AFRICA,PETROLIO,GAS…INQUINAMENTO E GUERRE – IL RUOLO DELL’ ENI E DELLE MULTINAZIONALI COME…DOVE E PERCHE’ AVREMO UN NUOVO “GOLFO”

La Repubblica del Congo va verso le elezioni del 12 luglio, mentre le multinazionali del petrolio, con in testa l’Eni, cercano nuovi giacimenti sfruttando le sabbie bituminose (vedi Ae 105).
“Le elezioni saranno caratterizzate da una totale mancanza di non trasparenza. Il governo non ha accettato di istituire una commissione elettorale indipendente, così come chiesto dai partiti di opposizione e dalla Commissione Episcopale. Nemmeno l’Ue manderà degli osservatori, dando per scontata l’irregolarità delle votazioni”. Brice Makosso è uno degli esponenti di punta della Commissione “Giustizia e pace” della Repubblica del Congo. Nei suoi anni di attivismo ha potuto comprendere molto bene quali sono le conseguenze dello sfruttamento petrolifero in Africa.
Che clima pre-elettorale vive la popolazone del tuo Paese?
Dopo 30 anni di dittatura comunista e guerra civile, il presidente Denis Sassou-Nguesso sta
usando la carta della paura. “Se non votate per me la violenza tornerà a devastare il Paese” è il suo messaggio. I congolesi sono ormai rassegnati a non avere alternativa, ma se ci fossero delle elezioni veramente libere non ho dubbi che Nguesso non vincerebbe.
La tua organizzazione, la Commissione “Giustizia e pace” , si batte da anni per cambiare le cose. In che modo?
Insieme alla chiesa locale, già nel 2000 abbiamo avviato una riflessione sul rapporto tra il petrolio e la guerra, il debito, le dittature e la corruzione in Africa Centrale. Per farlo abbiamo collaborato con i nostri omologhi in Ciad, che nel frattempo avevano seguito da vicino i devastanti impatti dell’oleodotto Ciad-Camerun.
Nel 2002 la Conferenza episcopale congolese ha emesso una dichiarazione in cui si chiedeva alle imprese petrolifere una maggiore trasparenza sull’utilizzo dei proventi. Nel 2006, ovvero quando il governo ha chiesto alla Banca mondiale che il Congo fosse inserito nella lista dei Paesi più indebitati, sono iniziati i problemi. Noi ci siamo opposti alla richiesta e abbiamo suggerito alla World Bank di attendere prima un’analisi dei proventi e della gestione dell’industria petrolifera.
La qualifica ha subito un ritardo, noi siamo stati accusati di essere dei servi dell’imperialismo e di lavorare contro gli interessi della Repubblica. Io e altri attivisti siamo stati arrestati con la scusa di aver stornato fondi della nostra organizzazione -cosa che i nostri donatori hanno subito smentito- e abbiamo trascorso tre settimane in prigione e un paio di anni al soggiorno obbligato. Allora Paul Wolfowitz, che era presidente della Banca mondiale, minacciò il blocco dei prestiti al Congo: altrimenti non saremmo usciti di prigione dopo sole tre settimane…

Parliamo del petrolio. La gestione dei proventi ha dato adito a parecchie perplessità, ci pare di capire.
Fin dall’inizio dello sfruttamento dei giacimenti congolesi, le compagnie pagavano le royalty non al ministero del Tesoro, ma su conti correnti presenti in varie paradisi fiscali sparsi per tutto il mondo. Come se non bastasse, il nostro esecutivo mpegnava già i proventi del petrolio non ancora estratto, finendo solo per accrescere il nostro debito estero. Adesso con la nuova iniziativa internazionale sulla trasparenza le cose potrebbero migliorare, ma è ancora presto per dirlo.
Qual è il ruolo giocato dall’Eni nel contesto congolese?
L’Eni ha iniziato le sue attività da noi fin da anni Settanta. Prima operava solo offshore, mentre dal 2007 è presente anche sul territorio nazionale. Da quel momento sono nati i “classici” problemi legati allo sfruttamento petrolifero in Africa, tra cui il flaring, che ha enormi impatti negativi su ambiente e popolazione locale. L’Eni dice che il petrolio, però, non ha nulla a che fare con il degrado ambientale. Tuttavia di recente ha preso la decisione di costruire delle centrali elettriche nelle vicinanze dei giacimenti dove si verifica il gas flaring, anche perché tale pratica entro il 2010 sarà considerata illegale per decreto governativo. Una da 50 megawatt è già in funzione, un’altra da 300 megawatt è in costruzione. Si badi bene, le centrali producono energia destinata alle imprese private -e in particolare per le operazioni di estrazione in una miniera di potassio- e non alla popolazione locale.
Ora si parla di impiegare le sabbie bituminose per produrre petrolio. Quali sono gli ultimi sviluppi?
Per il momento sappiamo che l’Eni ha siglato un accordo con il nostro governo. Lo ha confermato anche Paolo Scaroni, l’amministratore delegato dell’impresa italiana, in varie interviste rilasciate alla stampa. Però non si capisce se le sabbie bituminose serviranno per realizzare strade o per ricavarne petrolio. Il governo sembrerebbe indicare la prima possibilità, l’Eni parla di previsioni operativi in termini di barili, ovviamente di greggio. Nella realtà dei fatti, noi siamo molto preoccupati perché non si sa quali saranno gli impatti e come verranno protette le popolazioni locali una volta che, a partire dal 2011, inizierà lo sfruttamento delle sabbie. Val la pena ricordare che la produzione di un barile di sabbie bituminose, al momento sfruttate solo in Canada, provoca un alto tasso di inquinamento, impoverimento delle risorse idriche ed emissioni di gas serra tra le tre e le cinque volte più alte del corrispettivo di petrolio convenzionale. Chiediamo quindi all’Eni di dirci la verità sul destino di questa risorse e, qualora volessero tirarne fuori il petrolio, vogliamo sapere che tecniche saranno impiegate e come si limiteranno al minimo gli impatti, così devastanti e diffusi nell’esempio canadese. Per adesso però il rappresentante dell’Eni a Ponte Noire non appare intenzionato a darci la minima informazione.

La Nigeria sotto scacco petrolifero dice basta al gas flaring. Voci dal “GsOtto”
“Noi proponiamo di lasciare tutto il ‘nuovo’ petrolio nel sottosuolo. Le multinazionali dovrebbero gestire solo i giacimenti già aperti, che sono in via di esaurimento, impegnandosi però a investire sulle fonti energetiche alternative come il solare o l’eolico, che da noi non mancano di certo”. Nnimmo Bassey (nella foto) è uno storico attivista di ERA/Friends of the Earth Nigeria. Da anni conduce campagne contro il gas flaring e lo sfruttamento petrolifero indiscriminato nel Delta del Niger. Lo abbiamo incontrato al Gsott8, dal 2 al 6 luglio nel Sulcis Iglesiente.
Perché è importante mettere fine al flaring, evitando così di bruciare all’aria aperta il gas collegato all’estrazione del petrolio dal sottosuolo?
Secondo una stima conservativa, lo spreco di questo gas ha privato la Nigeria di una cifra che si aggira intorno ai 2,5 miliardi di dollari l’anno, aumentando invece le emissioni di gas serra nell’atmosfera. Come se non bastasse, e a prescindere dai costi economici, il flaring costituisce un
gigantesco attacco contro l’ambiente e ha serie conseguenze sulla salute delle persone, causando malattie come il cancro, la bronchite, l’asma, complicazioni renali e circolatorie di diverso tipo. A subire gli effetti negativi di questa pratica è anche la produzione alimentare, che è diminuita. L’aspettativa di vita in Nigeria è di 47 anni per le donne e 46 per gli uomini, ma nel Delta del Niger cala vertiginosamente, arrivando a soli 41 anni. Paradossalmente, quella stessa regione, ricca di petrolio, è tra le più povere di tutto il Paese.
Eppure le grandi oil corporation come la Shell e l’Eni sembrano non farci caso…
Il gas flaring si verifica nei giacimenti nigeriani fin dall’inizio dello sfruttamento petrolifero,
ovvero dagli anni Cinquanta. Le comunità locali si sono sempre battute contro questa pratica.
Anche il governo coloniale, prima che la Nigeria conquistasse la sua indipendenza, vi si è opposto, tuttavia le multinazionali petrolifere hanno continuato a vivere al di sopra della legge e senza considerare le sentenze delle corti nigeriane che hanno decretato che il gas flaring è illegale. Ora il governo ha posto una nuova data limite per far cessare questa pratica: il 2011. Ma le multinazionali vorrebbero già rinviare tutto al 2013.
In Nigeria opera una compagnia italiana come l’Eni, che tra l’altro per il 30% è di proprietà dello Stato. Quali sono gli impatti delle sue attività?
Anche l’Eni, così come la Shell o la Chevron, causa enormi conseguenze negative all’ambiente e alle popolazioni locali. Oltre al flaring, l’Eni è responsabile della scarsa manutenzione degli oleodotti che attraversano in lungo e in largo il Delta del Niger, che assai di frequente hanno delle pericolosissime perdite di petrolio. Per citare dei dati, nel biennio 2006-2007 la Nigerian Agip Oil Company, la controllata dell’Eni nel nostro Paese, ha fatto registrare il numero più alto di sversamenti, ben 264.
Quale può essere una soluzione ideale per risolvere i problemi legati allo sfruttamento petrolifero?
Noi proponiamo di lasciare tutto il “nuovo” petrolio nel sottosuolo. Le multinazionali dovrebbero gestire solo i giacimenti già aperti, che sono in via di esaurimento, impegnandosi però a investire sulle fonti energetiche alternative come il solare o l’eolico, che da noi non mancano di certo. Nel frattempo la Nigeria potrebbe rivitalizzare un settore come quello agricolo che, prima dell’inizio dello sfruttamento petrolifero, era tra i più sviluppati. Tanto il petrolio finirà comunque nell’arco di pochi anni, meglio trovare delle valide alternative già da adesso.
Per approfondire il tema, potete leggere il libro “Il prossimo golfo”
altraconsapevolezza
Rifkin boccia l’accordo dei grandi “È ridicolo, non salverà il pianeta”
L’economista americano non ha dubbi: servono misure concrete e nuovi impianti puliti
“Dobbiamo lanciare la terza rivoluzione industriale:traguardi sulle industrie da rilanciare“
Jeremy Rifkin
ROMA – “Per mettere d’accordo tutti hanno deciso di andare alla velocità del più lento: così è facile raggiungere un’intesa”. Jeremy Rifkin risponde al telefono da Montecarlo, in una pausa dell’incontro con il principe di Monaco che vuole varare un piano per frenare i gas serra. E il giudizio del presidente della Foundation on Economic Trends sul risultato del G8 è secco: “Un accordo ridicolo”.
Eppure è stato fissato il tetto di 2 gradi all’aumento di temperatura del pianeta: finora gli Stati non avevano dato un’indicazione così precisa.
“D’accordo, ma cosa si deve fare per non superare i 2 gradi? Non basta esprimere un pio desiderio, bisogna prima di tutto capire a che livello di concentrazione di anidride carbonica in atmosfera corrisponde un aumento di 2 gradi e poi organizzare un sistema energetico coerente”.
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L’Ipcc ritiene che, per restare entro un aumento di 2 gradi, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera non debba superare le 400 – 450 parti per milione.
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“L’Ipcc è molto cauta e i suoi precedenti rapporti, spesso definiti allarmisti, sono stati superati dai fatti: l’accelerazione del disordine climatico è stata più drammatica di quella prevista. Jim Hansen, uno dei più accreditati climatologi, dopo aver studiato le carote di ghiaccio che raccontano il passaggio da un’era glaciale a una interglaciale, offre un quadro della situazione molto diverso: quando in passato si è mantenuta per un certo periodo una concentrazione di 450 parti per milione di anidride carbonica l’effetto è stato un balzo della temperatura di 6 gradi, non di 2. E un rapido aumento di 6 gradi non è compatibile con il mantenimento della società umana così come noi la conosciamo”.
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Secondo Jim Hansen l’obiettivo è portare la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera a 350 parti per milione, cioè ridurla rispetto al presente portandola più vicina a quota 280, il livello preindustriale. Questo vorrebbe dire attuare una politica di tagli drastici e immediati che molti considerano incompatibili con lo sviluppo economico.
“Io credo che sia vero l’opposto: l’errore sta nel pensare solo ai tagli delle emissioni che invece dovrebbero essere un effetto secondario di politiche virtuose capaci di rilanciare l’economia, altro che affossarla. Per uscire dalla tre crisi che ci soffocano, quella economica, quella energetica e quella ambientale, non possiamo limitarci a magiare un po’ meno della vecchia minestra inquinante: dobbiamo lanciare la terza rivoluzione industriale pensando in positivo, cioè fissando traguardi sulle industrie da rilanciare. Non bisogna dire ai vari paesi quante emissioni tagliare, ma quanti impianti puliti costruire”.
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Più industrie e meno emissioni?
“Esattamente. La terza rivoluzione industriale è quella che permette uno sviluppo economico che si concilia perfettamente con la riduzione delle emissioni. Ad esempio con le smart grid, con l’energia diffusa e decentrata, ogni casa sfruttando il sole può diventare una vera e propria piccola centrale di produzione di elettricità e calore. Se adottassimo questo modello il settore delle costruzioni, che oggi è il primo fattore di riscaldamento del pianeta, potrebbe diventare parte della soluzione al problema”.
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Le case come elemento trainante del nuovo modello energetico?
“Uno dei quattro pilastri. Il primo è costituito dalle energie rinnovabili. Il secondo è rappresentato dagli edifici sostenibili. Il terzo dalle tecnologie basate sull’idrogeno che serve a immagazzinare l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili. Il quarto pilastro dalle reti intelligenti per distribuire l’energia secondo il modello del web”.
SOLUTION TO CAPITALISM
In recent years there are more and more people realize the limitless progression of capitalism and its negative aspects, but are completely lost in the face to be done. Humanity has tried in every possible way to stem the problem, but a permanent solution there seems utopian, we feel powerless, and we resigned the game by operating the power.
Because we feel overwhelmed by a relentless problem that leaves us all liabilities? What’s wrong? Above all, what is the final solution?
“Capitalism is not intelligent, it is not right and we are beginning to despise. But when we wonder what to put in its place, we remain extremely perplexed.”
(John Maynard Keynes)
THE ESSENCE OF CAPITALSIM
We start with understanding the problem, because if you do not see the original core, we risk to continue to repeat the history of the continual adjustments surface that does not ever solve the problem at its root. Improve their ability to search for individual satisfaction is part of man. Look for the safety of oneself, of one’s body, their ideas is a human instinct, and each in its own way, is the bearer.
The research of power, the affirmation of self and individual security is in us. Not a bad enemy other than ourselves, and its meaning should be seen in the place which together with any other individual will.
Where is the problem? The problem is that the healthy man has not only this kind of instincts, but a vast rainbow of desires and feelings. The problem arises when the individual (or group) is in the island close to its goal of neglecting any other aspect of sensitivity to the outside world, to the will and wishes of others and to the whole environment in which they live. We all have the desire to express ourselves freely, to satisfy our desires without bans or limitations. Faced with the prohibitions, the charges and rules in general, feel discomfort, tension and intolerance. Individual freedom is a precious commodity and each system healthy social system should consider it as one of the most important, but not the only one. In civil societies, if a person has the overpowering desire to speak beating children is stopped.
The space for personal expression and should be left until it is safe beyond the desires of others, if my preference individual threatens the physical safety of others, becomes unacceptable.
This principle is the basis of all modern civilian systems, at least in appearance. The problem of capitalism is to put all the components of affirmation of self in the foreground than in any other part of life, is the progressive imbalance that is created between these aspects and all the rest. They have as their primary objective of maximizing profit, and any other aspect of life to sacrifice the first. Health, education, freedom, altruism, art, introspection, feelings, character, sensitivity, creativity, any kind of moral or ethical, every ideology … This creates a problem where everything is sacrificed in the name of maximum profit of a company or group in terms of economic or power, to disregard the human rights of those who are exploited.
As in the individual, the extreme of the individual and determine the self affirmation of severe numbness and signs of severe personality disorders, a company that has as a model for maximizing the life of power is sick.
THE WRONG TO BE ANTAGONIST
Most people guess the disease of capitalism, but fails to convey his feelings in a decisive action. Would a society devoid of individualism, aggression and violence, but all social and political systems that we tried in history have done nothing but move the centralization and the ways in which the will to power is expressed, without ever eradicate violence from system.
To weaken the capitalist system has tried to support groups that say they opposed to individualism, but it did not work. And ‘as if our life mission is to eliminate people with knives, and then just create a movement to which all should join, but we do it all using a small knife. Find and support a party that “is” free from corruption and the power that contrasts the dominant capitalist party is the biggest mistake we make. Because in reality no man is completely free of those natural instincts, so that the party lacks the honesty and meaning, and we waste valuable energy. Going to finish that, over time, the team also evident that we support her soul individualistic inconsistent showing in the face of his inaccurate ideals declared loudly. So we leave untouched the problem and we remain disappointed by the corrupt politicians and the mission inconclusive …
There is never free from the evils of our time if we imagine to identify individual research in the problem of power in this world. Attack and reject this search is naturally lost a battle that goes all to the benefit of those who by extreme capitalism acquires power …

