LIBERTA' DI PAROLA

DECLARATION OF THE LEADERS THE MAJOR ECONOMIES FORUM ON ENERGY AND CLIMATE

Pubblicato in ECOLOGIA, POLITICA da Gabriele Pierattelli il 15/07/2009

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Noi, i leaders of Australia, Brazil, Canada, China, the European Union, France, Germany, India, Indonesia, Italy, Japan, the Republic of Korea, Mexico, Russia, South Africa, the United Kingdom, and the United States ci siamo riuniti come “ the Major Economies Forum on Energy and Climate” a L’Aquila, Italia, il 9 luglio 2009, e dichiariamo quanto segue:

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Il cambiamento climatico è una delle più grandi sfide del nostro tempo. Come leaders delle maggiori economie mondiali, sia sviluppate che in via di sviluppo, intendiamo rispondere vigorosamente alla sfida, essendo convinti che questo ponga un evidente pericolo che richieda una risposta globale straordinaria, che la risposta debba rispettare le priorità economiche e lo sviluppo sociale dei paesi in via di sviluppo, che avviarsi verso una economia “low carbon” è una opportunità per promuovere una crescita economica continuativa ed uno sviluppo sostenibile, che il bisogno e la messa a disposizione di tecnologie di trasformazione energetica pulita al minor costo possibile sono urgenti e che la risposta deve includere una attenzione bilanciata alla mitigazione ed all’adattamento.

Noi riaffermiamo l’obiettivo, le previsioni ed principi del UN Framework Convention on Climate Change. Ricordando la Dichiarazione che le Economie Maggiori adottarono a Toyako, Giappone, nel Luglio 2008, e prendendo in piena considerazione le decisioni prese a Bali, Indonesia, nel Dicembre 2007, prendiamo la risoluzione di non risparmiare alcuno sforzo per raggiungere a Copenaghen, tra noi e la altre Parti, una ulteriore esecuzione della Convenzione. La nostra visione per una futura cooperazione sul cambiamento climatico, consistente con l’equità e le nostre comuni ma differenti responsabilità e capacità, include i seguenti punti:


1: In accordo con gli obbiettivi della Convenzione della scienza:
I nostri paesi intraprenderanno azioni di mitigazione trasparenti e nazionalmente appropriate soggette a misurazioni, rapporti e verifiche e prepareranno piani per la crescita del low-carbon. I paesi sviluppati tra noi assumeranno la guida sottoponendosi prontamente a robuste riduzioni, in maniera aggregata ed individuale nel medio termine, consistenti con i nostri rispettivi ambiziosi obiettivi di lungo termine, e lavoreranno insieme prima di Copenaghen, per ottenere un forte risultato a questo riguardo.
I paesi in via di sviluppo tra noi intraprenderanno prontamente azioni il cui effetto proiettato sulle emissioni rappresenta una significativa deviazione dal “business as usual” (= ordinaria amministrazione; BAU è definizione ricorrente dispregiativa nel rapporto di Stern) nel medio termine, nel contesto di uno sviluppo sostenibile, supportato da finanziamenti, tecnologia e costruzione di capacità.
Il raggiungimento del picco di emissioni globali e nazionali dovrebbe realizzarsi il prima possibile, (da notare che la locuzione “as soon as possible” in inglese non esprime l’urgenza della locuzione italiana) riconoscendo che la tempistica sarà più lunga per i paesi in sviluppo, tenendo conto che lo sviluppo sociale ed economico e lo sradicamento della povertà sono le prime e più importanti priorità nei paesi in via di sviluppo e che lo sviluppo del “low-carbon” è indispensabile allo sviluppo sostenibile. (Si fa riferimento ai problemi reali dei paesi “in via di sviluppo” e che il programma ambientalista è subordinato a questo, e non viceversa).
Noi riconosciamo (non “concordiamo con”) il punto di vista (view) scientifico che l’aumento della media della temperatura globale al di sopra dei livelli pre-industriali non dovrebbe superare i 2 gradi°C. (Non si parla di verità scientifiche, ma di punti di vista; il condizionale è determinante; inoltre porre un indice di temperatura a 2°C anche se efficace come immagine climatofila, potrebbe svuotare il significato del tutto, considerato che la Terra avrebbe avuto in cento anni un aumento di 0,74°C, e che negli ultimi 10 anni si riscontra un arresto se non un raffreddamento; da notare che non viene menzionato l’IPCC) A questo riguardo e nel contesto dell’obiettivo conclusivo della Convenzione e del Piano di Azione di Bali, lavoreremo tra ora e Copenaghen tra noi e sotto la Convenzione, per identificare un obiettivo globale di sostanziale riduzione delle emissioni entro il 2050. (C’e tempo per sviluppare il nucleare) Il progresso verso l’obiettivo globale sarebbe rivisto regolarmente, prendendo nota dell’importanza di inventari frequenti, completi ed accurati. Compiremo passi a livello nazionale ed internazionale, anche sotto la Convenzione, per ridurre le emissioni derivanti dalla deforestazione e dal degrado forestale, per massimizzare la rimozione dei gas serra ad opera delle foreste, massimizzando il sostegno ai paesi in via di sviluppo per questi propositi. (E su questo possiamo essere d’accordo)


2. l’adattamento agli effetti avversi del cambiamento climatici è essenziale. Questi effetti stanno già avvenendo. Inoltre, mentre gli sforzi per la mitigazione ridurranno gli impatti del clima, anche gli sforzi di mitigazione più aggressivi non elimineranno il bisogno di un sostanziale adattamento particolarmente nei paesi in via di sviluppo che ne saranno colpiti in maniera sproporzionata. (Una delle accuse fatte al catastrofismo climatico era proprio di non considerare a sufficienza le capacità di adattamento alle variazioni climatiche che naturalmente avverrebbero nelle aree interessate; ipotesi del “contadino scemo”) C’e in particolare un immediato bisogno di assistere i più poveri e più vulnerabili per adattarsi a questi effetti. Non solo ne sono i più colpiti, ma sono anche quelli che hanno dato il minor contributo all’accumulo dei gas serra nell’atmosfera. Un ulteriore supporto dovrà essere mobilitato, basato sulla necessità, ed includerà risorse in aggiunta all’esistente assistenza finanziaria. Noi lavoreremo per sviluppare, disseminare e trasferire come appropriato tecnologie che accelerano gli sforzi di adattamento.

3. Noi stiamo stabilendo delle Global Partnership per guidare tecnologie di trasformazione low-carbon, e amiche del clima. Noi aumenteremo drasticamente e coordineremo gli investimenti del settore pubblico nella ricerca, sviluppo e verifica di queste tecnologie, con la prospettiva di raddoppiare questi investimenti entro il 2015, riconoscendo al tempo stesso l’importanza dell’investimento privato, della partnership pubblico-privato, e della cooperazione internazionale inclusi i centri di innovazione regionali. Disegnando in base alle migliori politiche applicative mondiali, ci faremo carico di rimuovere barriere, stabilire incentivi, massimizzare la costruzione di capacità, ed attuare misure appropriate per accelerare aggressivamente la divulgazione ed il trasferimento di esistenti nuove tecnologie chiave e low-carbon, in accordo alle circostanze nazionali. (Il riferimento alle situazioni nazionali è costante; sembra non si voglia mettere al mondo la camicia di forza) Noi auspichiamo che singoli paesi si assumano la guida per distribuire gli sforzi tra i paesi interessati per portare avanti tecnologie come l’efficienza energetica; l’energia solare; smart grids; cattura, uso e stoccaggio del carbonio; veicoli progrediti; tecnologie ad alta efficienza e bassa emissione; bio-energia; ed altre tecnologie pulite. (Obiettivi concreti e condivisibili in un’ottica di diversificazione purché accettabili economicamente; eccettuato a mio avviso lo “stoccaggio del carbonio”, se vuol dire lo sprofondamento della CO2 sotto terra che richiederebbe investimenti altissimi, esiti incerti, sarebbe applicabile solo in qualche sito industriale, non potrebbe diffondersi alla maggioranza delle fonti di emissioni, riscaldamento domestico, veicoli, ecc.) I paesi guida riferiranno entro Novembre 15, 2009, sui piani d’azione, road-maps, e sottoporranno piani per raccomandare per ulteriori progressi. Noi prenderemo in considerazione idee per approcci e strutture organizzative appropriate per promuovere sviluppi tecnologici, divulgazione e riapplicazione.

4. Le risorse finanziarie per la mitigazione e l’adattamento dovranno essere aumentate urgentemente e sostanzialmente, e dovrebbero includere risorse per sostenere i paesi in via sviluppo. Il finanziamento per affrontare il cambiamento climatico deriverà da molteplici fonti, includendo sia fondi pubblici che privati e i mercati del carbonio. (Menzione molto preoccupante; sembra alludere alle distorsioni intenzionali del mercato del carbonio, con carbon tax, commercio di quote, che fanno parte del più deplorevole armamentario dell’aggressione ambientalista) Investimenti aggiuntivi nei paesi in via di sviluppo dovrebbero essere mobilitati, con l’inclusione della creazione di incentivi e la rimozione di barriere per il flusso dei finanziamenti. Dovrebbe essere promossa una maggiore prevedibilità del sostegno internazionale. Il finanziamento delle azioni di sostegno dovrebbe essere misurabile, rendicontabile, e verificabile. L’esperienza delle istituzioni esistenti dovrebbe essere riprodotta, e queste istituzioni dovrebbero lavorare in modo inclusivo e dovrebbero essere rese più rispondenti ai bisogni dei paesi in via di sviluppo. I finanziamenti per il clima dovrebbero essere di complemento agli sforzi per promuovere lo sviluppo in accordo con le priorità nazionali; e questo può includere sia approcci basati su programmi che su progetti. Il meccanismo di assegnazione dei fondi dovrebbe essere trasparente, equo, efficace, efficiente, e riflettere rappresentazioni bilanciate. Dovrebbe essere assicurata la responsabilizzazione nell’uso delle risorse. Un sistema per far fronte ad esigenze diverse di finanziamento e risorse dovrebbe essere creato per utilizzare quando appropriato, competenze pubbliche e private. Noi concordiamo di considerare ulteriori proposte per stabilire un meccanismo internazionale di finanziamento, includendo la proposta del Messico per un Fondo Verde.

5. I nostri paesi continueranno a lavorare assieme costruttivamente per rinforzare la capacità del mondo di combattere il cambiamento climatico, anche attraverso il Major Ecoconomies Forum on Energy and Climate. In particolare i nostri paesi continueranno ad incontrarsi nel prosieguo dell’anno in modo da facilitare l’accordo a Cpenaghen.

