LIBERTA' DI PAROLA

BALLANDO SULL’ORLO DEL VULCANO – LA CRISI E LA DISOCCUPAZIONE VERA AL 16.5% NELGI USA

Pubblicato in ECONOMIA, POLITICA da Gabriele Pierattelli il 13/07/2009


Ormai l’economia mondiale da tempo sta ballando sull’orlo del vulcano della disoccupazione, gli ultimi dati a livello globale testimoniano che il magma del lavoro è un composto ad alta pressione e temperatura, complesso che una volta eruttato diventa pura lava.

La parola “lava” ha origine dal latino “labes” che significa caduta, scivolamento, lo stesso scivolamento che quotidianamente ci viene comunicato in formato rallentato dai dati macroeconomici.

I lettori di Icebergfinanza conoscono da tempo la presenza delle cosidette “misure alternative” di rilevazione della disoccupazione in America, la famosa Table A-12. Alternative measures of labor underutilization che riporta la percentuale di complessiva tra disoccupazione e sottoccupazione, comprendendo i cosidetti lavoratori scoraggiati ovvero coloro che hanno smesso di cercare lavoro in quanto sfiduciati da mesi di ricerca e che il BLS non considera più nella cosidetta forza lavoro e i lavoratori part-time per causa di forza maggiore economica, lavoratori che vorrebbero lavorare l’intera giornata, ma che spesso devono adattarsi al ritmo della produzione di beni e servizi richiesta in questo momento dal mercato.

Ebbene oggi questo tasso, seguendo la dinamica del tasso ufficiale, ha superato il 16 % della forza lavoro raggiungendo la percentuale di 16,5 % ( 9,5 % quello ufficiale ) , una dinamica in via di rallentamento negli ultimi mesi.


[table-a12-2009-06.png]

Non c’è alcun dubbio che nella peggiore delle ipotesi la disoccupazione ufficiale il prossimo anno potrà raggiungere la percentuale del 11/12 % che è ben lontana dal 25 % del picco della Grande Depressione come potete vedere da questo grafico qui sotto comparso in una recente analisi di Asha Bengalore su Northern Trust.


[DepressionUnemploymentRate.jpg]

Ciò non toglie che se prendiamo come riferimento il dato relativo alle misure alternative, il divario si ridurrebbe notevolmente, sino a ridurre la forbice differenziale percentuale dei due periodi in questione.

Penso che nella migliore delle ipotesi, una simil ripresa produrrà un aumento delle ore lavorate o tuttalpiù il ritorno a pieno ritmo dei lavorati part.time, ma che la disoccupazione continuerà ad aumentare.

“Qualunque cosa accada sui tempi della ripresa – ha spiegato Strauss-Kahn – la disoccupazione aumenterà nel 2010 e forse nel 2011, dipende dai Paesi”. Il direttore generale del Fmi ha detto che questo accade a causa dei ritardi con cui la crisi si ripercuote sul mercato del lavoro rispetto all’andamento del Pil. “Il picco – ha osservato – può ritardare fino ad un anno”. Pertanto, ha concluso Strauss-Kahn, “anche con la ripresa, se non si approntano sforzi energici contro la disoccupazione potremmo essere incapaci di affrontarne gli effetti”. Rainews24.rai.it

Detto questo anche gli analisti di Northern Trust sostengono che il tasso di disoccupazione è un

(…) It is a lagging economic indicator, which peaks after the end of a recession (…)

….un indicatore ritardato che raggiunge il picco dopo la fine della recessione!


Graph: Civilian Unemployment Rate

Come avete visto dala grafico qui sopra, il tutto è assolutamente ineccepibile, solo che per l’ennesima volta, nella madre di tutte le crisi, io ritengo utile non fossilizzarsi troppo su questa dimensione, la dimensione di un indicatore ritardato che con il tempo sta assumendo sempre più la sua nuova dimensione di “puro indicatore” e ora spiegherò il perchè.

