi di origine vegetale, si può usare l’aceto bianco, che non lascia odore e svolge anche un’efficace azione anticalcare, o una soluzione di acido citrico al 15-20%, 100 ml a lavaggio.
- I pavimenti
Se lavate tutti i giorni, piastrelle o ceramica possono essere anche lucidate solo con acqua e aceto o vapore.
Aceto anche per il parquet verniciato, non per quello oliato, ma si possono pulire entrambi con un panno in microfibra bagnato e ben strizzato. Questo è un ottimo sostituto dei panni elettrostatici usa e getta, che sono ad alto impatto ambientale e spesso sono intrisi di prodotti chimici che rimangono a terra, ad alto rischio per i bambini.
- I vetri
Per le finestre, si passa una spugna bagnata, si appallottola un foglio di giornale, si asciuga ed il gioco è fatto! Ma si può anche ricorrere a uno spruzzino di acqua calda e aceto o soltanto ad acqua e panno in microfibra.
Altri Ecosuggerimenti
- I “baffi” del termosifone sulle pareti: strofinare sul muro con un mollica di pane imbevuta in acqua e bicarbonato
- I Fornelli in acciaio: si possono lucidare immergendoli in acqua bollente e aceto
- L’argento: preparare una pappetta di acqua e bicarbonato e strofinare con uno straccio
- Il rame: trattarlo con straccio imbevuto con un pizzico di sale e aceto (o limone)
- Tappeti: passare l’aspirapolvere, poi cospargere di bicarbonato e lasciare agire una notte. Ripassare l’aspirapolvere.
E, inoltre, ricordiamoci sempre di non lasciare gli elettrodomestici in modalità standby, di posizionare il frigorifero e il congelatore lontano da fonti di calore e regolarne il termostato su temperature non eccessive (4-5° per il frigorifero e -15/-18 per il congelatore).

Dove cercare: prodotti, marchi e sitografia
Molte sono le marche bio in commercio e già molti i supermercati biologici in Italia. Se ne trovano a vari prezzi e il loro componenti sono tutti certificati da appositi Enti, come l’Icea.
Esistono, inoltre, i detersivi certificati Ecolabel, che però garantisce solo un basso impatto ambientale e un’ottima prestazione del prodotto, ma le materie prime possono essere di origine petrolchimica. Ecolabel, cioè, controlla solo l’efficacia del prodotto e non la fase iniziale.
In Italia, due catene producono e distribuiscono linee biologiche Ecolabel: la Coop ed Esselunga.
Marche, Prodotti e negozi on line:
Almacabio http://www.almacabio.it/it/
Biolavo http://www.argital.it/
Ecolino http://www.albero-dellavita.it/cat146.htm
Ecover – EcoLand http://www.kigroup.com/catalogo/igiene_della_casa_1
Lympha http://www.lympha.eu/index.php?id=7
Mondevert http://www.mondevert.it/
Remedia http://www.remediaerbe.it
Officina naturae http://www.officinanaturae.com/
Sonett http://www.sonett-online.de/1italo/liste_i.htm
Tea Natura http://www.teanatura.com/
Witt Linea detergenza http://www.witt.it/
Sitografia
I consigli di pulizia:
http://biodetersivi.altervista.org
http://www.waybricolage.net
http://www.lavarepulito.legambiente.org/requisiti.htm
http://www.bicarbonato.it
http://www.detersivisfusi.it
Statistiche:
http://www.rinnovabili.it
http://www.greenpeace.it
http://www.unep.org
http://www.ermesconsumer.it
http://www.eea.europa.eu/it
http://www.enea.it
http://www.wwf.it
Durezza dell’acqua:
http://www.assocasa.it/Assocasa/Acque.nsf/Ricerca?OpenForm
Supermercati biologici:
http://www.greenme.it/consumare/eco-spesa/251-i-supermercati-biologici
GREENME.IT
Primo rapporto nazionale sul consumo di suolo di Legambiente
La città «mangia» 10 ettari di terreno
al giorno.In dieci anni persi 23mila ettari
Per ogni lombardo 310 metri quadrati
di cemento.Record di urbanizzazione
in Lombardia: 55% del territorio
MILANO - Il suolo urbanizzato in Lombardia cresce al ritmo di 103 mila metri quadrati al giorno. In meno di dieci anni il terreno «mangiato dalla città» è cresciuto di circa 23 mila ettari. A venire inghiottito dall’urbanizzazione è soprattutto il terreno agricolo, che ha visto ridurre la sua estensione di 26.728 ettari. Sono alcuni dei dati presentati oggi a Milano dall’Osservatorio Nazionale sul Consumo di Suolo, formato dall’Istituto Nazionale di Urbanistica, dal Diap del Politecnico di Milano e di Legambiente. Secondo il Primo rapporto nazionale sul consumo di suolo, la superficie urbanizzata in Lombardia è di 288 mila ettari.
Ogni lombardo può contare su una quota di cemento procapite pari a 310 metri quadrati. Quasi il 14% dell’intera superficie regionale è urbanizzata. Una percentuale che sale al 55% se si considerano solo le aree pianeggianti: il record nazionale. Dal 1999 nelle province di Bergamo, Brescia, Mantova, Pavia e Sondrio, il ritmo di crescita del suolo urbanizzato è stato tale da coprire un’area a volte superiore alla città capoluogo. In pratica, in dieci anni, in provincia di Bergamo, ad esempio, l’urbanizzazione del suolo è cresciuta ad un ritmo talmente serrato che è come se fosse nata un’altra città poco più grande del capoluogo. In provincia di Milano ogni giorno circa 25mila metri quadrati di suolo vengono inghiottiti dal cemento: un’area grande 1,5 volte Piazza del Duomo.
Lo studio, che fotografa l’«erosione» a livello nazionale, rivela che ogni giorno le città si mangiano 20 ettari di Pianura Padana, per una superficie pari a 12 volte piazza del Duomo di Milano o 28 volte piazza Maggiore a Bologna. A detenere il primato del cemento procapite con 581 metri quadri per abitante è il Friuli Venezia Giulia; segue l’Emilia Romagna con 456 mq per abitante, poi la Lombardia (310 mq a testa) e il Piemonte con 296.
Sotto esame anche la produzione di valore aggiunto agrozootecnico, un settore che dipende strettamente dalla disponibilità di suolo agricolo: in Lombardia, nel periodo 1999-2006 sono andati persi 26.778 ettari di superfici agricole, in gran parte (oltre 22mila ettari) divenuti urbanizzati, quindi persi irreversibilmente, il resto abbandonati o perchè in aree montane o perchè ridotti a scampoli dove l’interesse a coltivare terreni è crollato. Il risultato consolidato è quello di una regione in cui 288.000 ettari di superficie sono ormai «sigillati» dall’urbanizzazione: vuol dire che quasi il 14% dell’intera superficie regionale è urbanizzata ma, se ci riferiamo alle superfici della pianura (circa il 55% del territorio regionale), la Lombardia ha già consumato e coperto di cemento quasi un quarto dei suoi territori ad alta vocazione agricola.









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