Al Qaeda: Useremo l’arsenale atomico pakistano contro gli Stati Uniti

Pubblicato in POLITICA, TECNOLOGIA da Gabriele Pierattelli il 15/07/2009

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Se riuscira’ a mettere le mani sull’arsenale atomico pakistano al Qaeda lo usera’ contro gli Stati Uniti.

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Questa la minaccia lanciata dagli schermi di al Jazira da Mustafa Abu al-Yazid, leader qaedista in Afghanistan. “Se dio vorra’ le bombe atomiche (pakistane) non cadranno nelle mani degli americani e i mujahideen le prenderanno per usarle contro gli americani”, ha minacciato l’egiziano Abu al-Yazid. Il capo qaedista ha ricordato che l’esercito di Islamabad sta combattendo una battaglia all’ultimo sangue nella valle dello Swat contro i talebani alleati di al Qaeda ad appena 100 chilometri dalla capitale, e “sta perdendo”.

Rifkin boccia l’accordo dei grandi “È ridicolo, non salverà il pianeta”

Pubblicato in ECOLOGIA, ECONOMIA, POLITICA, SALUTE, SOCIETA', TECNOLOGIA da Gabriele Pierattelli il 11/07/2009

Rifkin boccia l'accordo dei grandi "È ridicolo, non salverà il pianeta"

L’economista americano non ha dubbi: servono misure concrete e nuovi impianti puliti
“Dobbiamo lanciare la terza rivoluzione industriale:traguardi sulle industrie da rilanciare


Jeremy Rifkin

di ANTONIO CIANCIULLO

ROMA – “Per mettere d’accordo tutti hanno deciso di andare alla velocità del più lento: così è facile raggiungere un’intesa”. Jeremy Rifkin risponde al telefono da Montecarlo, in una pausa dell’incontro con il principe di Monaco che vuole varare un piano per frenare i gas serra. E il giudizio del presidente della Foundation on Economic Trends sul risultato del G8 è secco: “Un accordo ridicolo”.
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Eppure è stato fissato il tetto di 2 gradi all’aumento di temperatura del pianeta: finora gli Stati non avevano dato un’indicazione così precisa.


“D’accordo, ma cosa si deve fare per non superare i 2 gradi? Non basta esprimere un pio desiderio, bisogna prima di tutto capire a che livello di concentrazione di anidride carbonica in atmosfera corrisponde un aumento di 2 gradi e poi organizzare un sistema energetico coerente”.

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L’Ipcc ritiene che, per restare entro un aumento di 2 gradi, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera non debba superare le 400 – 450 parti per milione.

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“L’Ipcc è molto cauta e i suoi precedenti rapporti, spesso definiti allarmisti, sono stati superati dai fatti: l’accelerazione del disordine climatico è stata più drammatica di quella prevista. Jim Hansen, uno dei più accreditati climatologi, dopo aver studiato le carote di ghiaccio che raccontano il passaggio da un’era glaciale a una interglaciale, offre un quadro della situazione molto diverso: quando in passato si è mantenuta per un certo periodo una concentrazione di 450 parti per milione di anidride carbonica l’effetto è stato un balzo della temperatura di 6 gradi, non di 2. E un rapido aumento di 6 gradi non è compatibile con il mantenimento della società umana così come noi la conosciamo”.

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Secondo Jim Hansen l’obiettivo è portare la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera a 350 parti per milione, cioè ridurla rispetto al presente portandola più vicina a quota 280, il livello preindustriale. Questo vorrebbe dire attuare una politica di tagli drastici e immediati che molti considerano incompatibili con lo sviluppo economico.


“Io credo che sia vero l’opposto: l’errore sta nel pensare solo ai tagli delle emissioni che invece dovrebbero essere un effetto secondario di politiche virtuose capaci di rilanciare l’economia, altro che affossarla. Per uscire dalla tre crisi che ci soffocano, quella economica, quella energetica e quella ambientale, non possiamo limitarci a magiare un po’ meno della vecchia minestra inquinante: dobbiamo lanciare la terza rivoluzione industriale pensando in positivo, cioè fissando traguardi sulle industrie da rilanciare. Non bisogna dire ai vari paesi quante emissioni tagliare, ma quanti impianti puliti costruire”.

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Più industrie e meno emissioni?

“Esattamente. La terza rivoluzione industriale è quella che permette uno sviluppo economico che si concilia perfettamente con la riduzione delle emissioni. Ad esempio con le smart grid, con l’energia diffusa e decentrata, ogni casa sfruttando il sole può diventare una vera e propria piccola centrale di produzione di elettricità e calore. Se adottassimo questo modello il settore delle costruzioni, che oggi è il primo fattore di riscaldamento del pianeta, potrebbe diventare parte della soluzione al problema”.

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Le case come elemento trainante del nuovo modello energetico?


“Uno dei quattro pilastri. Il primo è costituito dalle energie rinnovabili. Il secondo è rappresentato dagli edifici sostenibili. Il terzo dalle tecnologie basate sull’idrogeno che serve a immagazzinare l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili. Il quarto pilastro dalle reti intelligenti per distribuire l’energia secondo il modello del web”.

G8 e MEF concordano sui 2 gradi: la palla passa a Copenaghen

Pubblicato in ECOLOGIA, ECONOMIA, POLITICA, SALUTE, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 10/07/2009

Si sono chiusi il 10 luglio all’Aquila i tre giorni di lavoro del G8, che includevano nella giornata di giovedì anche il MEF (Major Economy Forum), incontro voluto da Barack Obama per raccogliere intorno al tavolo i 16 paesi responsabili di più dell’80% delle emissioni mondiali di CO2.

Il nuovo impegno a contenere entro i 2°C l’innalzamento della temperatura

Il documento finale del G8 ribadisce l’importanza di mantenere l’innalzamento della temperatura sotto i 2°C attraverso una riduzione sostanziale delle emissioni a livello globale, riconoscendo di fatto la soglia che la comunità scientifica ritiene non debba essere superata.

Si tratta di un passo importante in direzione della Conferenza di Copenhagen di dicembre dell’UNFCCC, che viene ribadito essere il tavolo di negoziazione principale. La portata dell’impegno sembra però essere sfuggita a una buona parte dei media nazionali, che in molti casi non hanno saputo leggere l’esito del G8 e del MEF all’interno del processo negoziale di Copenhagen, così come è ormai universalmente riconosciuto, dopo il cambio di direzione degli USA, con Obama.

Proprio i 2 °C erano stati, meno di due anni fa, nella Conferenza di Bali dell’UNFCCC, uno dei punti importanti di discussione, vista l’impossibilità di riferire dati precisi del IV Rapporto IPCC all’interno della Bali Action Plan, cosi come avrebbe gradito la Ue. Davanti all’indisponibilità di alcuni paesi, tra cui gli USA, l’unica via di uscita di allora fu di inserire un riferimento non nel testo principale, ma solo come nota al documento.

Ora il G8, così come il testo del MEF, ribadendo la volontà di mantenere l’innalzamento della temperatura al di sotto dei due gradi riconosce, seppure in modo esplicito solo per il lungo periodo (2050), il percorso proposto dal IV Rapporto IPCC. L’accordo tra i paesi del G8 (non presente però nel documento del MEF) esplicita la volontà di ridurre le emissioni entro il 2050 dell’80% per i paesi sviluppati e del 50% a livello globale. Anche se il testo non è preciso nel definire gli obiettivi (non definisce ad esempio rispetto a che anno di partenza è da considerare l’impegno del 50 % di riduzione delle emissioni globali), non va dimenticato che il tavolo negoziale del G8 non è vincolante, porta solo a dichiarazioni politiche, che però definiscono degli indirizzi generali futuri dei paesi G8. Altra cosa è il tavolo negoziale dell’UNFCCC che definirà gli impegni nel dettaglio, a Copenhagen.

Importante passo avanti rispetto al passato

Anche in questo caso si evidenzia un passo avanti rispetto al G8 di Hokkaido dello scorso anno. In quel caso Bush aveva voluto inserire, scatenando le ire dell’India e degli altri paesi in via di sviluppo, il solo obiettivo di riduzione globale del 50%, evitando di far assumere delle responsabilità dirette ai paesi sviluppati.

All’Aquila il cambio di direzione di Obama è stato invece netto.

Il presidente americano ha voluto fortemente che nel documento finale comparisse anche l’impegno di riduzione dell’80% per i paesi sviluppati.

Ciò che è sicuramente assente nel documento del G8 è l’impegno di riduzione dei paesi sviluppati per il 2020, che l’IPCC propone in un range variabile dal 25 al 40%. Anche in questo caso, però, non bisogna dimenticare che l’Aquila è solo un momento negoziale intermedio e, come ricorda Fredrick Reinfeldt, primo ministro svedese e nuovo presidente di turno della Ue, la trattativa finisce solo all’ultima ora della Conferenza di Copenhagen.

I capi di governo del G8 e del MEF riconoscono nei loro documenti finali anche le responsabilità che le attività umane hanno sulla modifica del clima e di conseguenza sui danni che mettono a rischio non solo l’ambiente e l’ecosistema, ma la base stessa della nostra prosperità presente e futura.

Posizione questa che di fatto sconfessa in pieno le molte voci della maggioranza di governo in Italia, culminata questa primavera nell’approvazione di una discutibile mozione del Senato, in cui veniva messa in discussione la responsabilità umana sui cambiamenti climatici.

La transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio

Nel documento finale del G8 è richiesta una transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio, che deve necessariamente coinvolgere anche i paesi che stanno attuando il loro processo di sviluppo. Per consentire ciò è necessario facilitare il trasferimento di tecnologie verso i paesi in via di sviluppo attraverso l’eliminazione o la riduzione delle barriere tariffarie e non tariffarie ed intervenendo anche a livello dei diritti di proprietà intellettuale.

Altro tema presente nel documento finale è quello del mercato del carbonio su cui sempre Reinfeldt aveva manifestato in apertura del G8 un particolare interesse.

L’obiettivo, che ha trovato il forte interesse degli USA, è quello di creare un unico mercato internazionale della CO2, già esistente oggi nella Ue, al fine di innescare un ciclo virtuoso attraverso il riconoscimento economico per chi decide di investire in efficienza energetica.

Climalteranti

Testo di Daniele Pernigotti, con il contributo di Stefano Caserini, Claudio Cassardo e Aldo Pozzoli

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Ancora lontano un secondo accordo sul Clima

Pubblicato in ECOLOGIA, POLITICA, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 27/06/2009

Si è chiusa il 12 giugno una importante sessione della Convenzione sui cambiamenti climatici dell’ONU, tenutasi a Bonn.