Mai in passato abbiamo assistito alla presenza combinata di una serie di nemesi che hanno colpito il consumatore americano, travolto da una perdita di ricchezza epocale, una dinamica combinata e correlata che va dalla scomparsa della dimensione infinita dell’accesso al credito al totale esaurimento della ricchezza presunta che riusciva ad infondere il continuo aumento del valore della case, sino al virtuosismo indispensabile di un tasso di risparmio in continua ascesa e un rientro dal debito esponenziale.

Questa è l’ultima dinamica del credito al consumo, diminuito in otto degli ultimi dieci mesi con le carte di credito che registrano una delle peggiori contrazioni mensili degli ultimi anni…….


FRED Graph

Quindi la mia visione mi porta a sottolineare che oggi il tasso di disoccupazione, la sua dinamica, probabilmente per la prima volta nella storia va assunto come puro indicatore economico e non come un indicatore ritardato.

Un ulteriore esempio di quello che sta accadendo nel mercato del lavoro è dato dai dati relativi ai sussidi di disoccupazione che ieri hanno visto arretrare le richieste settimanali di oltre 52.000 unità a fronte di una revisione negativa del dato della precedente settimana.

Il nuovo record relativo alle richieste continuative, settimana dopo settimana, ha visto un’esplosione di 159.000 nuove richieste che non ci sorprende più di tanto visto che recentemente avevo sottolineato come nelle prossime settimane assisteremo ad uno tsunami di richieste, conseguenza diretta del fallimento del sistema automobilistico americano  e del prevedibile contagio all’industria dell’indotto.

Tralasciando l’estrema variabilità di questi due indicatori, sottolinerei come l’indicatore principe resta quello relativo alla media a quattro settimane, che resta tuttora oltre le 600.000 unità, nonostante la discesa di 10.000 richieste.

Troppo poco per segnalare una svolta, una svolta che avrà bisogno di ulteriori conferme nelle prossime settimane e che comunque facendo riferimento alla doppia recessione ravvicinata degli anni ‘80 non significa sostanzialmente che questa dinamica possa segnalare la fine di una recessione di cosi vasta portata e correlazione.


Graph: 4-Week Moving Average of Initial Claims

Probabilmente i sussidi di disoccupazione hanno raggiunto il picco di questo ciclo economico, ma difficilmente assisteremo ad una fase di ripresa dell’occupazione, che vedrà piuttosto un aumento delle ore lavorative e un ritorno a medio regime di tutti coloro che sono stati costretti ad “subire” il part-time per cause economiche.

Date un’occhiata a questo sito Esd.wa.gov si tratta delle estensioni ai sussidi di disoccupazioni previsti da una legge che prevede un massimo di ulteriori 33 settimane di sussidi di disoccupazione la Emergency Unemployment Compensation (EUC). Secondo Mike Shedlock questa legge crea una distorsione statistica che porterebbe il numero delle settimane continuative dei sussidi più vicini ai 9,4 milioni che al record di 6,883 milioni segnato oggi.

Inoltre secondo Bloomberg in aprile il numero record di 33, 8 milioni di cittadini americani ha ricevuto i cosidetti  ” Food Stamps ” oltre il 20 % rispetto all’anno prima, che ricordano dannatamente la cosidetta social card di Tremonti.

Il ” Food stamps program ” avviane attraverso una carta elettronica consegnata a coloro che vivono sotto la soglia della dignità, accreditata mensilmente dal governo e finalizzata all’acquisto di alimentari nei supermercati.

July 7 (Bloomberg) — A record 33.8 million people received food stamps in April, up 20 percent from a year earlier, as unemployment surged toward a 26-year high, government figures show. Spending also jumped, as the average benefit rose.

It was the fifth straight month of record participation in the Supplemental Nutrition Assistance Program , according to the US Department of Agriculture, and up 1.8 percent from the prior month. Total spending was $4.5 billion, up 19 percent from the previous all-time high reached in March, the USDA said.