CAPITALISM AND THE ‘PROGRESSIVE
The model imposed is: We all want more. More wealth, more property, more luxury, more safety, more in music, more power etc … Capitalism is the model of “leapfrogging” the increasingly rapid and endless. If I take more and more, will always be less for others. And to put it simply, then things will be taken. The next day, we must be even more cunning, competitive, aggressive, powerful and unscrupulous until, for some, the last step of the hierarchy of power, not even the resources will remain essential. Over the years, if we take this model forward-blind, pushing on the maximization of power in all spheres (political, economic, social, media), it creates a progressive centralization and exclusion of any other model. The world, with all its wonderful nuances, is shaped according to the rules of a company.
THE WORLD IS BECOMING A FACTORY
The picture that asks the contractor to political favors should be extended: Today there are financial groups economically more powerful than entire countries. Saudi Arabia, Poland, Finland and many other countries could be “bought” from private groups. This means that the politician is to burnish the shoes to the economic giant, and the decisions of a country are influenced by the dynamics of the maximum gain of a company. A private company and its management boards, of course, did not focus on the freedom of citizens, their health, their quality of life, their education, their serenity, justice and the equitable division of resources.
Worldwide, for those not in the caste of the powerful, the fundamental bases of life are gradually fading away …
The economic power thin distance from the political, public services are privatized and large economic groups and big banks create global networks common in infiltrating the media to increase the consents neimodelli of life from which benefit: For years we know the positive of rich people, smart, beautiful, aggressive and competitive, strong, determined, and instinctive, with the language and the ways of the flock. Over the years, the world is changing lifestyles losing its highest capacity as the individual intellect, altruism, sensitivity and models that do not bring consensus in the choir are removed from the collective consciousness.
The great economic and political groups seek to increase the power by entering into alliances, dissolve in other groups, joined or divided, regardless of the real needs of citizens. The city is taking away from the caste of those in power and his freedom increasingly restricted. Is imposed a system where democracy is made by the masses, which, unlike the individual learns the ways of life by the media. The only form of participation of the citizen voting is possible symbols, and delegating any decision within the political parties, all within a grid closer to regulations and laws decided from above.

STILL MORE ‘CONTROL AND EXPLOITATION
We have seen that capitalism does not auto limit: Any restrictions imposed will never have the strength to contain the long run every obstacle only to lose to the emperor in front of main importance to gain power. And we have also seen that every movement antagonistic to the capitalist model does not only increase its strength. Fighting its basic principles is a contradiction in terms, because these principles are also present in the fringes who want down. About slows its course only to give way to all other shark ready to attack voracious. Finally, all types of power and the media will have a single control group.
It has created a blanket of wealth, which accumulates power and money draining all that is out, putting the plan into the preservation of limited natural resources, human rights, not caring in the world of poverty, the exploitation of the weak or anything that is far from its enclosure. The deck becomes ever shorter, covering fewer people that are scanned in order to become rich and living standards rise to patterns of wealth and consumption ever higher …
If the first was not only the poor child in Africa dies without water, then it will also be the town tramp in el’extracomunitario, today is also a retired public fruga box in divorced or single who must pay maintenance , eat at the table of caritas, but not surrender to the model of phone. We see the girls walk around with seminude emotional crisis if they can not conform to models of the moment drawing aesthetic breast or mouth. These are young people who in a few tens of years we will govern. Many live in the grip of debt, in fear that a fine or an unexpected bill can throw salt on the paving. Tomorrow will be the exception who is not willing to do anything to live in a world of dizzying heights and surreal …
Then when the power is concentrated enough to be able to read independently, you prevent all forms of movement that threatens the powerful (strikes, demonstrations, public education, electoral laws) until you get to the repression of any military activity outside the laws passed by the caste in the name of governance, legality, productivity, and above all safety. It thus creates a situation of extreme stress where all the escape routes are closed. Only one message store: Become richer, it becomes like us, look how powerful we are protected and our ease, we are smart. So we all get to run to save at the expense of others …
In this process of centralization of powers to Italy has just ahead. All nations in the long run, even changing governments, are designed from the centralization. If there is a limit and everything is directed towards maximizing the individualisation, then the imbalance between the few rich and many rampanti exploited poor feel the cracks creating social tensions and suffering.
DO NOT TRY TO FIND THE POLITICAL SAINTS
When we say that the corrupt politician has disappointed us, what are we saying? To resolve this problem we have tried for years the political saint to save us against the other corrupt, and we have idealized groups who passed himself off as incorruptible and free from desires of power. Individuals at the base are all imperfect, and who more or less has its defects. Apart from pathological extremes of personality disorders of the great dictators, and extreme hand full of love of neighbor as the figures of Buddha or Jesus, the ordinary people are subject to the same individual impulses and selfish of all.
The problem is that the global system (social, economic and political) rewards and brings in the top buttons in the rooms of the most individualistic, shrewd, competitive, envious, aggressive, determined and insensitive. In the long run, the network control of politics, economy and media will select the container that those people suffering from extreme power that most of these defects. The whole of society, in turn, will tend to become the mirror of the laws and models imposed by a few among the most selfish.
A SYSTEM THAT DOES NOT DEGENERATE
We must abandon a system where degenerative are the most selfish country to decide for everyone and help promote a new system that considers the nature of individualism, but not extreme. A stable system that is immune to the progression and the centralization of power, leaving freedom to all. We can not avoid that there may finally be sick, false and greedy for power that Brahmin chair of the command. But the laws of the social system, in contrast to the innate impulses of man, are not immutable, and can be changed over the years.
Alter the positions of power, not trying to find a holy man.
How does a place of power systems in civil and democratic? Citizens born after letting run, to varying degrees, by the authorities which can promulgate laws and impose them with law enforcement to individuals who will differ. The power of political rule is the expression of the public (demonstrations, strikes, regulation of the web, electoral laws, police, judiciary) and the information that people receive (read on television, sull’editoria on the web, on advertising, etc. ..). Acting on these focal points are increasing the distance from the citizen at the center of power which had acquired independence as a caste in itself. If then a politician also has interests in media or in the process becomes faster, and acts directly on the media to gain consensus with the techniques used to control the masses.
In essence who have a strong power can impose its will on others, and without too many restrictions express the instincts that we have initially defined, is the place for excellence from the most selfish and individualistic population. If we have a great beacon over the city, the moths will head there to thousands and fight among themselves to keep the place closest to the great light. We have tried to restrict the freedom of moths and to deny the existence of certain instincts, but in the end everything back as before … Why not take note of our instincts and do not turn off the light? More light is lowered, more moths are distributed freely among the lights of neighboring houses.
The principle is very simple: The economic and political colossus over selfish turn naturally to any centralization of power in order to limit their gains at the expense of ordinary citizens who have delegated the choice to others. Any system that allows any kind of hierarchy of power, where a group of people is delegated to choose from, it’s all’istinto individualistic act on others and determine, extended large-scale problems dell’accentramento progressive and exploitation.
There is no other solution. To stop capitalism must have a system with no power and authority. But what does a world without power?

WHY ‘THE POWER GROWS?
Until my selfish instinct leads me to take an apple most of the other evil is limited, but when some groups control half the world while most people live in hardship and every day 30,000 children die due to problems related to poverty (half the deaths FAME!) then the problem is immense. To act on the power on a global scale, we must understand the essence. As it strengthens the power in the world? What are the dynamic world that comes from the apple in the world? Because the selfish instincts of man are spreading increasingly to the detriment of the other instincts? And what is the essential reason for this progression?
The life of individuals in society is made of interactions: From other to me, and myself to others. Everyone can hear, decide and act.
The gradual centralization of power on a global scale is created when the interactions between men, in every possible direction, are mediated or controlled.
Acting: The more the right to choose is indirect, more individualistic instinct will have to exploit.
Receive: The more information we have are mediated, more individualistic instinct will have to exploit.
Is in a sense that another should not occur any control group, because it will be incorporated by the overwhelming progression of global capitalism, influencing such mediation to grab ever more power to the detriment of others. Every body brakes, separate, direct or organize the exchange of information and activities promotes the centralization of power and then gradually, the exploitation of those cascade has less power.
THE MONEY IS EVERYWHERE
Each nation is sovereign only in its territory and shall act within its limits, the money does not know barrier. Its power does not stop in front of the border states and the progression of capitalism operates worldwide. Put simply the law of money is needed in the world coming to politicians of any nation, while the policy does not extend beyond the individual nation. This creates rich nations and poor nations and increasing the problem in general is never addressed.
The problem of capitalism can never be solved by a single state, the first factor in mediating interactions of the world is exercised by individual states with different laws.
ONE LIFE
The United States, alone, could feed every human being in the world, while one quarter of the food product by the U.S. is wasted …
If the most poor and weak of the world, the one who lives daily with the problem of hunger, thirst, disease, had decided for herself, it is impossible that he would chose his own death and their children, this shows very clearly that there is a system that allows the exploitation, in fact a very small group of men, not only to eat and drink, but it can buy whole political parties, whole companies, or entire nations.
If each person in the world could decide for one, the issues of dignity and human rights, where all are equal, there would be a vast majority of people, especially poor and exploited, with an energy that would be huge for their choice not make their child die of thirst, not to be used live, to live in freedom.
Universal questions about the quality of life, safety, health, freedom, no man has more authority than another. No man has the authority to deny another the right to live, no ideology, nor law, bureaucratic process they can rise above the life.
THE ORIGIN OF EXPLOITATION: THE DELEGATION
Because we arrived at this point? Why do we delegate decisions to others, and those few who decide to all have been corrupted. As is natural for man, they preferred their individual security and wealth at the expense of the majority.
The problem of capitalism is born when we delegate a small group of powerful to choose the details to us. The problem is not as political or ideological choice, the problem is that we can not choose more than symbols. The mother whose child dies of hunger, in fact did not choose.
If there were not at all political parties and groups who decide the law for us, and every citizen to choose A, then also a powerful economic giant has no group to be able to corrupt, and there could be no exploitation of the weak on a large scale. All are free to get rich, but without any bribe from the individualistic instincts of man would not have the structure to degenerate.
All citizens of the world must decide directly on issues of universal and have direct access to information.
In the ancient democracies was impossible to decide every moment to moment every citizen subject to the company, then they had to create to create a chain of proxies to those governed. This problem no longer exists today, the technology could easily to any citizen of the earth to express their views directly to instant instant. We must ourselves be the first to look after our health, education, quality of life, our freedom. If we let others do for us, we have no assurance that make always on top of our needs.
WORLDWIDE DIRECT DEMOCRACY
There is no other solution, until we believe the need of a good father who decides for us, more and more people are exploited by the few, will live in stress, in hardship or even hunger. We must not imagine fantapolitici systems of the future. In building a new social system, as when the monarchy was the republic passed, it starts with throwing the first guidelines such as those on freedom and equality, then all details will surface naturally from these foundations.
All the problems of capitalism will be resolved without violence when the majority of the world or understand the heart and no longer delegate their lives to others.
1. Every citizen of the world is free to choose directly from the issues of universal rights.
2nd The media are a World Heritage Site, of any living being, and therefore should be promoted and completely free.
In that moment of capitalism loses meaning and the collective consciousness will recognize the place that has in the rest of their lives. And these things will be taught in schools. Who wants to be rich can do it safely. If the information is distributed, the social, health, freedom, education, and ‘education is guaranteed, then do not create a division between progressive and a mass exploited caste that controls. Economic power at that time is inserted inside the stable social structure with no possibility of centralization.
Who chooses for us, of course, has an interest in maintaining the power and does not promote this information. With the power of the media trying to influence the masses to let them believe that only those few intelligent and experts can solve problems for you, the media are free, it is impossible to go beyond the system of the world divided into nations, that we can not abandon our habits and so on …