Il resoconto dei 15 giorni di negoziazione non è semplice, e la quantità di decisioni prese è disponibile sul sito della Conferenza di Bonn dell’UNFCCC, o si può leggere dall’Earth Negotiations Bulletin, un bollettino autorevole e tempestivo sulle negoziazioni internazionali realizzato dall’International Institute for Sustainable Development (il link a tutti i servizi dell’IISD sul clima è disponibile nella nuova sezione “link” di Climalteranti)
In italiano è disponibile una ampia sintesi dei risultati della conferenza nell’Edizione Speciale della Newsletter del Focal Point IPCC per l’Italia, interamente dedicata ai principali risultati inerenti la conferenza di Bonn.
Anche se il segretario dell’UNFCCC Yvo de Boer ha parlato nella conferenza stampa finale di “importanti avanzamenti” e di “segnali incoraggianti”, chi ha partecipato alla conferenza non ha potuto notare chiari segni di preoccupazione e di malcontento per lo stato delle negoziazioni, in seguito raccontati.

http://unfccc.int/files/inc/graphics/image/jpeg/sb30_1_650.jpg

Ancora lontani da una visione condivisa
Visto che giugno è il mese degli esami, non ha stupito vedere distribuire le pagelle al termine dell’incontro di Bonn dell’UNFCCC. In gioco c’è la preparazione della conferenza di Copenhagen di dicembre, destinata a dare un futuro al Protocollo di Kyoto dopo il 2012, ed a consegnarle è stata l’ONG Friends of the Earth International.
Bocciati tutti i paesi sviluppati: la Ue che dorme in classe, l’Australia considerata un’alunna pigra, il Canada accusato di non comprendere la differenza tra discutere del Protocollo di Kyoto e puntare alla sua eliminazione, gli USA per il loro comportamento considerato ancora irresponsabile nonostante le innegabili responsabilità storiche e il Giappone chiamato a ripetere in matematica visto il misero target di riduzione delle emissioni proposto per il 2020.
Secondo l’ONG ambientalista passano l’esame solo i paesi in via di sviluppo, che dimostrano una sempre maggiore consapevolezza della gravità del problema da affrontare a livello internazionale, anche perché in ampie aree del pianeta sono spesso costretti a toccare con mano gli impatti causati dai cambiamenti climatici.
A Bonn gli USA sono arrivati a chiedere la creazione di un nuovo Trattato a Copenhagen, per evitare di essere costretti a mettere in discussione il loro storico rifiuto ad aderire al Protocollo di Kyoto.
In realtà l’aspetto formale di creare un nuovo accordo o di modificare il Protocollo già esistente sembra essere un problema di secondo ordine, visto che si è ancora lontani dal trovare una visione condivisa sulla sostanza dell’accordo.
Le diverse posizioni in gioco sono raccolte in un documento di oltre 200 pagine che al momento è una semplice raccolta dei diversi orientamenti.
Sommando anche tutti i giorni di negoziazione che ci separano da Copenhagen”, sottolinea il Capo delegazione dell’Unione europea, Artur Runge-Metzer, “dovremmo riuscire a discutere e revisionare ben 8 pagine al giorno. È evidente che è necessario un cambio di velocità e di approccio nei prossimi incontri”.

La proposta brasiliana
Il vero nodo della questione restano però gli impegni di riduzione delle emissioni per i paesi sviluppati rispetto al 2020, dove l’ipotesi di un accordo resta per il momento solo una possibilità remota.
Voci informali provenienti dai gruppi di lavoro chiusi raccontano del tentativo della Russia di voler impedire l’inserimento di ogni possibile numero nella bozza di revisione del Protocollo di Kyoto, cercando di fatto l’affossamento della negoziazione sul Kyoto II.
Ci hanno però pensato 37 paesi in via di sviluppo, guidati dal Brasile ma che comprendono anche Cina e Sudafrica, a presentare un documento contenente le ipotesi di riduzione per tutti i Paesi sviluppati. La presentazione di numeri concreti di riduzione delle emissioni era di fatto essenziale, perché in caso contrario non ci sarebbero più stati i tempi tecnici previsti dall’UNFCCC per arrivare ad una loro trattativa in visione della Conferenza di Copenhagen.La novità di Bonn è che i paesi in via di sviluppo hanno iniziato a manifestare la loro disponibilità ad intraprendere azioni concrete per invertire i propri processi di sviluppo a favore di percorsi a minore contenuto di carbonio.

http://arctic-council.org/imagearchive/caseimage_slideshowpicture_hjul03.jpg

L’incontro tedesco ha visto anche i lavori dei due Organismi sussidiari, il SBI (Subsidiary Body for
Implementation) deputato a verificare lo stato di attuazione della Convenzione sui cambiamenti climatici  ed il SBSTA (Subsidiary Body for Scientific and Technological Advice) che fornisce una sorta di supporto scientifico diretto ai lavori dell’UNFCCC.
Non si è ancora spenta la delusione per i pochi passi avanti compiuti a Bonn, che l’attenzione si sposta già al prossimo incontro internazionale rappresentato dal G8 e dal MEF (Major Economies Forum) a L’Aquila.

L’Italia e il Consiglio Artico
A riguardo è curioso osservare il comportamento schizofrenico del governo italiano in merito alla situazione dei ghiacci artici.
Da una parte ha dato parere favorevole alla nota mozione approvata dal Senato in Aprile in cui si metteva in discussione il grave stato di salute dei ghiacci artici, prendendo spunto dalla famosa bufala apparsa sui giornali a gennaio di quest’anno.

Dall’altra, il Ministro Frattini ha fatto una dichiarazione di senso completamente diverso, in occasione dell’incontro del Consiglio Artico a fine aprile, Consiglio che raccoglie le 6 nazioni che si affacciano al Polo nord, a cui si aggiungono in  qualità di osservatori altri paesi fra cui Italia, Cina e altri paesi europei.
In quella occasione, davanti alla presentazione di dati sempre più preoccupanti sulla fusione dei ghiacci artici, Frattini ha preso atto della gravità del problema ed ha promesso di portare l’istanza sul tavolo del G8 di luglio.
Bisognerà adesso stare a vedere se tale promessa sarà mantenuta, visto le ancora scarse notizie che trapelano sull’incontro, tanto che a meno di un mese dalla data prevista non è ancora stato ufficializzato se il MEF si sarebbe tenuto all’interno dei 3 giorni del G8 o in coda ad esso.

Curioso che nel frattempo il Canada abbia già trasmesso alla stampa le informazioni per le richieste di accredito del G8 che si terrà nello stato americano nel 2010.

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Testo di Daniele Pernigotti, con il contributo di Stefano Caserini

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Climalteranti on Giu 23rd 2009 Categorie: Dibattito, Mitigazione, Negoziazioni, Politiche, Protocollo di Kyoto, Stati Uniti, unfcccStampa questo articolo

26 responses so far

26 Responses to “Ancora lontano un secondo accordo sul Clima”

  1. # Junobon Giu 24th 2009 at 11:37

    Complimenti, bel pezzo.

  2. # Giulioon Giu 24th 2009 at 12:13

    I paesi in via di sviluppo si mostrano volenterosi nel perseguire un accordo non certo perchè temono il cambiamento climatico o hanno a cuore la salute del pianeta, bensì perchè più prosaicamente ciò significherebbe un trasferimento di tecnologia e di ricchezza dai paesi sviluppati verso di loro.

    I paesi sviluppati dal canto loro, non pensano certo di farsi dissanguare per il bene di altre nazioni, poichè nonostante le dichiarazioni di facciata, l’animo dell’uomo è profondamente egoista. E così, tutti in frenata: Obama, nonostante tutta la sua buona volontà, non riuscirà a far approvare dal Congresso delle misure alquanto misere per il 2020, neanche degne del già miserrimo Kyoto; il Giappone propone quote ridicole; il Canada non si capisce neanche cosa propone; l’Europa si muove in ordine sparso, con i paesi dell’est già sull’orlo del collasso a causa della crisi che hanno altro a cui pensare che non ad un gas in tracce, ma anche la verde Germania che inizia a porre dei distinguo, per esempio per salvaguardare la sua industria pesante.

    Il nostro paese, giustamente allineato con i più recalcitranti stati europei, mira a salvaguardare la sua produttività cercando di non commettere l’errore di Kyoto, ovvero firmare un protocollo inutile che non saremo capaci di mantenere, con il conseguente ulteriore e pesantissimo giogo di dover poi pagare delle multe che sarebbero la mazzata finale per le nostre dissestate finanze.

    In effetti però il nostro governo dovrebbe assumere una posizione più netta, seppur si capisce come le parole di Frattini rientrino nel normale rituale politico e diplomatico di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte. Le parole citate nell’articolo tuttavia se le poteva risparmiare, poichè qualcuno dovrebbe spiegare all’Italia, così come al resto del mondo, cosa c’è di preoccupante nell’eventuale (e per adesso remota dato che tra l’altro la banchisa è in ripresa dal 2007) fusione dei ghiacci marini artici.

    E così tutto va com’era ovvio, accordi ridicoli che forse verranno faticosamente raggiunti dopo un grave sperpero di tempo, che verranno da più parti non mantenuti come sta avvenendo per Kyoto, che in ogni caso non avranno alcun effetto sul clima, i soliti furbi che si faranno i loro guadagni ed il mondo che andrà avanti come ha sempre fatto, ovvero progresso graduale delle tecnologie ed utilizzo delle materie prime più convenienti fino a che saranno appunto convenienti; dopo di che si passerà a nuovi modi, sperabilmente rinnovabili e sostenibili e magari con ogni nazione autosufficiente per il proprio benessere (sognare non costa niente).

    Nel frattempo la natura se ne infischierà di modelli, di accordi e di CO2 ed il clima fluttuerà come ha sempre fatto seguendo le proprie leggi e le proprie bizze.

  3. # Claudio Costaon Giu 24th 2009 at 12:28

    @ Giulio

    Pensa che Silvestrini ( direttore scientifico Kyoto club..e molto altro) ha avuto l’ardire di affermare domenica 21 06 2009 su raitre che Obama vuole ridurre le emissioni dell’80%!
    Se inizio a ridere adesso smetto quando iniziano a cadere le foglie.

  4. # Junobon Giu 24th 2009 at 14:35

    @ Giulio

    ma il problema esiste. e la mobilitazione complessiva, anche dal basso, è un fatto. Così come è un fatto la complessiva insostenibilità ambientale – e sottolineo ambientale – delle aree urbane e industriali.
    Per stimolare il dialogo: tu cosa proporresti considerato che la questione ambientale è empiricamente evidente?