Se qualcuno ha dato un’occhiata in profondità ai dati rilasciati da Alcoa invece che esaltarsi per il meno peggio di quello che nessuno sa analizzare, forse sarebbe interessante mettere un bel microscopio sulle voce contenimento dei costi, figlia di una continua erosione dell’occupazione.

July 8 (Bloomberg) — Alcoa Inc., the largest U.S. aluminum producer, reported a second-quarter loss that was smaller than analysts’ estimates after production cuts and workforce reductions helped the company save money.

Taglio alla produzione e taglio all’occupazione ecco il leit-move della prossima campagna di trimestrali.

E qui farei una interessante premessa in riferimento alla stagione delle trimestrali che si sta aprendo in America, nuova stagione che vedrà focalizzata l’attenzione sulla fantasia contabile delle istituzioni finanziarie americane e sulla percentuale di minori perdite o maggiori guadagni che l’erosione della forza lavoro e la riduzione della produzione produce, palliativi di breve termine che lasciano come spesso accade il tempo che trova.

Sarà inoltre interessante assistere agli orizzonti previsti dalle varie aziende, aspettative che ci diranno quanto sia reale o sostenibile un’eventuale ripresa dell’economia.

Si assistere alle dichiarazioni di ottimismo dei vari amministratori delegati, visto che negli ultimi tre mesi i cosidetti ” insider dealing ” i ceo di circa 252 aziende hanno venduto azioni proprie delle proprie società per un totale di 1,2 miliardi di dollari, più o meno come accadde nel giugno 2007, nove venditori che credono nelle potenzialità della loro azienda ogni misero compratore…..

Executives at 252 companies in the S&P 500 unloaded shares since March 10, with total net sales reaching $US1.2 billion, according to data compiled by Princeton, New Jersey-based InsiderScore, which tracks stocks. Companies with net sellers outnumbered those with buyers by almost 9-to-1 last week, versus a ratio of about 1-to-1 in the first week of the rally. Businessday

Un esempio lampante ci è stato fornito da uno dei mostri sacri della finanza nostrana, il quale sostiene che ……

ROMA (MF-DJ)–”La Borsa e’ pronta a 12 anni di rialzi”. Lo ha detto l’a.d. diMediolanum, Ennio Doris, in un’intervista a Il Giornale. “Non chiedetemi cosa faranno i mercati da qui a un anno – ha continuato – troppi sono gli elementi di incertezza. D’altra parte non mi interessa chi cerca ritorni di breve termine. La crisi e’ una grande opportunita’ di investimento. Le Borse sono tornate ai livelli del 1996, quindi 12 anni in cui i guadagni sono stati nulli. Periodi del genere erano gia’capitati nel ‘37-’49, nel ‘63-’74, a esempio. E ogni volta sono stati seguiti da periodi altrettanto lunghi di forti guadagni. E’ quello che ci aspetta ora: altri 12 anni di ripresa”, ha concluso.

Dodici anni di ripresa che mandano in frantumi la mia teoria di una nuova “lost decade”, dodici anni di ripresa sul semplice assunto che la storia si ripete inesorabilmente e che se abbiamo avuto dodici anni di rendimenti nulli ora avremo dodici anni di miracoli continui…..potenza dell’analisi fondamentale.