SMALL STEPS
If we understood that there is a unique solution to the problem that involves the world, then every little choice we make will be towards that solution. The sum of a few small steps will allow others to make more and more rapidly by triggering a chain reaction. Let us not look for the political party or holy and not demonized as selfish, trying to promote an approach to the problem, without being emotionally involved nell’appartenenza at a party. The intelligence did not flag.
What can I do to start? Here are small examples of the basic principles to be disseminated in any network or channel free.
A: NOT DELEGATE YOUR CHOICE: Abolish political parties and think “problems”. Decrease the power of politicians, diminish their fields of choice and their responsibility for the choices more and more direct. Equalize their salaries with those of the civil service, to avoid any conflict of interest: No power to the Media or any company.
B: HAVE ACCESS TO INFORMATION: It should pass the idea that the free and diverse information is a human right and the media can not be used by individuals to control the masses. Promoting the network and abolish any kind of political mediation and control of information.
Even when the media were free, the common sense world shaped and molded to art for years will not change instantaneously, it will need some time to regain the sensitivity shyly forgotten. Young people whose personality is already formed in this period are those few years we will govern.
Then:
- Promoting all aspects of life that prevents you from being checked by the media and push to do partedell’educazione base of each child: The individual reflection, sensitivity, altruism, listening, cooperation, intelligence out of the choir , reason, culture, art, education, and freedom to express themselves in all ways, from events to declare openly their thoughts also different from those of the authorities.
- Be familiar with the technical control of the masses and what aspects promote control: L’instinct, envy, aggression, the cunning, pride, determination, competition, follow the authorities and expect punishment or control , the methods of the flock, the square and the public lynching.
The world will change in this direction, and no economic colossus move a finger to miss earnings. It is up to us individuals to do our best to make this as close as possible non-violent revolution or ideological. I have tried to give my contribution in this way …
…do your job linking this post as more people you could….
SOLUZIONE AL CAPITALSMO

In questi anni ci sono sempre più persone che si rendono conto della progressione senza limiti del capitalismo e dei suoi aspetti negativi, ma si trovano completamente smarrite di fronte al da farsi. L’umanità ha provato in ogni modo ad arginare il problema, ma una soluzione definitiva ci sembra utopistica, ci sentiamo impotenti e ci rassegniamo facendo il gioco di gestisce il potere.
Il capitalismo non è intelligente, non è giusto e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi. (John Maynard Keynes)
Perché ci sentiamo travolti da un problema inarrestabile che ci lascia tutti passivi? Dove sbagliamo? E soprattutto, quale è la soluzione definitiva?
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L’ESSENZA DEL CAPITALSIMO
Iniziamo col capire bene il problema, perché, se non ne vediamo il nocciolo originale, rischiamo di continuare a ripetere la storia dei continui accomodamenti superficiali che non risolvono mai il problema alla radice. Migliorare le proprie capacità per cercare la soddisfazione individuale fa parte dell’uomo. Cercare la sicurezza del proprio io, del proprio corpo, delle proprie idee è un istinto umano e, ognuno a suo modo, ne è portatore.
La ricerca del potere, dell’affermazione dell’io e della sicurezza individuale è in noi. Non è un nemico cattivo diverso da noi stessi, e il suo significato va visto nel posto che ha insieme a tutte le altre volontà individuali.
Dove è il problema? Il problema è che l’uomo sano non ha solamente questo tipo di istinti, ma un vastissimo arcobaleno di desideri e sensazioni. Il problema si pone cioè quando l’individuo (o il gruppo) si isola chiudendosi nel proprio obiettivo di potere trascurando ogni altro aspetto di sensibilità verso il mondo esterno, verso le volontà e i desideri degli altri e verso tutto l’ambiente in cui vive. Tutti abbiamo il desiderio di esprimerci liberamente, di soddisfare i nostri desideri personali senza divieti ne limiti. Di fronte ai divieti, alle imposizioni e alle regole in genere, sentiamo fastidio, tensione e insofferenza. La libertà individuale è un bene prezioso e ogni sistema sistema sociale sano dovrebbe considerarla come uno dei valori più importanti, ma non è l’unico. Nelle società civili, se una persona prepotente ha il desiderio di esprimersi picchiando i bambini, viene fermato.
Lo spazio per l’espressione personale deve essere lasciato ed è sano finché non limita i desideri altrui, se poi una mia preferenza individuale minaccia la sicurezza fisica degli altri, diventa inammissibile.
Questo principio è alla base di tutti i sistemi civili moderni, perlomeno in apparenza. Il problema del capitalismo è mettere tutte le componenti dell’affermazione dell’io in primo piano rispetto a qualsiasi altra parte della vita, è il disequilibrio progressivo che si crea fra questi aspetti e tutto il resto. E’ avere come obiettivo primario la massimizzazione del guadagno, e ogni altro aspetto della vita sacrificabile al primo. La salute, l’educazione, la libertà, l’altruismo, l’arte, l’introspezione, gli affetti, la natura, la sensibilità, la creatività, ogni possibile tipo di morale o di etica, ogni ideologia… Si crea un problema quando tutto ciò è sacrificabile in nome del massimo guadagno di un azienda o di un gruppo in termini economici o di potere, fino a trascurare anche i diritti umani di chi viene sfruttato.
Come nel singolo, l’estremizzazione degli aspetti individuali e di affermazione dell’io determinano delle gravi insensibilità e sono sintomi di forti disturbi della personalità, anche una società che abbia come modello di vita la massimizzazione del potere è malata.

SBAGLIAMO AD ESSERE ANTAGONISTI
Gran parte delle persone intuisce la malattia del capitalismo, ma non riesce a convogliare le sue sensazioni in una azione risolutiva. Vorrebbe una società priva di individualismo, aggressività e violenza, ma tutti i sistemi sociali e politici che abbiamo provato nella storia non hanno fatto altro che spostare l’accentramento e i modi in cui la volontà di potere si esprime, senza mai eliminare definitivamente la violenza dal sistema.
Per indebolire il sistema capitalistico si è cercato di appoggiare gruppi che si dicono contrari all’individualismo, ma non ha funzionato. E’ come se la nostra missione di vita sia eliminare i portatori di coltelli, quindi creiamo un movimento giusto a cui tutti dovrebbero aderire, ma lo facciamo utilizzando ognuno un piccolo coltello. Cercare e sostenere un partito che “si dice” libero dalla corruzione e dal potere che contrasti il partito dominante capitalista è il più grande errore che facciamo. Perché in realtà nessun uomo è completamente libero da quegli istinti naturali, quindi quel partito manca di onestà e significato e noi sprechiamo energie preziose. Va a finire che, col tempo, il gruppo che sosteniamo manifesta anche la sua anima individualista mostrandosi incoerente di fronte ai suoi imprecisi ideali dichiarati a gran voce. Così lasciamo inalterato il problema e rimaniamo delusi dai politici corrotti e dalla missione inconcludente…
Non ci si libererà mai dai mali del nostro periodo se immaginiamo di individuare nella ricerca individuale di potere il problema mondiale in questione. Aggredire e rifiutare questa ricerca naturale è una battaglia persa, che va tutta a vantaggio di chi dal capitalismo estremo acquisisce potere…
IL CAPITALISMO E’ PROGRESSIVO
Il modello imposto è: Tutti vogliamo di più. Più ricchezza, più proprietà, più lusso, più sicurezza, più affermazione sociale, più potere ecc… Il capitalismo è il modello della “rincorsa” sempre più rapida e senza fine. Se io prendo sempre di più, rimarrà sempre di meno per gli altri. E per dirla semplicemente, poi le cose da prendere finiranno. Il giorno dopo, bisognerà essere ancora più scaltri, competitivi, aggressivi, potenti e senza scrupoli fino a che, per qualcuno, nell’ultimo gradino della scala gerarchica di potere, non rimarranno nemmeno le risorse essenziali. Nel corso degli anni, se portiamo avanti questo modello cieco, spingendo sulla massimizzazione del potere in ogni ambito (politico, economico, sociale, nei mass media), si crea un accentramento progressivo e l’esclusione di qualsiasi altro modello possibile. Il mondo, con tutte le sue meravigliose sfumature, viene plasmato secondo le regole di un azienda.
IL MONDO STA DIVENTANDO UN AZIENDA
L’immagine dell’imprenditore che chiede i favori al politico deve essere ampliata: Oggi esistono dei gruppi finanziari economicamente più potenti di interi stati. Arabia Saudita, Polonia, Finlandia e moltissimi altri paesi potrebbero essere “comprati” da gruppi privati. Questo significa che è il politico a lustrare le scarpe al colosso economico, e le decisioni di un intero paese sono influenzate dalle dinamiche del massimo guadagno di un azienda. Un’azienda privata e i suoi consigli di amministrazione, come sappiamo, non ha come obiettivo primario la libertà dei cittadini, la loro salute, la loro qualità di vita, la loro educazione, la loro serenità, la giustizia o la divisione equa delle risorse.
A livello mondiale, per chi non è nella casta dei potenti, queste basi fondamentali della vita vanno via via scomparendo…
Il potere economico assottiglia la distanza da quello politico, i servizi pubblici vengono privatizzati e i grandi gruppi economici e le grandi banche mondiali creano delle reti in comune infiltrandosi nei media per aumentare i consensi neimodelli di vita da cui trarre profitto: Per anni conosciamo i lati positivi delle persone ricche, furbe, belle, aggressive e competitive, forti, determinate, e istintive, con il linguaggio ei modi del branco. Nel corso degli anni il mondo cambia gli stili di vita perdendo le sue più alte capacità come l’intelletto individuale, l’altruismo, la sensibilità e i modelli che non portano consensi nel coro vengono allontanati dalla coscienza collettiva.
I grandi gruppi economici e politici cercano di incrementare il potere stipulando alleanze, sciogliendosi in altri gruppi, unendosi o dividendosi, indipendentemente dalle necessità reali dei cittadini. Il cittadino è tenuto distante dalla casta di chi detiene il potere e la sua libertà sempre più limitata. Viene imposto un sistema dove la democrazia è fatta dalle masse, che, a differenza del singolo, apprende i modelli di vita dai media. L’unica forma di partecipazione del cittadino è possibile votando dei simboli, e delegando ogni altra decisione ai partiti politici, il tutto all’interno di una griglia sempre più stretta di regolamenti e leggi decisi dall’alto.
SEMPRE PIU’ CONTROLLO E SFRUTTAMENTO
Abbiamo visto che il capitalismo non si autolimita: Ogni limitazione imposta non avrà mai la forza di arginarlo, alla lunga ogni ostacolo non fa altro che perdere di importanza difronte all’imperativo principale di guadagnare potere. E abbiamo anche visto che Ogni movimento antagonista al modello capitalistico non fa che accrescere la sua forza. Combattere i suoi principi di base è un controsenso in termini, perché tali principi sono presenti anche nelle frange che vogliono abbatterlo. Chi rallenta la sua corsa non fa altro che lasciare spazio a tutti gli altri squali pronti ad attaccare voracemente. Infine tutti i tipi di potere e i media avranno un unico gruppo di controllo.
Si è creata una coperta di ricchezza, che accumula potere e denaro prosciugando tutto ciò che è fuori, mettendo in secondo piano la salvaguardia delle limitate risorse ambientali, dei diritti umani, non curandosi della povertà nel mondo, degli sfruttamenti dei deboli o di tutto ciò che è lontano dal proprio recinto. La coperta diventa perciò sempre più corta e copre meno persone che si scanneranno per diventare ricchissimi e gli standard di vita saliranno a modelli di ricchezza e consumo sempre più alti…
Se prima l’escluso era solo il povero bambino dell’africa che muore senza acqua, poi lo sarà anche il barbone in città e l’extracomunitario, oggi lo è anche il pensionato pubblico che fruga nel cassonetto o il single divorziato che deve pagare gli alimenti, mangia alla mensa della caritas ma non rinuncia all’ultimo modello di cellulare. Vediamo le ragazzine andare in giro seminude con crisi emotive se non possono uniformarsi ai modelli estetici del momento rifacendosi il seno o la bocca. Questi sono i giovani che fra qualche decina di anni ci governeranno. Molti vivono nella morsa dei debiti, nella paura che una multa imprevista o una bolletta salata possa gettarli sul lastrico. Domani l’escluso sarà chi non è disposto a tutto per vivere in un mondo ad altezze vertiginose e surreali…
Poi quando il potere è abbastanza concentrato da poter fare leggi autonomamente, si impedisce ogni forma di movimento che minaccia i potenti (scioperi, manifestazioni, istruzione pubblica, leggi elettorali) fino ad arrivare alla repressione anche militare di ogni attività fuori dalle leggi promulgate dalla casta, in nome della governabilità, della legalità, della produttività, e soprattutto della sicurezza. Si crea cosi una situazione di estremo stress dove tutte le vie di fuga sono precluse. Solo un messaggio ti salverà: Diventa più ricco, diventa come noi, guarda noi potenti come siamo protetti e a nostro agio, noi siamo i furbi. Così tutti ci mettiamo a correre per salvarci a scapito degli altri…
In questo processo di accentramento dei poteri l’Italia ha solo anticipato i tempi. Tutte le nazioni alla lunga, anche cambiando governi, sono destinate all’accentramento. Se non c’è un limite e tutto si rivolge verso la massimizzazione dell’individualizzazione, allora il disequilibrio fra i pochi rampanti ricchissimi e i molti sfruttati poverissimi fa sentire le sue crepe generando sofferenza e tensioni sociali.
NON CERCARE IL POLITICO SANTO
Quando diciamo che quel politico corrotto ci ha deluso, cosa stiamo dicendo? Per risolvere il problema abbiamo cercato per anni il politico santo che ci salvi contro gli altri corrotti, e abbiamo idealizzato gruppi che si spacciavano per incorruttibili e privi di brame di potere. Gli individui alla base sono tutti imperfetti e, chi più chi meno ha i suoi difetti. A parte estremi patologici di disturbi della personalità dei grandi dittatori, ed estremi invece pieni di amore per il prossimo come le figure di Buddha o Gesù, le persone normali sono soggette agli stessi impulsi individuali ed egoistici di tutti.
Il Problema è che il sistema mondiale (sociale, economico e politico) premia e porta in alto nelle stanze dei bottoni i più individualisti, scaltri, competitivi, invidiosi, aggressivi, determinati e insensibili. Alla lunga, la rete di controllo della politica, dell’economia e dei media sarà il recipiente che seleziona quei personaggi malati di potere che estremizzano di più questi difetti. La società tutta, a sua volta, tenderà a diventare lo specchio delle leggi e dei modelli imposti da pochi tra i personaggi più egoisti.