  5. # Maurizio Morabitoon Giu 24th 2009 at 17:02

    “dati sempre più preoccupanti sulla fusione dei ghiacci artici”

    a quali dati ci si riferisce, nell’affermazione qui sopra?

  6. # Maurizio Morabitoon Giu 24th 2009 at 17:04

    @Claudio Costa

    La promessa di Obama e’ per il 2050, anno in cui potremo chiederne conto all’arzillo ottantanovenne, sicuramente al suo undicesimo mandato consecutivo…

  7. # Giulioon Giu 24th 2009 at 17:20

    @ Costa

    spero che Silvestrini si riferisse al 2050. Peccato che se anche fosse riconfermato per una seconda candidatura, Obama non può governare oltre il 2016. Quindi, comunque la mettiamo, se quelle sono esattamente le sue parole, Silvestrini ha detto una castroneria. Inoltre tutti sono bravi a far promesse lontanissime nel tempo e dalla propria responsabilità. Chissà che questa non sarà proprio la piega che prenderanno gli accordi di Copenaghen.

    @Junob

    Concordo che un problema di sostenibilità esiste, eccome se esiste! Vogliamo far qualcosa di davvero utile e concreto per cercare di migliorare l’ambiente e muoverci verso una rinnovabilità delle fonti energetiche?

    Perchè invece di sperperare soldi in folli progetti di sequestro del carbonio non mettiamo in piedi una vera rete di riciclaggio e di smaltimento sostenibile dei rifiuti e/o di sistemazione idro-sismo-geologica del territorio (in questo caso mi riferisco soprattutto al caso italiano), prevenendo così inquinamento del suolo e disastri che causano migliaia di vittime, quelle sì, vittime reali ed attuali?

    Perchè l’unione europea invece di incentivare l’uso di biocarburanti e biocombustibili (etanolo, biodiesel, pellets, ect) che forse, e sottolineo forse, avranno un bilancio zero del carbonio, ma durante la combustione producono più particolato di un normale autovettura diesel, proprio quel particolato che a sua volta genera quegli aerosol appestanti in tutte le grandi aree urbane della Terra, causa prima del proliferare di tumori nel mondo occidentale, tumori che causano centinaia di migliaia se non milioni di vittime, quelle sì, vittime vere del nostro stesso progresso, non crea una vera infrastruttura per una mobilità elettrica che consumi energia per un terzo dell’attuale e che liberi totalmente le aree abitate da gas nocivi, quelli sì, nocivi per davvero, non come la CO2?

    Perchè invece di imporre quote generali ad ogni paese e poi sanzioni che vanno ad impoverire i paesi stessi, tutte le risorse disponibili non vengono utilizzate per incentivare e sviluppare in maniera massiccia l’uso di fonti di energia rinnovabile che hanno il principale pregio di poter rendere energeticamente indipendente ogni popolo della Terra poichè presenti ovunque e non lasciamo in pace tutte quelle industrie o comunque apparati produttivi che per loro natura adesso producono enormi quantità di CO2, ma producono anche quella ricchezza necessaria a fare ricerca e a sviluppare i mezzi futuri di produzione di energia di cui poco sopra?

    Forse la novella dell’AGW era nata con nobili intenti, anche se in realtà ne dubito. Ma adesso che è diventata una religione sta portando decisamente a degenerazioni che non solo non hanno niente a che vedere con l’ambiente, ma che anzi porta a decisioni con esclusivi intenti politici ed economici che vanno sicuramente contro il rispetto dell’ambiente e dell’uomo.

  8. # Paolo R.on Giu 24th 2009 at 19:02

    @Morabito

    Guarda che sui ghiacci artici non c’è – purtroppo – molto da fare

    Ad esempio qui http://www-nsidc.colorado.edu/arcticseaicenews/
    trovi scritto
    “According to scientific measurements, Arctic sea ice has declined dramatically over at least the past thirty years, with the most extreme decline seen in the summer melt season.

    Dai, ormai l’ammette anche Frattini…

  9. # Paolo C.on Giu 24th 2009 at 20:30

    E’ stato pubblicato il rapporto di sintesi del convegno climatico di Copenhagen dello scorso marzo:

    http://www.pik-potsdam.de/news/press-releases/files/synthesis-report-web.pdf

  10. # La redazioneon Giu 24th 2009 at 22:28

    Si chiede cortesemente di fare il possibile per attenersi al tema trattato dal post, ossia lo stato delle nogoziazioni pre-COP15Copenhagen.
    Sulla fenomenologia dei cambiamenti cliamtici avremo tanti altri post
    Sul tema del report della conferenza di Copenhagen ne parleremo a breve, è in corso la traduzione dell’ultimo post di Realclimate che servirà come base di discussione
    http://www.realclimate.org/index.php/archives/2009/06/a-warning-from-copenhagen/
    Grazie

  11. # Claudio Costaon Giu 25th 2009 at 07:35

    Intanto in Francia si avanzano dubbi

    http://alternativenergetiche.forumcommunity.net/?t=28889638&view=getlastpost#lastpost

  12. # Diegoon Giu 25th 2009 at 10:32

    @ Giulio
    Posso chiederle cosa intende quando dice che “… Forse la novella dell’AGW era nata con nobili intenti, anche se in realtà ne dubito”?
    In che senso? Con quali intenti sarebbe nata? E perché non applica la stessa logica alle voci negazioniste? Magari verrebbe fuori che sono finanziate e sostenute da lobby, gruppi di potere e industrie che hanno a disposizione denaro e strumenti imponenti, dispiegati con lo scopo precipuo di seminare dubbi, incertezze e confusioni in modo da rallentare processi di innovazione che non sono solo tecnologici, ma anche (e forse soprattutto) normativi…
    E, per restringere un po’ il discorso, secondo lei non c’è proprio nessuna relazione tra la posizione del “nostro paese, giustamente allineato con i più recalcitranti stati europei” (wow!) e la storica incapacità del nostro paese di innovare, snellire, favorire la competizione e scardinare monopoli e posizioni di rendita, uscendo dalle strette di quel capitalismo familiare che poteva andare bene (forse) negli anni Cinquanta, ma che oggi denuncia limiti sempre più evidenti in termini di competitività? su un mercato che, sarà un caso, sta individuando nella “green economy” una via di uscita da una situazione insostenibile?
    Grazie

  13. # Claudio Costaon Giu 25th 2009 at 14:11

    @ Diego

    forse ti possono interessare questi miei articoletti sugli scopi politici dell’IPCC

    http://alternativenergetiche.forumcommunity.net/?t=25162814

  14. # Diegoon Giu 25th 2009 at 18:59

    Grazie Costa, l’ho letto, ed è davvero straordinario. Anche se ritira fuori Battaglia (ah beh, allora…), anche se contesta, citando Lindzen, l’utilità del passaggio a un’economia non dipendente dai combustibili fossili (ma lei, Costa, ha mai sentito parlare di inquinamento o geopolitica? Secondo lei, come mai gli “Angloamericani” hanno invaso l’Iraq? Per esportare la democrazia?), anche se rilancia la storia delle pressioni politiche sulla stesura delle Sintesi per i decisori politici (che ci sono state e ci sono, ma in senso opposto a quello che lei ritiene, dia un’occhiata agli atti della Conferenza di Bali, tanto per dirne una), ci regala uno squarcio di chiarezza quando scrive:

    “In termini politici si potrebbe interpretare, maliziosamente, così: la Russia ha un economia che si basa sulla vendita di gas e petrolio all’Unione Europea, che invece per colpa del protocollo di Kyoto sta effettuando scelte energetiche dannose alla Russia, come: risparmio energetico, carbone pulito e nucleare, l’eolico e il biogas. Questo per i più furbi, per gli altri, il solare e la bioenergia. Di fatto il protocollo di Kyoto danneggia la Russia, quindi non ha fondamenti scientifici!”

    Lo dice lei: i governi (ma per fortuna parecchie cose stanno cambiando) osteggiano l’implementazione del protocollo e delle misure di regolamentazione perché ritengono che possano danneggiare le loro economie.

    Adesso mi è tutto più chiaro, grazie.

  15. # NoWayOuton Giu 25th 2009 at 23:32

    “le emissioni di gas a effetto serra sono essenzialmente una conseguenza diretta dell’uso dei combustibili fossili, e i bisogni dell’umanità sono tali che essa utilizzerà tutte le risorse disponibili in ogni momento, perché questa è una necessità assoluta per lo sviluppo e perché intere comunità possano uscire dalla miseria”

    Questa citazione dal primo dei due link di Costa ai miei occhi rende palese come dietro gli “scettici” ci sia spesso l’ideologia per giudicare la scienza, cosa che invece criticano ai “serristi”. Una particolare idea della societa’, dell’uomo e dei suoi comportamenti sociali, infatti, cos’e’ se non ideologia?

    Ed e’ propio per questo, rientrando in topic, che l’accordo sul clima e’ ancora lontanto; perche’ in fondo, al di la’ delle parole di convenienza politica, questa e’ l’ideologia dominante. Il compito a Copenhagen e’ quindi ancora piu’ difficile, non si lotta solo contro i diversi interessi delle varie nazioni ma anche contro se stessi.

  16. # Giulioon Giu 26th 2009 at 00:11

    @ Diego

    dammi del tu, per carità :-) .

    I nobili intenti sarebbero stati eventualmente quelli di indirizzare il mondo verso un’economia energetica libera da fonti fossili, che si approvigionasse da fonti sempre rinnovabili e disponibili ovunque, così che ogni nazione potesse provvedere da sola alla propria ricchezza e al proprio benessere senza danno per l’ambiente in cui viviamo.

    Invece ne dubito perchè la storia dell’uomo non pullula di personaggi così magnanimi e desiderosi del bene ecumenico più che esclusivamente del proprio. Molto più probabile che l’input politico iniziale all’AGW sia partito dalla lady di ferro per proteggere gli interessi energetici d’ Oltremanica e creare una forte spinta, che facesse anche buona presa emotiva sulle folle, al nucleare. Ci potrebbero essere anche doppi fini perfino più torbidi, ma non è questo il luogo per discuterne, sarebbe decisamente OT. Una volta partito il carrozzone, molti ci sarebbero saliti sopra per gli interessi più disparati, tutti però di natura squisitamente politico-economica.

    Per inciso, anche ai giorni nostri la novella CO2 servirà da alibi ai fautori del nucleare. Vedrai che la userà il nostro governo, forse avrai sentito che Gordon Brown (sinistroide, a dimostrazione che il colore politico non influisce) l’ha già usata a tal fine. Per la somma beffa degli ambientalisti, il loro furore anti CO2 servirà per disseminare il globo di scorie nucleari. Bel risultato. Se lasciassero da parte il loro fanatismo e si indirizzassero verso la giusta direzione in modo razionale invece che indottrinando le masse con la novella AGW, forse eviterebbero effetti collaterali che sono peggiori di qualsiasi altra cosa vogliano evitare.