ICEBERGFINANZA

Rifkin boccia l’accordo dei grandi “È ridicolo, non salverà il pianeta”

Pubblicato in ECOLOGIA, ECONOMIA, POLITICA, SALUTE, SOCIETA', TECNOLOGIA da Gabriele Pierattelli il 11/07/2009

Rifkin boccia l'accordo dei grandi "È ridicolo, non salverà il pianeta"

L’economista americano non ha dubbi: servono misure concrete e nuovi impianti puliti
“Dobbiamo lanciare la terza rivoluzione industriale:traguardi sulle industrie da rilanciare


Jeremy Rifkin

di ANTONIO CIANCIULLO

ROMA – “Per mettere d’accordo tutti hanno deciso di andare alla velocità del più lento: così è facile raggiungere un’intesa”. Jeremy Rifkin risponde al telefono da Montecarlo, in una pausa dell’incontro con il principe di Monaco che vuole varare un piano per frenare i gas serra. E il giudizio del presidente della Foundation on Economic Trends sul risultato del G8 è secco: “Un accordo ridicolo”.
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Eppure è stato fissato il tetto di 2 gradi all’aumento di temperatura del pianeta: finora gli Stati non avevano dato un’indicazione così precisa.


“D’accordo, ma cosa si deve fare per non superare i 2 gradi? Non basta esprimere un pio desiderio, bisogna prima di tutto capire a che livello di concentrazione di anidride carbonica in atmosfera corrisponde un aumento di 2 gradi e poi organizzare un sistema energetico coerente”.

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L’Ipcc ritiene che, per restare entro un aumento di 2 gradi, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera non debba superare le 400 – 450 parti per milione.

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“L’Ipcc è molto cauta e i suoi precedenti rapporti, spesso definiti allarmisti, sono stati superati dai fatti: l’accelerazione del disordine climatico è stata più drammatica di quella prevista. Jim Hansen, uno dei più accreditati climatologi, dopo aver studiato le carote di ghiaccio che raccontano il passaggio da un’era glaciale a una interglaciale, offre un quadro della situazione molto diverso: quando in passato si è mantenuta per un certo periodo una concentrazione di 450 parti per milione di anidride carbonica l’effetto è stato un balzo della temperatura di 6 gradi, non di 2. E un rapido aumento di 6 gradi non è compatibile con il mantenimento della società umana così come noi la conosciamo”.

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Secondo Jim Hansen l’obiettivo è portare la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera a 350 parti per milione, cioè ridurla rispetto al presente portandola più vicina a quota 280, il livello preindustriale. Questo vorrebbe dire attuare una politica di tagli drastici e immediati che molti considerano incompatibili con lo sviluppo economico.


“Io credo che sia vero l’opposto: l’errore sta nel pensare solo ai tagli delle emissioni che invece dovrebbero essere un effetto secondario di politiche virtuose capaci di rilanciare l’economia, altro che affossarla. Per uscire dalla tre crisi che ci soffocano, quella economica, quella energetica e quella ambientale, non possiamo limitarci a magiare un po’ meno della vecchia minestra inquinante: dobbiamo lanciare la terza rivoluzione industriale pensando in positivo, cioè fissando traguardi sulle industrie da rilanciare. Non bisogna dire ai vari paesi quante emissioni tagliare, ma quanti impianti puliti costruire”.

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Più industrie e meno emissioni?

“Esattamente. La terza rivoluzione industriale è quella che permette uno sviluppo economico che si concilia perfettamente con la riduzione delle emissioni. Ad esempio con le smart grid, con l’energia diffusa e decentrata, ogni casa sfruttando il sole può diventare una vera e propria piccola centrale di produzione di elettricità e calore. Se adottassimo questo modello il settore delle costruzioni, che oggi è il primo fattore di riscaldamento del pianeta, potrebbe diventare parte della soluzione al problema”.

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Le case come elemento trainante del nuovo modello energetico?


“Uno dei quattro pilastri. Il primo è costituito dalle energie rinnovabili. Il secondo è rappresentato dagli edifici sostenibili. Il terzo dalle tecnologie basate sull’idrogeno che serve a immagazzinare l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili. Il quarto pilastro dalle reti intelligenti per distribuire l’energia secondo il modello del web”.