UN SISTEMA CHE NON DEGENERA
Bisogna abbandonare un sistema degenerativo dove sono i più egoisti del paese a decidere per tutti e contribuire a promuovere un nuovo sistema che considera il naturale individualismo dell’uomo ma non lo estremizza. Un sistema stabile che sia immune alla progressione e all’accentramento del potere lasciando libertà a tutti. Non possiamo evitare definitivamente che ci possano essere persone malate, bugiarde e avide di potere che bramino alla poltrona del comando. Però le leggi del sistema sociale, al contrario degli impulsi innati dell’uomo, non sono immutabili, e possono essere cambiate nel corso degli anni.
Modifichiamo i posti di potere, non cerchiamo un uomo santo.
Come nasce un posto di potere nei sistemi civili e democratici? Nasce dall’accettazione dei cittadini di lasciarsi gestire, a vari livelli, dalle autorità che possono promulgare leggi ed imporle con le forze dell’ordine verso gli individui che hanno volontà diverse. Il potere delle autorità politiche regola sia l’espressione dei cittadini (manifestazioni, scioperi, regolamentazione del web, leggi elettorali, forze dell’ordine, magistratura) sia le informazioni che i cittadini ricevono (leggi sulle televisioni, sull’editoria, sul web, sulle pubblicità, ecc..). Agendo su questi punti nevralgici si aumenta sempre di più la distanza dal cittadino al centro di potere che acquisisce autonomia come fosse una casta a sé. Se poi un politico ha interessi anche nell’economia o nei media il processo diventa più rapido, e agisce direttamente sui media per acquisire consensi con le tecniche di controllo delle masse.
In sostanza chi ha un forte potere può imporre la propria volontà sugli altri, ed esprimere senza troppe limitazioni gli istinti individualisti che abbiamo definito inizialmente, è quindi il posto ambito per eccellenza dalle persone più egoiste e individualiste della popolazione. Se abbiamo un grandissimo faro sopra la città, le falene si dirigeranno lì a migliaia e combatteranno fra di loro per mantenere il posto più vicino alla grande luce. Abbiamo provato a limitare la libertà delle falene e a negare l’esistenza di certi istinti, ma alla fine tutto torna come prima… Perché non prendiamo atto dei nostri istinti e non spegniamo il faro? Più la luce viene abbassata, più le falene si distribuiscono liberamente fra le lampade delle case vicine.
Il principio è molto semplice: I colossi economici e i politici più egoisti si rivolgono naturalmente verso qualsiasi accentramento di potere allo scopo di circoscrivere i propri guadagni a scapito dei semplici cittadini che hanno delegato la scelta ad altri. Ogni sistema che permette qualsiasi tipo di gerarchia di potere, dove un gruppo di persone è delegato dagli altri per scegliere, permette all’istinto individualista dell’uomo agire sugli altri e determina, esteso su larga scala, i problemi dell’accentramento progressivo e dello sfruttamento.
Non esiste nessuna altra soluzione. Per fermare il capitalismo bisogna avere un sistema senza potere e autorità. Ma cosa significa un mondo senza potere?
PERCHE’ IL POTERE CRESCE?
Finché il mio istinto egoista mi porta a tenere una mela più degli altri il male è circoscritto, ma quando alcuni gruppi controllano mezzo mondo mentre la maggior parte delle persone vive di stenti e ogni giorno 30.000 bambini muoiono per problemi legati alla povertà (la metà dei decessi per FAME!) allora il problema è immenso. Per agire sull’origine del potere su scala mondiale, bisogna capirne bene l’essenza. Come si rafforza il potere a livello mondiale? Quali sono le dinamiche mondiali per cui si arriva dalla mela al mondo? Perché gli istinti egoistici dell’uomo si diffondono sempre di più a scapito degli altri istinti? E quale è il motivo essenziale di tale progressione?
La vita degli individui in società è fatta di interazioni: Dagli altri verso me, e da me verso gli altri. Ognuno può ascoltare, decidere e agire.
L’accentramento progressivo del potere su scala mondiale si crea quando le interazioni fra gli uomini, in ogni possibile direzione, vengono mediate o controllate.
Agire: Più la la facoltà di scegliere è indiretta, più l’istinto individualista avrà potere di sfruttare.
Ricevere: Più le informazioni che abbiamo sono mediate, più l’istinto individualista avrà potere di sfruttare.
Sia in un senso che in un altro non deve determinarsi alcun gruppo di controllo, perché sarà inglobato dalla travolgente progressione mondiale del capitalismo, influenzando tale mediazione per accaparrarsi sempre più potere a scapito degli altri. Ogni organo che freni, separi, diriga o organizzi lo scambio di informazioni e azioni favorisce l’accentramento di potere progressivo e quindi, lo sfruttamento a cascata di chi ha meno potere.

IL DENARO VALE OVUNQUE
Ogni nazione è sovrana solo nel suo territorio e agisce nei suoi limiti, il denaro invece non conosce barriere. Il suo potere non si ferma di fronte alle frontiere degli stati e la progressione del capitalismo agisce a livello mondiale. In parole povere la legge del denaro si impone a livello mondiale arrivando ai politici di ogni nazione, mentre quella politica agisce solo all’interno della singola nazione. Si creano così nazioni ricche e nazioni sempre più povere e il problema in senso generale non viene mai affrontato.
Il problema del capitalismo non potrà mai essere risolto da un singolo stato, infatti, il primo fattore di mediazione nelle interazioni del mondo è quello esercitato dai singoli stati con leggi diverse.
PRIMA LA VITA
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Gli Stati Uniti, da soli, potrebbero sfamare ogni essere umano nel mondo, mentre un quarto del cibo prodotto dagli USA è sprecato…
Se la parte più povera e debole del mondo, quella che vive quotidianamente con il problema della fame, della sete, delle malattie, avesse deciso per se stessa, è impossibile che avrebbe scelto la propria morte e dei propri figli, questo dimostra con estrema chiarezza che esiste un sistema che permette lo sfruttamento, infatti un piccolissimo gruppo di uomini, non solo ha da mangiare e da bere, ma può comprarsi interi partiti politici, intere aziende, o intere nazioni.
Se ognuna delle persone del mondo potesse decidere per uno, sulle questioni della dignità e dei diritti umani, dove tutti siamo uguali, ci sarebbero una stragrande maggioranza di persone, specialmente quelle povere e sfruttate, che con una energia enorme darebbero la propria scelta per non fare morire il proprio figlio di sete, per non vivere da sfruttati, per vivere nella libertà.
Sulle questioni universali della qualità della vita, della sicurezza, della salute, della libertà, nessun uomo ha più autorità di un altro. Nessun uomo ha l’autorità di negare ad un altro il diritto di vivere, nessuna ideologia, né legge, ne iter burocratico può elevarsi al di sopra della vita.
L’ORIGINE DELLO SFRUTTAMENTO: LA DELEGA
Perché siamo arrivati a questo punto? Perché abbiamo delegato le decisioni ad altri, e questi pochi che decidono per tutti sono stati corrotti. Come è naturale per l’uomo, hanno preferito la propria sicurezza individuale e ricchezza a scapito della maggioranza.
Il problema del capitalismo nasce nel momento in cui noi deleghiamo un piccolo gruppo di potenti a scegliere i dettagli per noi. I problema non è quale politico o ideologia scegliere, il problema è che noi non possiamo più scegliere altro che simboli. La madre il cui bambino muore di fame, di fatto non ha scelto.
Se non esistessero affatto partiti politici o gruppi che decidono le leggi per noi, e ogni cittadino scegliesse per UNO, allora anche un colosso economico potentissimo non avrebbe nessun gruppo limitato da poter corrompere, e non potrebbe esistere lo sfruttamento del debole su larga scala. Tutti sarebbero liberi di arricchirsi, ma senza nessuno da corrompere, gli istinti individualistici dell’uomo non avrebbero la struttura per degenerare.
Tutti i cittadini del mondo devono decidere direttamente sulle questioni universali dell’uomo e devono avere accesso diretto alle informazioni.
Nelle democrazie antiche era impossibile fare decidere istante per istante ogni cittadino per ogni tema della società, allora si è dovuta creare creare una catena di deleghe fino a chi governava. Questo problema oggi non esiste più, la tecnologia permetterebbe facilmente ad ogni cittadino della terra di esprimere direttamente la propria opinione istante per istante. Dobbiamo essere noi stessi i primi ad occuparci della nostra salute, dell’educazione, della qualità della vita, della nostra libertà. Se lasciamo che altri lo fanno per noi, non abbiamo la garanzia che mettano sempre in primo piano le nostre esigenze.
DEMOCRAZIA DIRETTA MONDIALE
Non esiste altra soluzione, finché crediamo alla necessità di un padre buono che decida per noi, sempre più persone saranno sfruttate da pochi, vivranno nello stress, negli stenti o addirittura nella fame. Non dobbiamo immaginare sistemi fantapolitici del futuro. Nel costruire un nuovo sistema sociale, come quando dalla monarchia si è passati alla repubblica, si comincia con gettare prima le linee guida come ad esempio quelle sulla libertà e uguaglianza, e poi tutti i dettagli superficiali verranno naturalmente da queste basi.
Tutti i problemi del capitalismo saranno risolti senza violenza una volta che la maggior parte del mondo né capisce il nocciolo e non accetta più di delegare le proprie vite ad altri.
1. Ogni cittadino del mondo è libero di scegliere direttamente partendo dalle questioni dei diritti universali.
2. I media sono patrimonio dell’umanità, di ogni essere vivente, e per questo devono essere favoriti e completamente liberi.
In quel momento il capitalismo perderà di significato e la coscienza collettiva gli riconoscerà il posto che ha all’interno del resto della vita. E queste cose saranno insegnate nelle scuole. Chi vuole essere ricco potrà tranquillamente farlo. Se l’informazione è distribuita, il sociale, la salute, la libertà, l’istruzione, e l ‘educazione è garantita, a quel punto non si crea una divisione progressiva fra la massa sfruttata e una casta che controlla. Il potere economico in quel momento è inserito stabilmente all’interno della struttura sociale senza possibilità che si accentri.
Chi sceglie per noi, naturalmente, ha interesse a mantenere il potere e non promuove queste informazioni. Con il potere dei media cerca di influenzare le masse per fagli credere che solo quei pochi intelligenti ed esperti possono risolvere i problemi per te, che i media sono liberi, che è impossibile oltrepassare il sistema del mondo diviso in nazioni, che non possiamo abbandonare le nostre abitudini ecc…
PICCOLI PASSI
Se abbiamo capito che esiste un unica soluzione al problema che coinvolge il mondo, allora ogni piccola scelta che facciamo sarà verso quella soluzione. La somma di pochi piccoli passi permetterà ad altri di farne di più e più rapidamente innescando una reazione a catena. Evitiamo di cercare il politico o il partito santo e non demonizziamo quello egoista, cerchiamo di promuovere un approccio verso il problema, senza essere coinvolti emotivamente nell’appartenenza ad un partito. L’intelligenza non ha bandiera.
Cosa possiamo fare per iniziare? Ecco dei piccoli esempi di principi di base da diffondere in rete o in qualsiasi canale libero.
A:NON DELEGARE LA TUA SCELTA: Abolire i partiti e ragionare “a problemi”. Diminuire il potere dei Politici, diminuire i loro campi di scelta e le loro responsabilità a favore di scelte sempre più dirette. Equiparare i loro stipendi a quelli del pubblico impiego, evitare qualsiasi conflitto di interessi: Nessuna facoltà verso i Media o verso alcun Azienda.
B:AVERE ACCESSO ALLE INFORMAZIONI: Deve passare il concetto che le informazioni libere e diversificate sono un diritto dell’umanità e i media non possono essere usati da privati per controllare le masse. Promuovere la rete e Abolire qualsiasi tipo di controllo e mediazione politica nell’informazione.
Anche quando i media fossero liberi, il senso comune mondiale plasmato e modellato ad arte per anni non cambierà istantaneamente, avrà bisogno di molto tempo per riacquisire timidamente la sensibilità dimenticata. I giovani la cui personalità si è già formata in questo periodo sono quelli che fra qualche decennio ci governeranno.
Quindi:
- Promuovere ogni aspetto della vita che impedisce di farsi controllare dai media e spingere perché facciano partedell’educazione di base di ogni bambino: La riflessione individuale, la sensibilità, l’altruismo, l’ascolto, la cooperazione, l’intelligenza fuori dal coro, la ragione, la cultura, l’arte, l’istruzione, e le libertà di esprimersi in tutte le maniere, dalle manifestazioni al dichiarare apertamente i propri pensieri anche diversi da quelli delle autorità.
- Fare conoscere le tecniche di controllo delle masse e quali aspetti ne favoriscono il controllo: L’istinto, l’invidia, l’aggressività, la furbizia, l’orgoglio, la determinazione, la competizione, seguire le autorità e aspettarsi punizioni o controlli, i metodi del branco, della piazza e del linciaggio pubblico.
Il mondo cambierà in questa direzione, e nessun colosso economico muoverà un dito per perdere guadagni. Sta a noi singoli individui fare del nostro meglio per rendere più vicina possibile questa rivoluzione non violenta né ideologica. Io ho cercato di dare il mio contributo in questa maniera…
Piccoli borghesi crescono