    Riguardo all’applicare la stessa logica ai negazionisti, non ho capito bene cosa intendessi, comunque se il loro scopo era quello di fermare questa follia, direi che hanno decisamente fallito. Che siano scienziati, opinionisti, giornalisti, gente comune, politici sono trattati come appestati e nessuno li ascolta. Esiste una sola religione, l’ AGW, il negazionismo è una setta misterica. Evidentemente le lobby di cui parli non sono poi così potenti, mentre altrettanto evidentemente lo sono quelle che stanno dietro l’AGW.

    Del nostro paese, la coincidenza che hai evidenziato (allineamento negazionista e storica capacità ad innovare), ritengo sia casuale e nella fattispecie derivi semplicemente da una contrapposizione ideologica, anch’essa tipica italiana. L’Italia è priva di combustibili fossili e le sue industrie non producono più CO2 di qualsiasi altro paese industrializzato. Green economy? Una parola, anzi un paio, di cui tutti adesso si riempono la bocca, senza sapere bene neanche cosa vuol dire, solo perchè le ha pronunciate Obama.

    Il mondo si muoverà verso il rinnovabile prima o poi (e dunque senza emettere una solo grammo di CO2), dato che, per definizione, tutto ciò che non è rinnovabile prima o poi finirà. Ma si muoverà secondo le regole che ha sempre e necessariamente seguito, ovvero quelle del mercato e della convenienza e dell’economia in genere. E non ci sarà accordo che tenga, Copenaghen, qualsiasi cosa sarà, sarà un fallimento, così come lo è stato Kyoto.

  17. # diegoon Giu 26th 2009 at 01:36

    @Giulio
    Ok per il tu.
    Solo una precisazione, nella speranza di non andare troppo fuori tema o di tediare gli altri lettori.
    Con buona approssimazione, credo che con “green economy” ci si riferisca, più o meno consapevolmente, a un modello economico che, prendendo spunto dai lavori di Daly, Georgescu-Roegen, Brown, Lovins, McDonough & Braungart, Boulding e Bologna cerchi di modificare l’assunto (gli assunti) su cui si basano i modelli economici “classici” e “neoclassici”. Per green economy si intende, credo, il passaggio da un sistema in cui si postulano a monte risorse inesauribili e a valle spazio infinito per stoccare i rifiuti, con al centro il sistema economico, che ha come unico fine la massimizzazione della crescita, valutata attraverso indicatori come il PIL. La green economy considera quindi l’economia come parte della biosfera, che viene presa a come modello di funzionamento (in natura non ci sono rifiuti, i cicli sono chiusi e i biomi, pur connessi alla biosfera, hanno specificità “locali). Si tratta di un ribaltamento di paradigma sostanziale, basti pensare a cosa potrebbe voler dire progettare un’automobile con l’obiettivo di non avere rifiuti o scarti al termine del suo ciclo di vita. Se ciò avvenisse, tra l’altro, davvero non starei a domandarmi se il progettista era animato dalla volontà di salvare il pianeta o dalla brama di denaro e fama.

    Concludo con una domanda. Perché tanto scetticismo a proposito del ruolo dell’uomo nel modificare il ciclo del carbonio? Se avverrà, saremo i principali responsabili della sesta estinzione, intanto continuiamo con indifferenza a cancellare la biodiversità a un ritmo sconosciuto in natura. Abbiamo alterato la chimica dell’atmosfera, della litosfera e dell’idrosfera, disperdendo inquinanti e interferendo con i cicli naturali come quello dell’azoto. Abiamo danneggiato lo strato di ozono, abbiamo in sostanza dimostrato la fondatezza della teoria di Crutzen sull’antropocene. E quindi mi chiedo: questo scetticismo non sarà in larga, larghissima misura determinato dal fatto che la combustione di combustibili fossili produce proprio CO2, e che la “megamacchina” (e qui faccio riferimento a Latouche prima maniera) dei combustibili fossili è la pìù ricca e capace di influenzare opinioni e atteggiamenti mai comparsa nei dodicimila anni di civilizzazione umana e ha tutto l’interesse a che nulla cambi?

    Grazie

  18. # Claudio Costaon Giu 26th 2009 at 07:49

    @ Diego, non Giulio scusate

    Claudio Costa on Giu 26th 2009 at 07:39
    @ Giulio

    I blog sono un isola felice proprio perchè contano solo i cervelli e non i galloni, questo permette che un incompetente come me possa dicutere con esperti, una vera magia possibile solo nel web, quindi dammi del tu.

    ” Lo dice lei: i governi (ma per fortuna parecchie cose stanno cambiando) osteggiano l’implementazione del protocollo e delle misure di regolamentazione perché ritengono che possano danneggiare le loro economie”

    e aggiungo , ma soprattutto che non serve assolutamente a nulla.

    Sulla sceta energetica ogni stato si gioca il futuro, e la possibilità di competere con gli altri nei costi di produzione è innegabile che ci siano interessi colossali dietro queste scelte, ti ricordo infatti che hansen e Houghton sono nuclearisti e che in Italia quelli che stanno facendo delle fortune immense grazie al protocollo di Kyoto sono Marcegaglia ( con gli inceneritori e il solare) e De Benedetti ( con la Sorgenia solare e rinnovabili)

    In tutto questo non bisogna confondere, inquinamento ed emissioni, basti pensare alla combustione del metano che produce pochissimo inquinamento, mentre le verdi rinnovabili, biomasse ( legna pellets cippato colture energetiche rifiuti biogas gassificazione ecc) alla combustione danno inquinamenti enormi. Il biogas in termini di nox, solfati, e polveri sottili, il syngas potrebbe avere addirittura diossine la legna e il resto non ne parliamo neanche.
    Tutte fonti inquinanti ma abbondantemente irrorare di contributi che paghiamo tutti noi perdendo competitività.

  19. # Daniele Pernigottion Giu 26th 2009 at 19:47

    Non pensavo che il mio pezzo sui lavori di Bonn avrebbe sollevato un tale vespaio di reazioni, anche se vi confesso che molti commenti mi sono sembrati più l’espressione della voglia di creare un po’ di confusione che quella di replicare od approfondire quanto riportato nel post.

    Cerco di riportare un po’ di calma e di ordine al dibattito, chiarendo però fin da subito che non ho alcuna intenzione di cercare di far cambiare parere a chi ritiene che i cambiamenti climatici siano una bufala. Se uno vuole crederlo ha tutto il diritto di farlo, anche se mi permetto di riportare il pensiero di Kofi Annan che condivido totalmente:
    “Pochi ostinati scettici stanno ancora spargendo dubbi sui cambiamenti climatici. Loro dovrebbero essere visti per quello che sono: non al passo, senza argomenti e fuori dal tempo”.

    Ho citato Kofi Annan per cercare di trasmettere il respiro che a livello internazionale c’è su questi temi, così come la sensazione di aria sfittica che uno ha quando ritorna in Italia e sente parlare delle solite cose, come la bufala dei ghiacci che stanno tornando ad espandersi all’Artico (smentita abbondantemente da climalteranti e da altri articoli successivi nella stampa italiana), il presunto fallimento di Kyoto (ma questo meriterebbe un post ad hoc), il dibattito scientifico da bar finalizzato più a dimostrare la propria competenza al proprio interlocutore che a cercare di aumentare davvero a propria conoscenza.

    Ma torniamo a Bonn e Copenhagen. Bonn è stato solo un piccolo (molto piccolo…) passo avanti, ma la vera negoziazione è in realtà appena iniziata, perché il 2008 è passato nell’attesa da parte di tutto il mondo che Bush e la sua delegazione togliesse il disturbo.
    La sensazione è che adesso si faccia davvero sul serio, anche se ciò non emerge dai risultati. Del resto la negoziazione è sempre così, perché tutto si sbroglia solo all’ultimo momento quando ormai ogni risultato sembra impossibile, in quanto ognuno vuole essere sicuro di non concedere più di quello che concedono gli altri.

    Del resto siamo davvero davanti ad un negoziato dalla portata realmente storica e direi rivoluzionaria, perché porterà a fare intraprendere al mondo intero un diverso modello di sviluppo.

    E’ questo ciò su cui vorrei invitare a riflettere e discutere. Dal mio punto di vista ciò che sta accadendo è quasi cristallino. I prossimi mesi vedranno un innalzamento della tensione negoziale e Copenhagen si svolgerà con la tensione di una corda di violino… ma alla fine il risultato ci sarà.
    Posso sicuramente sbagliarmi, ma l’aumento di attenzione sul tema che si vede sempre di più a livello internazionale (nonostante il nostro torpore nazionale), mi fa pensare come il fallimento non sia una soluzione possibile.

    Nessuno potrebbe davvero permettersi di far fallire il nuovo accordo.

  20. # NoWayOuton Giu 26th 2009 at 21:46

    Cito esplicitamente Daniele Pernigotti su due punti.

    “Del resto la negoziazione è sempre così, perché tutto si sbroglia solo all’ultimo momento quando ormai ogni risultato sembra impossibile”

    Mi viene in mente Bali e il finale al cardiopalma quando, nonostante l’intervento in prima persona del Segretario Generale Ban Ki-moon, sembrava che dovesse saltare tutto per il rifiuto degli USA, lasciati soli anche dal fidato Giappone. Un susseguirsi di interventi forti, frasi del tipo “your statement is NOT welcome and without any basis” (Sud Africa) o “we asked you to lead and if you’re not willing to lead, get out of the way” (Papua-Nuova Guinea) o Tuvalu che li invita a mettere nero su bianco la loro posizione e lascar lavorare gli altri.
    Mezz’ora di interventi su questo tono, poi la “capitolazione” degli USA e la seriosa platea che esplode in un boato liberatorio.
    Questa volta sarebbe bello se si riuscisse ad evitare un finale cosi’ …

    “Nessuno potrebbe davvero permettersi di far fallire il nuovo accordo.”

    Un accordo saltera’ fuori, nessuno e’ contrario ad intervenire e tantomeno qualcuno potrebbe farsi carico del fallimento del negoziato. Il rischio e’ pero’ che questo porti a giocare al ribasso, che l’accordo si trovi su un livello minimo. Questo avrebbe una duplice nefasta conseguenza, essere inutile e dar modo ai “contrari” di sostenere che questi accordi sono inutili. Lo faranno lo stesso, anzi lo fanno gia’; ma almeno che non si presti il fianco.
    A Copenhagen non basta quindi trovare un accordo, deve essere un buon accordo. Non e’ concesso fallire. Personalmente sono mediamente ottimista, ma gli agguati sono sempe dietro l’angolo.