Una nuova era dell’abbondanza? EOLICO…Kitegen: ora si fa sul serio

Pubblicato in ECOLOGIA, INFORMATICA, POLITICA, SALUTE, TECNOLOGIA da Gabriele Pierattelli il 06/07/2009

Con centinaia di migliaia di disoccupati in più ogni mese, con il crollo verticale dell’economia, con morbi, siccità, terremoti, incidenti e pestilenze varie che si abbattono da tutte le parti è difficile essere ottimisti.

A parlare di una “nuova era dell’abbondanza” si rischia addirittura di essere presi per matti, specie se si ha, come noi di questo blog, la fama di “Cassandre” istituzionali.

Eppure i nuovi sviluppi del progetto Kitegen ci prefigurano, addirittura, uno scenario di energia abbondante, a basso costo, affidabile e distribuita equamente.


Intendiamoci: è vero che una società avanzata che sia sostenibile non dipende SOLO dalla disponibilità di abbondante energia rinnovabile e “pulita” a basso costo; è vero che senza un imponente cambiamento “sistemico” ci troveremmo in ogni caso ad aggravare, a velocità crescente, i problemi  di depauperamento delle risorse e, più in generale, del pianeta, che stiamo già affrontando.

Nonostante questo una qualunque prospettiva di stabilizzazione DEVE in primo luogo passare da una RAPIDA transizione dalle fonti di energia “fossile” a quelle rinnovabili.

Abbiamo ed avremo bisogno di energia per nutrire la popolazione mondiale, per vestirla, per trasportarla, insomma per mantenere l’economia ed il sistema sociale mondiale, ANCHE abbandonando, mai troppo tardi, l’attuale dispendiosissimo e compulsivo vacuo consumismo globale.

Questa energia dovrà essere rinnovabile sia perchè stiamo raggiungendo i limiti produttivi per il petrolio, il gas e il carbone ( si, è cosi, nonostante la crisi e la diminuzione dei consumi, ne riparleremo) sia perchè dobbiamo tagliare il più velocemente possibile la produzione di CO2, per evitare la catastrofe climatica ormai quasi concordemente prevista nei prossimi decenni.

Perchè sia RAPIDA, la transizione, è necessario che le fonti di energia rinnovabili siano abbondanti, economiche ( sia in termini meramente monetari che nel senso più ampio di una efficiente allocazione di risorse), ancora largamente sfruttabili, rapidamente implementabili, non discontinue.

Le fonti di energia rinnovabili attualmente diffuse, purtroppo, soffrono, per un verso o per un altro di notevoli limiti.

O non sono economiche ( è il caso sopratutto del fotovoltaico) o non sono abbondanti ( è il caso, a livello mondiale, della geotermia) o non sono più largamente disponibili ( è il caso dell’energia idroelettrica, senza contare il grande impatto sul territorio).

Resta quindi l’eolico, che in effetti è attualmente il settore di più rapida crescita, specialmente in Europa, dove, in paesi come la Spagna, la Germania e la Danimarca ha raggiunto % importanti della produzione elettrica.

Tuttavia anche l’eolico “tradizionale” ha notevoli limiti.

Il principale, a parte il costo a KWh, ancora superiore alle fonti non rinnovabili ( il gap si è notevolmente ridotto, tuttavia, in tempi recenti) è la discontinuità di fornitura, che del resto affligge il fotovoltaico.

La cosa è evidente. Anche nei posti più ventosi non c’è sempre vento e non è detto che ve ne sia quanto se ne vorrebbe, nel momento in cui lo vorremmo.

Benchè sia in prospettiva possibile concepire una rete elettrica europea integrata in modo da permettere di gestire surplus e carenze produttive di eolico e fotovoltaico su scala continentale, questo non sarà ne facile ne economico, senza contare che comunque risulterebbe piuttosto difficile far corrispondere le curve giornaliera della domanda e dell’offerta di energia elettrica, senza ricorrere a fonti non rinnovabili.

Il Kitegen, il generatore eolico d’alta quota di concezione, ricordo, tutta italiana permette invece di superare questi limiti.