Ecco la fotografia dell’uomo che incarna il modello culturale di questi anni: Quello che tutti vorremmo essere, forse anche chi lo è già...
I veri problemi che affliggono il mondo sono tanti e diversi: la violenza, la fame, le disuguaglianze, l’oppressione dittatoriale, l‘inquinamento, le malattie eccetera.Penso, da buon pessimista, che essi non saranno risolti né a medio né lungo termine. Tuttavia, anche se, in futuro, a tali problemi fosse data soluzione (vale a dire che pace, uguaglianza, libertà, fraternità, sanità, rispetto dei diritti umani e dell’ambiente si realizzassero e si consolidassero per secoli e millenni), ecco – mi domando – potremmo dire di aver compiuto, realizzato, trovato il senso del nostro vivere? Potremmo cioè aver l’ardire di considerarci nuovamente in una riedizione del paradiso terrestre?
PIRAMIDE DI MASLOW OGGI – A proposito: qual è il sogno che potrebbe accomunare tutta l’umanità? Ne esiste uno? Forse sì: diventare piccolo borghese. La classe media è il fine ultimo e il sogno definitivo dell’umanità. Una volta sbaraccate le vestigia aristocratiche (il re è nudo e ha i miei stessi desideri) e reso palese l’impossibilità di un autentico comunismo, che rimane se non il quieto vivere occidentale? Certo in esso si notano vari turbamenti, scossoni episodici, qualche deriva destrorsa e autoritaria. Ma poi? L’accesso (limitato) alla classe media è la speranza verso la quale tendono i tre quarti dell’umanità che per ora ne sono esclusi. Il piccolo borghese è il modello per eccellenza e dentro questa categoria c’entrano tutti, dai concorrenti del grande fratello a Yoko Ono che espone le sue opere d’arte alla Biennale di Venezia, dall’operaio che sciopera alla rockstar. Gli affamati della terra ci invidiano le nostre case sicure, le nostre auto confortevoli, le nostre ferie, i nostri ospedali, le nostre pensioni, il nostro divano affacciato davanti al televisore, telecomando in mano.

MODELLO CULTURALE - L’uomo medio, il piccolo borghese è il destino della nostra razza. Egli assorbe ogni estremismo contrastandolo efficacemente con l’indifferenza. L’indifferente, si sa, è colui che assorbe meglio i desideri dell’Altro, del combattente, del rivoluzionario, ma anche dell’aristocratico e del maître à penser. «Il piccolo-borghese è un uomo incapace di immaginare l’Altro. Se l’Altro si presenta ai suoi occhi il piccolo-borghese si rifiuta di vedere, lo ignora e lo nega, oppure lo trasforma in se stesso» (Roland Barthes, Mythologies) L’uomo medio è oramai diventato il Modello culturale planetario di riferimento. Nessun uomo nuovo si vede all’orizzonte. Alfonso Berardinelli, nel suo Eroe che pensa (Einaudi, 1997, pag. 52),, sostiene che «in Pasolini, la classe media compariva come agente della Fine di un Mondo [...] Sulle rovine di tutte le trasformazioni e rivoluzioni, oltre le crisi di tutte le prospettive e di tutti i valori, solo la classe media vive, sopravvive, si riproduce, si alimenta di tutto».
CHI IMITIAMO - Il piccolo borghese è un animale che si accontenta, che non guarda oltre il proprio naso, che è pronto sì a protestare se gli si pestano i piedi, ma sempre con garbo e con disincantata fiducia che l’ingiustizia prevarrà. Ma l’ingiustizia ha bisogno essenziale dell’esistenza del piccolo borghese per mantenere incontrastato il suo potere.
«La coercizione, il tipo fondamentale del potere, implica l’uso della forza fisica da parte di chi detiene il potere; quando non si può altrimenti influenzare un individuo lo si aggredisce fisicamente o lo si usa, in un modo o nell’altro, contro la sua volontà. L’autorità implica l’obbedienza più o meno volontaria di chi è meno potente: il problema dell’autorità consiste nello scoprire chi è che obbedisce e a chi, quando e per quali motivi obbedisce. La manipolazione è una forma segreta o impersonale di esercizio del potere; l’individuo condizionato non riceve degli ordini diretti, ma è pur sempre soggetto al volere altrui. Nella società moderna la coercizione, monopolizzata dallo stato democratico, è raramente necessaria in maniera continuata. Ma coloro che detengono il potere sono giunti ad esercitarla in modo occulto: essi sono passati e stanno ancor oggi passando dall’autorità alla manipolazione.
E questo passaggio riguarda non solo le grandi strutture burocratiche della società moderna, esse stesse strumenti di manipolazione al pari che di autorità, ma anche gli organi di comunicazione di massa. Il demiurgo delle attività direttive si estende all’opinione e ai sentimenti e persino allo stato d’animo e all’atmosfera che sottendono determinati atti.
Sotto il sistema dell’autorità esplicita, nel quadrato e solido Ottocento, la vittima sapeva di essere sacrificata, la sofferenza e il malcontento di chi non era in grado di difendersi erano espliciti. Nel mondo amorfo del nostro secolo, nel quale la manipolazione ha sostituito l’autorità, la vittima non riconosce il proprio stato. La finalità esplicitamente dichiarata, per la quale si ricorre all’ausilio del più recente armamentario psicologico, è di convincere gli individui ad acquisire come necessità interiore ciò che l’apparato dirigente vuole che essi facciano, spinti da impulsi che non conoscono ma che pure hanno dentro di sé. Esistono molte di queste fruste interiori, della cui genesi gli uomini nulla sanno e della cui esistenza, in realtà, essi non sono neppure coscienti. Nel passaggio dall’autorità alla manipolazione il potere si sposta dal visibile all’invisibile, dal conosciuto all’anonimo. E col miglioramento delle condizioni materiali lo sfruttamento si fa meno materiale e più psicologico. Il problema del potere non può più essere posto semplicemente nei termini di un trapasso dai processi della coercizione a quelli del consenso. Le attività intese a suscitare il consenso all’autorità sono passate nel regno della manipolazione, dove ipotenti sono anonimi. La manipolazione impersonale è più insidiosa della coercizione proprio perché è occulta: non è possibile localizzare il nemico e muovergli guerra. Non esistono obiettivi da attaccare, gli uomini hanno perduto ogni certezza». C. Wright Mills, Colletti bianchi. La classe media americana, Einaudi, Torino 1966 (pag. 153-154).
Lavoro, divertimento, prestigio: dategli in pasto questa triade e l’uomo medio ad essa si dedicherà, cercando con ogni sforzo di raggiungerla, e sempre rimanendo dentro i binari della normalità. L’uomo medio è l’uomo inconsapevole per eccellenza, religioso per definizione, in quanto relegato a terra, incatenato, figlio illegittimo dello sforzo prometeico. Siamo qui, dei piccoli borghesi provetti che cercano di restare abbarbicati al proprio relativo benessere di accomodati, che non cercano slanci e futuri migliori, che sanno che tutto il meglio (e il peggio) è già qui, come canta Paolo Conte nella sua sublime Madeleine (Paris, Milonga 1981)
Qui, tutto il meglio è già qui, non ci sono parole per spiegare ed intuire e capire, Madeleine, e se mai ricordare… tanto, io capisco soltanto il tatto delle tue mani e la canzone perduta e ritrovata come un’altra, un’altra vita…
Towards sustainable and optimum populations
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Defining an optimum population
An ‘optimum’ population, in dictionary terms, is the ‘best or most favourable’ population. But a dictionary cannot tell the whole story. Best for what purpose, and best according to which criteria? For OPT, a green think tank, an optimum population means, at its simplest, a population size which is environmentally sustainable in the long term, affords people a good quality of life, has adequate renewable and non-renewable resources necessary for its long-term survival and consumes or recycles them to ensure it will not compromise the long-term survival of its progeny.
Few would argue with the statement that ‘population cannot continue to increase indefinitely’. But how do we define the limit? Using a tool called Ecological Footprinting*, which provides a snapshot of human ecological impact under given circumstances, it is possible to throw some light on this question.
(* Ecological footprinting data given in this paper have been taken from Global Footprinting Network research published in the WWF Living Planet Report 2006, using 2003 data.)
A sustainable population for Earth
- Assuming the global biocapacity and average footprint [F1] remain stable at the 2003 level, then, to become sustainable, the world population needs to contract to a maximum of 5.1 billion.
- For a ‘modest’ world footprint of 3.3 gha/cap (without allowances for biodiversity or change of biocapacity), the sustainable population is 3.4 billion.
- For a ‘modest’ world footprint of 3.3 gha/cap, plus a 12% allowance for biodiversity (but none for attrition of biocapacity), the sustainable population is 3.0 billion.
- For a ‘modest’ world footprint of 3.3 gha/cap, plus a 20% margin for biodiversity and attrition of biocapacity then the sustainable population is 2.7 billion.
A sustainable population for the UK
- Assuming the UK’s biocapacity and the average footprint of 5.6 gha/cap remains stable at the 2003 level, then the sustainable UK population is 17 million.
- If the UK achieves its carbon footprint reduction target of 60% by 2050, then, all else being equal, the resulting footprint of 3.7 gha/cap, with no allowance for biodiversity or change of biocapacity, will sustain a population of 27 million.
- Assuming the UK reaches its carbon footprint reduction target of 60% (by 2050), then, the resulting Footprint of 3.7 gha/cap, coupled with a 12% allowance for biodiversity, will sustain a population of 24 million.
- Assuming the UK reaches its carbon footprint reduction target of 60% by 2050, then the resulting Footprint of 3.7 gha/cap, coupled with a 20% combined allowance for biodiversity and attrition of biocapacity, will sustain a population of 21 million.
Readers not familiar with such terms as global hectares, biocapacity and footprint will find these in Appendix 1.
Introduction
This briefing deals with assessing sustainable and optimum populations. It differentiates between the terms sustainable and optimum.
The main difference is that here we take sustainable to mean the maximum sustainable values of populations in simple calculational terms and which are often used in such discussions. This is dealt with in the first part of this briefing.
Optimum, on the other hand, goes on develop a more realistic set of numbers to explore and include margins for unknowable but assessable future events. This is dealt with as a stand-alone section in Part II.
This briefing is not meant to be the last word on the subject, but is written to stimulate discussion and to underline that determining future populations (if major population crashes are to be avoided) whilst not rocket science, is neither simple nor straightforward. It also implies that there is no time to be wasted in getting things moving in the right direction since, whichever figures we use in a given circumstance, there is no escaping the fact that world population — as the sum of the parts of all nations’ populations — must halt its growth and turn negative as soon as possible. Every day wasted makes the task more difficult and potentially impossible without increasing human suffering.
Part I
Background
Given OPT’s definition of a sustainable population, it follows that a government or other body elected to protect, administer and ensure the long term good of such a population has the duty to take all steps necessary to bring about its sustainability [F2] .
It follows further that the maximum size of a population depends on the availability of renewable energy resources, as well as the consumption of energy needed to maintain a minimum acceptable lifestyle.
Sustainability has become an increasingly important issue over the last two or three decades. It has progressed from an esoteric subject within a few scientific and sociological communities to mainstream national and international political agendas and debates. Such interest has been triggered by:
- the continuing rapid growth of populations during the 20th century and beyond;
- the increasing rate of pollution of the land and waters of the earth through excessive and ever-rapid exploitation of the world’s biological and geological assets;
- the now-generally-accepted view that global warming — and thus climate change — is a direct result of human activity, and threatens the future of the human race and other species;
- the growing realisation that collective human consumption has:
- exceeded the renewable resources available to it and that the human race is, as a result, in [F3] danger of a catastrophic collapse;
- by its sheer magnitude caused irreversible damage to many ecosystems and other species.
Although not generally accepted, OPT considers that it is indisputable that ii, iii, iv are all a direct consequence of i.
It is a logical conclusion from the above that the world population should not consume, in a year, more of the renewable resources than the planet can create (biocapacity) and data for this parameter is available for the period 1961 until 2003 from the Global Footprint Network.
Interrelationship between sustainable population and ecological footprint
The following considerations apply generally to any isolated population – that is, one that cannot import, or control the supply of, resources outside its domain.
When the total consumption of a population is less than the available biocapacity, then that population is sustainable; any increase in its size can be accommodated without invoking a reduction in the per capita consumption (footprint). When total consumption exceeds biocapacity, then any increase in population means that average per capita consumption must reduce. The maximum average amount each person can consume depends purely on the size of the population and is expressed mathematically by the relationship:
Maximum per capita footprint × size of sustainable population = biocapacity of the earth
The equation is represented as an hyperbola (Figure 1) in # which the world population appears on the vertical axis and the per capita consumption on the horizontal axis (in global hectares per person [F4] . The green curve, therefore, represents the relationship between a population and its maximum sustainable footprint. The data point for 2003 lies above the curve, indicating the the population was already unsustainable then. It demonstrates that the sustainable population for the 2003 footprint of 2.23 gha/cap was 5.1 billion.