  21. # Giulioon Giu 26th 2009 at 22:33

    @ Diego

    interessante la tua definizione di green economy, ammetto candidamente di non conoscere neanche uno degli autori che hai citato :-) sono tutte belle parole e bei concetti, ma preferisco guardare ai passi immediati, un mondo ideale siffatto è lungi dal realizzarsi.

    Non so se la tua domanda sullo scetticismo fosse riferita a me personalmente o fosse la richiesta di una interpretazione generale della posizione degli scettici. Se è giusta la seconda, sinceramente non capisco proprio dove tu veda tutto questo scetticismo. Gli scettici sono pochissimi ed in posizione isolata. Casomai ci si deve chiedere il contrario: perchè tutta questa convinzione che le emissioni umane modifichino il clima?
    E’ vero che stiamo modificando la chimica del mondo in cui viviamo, ma non condivido il fatto che stiamo cancellando la biodiversità a ritmi sconosciuti; le specie viventi si sono sempre avvicendate nella bio-storia della Terra. Anche parlare di sesta estinzione mi sembra una preoccupazione ai limiti del fanatismo.

    No, non credo che qualcuno abbia interesse a che nulla cambi. Anche perchè, panta rei, non ci si può sottrarre al cambiamento, niente è immutabile. E le tanto vituperate compagnie petrolifere sono le prime a sapere che le risorse sono limitate, anzi, nessuno meglio di loro sa quando in realtà finiranno e stanno già prendendo le loro contromosse, in barba agli ambientalisti che le credono impegnate a contrastare le tesi dell’ AGW, mentre in realtà si stanno preparando per i tempi avvenire cercando di mantenere il monopolio sulle tecnologie future.

    Nessuno può avere interesse a che niente cambi, perchè necessariamente tutto cambierà e cambierà molto presto.

  22. # Giulioon Giu 26th 2009 at 22:55

    @ Pernigotti

    Il mio primo intervento mi sembra abbastanza on topic, poi è chiaro che dialogando un pò si esce dal seminato, col rischio di creare confusione.

    Com’è evidente dalle mie parole, ovviamente non credo minimamente che le emissioni umane modifichino sostanzialmente il clima, nè che un mondo più caldo sarebbe un mondo peggiore. Credo che la storia della CO2 sia una cortina fumogena per gli spettatori, dietro la quale si gioca una partita economica-politica di tutt’altra natura.

    Giusto un paio di domande. Non ho ben capito quale sarebbe il piccolo passo avanti fatto a Bonn, potresti dirmelo in 2 parole? E perchè NESSUNO può permettersi un fallimento a Copenaghen, cos’è che TUTTI rischiano con un fallimento?

    ps. riguardo Hannan, meglio fuori dal tempo che fuori di testa :-)

  23. # Giulioon Giu 26th 2009 at 23:15

    Annan, pardon ;-)

  24. # Daniele Pernigottion Giu 27th 2009 at 12:06

    bene adesso mi sembra che le riflessioni siano più centrate sul tema..

    @ No way out
    Condivido le tue posizioni. Sarebbe bello non arrivare a quel finale al cardiopalma di Bali… ma ho paura che ci arriveremo.
    Anch’io sottointendevo un buon accordo e non un accordo fine a se stesso… e rimango vigile sui possibili agguati sempre possibili

    @ Giulio
    1) I piccoli passi avanti di Bonn sono rappresentati dall’avere inizato a ragionare sui numeri di riduzione delle emissioni e quindi a negoziare realmente i tagli, … oltre a qualcosa sul fronte trasferimento delle tecnologie.
    2) E’ evidente che non puoi capire ciò che tutti rischiano, dal momento che non ritieni significativa l’azione umana sul riscaldamento del pianeta e non vedi i rischi di un mondo più caldo. Per tutti gli altri che non la vedono come Giulio il rischio è rappresentato dai danni legati ad una temperatura media del pianeta > di 2°.

  25. # stefanoon Giu 27th 2009 at 16:14

    Un mio vecchio prof. mi diceva sempre di confrontarsi con la criosfera per capire quanto l’uomo influisce, o meno, sul clima.
    Una cosa è innegabile: se l’uomo non influisce sul clima tanto di guadagnato..anche se i problemi di inquinamento ambientale sono enormi e comunque, per corollario, ciò che stà accadendo in questi ultimi 10-15 anni in artide non è mai avvenuto nella storia climatica del nostro pianeta: in questo caso (di ininfluenza cioè dell’uomo sul clima) stiamo assistendo ad uno strano fenomeno e cioè l’assenza di un fenomeno causa-effetto e la contemporanea manifestazione di un evento eccezionale per il clima artico.
    A volte però la soluzione più semplice è anche quella giusta..

  26. # Giulioon Giu 27th 2009 at 16:32

    @ Pernigotti

    E cos’altro avrebbero dovuto fare se non iniziare a ragionare sui numeri di riduzione delle emissioni? ..se questi sono i passi avanti…:-)

    Nella mia seconda domanda avevo posto l’accento sul “NESSUNO può permettersi” e “TUTTI rischiano”.
    Fermo restando infatti che non capisco i rischi che in generale può correre un mondo più caldo (e fermo restando che non hai risposto alla mia domanda rifugiandoti dietro la mia incapacità di comprensione), quello che in realtà volevo sapere è perchè TUTTI, ma proprio TUTTI, rischino qualcosa quando il quarto rapporto IPCC afferma testualmente: “per aumenti di temperatura media globale inferiori a 1-3° C sopra i livelli del 1990 le proiezioni indicano che alcuni impatti porteranno benefici in alcune regioni e alcuni settori…”

    non è la domanda oziosa o provocatoria di un negazionista quale sono, è un quesito assai lecito, dal momento che non si capisce perchè alcuni paesi dovrebbero impegnarsi a ridurre le emissioni se secondo le vostre fantaproiezioni a 90 anni tali paesi non solo non sperimenterebbero svantaggi, ma anzi ne sarebbero avvantaggiati! …tutto ciò a riprova che questi accordi globali, quando ci sono, vengono siglati non certo per un ipotetico quanto ridicolo salvataggio del clima, bensì come risultato di una partita che vede in ballo ben altra posta.

    Intanto stanotte il Congresso ha approvato per il rotto della cuffia (pochi voti di scarto e con più di 40 democratici che hanno votato contro) una legge (che adesso deve passare lo scoglio del senato) secondo la quale gli USA si impegnano a ridurre le proprie emissioni del 17% rispetto al 2005. Fate pure i vostri conti e vedrete che 17% in meno del 2005 significa che gli USA si impegnano ad emettere nel 2020 circa le stesse tonnellate di CO2 del 1990….:-) oh, povero Kyoto…:-) e su queste basi voi sperate in un buon accordo a Copenaghen?

    CLIMALTERNANTI

SECONDO PIANO DI GOVERNANCE GLOBALE

Pubblicato in ECONOMIA, POLITICA, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 26/06/2009

La gente può anche accettare di perdere un po’ di libertà, se questo serve a darle più sicurezza…


…può accettare gli interventi più drastici se il terrorismo è in grado di sferrare attacchi imprevedibili e se la crisi spazza via ogni speranza, con passo inesorabile.Ora però è giunto il momento di mettere in pratica il piano due, perché il piano uno non ha funzionato a dovere. Il piano uno era questo:

http://www.newamericancentury.org/

New American Century! Sulla home-page si legge: “La leadership americana è buona per l’America e per il mondo; questa leadership richiede forza militare”. Appoggiato da gran parte dell’amministrazione Bush, il piano ha poi condotto alla sbandata imperialistica che tutti ben conosciamo.

Adesso invece sono lieto di annunciarvi la fase due: il “Programma per la governance globale e le istituzioni internazionali”. E’ promosso dal CFR ed è stato approvato nel maggio 2008. (Non so se è un caso, ma nei mesi successivi la borsa ha subìto un tracollo catastrofico).

http://www.cfr.org/…

Vi starete chiedendo: che cos’è il Consiglio delle Relazioni estere o CFR? Lo stesso che trovate scritto alle spalle di Obama, nell’immagine sopra. Nella versione in inglese di Wikipedia si legge che è considerata l’organizzazione privata più potente degli Stati Uniti, in grado di influenzarne la politica estera. Riunisce un gran numero di politici, di entrambi gli schieramenti, magnati della finanza e soprattutto la famiglia Rockefeller.

Qual è il loro piano? Lo troviamo nel loro documento ufficiale.

http://www.cfr.org/…GovernanceProgram.pdf

A pagina 1 si legge: “Il CFR ha lanciato un programma di cinque anni riguardo la governance mondiale e le istituzioni internazionali. Lo scopo di questa iniziativa trasversale è di esplorare i requisiti delle istituzioni per fondare un NUOVO ORDINE MONDIALE nel 21esimo secolo”.

Pagina 2: “La creazione di una struttura di governance globale sarà una sfida determinante per il mondo del ventunesimo secolo, e la posizione degli Stati Uniti sarà uno dei più importanti fattori nel determinare la forma e la stabilità dell’ordine mondiale che risulterà da questi sforzi”.

Pagina 5: “Basandosi su verifiche di settore e analisi, probabilmente il programma raccomanderà riforme a un numero di istituzioni “basilari” per l’ordine mondiale – incluse UN (particolarmente la composizione del Consiglio di Sicurezza), G-8, NATO, e le istituzioni di Bretton Woods – così anche le maggiori organizzazioni regionali, come l’Unione Europea, la Southeast Asian Nations (ASEAN), l’Unione Africana (AU), e l’Organizzazione degli Stati d’America (OAS). Dove appropriato, il consiglio esplorerà anche i potenziali di un arrangiamento della governance globale che sia meno stato-centrica”. [ndt. quindi meno potere ai governi nazionali e più poteri al governo mondiale].

Tutto questo non è scritto su siti cospirazionisti, ma su siti istituzionali della massima serietà, degni di rispetto da parte della sfera politica.

Il piano è chiaro e non sarà un caso che i potenti del pianeta cominciano a parlarci di Nuovo Ordine Mondiale:

http://espresso.repubblica.it/…
http://www.corriere.it/…

La storia insegna che decisioni globali vengono prese a fronte di problemi globali. L’ONU infatti è nato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ci hanno raccontato che la crisi è globale, quindi serviranno misure globali. Ma per fortuna qualcuno si sta prendendo cura di noi!

This entry was posted on Thursday, April 9th, 2009 at 8:42 pm and is filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

Non eravamo già abbastanza fragili?