Ne abbiamo già parlato su Crisis, in un paio di circostanze, qui e qui.

In sintesi: l’idea è quella di andare a cercare il vento dove ce n’è tanto, e per tanto tempo.

Ovvero in quota, dove la velocità del vento è maggiore, per più tempo e su aree più estese.

Questo è il motivo principale per cui le torri eoliche devono essere le più alte possibili ( e quindi cosi “impattanti” sul paesaggio). Un aumento modesto di velocità del vento, infatti, ad esempio di solo il 25%, si traduce in un RADDOPPIO, più o meno, della potenza media e, in ultima analisi, anche della produzione.

Ovviamente, per motivi pratici, economici e strutturali, le torri eoliche hanno dei limiti di altezza pratici ed è difficile che si superi di molto le taglie attuali, intorno a 3 megawatt di potenza nominale.

Nominale, appunto, perchè in realtà la potenza MEDIA è tipicamente assai inferiore, tipicamente di un fattore cinque o sei. In questo modo, salvo paesi particolarmente ventosi come appunto la Spagna e la Danimarca,l’energia eolica rimarrà ancora a lungo marginale, specialmente in u paese non ventosissimo come l’Italia.

L’idea del kitegen, invece è quella di sfruttare le correnti a quote più alte, potenzialmente fino a migliaia di metri di altezza, portando fin lassù un profilo alare che generi portanza, facendo muovere un generatore elettrico. Il risultato è una produzione assai più costante, nel tempo, modulabile e sopratutto economica ed ABBONDANTE. In quota, infatti, di vento ce n’è tantissimo e per tanto tempo.

Si parla di oltre 5000 ore di funzionamento a potenza “nominale” da confrontare con le circa 1500-2000 ore tipiche dei generatori tradizionali. Si parla, nella configurazione cosiddetta “a carosello” di potenze di GIGAWATT ovvero paragonabili a quelle di una centrale nucleare, ad un costo frazionario e con rischi ed occupazione del suolo infinitamente inferiori.

Il concetto di “estrarre” energia ad alta quota non è nuovo e viene portato avanti da altri centri di ricerca pubblici e privati, si veda ad esempio qui, per un buon riassunto dello stato dell’arte.

Il Kitegen, tuttavia., è attualmente quello arrivato allo stato di realizzazione più avanzato.

L’idea, di per se, è semplice: far volare un’ala simile a quelle del volo libero o dei kitesurf ( il primissimo prototipo utilizza infatti proprio ali da Kite) su un percorso ad 8, facendogli “svolgere” un grande “rocchetto” di cavo che è connesso ad un generatore elettrico e che produce energia.

Arrivata al culmine della traiettoria l’ala viene messa “a bandiera” e rapidamente recuperata in poche decine di secondi.

Dopodiché riparte un nuovo ciclo “produttivo”, di alcuni minuti.

Nel complesso l’ala passa oltre il 90% del tempo in regime “produttivo” ed il 10% del tempo in fase di recupero, mentre il rapporto tra le energie prodotta e consumata è ancora più favorevole. In pratica dovete immaginarvi un enorme Yo-yo. Enorme, si, ma infinitamente meno invasivo, in termini di paesaggio, di una pala eolica di pari potenza, si veda, a riprova, il filmato da cui ho tratto l’immagine di questo post.

Una configurazione che preveda decine di “aquiloni” che facciano girare una specie di “carosello” è potenzialmente in grado di arrivare a centinaia di MW o addirittura ad un GW, una potenza uguale a quella di una centrale nucleare, sfruttando le correnti d’alta quota.

Ovviamente, se l’idea è intuitiva la tecnologia che sta dietro alla sua concreta realizzazione non lo è affatto e richiede materiali e conoscenze allo stato dell’arte in diversi settori.