Nevertheless, it is possible for a population to live unsustainably (above the maximum) for a relatively short period; it can use energy resources by cutting down trees faster than they grow or by using energy stored from much earlier biological activity (fossil fuels) to make up the shortfall [F5] . When such stored resources run out, then the population will have only three options to fall back on:
- to increase the earth’s biocapacity
- to reduce its per capita consumption, or
- to reduce its own size.
Since a is not possible in the long term — indeed the reverse is predicted to occur [F6] — then steps must be taken to implement b and/or c.
What is the future sustainable population for the earth?
The sustainable population is, in mathematical terms, a dependent variable — which is why it is represented on the vertical axis of the graph. The independent variables on which it depends are biocapacity and footprint (rate of consumption). Increase the footprint — and/or decrease biocapacity — and the maximum sustainable population decreases — and vice-versa.
It is clearly neither moral nor desirable to instantly reduce today’s world population of 6.7 billion to a sustainable level of 5.1 billion by, for example, dispatching 24% of each country’s population. It is, therefore, not helpful to discuss sustainable populations intoday’s terms. Assumptions need be made about conditions expected to exist when the sustainable level is deemed to be achieved. Thus, Earth’s sustainable population in (say) 2050 will depend on how much world population will be consuming each year at that time. This is not an a priori definable quantity, since the global biocapacity, collective consumption, expectations and behaviour of individual countries and social groups in response to changes in the environment will all vary over time. Thus managing population decline is like trying to hit a moving target.
The future maximum sustainable population of the planet is only definable subject to qualifying statements regarding the projected global biocapacity and footprint of its human occupants.
At this point, choices enter the discussion. Do we aim to reduce a) the footprint, b) the population or c) some combination of the two? Let us consider these in turn. To keep matters simple we shall assume, in what follows that biocapacity remains constant.
Footprint reduction
The global footprint is an average of a wide range of values ranging from 0.65 gha/cap (Afghanistan), through 4.8 gha/cap (Europe) and 9.6 gha/cap (USA), up to 10.2 gha/cap (United Arab Republic) [F7] . According to the GFN, the 956 million population of the high-income countries have a footprint of 6.4 gha/cap which is eight times higher than that of the 2.3 billion inhabitants of the lowest-income countries (footprint = 0.8gha/cap.) An estimate by Andrew Ferguson, Editor of the OPT Journal, is that if the 956 million people in the developed world cut their footprint by two-thirds, it would still not balance the effect of the lowest-income 2.3 billion increasing their footprint by half of the per capita cut in the developed world [F8] .
Population reduction
Based on GFN data, a maximum sustainable population in 2003 would have been 5.1 billion — assuming that one could live with the fact that around half the world’s people were malnourished and about 800 million were hungry. Since then, the population has risen a further 6.6% to 6.7 billion by 2008. If the biocapacity has not changed during the intervening four years, then the population now needs to reduce by [6.7 - 5.1 =] 1.6 billion to revert to sustainability — a decrease of 24%. In such a scenario, the assumptions are: the average footprint remains constant; any increase in one country’s wealth is funded by another’s further decline into poverty. Although the history of humankind shows this has often been the case, in a civilised world it is no longer an acceptable policy.
We therefore have a benchmark:
On the assumption that the world’s biocapacity and human footprint since 2003 remains constant, the sustainable world population is 5.1 billion.
Of course, this benchmark means that we either leave the distribution of wealth (or poverty — which ever way one wishes to regard it) as it is, or adopt a ‘Robin Hood’ strategy; funding the enrichment of the poor nations by reducing the footprint of the wealthy ones. Indeed, international aid programmes are a partial manifestation of this. Apart from aid, such convergence has a certain amount of mileage in it, since there is an enormous amount of waste in the high-income nations. For example, it would be quite possible to reduce individual footprints by at least 20% in the UK, just by making basic common sense energy savings and by changing careless habits. The government target is to reduce the carbon component of the UK Footprint by 60% by 2050 (which would, if successful, reduce the overall Footprint by 33%.)
Thus, a 20% drop in the average world footprint of the 956 million people in higher-income countries would enable the 2.5 billion people in lower-income countries to increase their footprint by 62.5% from 0.8 to 1.3 gha/cap while simultaneously reducing the global population by 33% (to 5.1 billion) as outlined earlier. This illustrates the swings and roundabouts of ‘contraction and convergence’. The trap in this argument is, of course, that it requires the middle income countries to maintain a constant footprint of 1.9 gha/cap — not likely to happen.
A further issue is that it assumes a constant world biocapacity. This appears to be out of touch with reality for the following reasons:
- significant land loss is occurring as a consequence rising sea levels, desertification, general soil erosion and exhaustion;
- ground water levels are falling dramatically in many countries as demand grows with affluence and population increase. China and India are recent cases in point.
- Greenland, and other lands in the higher northern latitudes, may increase available hectareage as ice melts, due to global warming: such additional land area will make little impact on global biocapacity since that land will be relatively unproductive because of low average daylight and temperatures.
- climate change, as a result of global warming, is more likely to ruin more crops and forests through droughts, fires, storms and floods than by improving more favourable conditions elsewhere.
- attempts of countries to take measures to protect against such disasters will only increase — not reduce — their footprints since such major efforts expend significant quantities of CO2.
- as our legacy of oil, gas and coal runs down during the 21st century, attempts to compensate for reduced availability of derived fertilisers as well as heating and transport energy by replacing these with biomass and biofuels will only reduce the land available to grow food. This process has already begun — as has the realisation, in many quarters, that it is not such an attractive idea.
Consequences of simultaneous reduction of population and footprint.
The considerations in the last section suggest that a reduction in the population to 2003 levels will not produce sustainable population-resource equilibrium since it ignores all the known trends of global resources in the forseeable future.
If we assume initially that the world will, in some unforeseen way, retain a constant biocapacity and that, in the longer-term, an average footprint of 4.6 gha/cap (similar to that of Europe today) would be both acceptable and achievable, then a sustainable population would be around 2.4 billion — roughly one third of the current level.
Alternatively, scenarios have been suggested by Ferguson [F9] :
- If a ‘Modest Footprint’ of 3.3 gha/cap were adopted on the basis of reducing the 2003 carbon component of the footprint by 60%, then (with no allowances for biodiversity) a population of 3.4 billion could be sustainable.
- With a 12% allowance for biodiversity, the sustainable population figure drops to 3 billion.
Since those two numbers ignore any allowance for the attrition of global biocapacity, then they must both be considered optimistic, especially as there will be a delay in implementing any reduction in population. The level of attrition cannot be predicted with any accuracy at the moment, so the choice of 3 billion has something to be recommended since:
- It sets an alarming (if inadequate) target pro tem and therefore conveys the urgency as well as the magnitude of the risk that the human race faces.
- It incorporates a 12% allowance for biodiversity which can act as a temporary buffer against optimists until we see the way the wind is blowing on the attrition front.
- At a trivial level it is a nice round number!
Another option is to make a compound allowance of 20% for biodiversity and attrition of currently productive land (or indeed for inertia in getting the whole policy moving in the right direction) and quote 2.8 billion as the target population.
Therefore any of the following statements would appear to provide a good starting point:
- Assuming the global biocapacity and average footprint remain stable at the 2003 level, then, to become sustainable, the world population needs to contract to a maximum of 5.1 billion.
- For a ‘modest’ world footprint of 3.3 gha/cap (without allowances for biodiversity or change of biocapacity), the sustainable population is 3.4 billion.
- For a ‘modest’ world footprint of 3.3 gha/cap, plus a 12% allowance for biodiversity (but none for attrition of biocapacity), the sustainable population is 3.0 billion.
- For a ‘modest’ world footprint l of 3.3 gha/cap, plus a 20% margin for biodiversity and attrition of biocapacity then the sustainable population is 2.7 billion.
It could, and will, be argued that new initiatives (such as GM crops) will yield higher future biocapacity, but experience shows that such improvements more often than not constitute short-term gains which then wilt as the downsides appear. In the case of GM crops, the higher productivity will eventually be overwhelmed by loss of fertilisers through declining fossil fuel supplies; lack of water; attrition of arable lands; soil erosion and desertification. Land needs to rest and have time to recover, especially when natural fertilisers are used. Whipping it on to greater and greater productivity will only bring about its eventual and probably sudden collapse.
Sustainable populations for the UK
The UK population as a microcosm of the world can be treated in a similar fashion. Figure 2 shows the green sustainable population curve linking the maximum sustainable population for any given footprint and vice versa. In 2003 the UK had:
- a population of 60 million [F10] ,
- a footprint of 5.6 gha/cap
- a biocapacity of 95 million gha.

At this level, the sustainable population works out at 17 million without any allowances for biodiversity or attrition of biocapacity. The UK government has set a target to reduce the carbon emissions by 60% by 2050. As discussed elsewhere [11], this amounts to a reduction in the overall UK footprint to 3.7 gha/cap.
Along similar lines to the global case, this leads to the following statements:
- Assuming the UK’s biocapacity and the average footprint of 5.6 gha/cap remains stable at the 2003 level, the maximum sustainable UK population is 17 million.
- Assuming the UK can reduce its carbon footprint by 60% (by 2050), then, all else being equal, the resulting footprint of 3.7 gha/cap, with no allowance for biodiversity or change of biocapacity, will sustain a maximum population of 27 million.
- Assuming the UK can reduce its carbon footprint by 60 (by 2050), then, the resulting footprint of 3.7 gha/cap, coupled with a 12% allowance for biodiversity, will sustain a population of 24 million.
- Assuming the UK can reduce its carbon footprint by 60% (by 2050), then the resulting footprint of 3.7 gha/cap, coupled with a 20% combined allowance for biodiversity and attrition of biocapacity, will sustain a population of 21 million
Part II
Optimum populations
The above treatment begs the question: “Should we be discussing sustainable or optimum populations?” Since OPT’s name implies optimum, this should be addressed.
To start with, the set of sustainable populations comprises those at, or below, the limit of sustainability. Consider, as just one example, the statement taken from point 2 under Population reduction:
“For a ‘modest’ world footprint of 3.3 gha/cap (without allowances for biodiversity or change of biocapacity), the sustainable population is 3.4 billion.”
On the assumptions stated, the sustainable population is any number up to and including the maximum value 3.4 billion. But where is the optimum value within that range?
The New Shorter Oxford Dictionary defines ‘optimum’ as the ‘conditions most favourable for growth or some vital process … the level regarded as most favourable’. From the latter part of the definition we can infer that the maximum sustainable population is not the optimum. Considered rigorously, if a population is at maximum sustainable level, then one more birth without a corresponding death tips it into unsustainability, just as a single drop of water added to a brim-full glass will cause overflow — on a different time-scale, of course.
An optimum population level clearly needs to provide margin for fluctuations. In practical terms, it will never be feasible, nor desirable, to control the world population precisely. It seems reasonable therefore that, in a real future world with a) no cache of fossil fuels to draw upon and b) therefore entirely reliant on solar energy transmuting into food and other energy forms on an annual basis, a margin of error be considered.
Furthermore, the biocapacity of the planet will vary from year to year, just as the crops in any given country do today. Prudence dictates that a world population living (theoretically) in peace and free of natural disasters (considered in Appendix II) should store enough resources in each year of surplus to provide for the inevitable lean years.
Since, for a sustainable world