Pubblicato in ECONOMIA da Gabriele Pierattelli il 26/06/2009

La più grande crisi dal dopoguerra è una crisi di solvibilità che deriva dall’eccessiva fragilità dei sistemi economici e dalla troppa speculazione dei mercati finanziari. Governi e banche centrali si stanno dando tanto da fare. Ma forse stanno preparando il terreno per nuove turbolenze e crisi

Le autorità monetarie in particolare si stanno impegnando per aumentare ulteriormente la fragilità finanziaria delle nostre economie. La situazione è finanziariamente fragile se piccoli shock possono innescare reazioni a catena di grandi proporzioni. La fragilità finanziaria ha varie dimensioni: può prendere la forma di eccesso di debito sul capitale (leva finanziaria), di eccesso di costi fissi sui costi variabili (leva operativa), di eccesso di debiti a breve nel finanziamento di attività di lungo termine (maturity mismatch), di eccessiva esposizione ai rischi di mercato (rischio sui tassi di interesse o rischio di cambio).

LA SBRONZA DA CREDITO – Durante le fasi di boom, queste forme di fragilità finanziaria tendono ad aggravarsi: le aziende e i privati si indebitano, interi paesi si espongono a rischi di tasso indebitandosi in valuta estera, veicoli di investimento strutturato (SIV) scommettono la propria sopravvivenza sulla pendenza della curva dei rendimenti. La cosa positiva nelle recessioni è che tutta questa porcheria finanziaria tende a ridursi, in modo che il sistema economico diventi più robusto. Pagare i debiti (o fallire, che è un modo un po’ brutale di liberare risorse più utili altrove, o risorse inutili tout court), cercare nuovo capitale proprio, finanziare gli acquisti immobiliari senza andare una volta al mese sul mercato a “rollare” i propri debiti è indubbiamente necessario per avere un’economia più stabile. Il problema è che non c’è alcun modo per far rientrare una sbronza da credito che non sia avere una crisi economica: se tutti cercano di ridurre la propria esposizione contemporaneamente, l’economia ne risente, nel breve termine, anche pesantemente. Non voler passare attraverso una recessione è come curare un mal di testa da sbronza ubriacandosi di nuovo.

UNA SPINTA IN NEGATIVO DAI TASSI? – Per questo motivo i governi non sono all’altezza di sopportare una recessione, e in genere finiscono con il creare rischio morale enorme, perché la promessa di intervenire agisce sulle aspettative degli agenti finanziari incentivandoli ad assumersi maggiori rischi (i cui costi qualcun altro sarà costretto ad accollarsi). Interrompendo il normale processo di ristrutturazione economica, i governi impediscono alla fragilità sistemica di diminuire (ceteris paribus: altre politiche, ad esempio rubare i soldi al contribuente per arricchire le banche, possono in parte compensare il problema). Un esempio di tutto ciò lo si vede nel mercato immobiliare, secondo un interessante articolo pubblicato suRepubblica. Scrive l’articolista: “Si sono ridotti gli importi e le durate medie dei finanziamenti, ma anche le operazioni che coprono oltre l’80 per cento del valore dell’immobile”, il che è il mercato che sta recuperando un minimo di sanità mentale dopo le follie di inizio millennio. Ma le cose non possono andare così: la correzione deve essere impedita con ogni mezzo, e così, continua l’articolo, “Dai dati dell’Osservatorio di MutuiOnline emerge che la richiesta di mutui a tasso “ondeggiante” è più che raddoppiata, passando dal 18,2 per cento del primo semestre 2008 al47,4 dei primi cinque mesi di quest’anno”. Perché? “L’Euribor a un mese/365 è addirittura sotto la soglia dell’1 per cento fissato dalla Bce. Ottime condizioni quindi per chi accende un mutuo variabile”.

SPIRALE INFINITA – La prima legge dell’economia è che le personereagiscono agli incentivi. Gli incentivi messi in atto dai governi spingono a comportarsi in maniera irresponsabile? Il risultato sono gli ultimi decenni di storia macroeconomica. La chiusura dell’articolo fa pensare ad un consiglio per gli acquisti, ma questo è un altro discorso, su cui non mi pronuncio. La morale della storia è che molte persone stanno approfittando dell’assicurazione implicita fornita dai governi sui mutui a tasso variabile, una sorta di cap finanziato dal contribuente, per risparmiare sulle rate. Alcune di queste persone si compreranno la casa di proprietà, altre stanno investendo soldi forse su seconde case: tutte, comunque, si troveranno ad avere una maggiore esposizione ai rischi, visto che, tanto, se i costi sono collettivi, è come se non esistessero.

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L’ottimismo non basta a generare la ripresa

Pubblicato in ECONOMIA, POLITICA, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 23/06/2009

«L’ottimismo non basta a generare una ripresa globale». Questo titolo, del tutto azzeccato, del «Financial Times», è l’epitaffio sui tentativi messi in atto a partire dal vertice del G20 di inizio aprile a Londra di convincere che era prossima l’uscita dalla crisi.


Lo sforzo delle autorità politiche e monetarie era confortato dal leggero miglioramento di alcuni dati economici. Questi, in realtà, mettevano in evidenza semplicemente due fenomeni: in primo luogo che l’economia non era più in caduta verticale e, secondariamente, che le imprese stavano ricostituendo le scorte ridotte al minimo nei mesi precedenti.

In questi giorni la spugna è stata gettata dapprima dal vertice del G8 di Lecce, in cui i ministri dell’economia hanno ammesso che è ancora troppo presto per parlare di uscita dalla crisi, e poi dalla Banca centrale europea, la quale ha previsto che quest’anno e l’anno prossimo le banche dei Paesi di Eurolandia accuseranno 283 miliardi di dollari di perdite dovuti a prestiti in sofferenza a causa della pesante contrazione dell’economia.

Queste perdite sono destinate ad aggiungersi a quelle dei titoli tossici che sono ancora nascosti nelle pieghe dei bilanci e che non sono stati finora denunciati. Di transenna, è utile ricordare che il Bafin, l’organo di sorveglianza del sistema bancario germanico, stima che le sole banche tedesche abbiano ancora da denunciare più di 1’000 miliardi di dollari di perdite.

Se l’Europa candidamente riconosce i propri guai, al di là dell’Atlantico la situazione del sistema bancario è ancora peggiore, nonostante tutte le rassicurazioni della Federal Reserve e dell’amministrazione Obama.

La situazione non potrebbe essere diversa. La crisi è stata determinata dall’esplosione dei debiti di famiglie ed imprese e dal collasso del sistema bancario, travolto dai meccanismi dell’ingegneria finanziaria che esso stesso aveva creato.

Come ogni famiglia sa benissimo, la riduzione dell’ammontare di un’enorme quantità di debiti è un processo lungo (che non si può esaurire in pochi mesi). Questo processo provoca una riduzione dei consumi, che a sua volta frena la crescita economica. La recessione aumenta il numero delle persone senza lavoro e riduce le vendite delle aziende, rendendo difficile il loro risanamento finanziario. Per contrastare questa spirale recessiva e per evitare il crollo del sistema finanziario sono scesi in campo Governi e banche centrali.

Ora si può cominciare a sostenere che questi interventi di entità eccezionale hanno indubbiamente rallentato la caduta dell’economia, ma non sono stati sufficienti per avviare una ripresa. Uno studio di due noti economisti, Barry Eichengreen di Berkeley e Kevin O’Rourke, mette in luce che questa crisi sta seguendo pari pari quanto successo all’inizio della Grande Depressione degli anni Trenta.


Più precisamente, il calo della produzione industriale è uguale a quello del primo anno della Grande Depressione negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e Germania. La diminuzione è maggiore in Francia e in Italia ed è addirittura di molto superiore in Giappone. In secondo luogo, il commercio internazionale si è contratto di più e le borse hanno perso più terreno. Gli autori dello studio mettono pure in evidenza che gli interventi monetari e fiscali sono stati di dimensioni nettamente superiori a quelli degli anni Trenta e quindi vi è ancora speranza che il prosieguo della crisi sia diverso da quello degli anni Trenta.

Il problema è che i dati di fatto rischiano di essere più forti delle speranze e dell’ottimismo di facciata. La principale ragione è semplice: questi interventi di emergenza non possono essere protratti a tempo indefinito.

Essi erano pensati per dare avvio ad una ripresa che producesse anche l’effetto taumaturgico di far dimenticare le cause e quindi le responsabilità dell’attuale crisi.

Basti ricordare che, nonostante le centinaia di miliardi di dollari iniettati nel sistema bancario in Europa e negli Stati Uniti, il sistema finanziario è in stato comatoso e le banche non falliscono solo perché vi è un’implicita garanzia statale. Anche il tentativo di riorientare il sistema finanziario, affinché sia uno strumento a favore dello sviluppo dell’economia reale, è stato nel frattempo archiviato, pensando di risolvere con la riforma di due regolette e un rafforzamento degli organi di sorveglianza i problemi gravissimi venuti alla luce con lo scoppio di questa crisi. Insomma, si sono spesi tanti soldi per aiutare la finanza e un po’ di soldi per rilanciare l’economia, senza aver ottenuto risultati significativi.

Quale strada verrà seguita ora? Molto probabilmente quella di raddoppiare la scommessa come in una partita a poker. Ma nell’attuale economia globale gli attuali interventi, propri di una emergenza limitata nel tempo, non possono essere continuati a lungo, anche perché potrebbero cominciare a produrre effetti perversi, come una forte inflazione e svalutazioni competitive che porterebbero dritto dritto al protezionismo.

Ad esempio, negli Stati Uniti il disavanzo pubblico, che già quest’anno supererà il 13% del PIL, non può lievitare all’infinito, così come la Federal Reserve non può stampare nuova moneta all’infinito. Anche se Washington, alle prese con l’acuirsi della crisi e con un sistema finanziario al collasso, tenterà di seguire questa via, il limite è posto dalla fiducia degli investitori (che sono poi i Paesi stranieri) nei titoli di stato americani e nel dollaro. In proposito negli ultimi tempi si stanno moltiplicando i segnali di preoccupazione.

Le prospettive non sono allegre, perché gli Stati Uniti, e soprattutto l’amministrazione Obama, hanno rinunciato a tentare di affrontare la crisi con l’adozione di misure temporanee, atte ad attutirne gli effetti, e con progetti di riforma del sistema finanziario e del sistema monetario in grado di creare le premesse per una ripresa sana e duratura. Quest’abdicazione americana fa sì che oggi siano gli altri Paesi, dalla Cina alla Russia fino alla Germania di Angela Merkel, a denunciare i pericoli potenziali della politica seguita dagli americani. Il cancelliere tedesco ha parlato di scelte che portano al disastro e ha invitato la Banca centrale europea a non seguire le orme della banca centrale americana.