then, for a given per capita footprint, a 10% population margin implies a 10% total biocapacity margin (see Appendix II).
Therefore, based on the above illustration, to be sustainable we would need to produce 10% more food and other energy resources than are needed for a given year which, put another way, simply means that the world population should be 10% less than the number needed to consume the current world biocapacity. This, therefore, could define an optimum population — a number which takes into account the components of the catch-all margin or error. Work needs to be done (a good project for a team of PhD students) to evaluate or otherwise more carefully assess the contingencies that make up such a margin. Appendix II elucidates a little further. But subject to that more rigorous assessment OPT, when pressed, quotes a 10-15 % lower value for converting all the maximum sustainable populations statements made above into optimum populations. The example at the start of this section then reads:
“For a ‘modest’ world footprint of 3.3 gha/cap (without allowances for biodiversity or change of biocapacity), the maximumsustainable population is 3.4 billion; the optimum population would be around 3 billion.”
Therefore to convert all statements on sustainable populations to ones on optimum populations requires only to divide the value of the ‘maximum sustainable population’ by, say 1.1.
Conclusion
The above demonstrates OPT thinking on sustainable populations and the values give a starting point for future population policies for the world in general and the UK in particular. Such a methodology can be applied to any country. But, because such values of maximum sustainable populations are based on time-dependent assumptions, it will be necessary to reappraise them from time to time.
See also Sustainable numbers: Ecological footprinting.
FOOTNOTES
- ‘Ecological footprint’ will be referred to as ‘Footprint’ throughout.
- Conversely, failure to do so renders such a government in default of its social and economic responsibilities.
- i.e. within the next several decades.
- A global hectare is the total biological production of the earth divided by the global land area.
- In the case of Earth, such resources are in the form of coal, oil and gas which accumulated over 200 million years.
- WWF Living Planet Report 2006: At current rates of population increase and consumption (i.e. business as usual) biocapacity will remain within ± 2% remain the same for 20 years and then go into gradual decline.
- WWF Living Planet Report 2006.
- A 2/3 reduction in footprint of 1 billion in the developed world equates to 2/3 × 6.4 × 109 = 4.8 × 109gha. If the 2.5 billion poorest people increase their footprint by 2.4 gha/cap (i.e. 50% of the aforementioned 4.8 gha/cap reduction), the consequent increase in footprint will be 2.5 × 2.4 × 109 = 6 × 109 gha, which is bigger by 1.2 × 109 gha and equivalent to an increase of 25%.
- Private communication.
- Numbers have been rounded for simplicity throughout this paper.
- Desvaux, M.P.E (2007) The Sustainability of Human Populations.
Appendix I
Glossary of terms — taken from the Global Footprint Network website
- Global Hectare
- A productivity weighted area used to report both the biocapacity of the earth, and the demand on biocapacity (the Ecological Footprint). The global hectare is normalized to the area-weighted average productivity of biologically productive land and water in a given year.
- Biocapacity
- The capacity (usually expressed in units of global hectares) of ecosystems to produce useful biological materials and to absorb waste materials generated by humans, using current management schemes and extraction technologies.
“Useful biological materials” are defined as those used by the human economy Hence what is considered “useful” can change from year to year (e.g. use of corn (maize) stover for cellulosic ethanol production would result in corn stover becoming a useful material, and so increase the biocapacity of maize cropland). The biocapacity of an area is calculated by multiplying the actual physical area by the yield factor and the appropriate equivalence factor. - Ecological Footprint
- A measure of how much biologically productive land and water an individual, population or activity requires to produce all the resources it consumes and to absorb the waste it generates using prevailing technology and resource management practices. The Ecological Footprint is usually measured in global hectares. Because trade is global, an individual or country’s footprint includes land or sea from all over in the world. Ecological Footprint is referred to here in short form as ‘footprint’.
Appendix II
Components of a margin of error for optimum populations
If the mean annual food production to sustain the world population is say, F, and varies, on average, by ± v% then it would seem wise to store each year’s surplus above F (margin for variability or Sv) for use in leaner years.
Purely as an example, in what follows, the value of Sv is assumed to be 0.05 (or 5%). Add to that an attrition factor Sa, to take care of expected attrition of storage through accidents; granaries can catch fire or get flooded or food degrades if stored too long. This would also include the risk of extreme climate conditions (unknown, but increasing likely with global warming) which will swing local climates into unusually long periods of low food production [F12] . Assume therefore that Sa is 0.1 (20% of the margin for variability, Sv).
In addition to variability and attrition of stores (Sv+Sa), a further contingency is necessary since peace and absence of natural disasters cannot be assumed. Wars [F13] cause destruction of land, from which it can take years to recover. Floods, droughts, salinisation of land, fire and rising sea levels do the same. Without the luxury of fossil fuels to featherbed and insulate humanity against the rigours of such adversity, it will not be easy to rush foreign aid around the world in just a few days. It ought to be possible, from past records, to make a realistic allowance for lost bio-product due to both these additional causes. To make such estimates is beyond the scope of this paper, but the reader might accept an illustrative figure of say 5% (or 0.05) as a margin to provide for war and natural disasters (Swnd). Assuming no further margins are required, the total contingency on food production would be:
Sv + Sa + Swnd
If Sv is assumed to be 0.05 (5%) then Sa is 0.01 (i.e. one-fifth of Sv). Further assuming Swnd to be 0.04 (4%) then the total contingency, or safety margin, is ~0.10 (10%).
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L’ ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA!

Ci sono momenti nella nostra esistenza, nei quali il silenzio è come un’ombra che avvolge la nostra anima, anima che ci costringe a scoprire il vuoto di un’esistenza che tendiamo a riempire con una materialità che ha l’ardire di farci conoscere il senso stesso della felicità.
Viviamo in mondi virtuali, dove osserviamo quasi con fastidio chi bussa alla nostra porta per ricordarci la nostra fortuna, la fortuna di avere tutto quello che spesso consapevolmente o inconsapevolmente abbiamo sottratto agli altri, con i nostri comportamenti, con la nostra indifferenza, con la nostra superficialità, con il nostro egoismo.In fondo è la parabola stessa del capitalismo, quella che vede nell’egoismo e nella legittima massimizzazione del profitto e della redditività, l’unico obiettivo di questo sistema in grado di distribuire briciole di speranza che come fiocchi di neve ricadono su coloro che non sono degni di partecipare al grande gioco del libero mercato.
Che si tratti di denaro o di ricchezza, non è più un mezzo, ma il fine ultimo di un’esistenza che aspira alla realizzazione umana attraverso l’effimero.Quelli che hanno paura del silenzio, la chiamano filosofia spicciola. Sono gli stessi che sono terrorizzati dalla possibilità, un giorno, di dover scoprire che tutta la loro ricchezza è da ricondurre al possesso di un qualcosa, una ricchezza dove l’apparire è l’essenza stessa della vita.In spiaggia ho osservato con dolore una bimba che giocava con un videogames portatile, di fronte alla devastante esperienza di una Natura che urla l’essenza stessa della felicità.Spesso i nostri figli, vengono “dirottati” in mondi virtuali, anestetizzando la loro presenza, liberando il nostro tempo.Ormai un miliardo di affamati è una notizia come l’altra, che si tratti di gossip o di crisi economica, il contorno è sempre quello, nulla cambia, una notizia tira l’altra e ormai siamo talmente vaccinati dal Grande Fratello che ne il sangue, ne la fame scuote più le nostre coscienze.
” Oltre un miliardo di persone muore di fame, questa e’ la denuncia della Fao che ha rivisitato al rialzo le stime per il 2009. Secondo quando riferito dagli analisti la cifra e’ superiore di oltre cento milioni di persone rispetto allo scorso anno. L’Onu richiede misure sostanziali per consentire una progressiva riduzione per le persone sottonutrite.Che si tratti di denaro o di ricchezza, non è più un mezzo, ma il fine ultimo di un’esistenza che aspira alla realizzazione umana attraverso l’effimero.Quelli che hanno paura del silenzio, la chiamano filosofia spicciola. Sono gli stessi che sono terrorizzati dalla possibilità, un giorno, di dover scoprire che tutta la loro ricchezza è da ricondurre al possesso di un qualcosa, una ricchezza dove l’apparire è l’essenza stessa della vita.In spiaggia ho osservato con dolore una bimba che giocava con un videogames portatile, di fronte alla devastante esperienza di una Natura che urla l’essenza stessa della felicità.Spesso i nostri figli, vengono “dirottati” in mondi virtuali, anestetizzando la loro presenza, liberando il nostro tempo.Ormai un miliardo di affamati è una notizia come l’altra, che si tratti di gossip o di crisi economica, il contorno è sempre quello, nulla cambia, una notizia tira l’altra e ormai siamo talmente vaccinati dal Grande Fratello che ne il sangue, ne la fame scuote più le nostre coscienze.
” Oltre un miliardo di persone muore di fame”, questa e’ la denuncia della Fao che ha rivisitato al rialzo le stime per il 2009. Secondo quando riferito dagli analisti la cifra e’ superiore di oltre cento milioni di persone rispetto allo scorso anno. L’Onu richiede misure sostanziali per consentire una progressiva riduzione per le persone sottonutrite.
La crisi economica ha fatto lievitare i dati oltre 100 milioni di persone
Alla base di questo innalzamento della povertà e fame nel mondo la crisi economica che ha colpito il pianeta. “La pericolosa combinazione della recessione economica mondiale e dei persistenti alti prezzi dei beni alimentari in molti paesi ha portato circa 100 milioni di persone in più rispetto all’anno scorso oltre la soglia della denutrizione e della povertà croniche – denuncia il Direttore Generale della Fao Jacques Diouf – questa silenziosa crisi alimentare, che colpisce un sesto dell’intera popolazione mondiale, costituisce un serio rischio per la pace e la sicurezza nel mondo. Abbiamo urgentemente bisogno di creare un largo consenso riguardo al totale e rapido sradicamento della fame nel mondo e di intraprendere le azioni necessarie per ottenerlo. L’attuale situazione dell’insicurezza alimentare nel mondo non ci può lasciare indifferenti”.
I piu’ poveri tutti nei Paesi poveri
La maggior parte della popolazione povera risiede nei Paesi in via di Sviluppo, che purtroppo non potranno, se lasciati soli, riuscire ad uscire da questa situazione così precaria. Nel futuro i più colpiti saranno i poveri residenti nelle città e i contadini rurali. Il Presidente del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (Ifad), Kanayo F. Nwanze , evidenzia come proprio i contadini “abbiano le potenzialità non solo per garantirsi la propria sussistenza, ma anche per accrescere la sicurezza alimentare e stimolare una più vasta crescita economica”. Il diplomatico avverte che “per rendere effettivo questo potenziale e ridurre il numero di persone vittime della fame nel mondo, i governi, assistiti dalla comunità internazionale, devono proteggere gli investimenti di base nel settore agricolo, in modo da garantire ai piccoli contadini l’accesso non solo a sementi e fertilizzanti, ma anche a tecnologie più adatte, infrastrutture, schemi di finanza rurale e mercati”.
Sono due anni la piaga della speculazione amplifica questa terribile tragedia, prima ancora che scoppiasse la crisi, prima che il piccolo risparmiatore scoprisse di poter giocare con la morte e la sofferenza di milioni di individui, fondi indicizzati ( ETF ) che scommettono sulle materie prime essenziali, alimenti e acqua, grano, riso, frumento, come i grandi speculatori, ora anche il piccolo risparmiatore può partecipare alla playstation finanziaria.
Qualcuno continuerà a sussurrare la leggenda metropolitana della speculazione essenziale come l’aria alla sopravvivenza del mercato stesso, perchè stimola il progresso! Chapeau, non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire ed osservare!
In fondo nell’opulento occidente, ci prendiamo il lusso di gettare il piatto di pasta o di riso che avanza, il lusso di morire o lottare contro l’obesità…..nulla in confronto a qualche migliaio di euro che schizzano nei booking delle materie prime essenziali.
Eppure continuamo a far finta di nulla, ma come abbiamo visto, …c’è un tempo per il coraggio ed un tempo per la cautela ed il vero uomo sa come distinguerli……c’è un tempo per accorgersi dell’altra faccia della medaglia, per decidere se continuare a far finta di nulla…….
…nelle lacrime di questo tempo, nelle lacrime di chi perde il proprio lavoro, degli ultimi, degli indifesi, dei perseguitati, di coloro che vengono sfruttati e specialmente nelle lacrime dei “sogni di Dio”, quei bimbi e ragazzi che non hanno diritto di crescere felici, perchè usati come merci, sfruttati, schiavizzati, sodomizzati, torturati, spesso al servizio della Globalizzazione, spesso al servizio del nostro benessere…..
Non mi resta che ricordare che ognuno di noi , se vuole, può essere un …..
un piccolo PRESTATORE DI ULTIMA ISTANZA
Canto Brasiliano
Dio solo può dare la forza;
tu, però, puoi dare sostegno a uno scoraggiato.
Dio solo è la via;
tu,però, puoi indicarla agli altri.
Dio solo è la luce;
tu, però, puoi farla brillare agli occhi di tutti.
Dio solo è la vita;
tu, però, puoi far rinascere negli altri il desiderio di vivere.
Dio solo può fare ciò che appare impossibile;
tu, però, potrai fare il possibile.
Dio solo basta a se stesso;
Egli, però, preferisce contare su di te.
Oltre l’era del petrolio: il risiko delle rinnovabili
Acqua, sole, terra, vento: fonti di energia rinnovabile che diventano preziose con la progressiva diminuzione delle riserve di gas e petrolio. Ma la sfida per lo sviluppo di tecnologie pulite e per l’accaparramento di risorse utili al business verde apre nuovi scenari nell’immediato futuro.
L’India ha appena comprato terreni in Brasile per 600 milioni di dollari che saranno coltivati a canna da zucchero per la produzione di bioetanolo, un carburante in grado di sostituire la benzina completamente o parzialmente. Finora la nazione che ospita la foresta Amazzonica è l’unica a produrlo a costi di mercato competitivi. Eppure la fame di etanolo sta accelerando il cambiamento di destinazione dei suoli coltivati verso le richieste internazionali, limitando i terreni destinati a colture alimetari. E, contemporaneamente, aumenta la pressione per la deforestazione. Sono tendenze che rischia di contrastare gli sforzi del governo brasiliano per tutelare la natura: il presidente Lula ha promesso che entro l’anno prossimo sarà ridotto del 20% il taglio indisriminato degli alberi. E in meno dieci anni si dovrebbe arrivare a una diminuzione del 72%. In Brasile, comunque, già circolano vetture con motore flex fuel (etanolo e benzina): una tecnologia che potrebbe diventare estremamaente competitiva se le riserve di greggio dovessero calare o diventare troppo costose. Ma, allo stesso tempo, la domanda per canna da zucchero e mai ha fatto lievitare i prezzi dei generi alimentari fino al 140 per cento, secondo la Banca mondiale. Il sole, invece, continua a splendere in California, dove i fondi di “venture” capital investono sulle tecnologie verdi. E, in particolare, sui pannelli fotovoltaici. Quelli che sfruttano il sicilio garatiscono un rendimento del 15 per cento, ma sono ancora costosi. Proprio dal silicio prende il nome la Silicon Valley: è utilizzato nella maggior parte dei componenti di microelettronica, dai chip alle schede integrate. Multinazionali dell’hitech e piccole aziende hanno trovato sostegno nel governatore Arnold Schwarzenegger (le leggi californiane sono tra le più attente all’ambiente negli Stati Uniti, in materia di emissioni e di incentivi) e nelle potenti lobby ecologiste (come il Sierra club). Ora la tecnologia più promettente per i pannelli fotovoltaici sembra quella del “film sottile”, ma necessita di minerali e metalli rari di cui è ricco il sottosuolo di alcune nazioni dell’Africa centrale e orientale, teatro di guerre sanguinose negli ultimi anni. Lo sfruttamente delle risorse idriche, invece, sta sollevando dubbi sulla gestione dello sviluppo in Indonesia: il Citarum è uno dei fiumi più inquinati al mondo, architrave di un ecosistema che garantisce la sopravvivenza di 28 milioni di persone. Ma alimenta anche una diga che da sola soddisfa il 20 per cento del fabbisogno nazionale. Per le comunità locali che vivono lungo le rive del fiume è una zona a rischio: se gli sbarramenti hanno cambiato i ritmi naturali per i raccolti, l’inquinamento rende difficile la pesca. E, ancora una volta, le fonti rinnovabili diventano un’opportunità concreta per tutti se legate a una gestione attenta delle politiche ambientali. |
Arriva la 3° rivoluzione industriale…siamo pronti ?!??

Stiamo vivendo l’inizio di una nuova grande era industriale. Ma gli Stati Uniti sono indietro. Toccherà all’Europa fare da motore di questa svolta
La Terza rivoluzione industriale è già qui, e ne stiamo vivendo i precocissimi esordi. Nel mondo reale, nel mercato, stiamo già assistendo a una prima proiezione a grandi linee di quella che sarà, anche se per qualche tempo rimarremo ancora nella Seconda rivoluzione industriale. Carbone, petrolio, gas e uranio sono le fonti energetiche che hanno alimentato la Prima e la Seconda rivoluzione industriale, ma è chiaro ormai che siamo alla fine di questa epoca. Occorre lasciare che essa tramonti del tutto anche se, talvolta, i tramonti durano molto.
Abbiamo toccato la soglia limite. In questo periodo ci troviamo nel bel mezzo di tre crisi: della finanza globale, della sicurezza energetica, del cambiamento climatico. Sono tutte collegate e interdipendenti tra loro e si alimentano a vicenda. Sono di gran lunga più impressionanti, dal punto di vista del loro impatto, di qualsiasi altra cosa alla quale abbiamo assistito dalla Depressione degli anni Trenta in poi.
La crisi finanziaria globale è più che mai evidente e i 700 miliardi di dollari stanziati dal Congresso non possono salvare gli Stati Uniti d’America. Abbiamo vissuto gli ultimi vent’anni a indebitarci a livello personale e familiare sempre più per entrare nel processo di globalizzazione e far andare avanti l’economia americana. Abbiamo messo in piedi un castello di carte, non abbiamo costruito a partire da progressi effettivi e fondamentali della produttività. C’è stata poca innovazione e poco spirito imprenditoriale. Tutto è andato avanti semplicemente così, sottraendo alle famiglie americane i loro risparmi. Così è stato possibile comperare tutte le merci, i prodotti e i servizi del resto del mondo. La globalizzazione è ricaduta sulle spalle degli americani, e il prezzo da pagare è stata la decurtazione dei risparmi delle famiglie americane: nel 1991 il tasso di risparmio delle famiglie era del 9 per cento circa. Adesso è negativo. Spendiamo più di quello che guadagniamo. L’indebitamento attuale delle famiglie negli Stati Uniti è nell’ordine dei 13-15 trilioni di dollari. Sì, trilioni! Sono vent’anni che andiamo avanti così. E se c’è qualcuno che davvero crede che 700 miliardi di dollari potranno sopperire a un indebitamento di 13-15 trilioni di dollari, significa che vive nel mondo dei sogni.

Siamo arrivati a un momento critico. Stiamo disperatamente immettendo nel sistema capitali del governo e soldi dei contribuenti cercando di salvare dal fallimento e in extremis la Seconda rivoluzione industriale, con tutte le industrie che la compongono. Ciò che stiamo facendo, in sostanza, è puntellare una Rivoluzione industriale che è ormai giunta a fine corsa ed è tenuta in vita artificiale. Certo, sono convinto che una determinata quantità di capitali debba essere immessa per tenerla in vita artificiale, perché ci sono davvero troppe persone nei guai fino al collo. Ma nell’insieme questa non è una soluzione ottimale. Credo che tutti siano consapevoli che teniamo in vita artificialmente la Rivoluzione industriale. Non si sente nessuno annunciare che dopo l’economia globale tornerà vitale. L’unica cosa che si sente dire è che non vogliamo che le cose peggiorino. Nessuno afferma che possiamo rimettere in moto l’economia, farla procedere oltre, toglierle questo sostegno artificiale. Ma se noi investiamo troppi soldi messi da parte dai nostri contribuenti per tenere in vita artificialmente la Seconda rivoluzione industriale e se le nostre riserve si riducono, non ce ne rimarranno a sufficienza, anche se ne avremo sicuramente bisogno per creare le infrastrutture necessarie a effettuare la transizione verso la Terza rivoluzione industriale. A quel punto sì che saremo in guai seri.
Terreni coltivabili: corsa all’oro che cresce

A guardarlo su una cartina pare un enorme Risiko, con i giocatori, i governi e le aziende private che corrono su e giù per il globo alla conquista di intere porzioni di altri paesi. Le armi per la caccia sono i soldi, lo scopo schierare aratri e mietitrebbie, la posta in palio è la terra agricola, che il terremoto finanziario e l’alto prezzo dei cereali hanno trasformato in oro.
La Fao prevede che entro il 2030 il mondo avrà bisogno di 1 miliardo di tonnellate in più di cereali per nutrire una popolazione che avrà superato gli 8 miliardi. E questo ha scatenato le paure di stati come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Cina e Corea del Sud, ma anche India e Libia, che non dispongono di spazi e risorse sufficienti per coltivare il cibo per i propri abitanti. Ha inoltre stimolato gli appetiti dei fondi di investimento e delle multinazionali che nei campi di soia, grano e olio di palma vedono il business dei prossimi decenni. Complice la corsa ai biocarburanti.
Nel 2008 il ritmo dello shopping verde ha subito un’accelerazione straordinaria. L’ong spagnola Grain ha censito un centinaio di accordi per l’acquisto e l’affitto di terreni e risaie dal Pakistan al Kenya, dalle Filippine al Sudan, dal Kazakhstan al Brasile. La più vorace, stando alla classifica di Grain, è la Corea del Sud. Quarto importatore al mondo di mais, ha siglato intese su circa 2,3 milioni di ettari.
L’ultima è stata annunciata a novembre dalla Daewoo logistics. Il colosso sudcoreano ha dichiarato di avere ottenuto dal governo del Madagascar il diritto a coltivare per 99 anni 1,3 milioni di ettari a granoturco e palma da olio: prodotti da rispedire in Corea. In cambio, la Daewoo si impegnava a costruire infrastrutture e creare posti di lavoro: neanche 1 euro sarebbe entrato nelle casse dello stato malgascio.
Di fronte alla dimensione e alle condizioni dell’affare sono esplose le critiche di attivisti e istituzioni locali e internazionali, soprattutto perché nell’isola africana almeno 600 mila persone dipendono ancora dagli aiuti alimentari del World food programme. «L’arrivo di investitori stranieri non può avvenire senza che le popolazioni locali siano protette da eventuali crisi alimentari. Questo fenomeno deve essere regolamentato» ha tuonato Alain Joyadet, sottosegretario francese alla Cooperazione. Il governo del Madagascar si è affrettato a smentire che sia stato raggiunto un accordo. «Ma nella maggioranza dei casi ciò che si viene a sapere di questi contratti è davvero pochissimo» sottolinea Renée Vellvé, che ha curato il rapporto di Grain. «La Cina sta da tempo silenziosamente comprando o affittando terreni e costruendo fattorie dove arrivano scienziati e contadini cinesi per avviare la produzione di soia e riso ibrido».
Nei prossimi 50 anni la Repubblica Popolare investirà 5 miliardi di dollari nell’agricoltura in Africa, dove ha siglato una trentina di accordi che prevedono l’accesso a terreni fertili in cambio di strade, sistemi di irrigazione, formazione e tecnologia. Il dragone, che conta il 40 per cento dei contadini del mondo, ha solo il 9 per cento di terre coltivabili. Industrializzazione e inquinamento stanno mettendo a rischio l’autosufficienza alimentare, tanto che il ministero dell’Agricoltura di Pechino avrebbe già pronto un piano per delocalizzare la produzione di cibo.
C’è chi, però, ha ancora meno tempo e risorse della Cina: gli stati del Golfo Persico e l’Arabia Saudita. Il numero di abitanti di quest’area toccherà i 60 milioni entro il 2030, il doppio dall’inizio del secolo. Le fonti d’acqua dolce sono destinate a prosciugarsi entro 30 anni, la difficile e fortemente sussidiata produzione agricola locale non è più sostenibile.

Ancora più rischiosa la prospettiva di un’impennata nel prezzo dei cereali. Nel 2010 questi paesi importeranno dall’estero il 60 per cento del loro fabbisogno di cibo e l’aumento dei costi per le famiglie «rischia di provocare significative proteste sociali, soprattutto fra i lavoratori immigrati: la maggioranza della popolazione» avverte un rapporto del Gulf research center, che indaga sulle possibilità d’investimento dei petrodollari nel settore agrario in Africa e Asia Centrale.
A luglio il ministro dell’Economia degli Emirati Arabi ha annunciato l’intenzione di acquistare terreni in Africa, Cambogia, Vietnam, Kazakhstan e Sud America, un investimento massiccio è stato concluso in Sudan, dove sono attivi anche Arabia Saudita, Qatar e Giordania. In Pakistan gli Emirati hano comprato terra per coltivare cereali da rimandare in patria. Operazione per la quale hanno cercato di evitare le tariffe sull’export imposte da Islamabad, proprio per contrastare l’aggravarsi della crisi alimentare pachistana.
Il gruppo saudita Bin Laden ha sottoscritto un contratto da 4,3 miliardi di dollari per sviluppare 500 mila ettari di risaie in Indonesia. L’azienda sta considerando la possibilità di riservare parte del riso prodotto al mercato locale, «così la gente non crea problemi».
Il Gulf research center mette in guardia proprio dal pericolo che gli investimenti nei paesi in via di sviluppo provochino conflitti sociali innescati da dispute sui diritti di occupazione della terra e sull’uso dell’acqua. In Egitto i contadini del distretto di Qena hanno fatto lo sciopero della fame per riavere i 1.600 ettari di terra che gli amministratori locali avevano concesso a un’azienda giapponese per produrre cereali. In Tanzania 11 villaggi sono stati rasi al suolo per fare spazio a una piantagione di jatropha (arbusto tropicale) e palma da olio per biocarburanti. Episodi simili sono accaduti in Brasile, Colombia, Indonesia. Preludio di un sistema per regolare le controversie che allarma gli esperti.
«In Africa il diritto di proprietà è molto sfaccettato e non esistono spazi inutilizzati. I terreni incolti concessi agli stranieri sono spesso usati per la pastorizia e la raccolta di legna da piccoli contadini, tra i più poveri» osserva Michael Taylor di Land coalition, organizzazione che si occupa dell’accesso alla terra. «Nel concludere gli accordi i governi applicano leggi che non tengono conto delle consuetudini, ma in questi luoghi la terra è più di un bene materiale, è una questione di status e dignità. Se gli investitori vogliono evitare il diffondersi di conflitti, devono considerare questi aspetti».
Alla base di molti contratti come quello ideato dalla Daewoo in Madagascar c’è la promessa di realizzare infrastrutture e creare posti di lavoro. Il Qatar, per esempio, ha promesso al Kenya di finanziare con oltre 2 miliardi di euro la costruzione di un porto nell’isola di Lamu in cambio di 40 mila ettari da coltivare a cereali. «Si tratta di coltivazioni su larga scala, altamente meccanizzate. Le possibilità di occupazione per la gente del posto sono davvero scarse» obietta Renée Vellvé.
E se il direttore generale della Fao Jacque Diouf ha bollato questa corsa all’oro verde come «neocolonialismo», alcuni paesi la considerano un’occasione. L’Angola ha offerto la propria terra sul mercato internazionale, mentre il primo ministro etiope Meles Zenawi si è detto ansioso di accogliere aziende straniere.
«L’agricoltura, specialmente in Africa, è stata dimenticata per anni dagli stati donatori» ammette David Hallam, responsabile della Fao per l’interscambio commerciale. «Per questo c’è bisogno di qualsiasi investimento. Dobbiamo soltanto evitare gli effetti negativi».


E questo passaggio riguarda non solo le grandi strutture burocratiche della società moderna, esse stesse strumenti di manipolazione al pari che di autorità, ma anche gli organi di comunicazione di massa. Il demiurgo delle attività direttive si estende all’opinione e ai sentimenti e persino allo stato d’animo e all’atmosfera che sottendono determinati atti.


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