In conclusione, la ripresa non è prossima, mentre appaiono vicine altre forti eruzioni di questa crisi iniziata nell’estate del 2007 con lo scoppio del bubbone dei mutui ipotecari americani subprime.

Per far emergere politici nuovi servono Internet, primarie e giudici che condannino

Pubblicato in POLITICA da Gabriele Pierattelli il 22/06/2009

L’entusiasmo per l’elezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti ha generato anche in Italia la speranza di cambiamento. Dopo molti anni di un Berlusconi-Bush, perché non possiamo anche noi avere un nostro Obama?

In Italia non mancano certo persone con l’intelletto e il carisma di Obama, quello che manca è un meccanismo di selezione che permetta loro di emergere. Per comprendere il fenomeno Obama, quindi, è necessario capire come è nato (politicamente) e soprattutto come ha potuto affermarsi in un mondo corrotto, come quello dell’Illinois, il neo presidente degli Stati Uniti. Per capirlo basta guardare al fallimento della sua controfigura, l’attuale governatore dell’Illinois, Milorad Blagojevich, arrestato la settimana scorsa con l’accusa di aver tentato di vendere al miglior offerente il seggio senatoriale lasciato proprio da Obama.

Nel 2002 Blagojevich era un astro nascente, mentre Obama non aveva alcuna chance. Quell’anno Obama aveva appena perso la corsa per un posto al Congresso, battuto dalla macchina elettorale del sindaco Daley. Chicago (e l’Illinois in genere) sono uno dei posti più corrotti degli Stati Uniti, dove le posizioni politiche sono tramandate da padre in figlio e le carriere terminano per lo più in galera. L’attuale sindaco è figlio del famoso sindaco di Chicago che nel 1960 si dice abbia fatto vincere John Kennedy facendo votare anche i morti. Delay padre controllò sempre la città con una rete capillare di boss locali che distribuivano favori in cambio di voti. Il figlio ne ha ereditato non solo il posto, ma anche il sistema. Fino a qualche anno fa, il più importante deputato dell’area di Chicago era Daniel Rostenkowski, figlio di uno dei ‘boss di quartiere’ della macchina del vecchio Daley. Finì in prigione per uso improprio di fondi pubblici nel 1996. Anche l’ex governatore Ryan nel 2006 finì in prigione per corruzione.

Proprio nel 2002 Milorad Blagojevich, già da sei anni deputato al Congresso, diventa governatore dell’Illinois e comincia a sognare la presidenza. Giovane (ha solo qualche anno di più di Obama), fotogenico, con una faccia pulita (le impressioni spesso ingannano), Blagojevich appena eletto governatore inizia la sua campagna per presidente. E la comincia nel modo più tradizionale: raccogliendo fondi in cambio di favori. Sebbene fosse figlio di un operaio dell’acciaio, Blagojevich non era un uomo nuovo. Non potendo contare su di un padre famoso, era entrato in politica usando l’alternativa maestra nei sistemi corrotti: sposando la figlia di uno dei boss di quartiere del vecchio Daley. E dal suocero aveva ereditato non solo i contatti, ma anche il modo di fare politica.

Che cosa ha fermato Blagojevich e spinto Obama? Innanzitutto un sistema giudiziario che funziona. I modi spregiudicati di Blagojevich attirarono subito le indagini della magistratura. Come per il suo predecessore al Congresso (Rostenkowski) e per il suo predecessore al governatorato dell’Illinois (Ryan), la carriera di Blagojevich viene distrutta dalla magistratura. Una magistratura che non indaga soltanto, ma anche condanna i colpevoli e li rinchiude in galera. Nonostante i suoi settant’anni, l’ex governatore Ryan è oggi in prigione, da cui uscirà solo nel 2013. Come nel campo economico solo i sistemi che forzano l’uscita delle imprese inefficienti permettono l’entrata di nuove imprese innovative, così in campo politico solo i sistemi che rinchiudono in galera i politici corrotti permettono ai politici onesti di affermarsi.

Il secondo ingrediente fondamentale che ha permesso il fenomeno Obama è il meccanismo delle primarie. Se le candidature fossero decise dalle segreterie dei partiti, oggi avremmo un presidente Blagojevich (o un presidente Clinton), non un presidente Obama. Come nel campo economico la competizione è il sistema migliore per selezionare le imprese più innovative ed efficienti, così in campo politico è la competizione a viso aperto che seleziona i candidati migliori.

Il terzo ingrediente è la diffusione di Internet, che ha permesso a Obama di raccogliere più fondi di qualsiasi politico consumato. Come nel campo economico l’accesso al pubblico risparmio permette alle nuove imprese di crescere, così in campo politico l’accesso al finanziamento del pubblico (invece che al finanziamento pubblico) permette ai candidati nuovi e onesti di vincere.

In Italia Internet si sta diffondendo e anche le primarie stanno lentamente affermandosi come metodo di selezione dei candidati. Quello che ci manca è una magistratura che metta in galera i politici corrotti e ce li tenga per molti anni!

Il 2009 del petrolio: anno zero o anno nero?

Pubblicato in ECOLOGIA, ECONOMIA, POLITICA, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 21/06/2009

L’oro nero nei 365 giorni della svolta: qualche previsione su cosa succederà. Con un occhio di riguardo sul grande protagonista: la nuova America di Obama


Il 2009 sarà l’anno nero o l’anno zero del petrolio?  Probabilmente tutti e due. Affermare che le quotazioni rimarranno lontane dai picchi dell’estate scorsa sembra un’ovvietà, ma anche solo porre il tetto per l’intero 2009 a 70 dollari non è una scelta priva di rischi. Ricordo soltanto che eminenti esperti, più informati e pagati del sottoscritto, come gli analisti di Goldman Sachs e il presidente di Gazprom, erano sicuri, solo 8 mesi fa, che per regalare un barile di petrolio a Natale avremmo dovuto sborsare tra i 200 e i 250  dollari.

ANNO NERO – Rinuncio all’originalità e mi siedo sull’affollata tribuna di chi afferma che ci troviamo di fronte al terzo contro-shock petrolifero e per capirci qualcosa dobbiamo guardare agli anni ‘80. Dall’80 all’83 il consumo globale di greggio si ridusse anno dopo anno, facendo crollare il mercato. Potrebbe andare di nuovo così, o anche meglio, a patto però che alcune occasioni che si offrono siano colte a pieno dai paesi consumatori, soprattutto dagli Stati Uniti. Il passaggio di questi mesi da 147 dollari al barile a 35 dollari ha due cause tutte congiunturali: il mondo sviluppato in recessione consuma meno petrolio, le banche in difficoltà non hanno più denaro per alimentare la speculazione. Entrambe dovrebbero tornare con forza a far crescere i prezzi non appena la crisi finirà. Già questa è un’incognita non da poco visto che nessuno sa quanti “quarter”, cioè trimestri, saremo in difficoltà. Gran parte degli analisti americani dicono settembre 2009. Nel frattempo, prevede l’Agenzia internazionale dell’energia, gli americani avranno chiesto 1.2 milioni di barili al giorno in meno al mercato nel 2008 e 200 mila barili al giorno per tutto il 2009. Una contrazione più alta dell’aumento della Cina e degli altri paesi emergenti a cui va aggiunto quello che riuscirà a fare l’Europa in termini di risparmio. Con questi presupposti, nessun taglio da parte del cartello dei produttori Opec potrà riportare stabilmente sopra i 50 dollari i prezzi del Wti o del Brent. Anzi, momenti di magra analoghi nei decenni scorsi hanno dimostrato che il livello di coesione tra i paesi arabi è molto basso e di solito sono incapaci di rispettare le quote che loro stessi si scelgono.

ANNO ZERO – Ma se l’America ripartisse, e subito dopo la Cina e l’Europa, si ripresenterebbe entro qualche anno lo scenario di un mondo assetato di oro nero. Tornerebbero i prezzi record, la speculazione a senso unico e la ricerca spasmodica di nuove fonti da sfruttare. Non è un esito obbligato se nel frattempo gli Usa rendessero strutturale il calo del consumo, come l’Unione europea fa da anni (e lo farà ancora di più in vista del 2020). Mai come in questo momento la politica energetica americana sembra sul punto di cambiare. L’investimento di immagine fatto dalla nuova amministrazione Obama sulla riconversione “verde” del sistema industriale è un punto di partenza a cui si aggiunge il minimo storico in termini d’influenza che l’industria petrolifera e quella dell’automobile hanno ora a Washington. Le Big three dell’auto in particolare, costrette a negoziare il salvataggio, dovranno accettare delle condizioni, quasi certa l’introduzione di criteri “europei” sul consumo a Km e sul livello di emissioni. L’industria petrolifera, piccoli produttori americani e grandi corporation, scontano lo strapotere della gestione Bush. L’elemento più importante è che sul New York Times e Wall Street Journal è arrivata la questione tabù per eccellenza: alzare le tasse sulla benzina. L’assunto di base è che nessun comportamento virtuoso s’imporrà tra gli automobilisti con il carburante a 1,9 dollari al gallone quando in estate superava i 4 dollari. Al di là del fatto che il parco automobili americano consuma il doppio di quello europeo (oltre ad essere mediamente più vecchio), il gasolio a poco prezzo fa sì che venga utilizzato nelle zone isolate per produrre energia elettrica, mentre negli Usa c’è un eccesso di offerta per il gas naturale visto che nessuno investe per le infrastrutture necessarie. Non esistono tasse federali sulla benzina e i governatori dei singoli Stati perdono il posto se si azzardano a far crescere il prelievo fiscale, considerata la più odiosa “gabella sulla libertà” di spostamento degli americani.

E QUINDI? – Tutto questo può cambiare: un calo dell’1% del consumo di petrolio Usa ogni anno (circa 250 mila barili al giorno) a parità di Pil prodotto può essere il segnale più dirompente del prossimo decennio e stabilizzare per anni il prezzo del petrolio, con l’intensità uguale e contraria a quanto è accaduto nella precedente decade con il peso crescente della Cina. Ma esattamente come i propositi sull’auto elettrica e la mobilità sostenibile della fine degli anni ‘70 fu spazzata via dai prezzi bassi dell’inizio del decennio successivo, i roboanti annunci di questi mesi potrebbero essere già stati sacrificati alla necessità di far ripartire l’economia il più velocemente possibile. I petrolio a buon mercato è la peggior minaccia ad ogni riconversione industriale. L’appuntamento per una prima verifica se i buoni propositi americani sopravviverà alla crisi è l’estate.

(giornalettismo)