Fortunatamente In Italia, a parte l’incrollabile tenacia di Massimo Ippolito e degli altri della KGR, tali eccellenze sono presenti e quindi è in fase di ultimazione il primo prototipo “produttivo” del Kitegen, il cosiddetto “Stem”, che si prevede possa cominciare i primi test già a Settembre.

Non si tratta, quindi di idee futuribili ma ancora sulla carta. Dell’ennesimo annuncio ad effetto seguito poi dal nulla mediatico.

Si tratta di una realizzazione CONCRETA che potrà esser riprodotta in centinaia di esemplari, già immediatamente competitivi con i maggiori generatori eolici tradizionali, in attesa dello sviluppo degli step successivi, di un paio di ordini di grandezza più grandi.

Nel filmato, che tra l’altro comprende anche esempi di funzionamento reale del primissimo prototipo, il KSU1, si vedono due grosse “ventole” che si azionano all’inizio per poi fermarsi quasi immediatamente.

Servono per il lancio “in automatico” dell’ala. Il controllo, infatti è totalmente automatico e sempre in automatico vengono gestite le improvvise anomalie di volo, le raffiche di vento, le turbolenze, etc etc.

Proprio in questo, anzi sta l’originalità e la maggior parte del know-how ( e dei brevetti) originali del Kitegen.

Con la realizzazione dello Stem si aprono scenari di enorme importanza per il nostro paese, una opportunità irripetibile che permetterebbe di trovarci, una volta tanto, ad essere all’assoluta avanguardia, con evidenti clamorose ricadute in termini di occupazione, di competitività industriale, di finanza ed immagine.

Ancora più rilevante risulterebbe la possibilità di renderci energeticamente indipendenti, con evidenti e non trascurabili ricadute in termini di strategie geopolitiche.

Ovviamente l’era dell’abbondanza energetica, se davvero vi arriveremo, porta con se una ENORME responsabilità: come ricorda in modo autorevole Ugo Bardi, in un articolo uscito su TOD, la disponibilità di energia a buon prezzo non evita in alcun modo il collasso sistemico del sistema economico e sociale mondiale, cosi come è strutturato attualmente. Piuttosto lo ritarda, rendendone però più severe le conseguenze.

Il Kitegen, insomma è una grande, straordinaria opportunità.

La sapremo cogliere appieno, utilizzandola per affrontare le immense sfide che ci attendono?

Speriamo.

Se appena rifletto sull’attuale quadro mondiale ecco che mi viene una irrefrenabile voglia di rimettermi a fare la Cassandra…

Commenti

1. andreaX, undefined, ore 10:44

Dico subito che io approvo comunque chi ha il coraggio di percorrere strade nuove, ma a me questo progetto lascia molto perplesso. Ci rendiamo conto che abbiamo una struttura sospesa in aria in perenne movimento?, la torre eolica è piantata a terra ed occupa spazio solo in verticale, invece questa struttura è composta da una parte in movimento la cui superficie corrispondente al suolo è molto ampia, per ovvi motivi di sicurezza tutta la superficie al suolo deve essere chiusa al pubblico, se poi la parte in movimento si stacca?. A questo punto non sarebbe meglio una pala eolica posta sotto adun pallone aerostatico vincolato al suolo con dei cavi?, rischio per rischio almeno la superficie corrispondente al suolo è minore ed in caso di guasto il pallone aerostatico perde quota lentamente.

2. Pietro C., undefined, ore 11:11

#2 Ovviamente il fattore sicurezza è AMPIAMENTE discusso.

In sintesi l’evento caduta dell’aquilone è quanto mai poco probabile ed in ogni caso POCO pericoloso. Il motivo risiede proprio nelle tecnologie e nei controlli usati.

Semplicemente allo stato dell’arte del settore e come tale PROVATAMENTE in grado di governare gli imprevisti.

In caso di rottura di una delle funi, ad esempio il kite si mette a bandiera e viene recuperato.

La caduta a terra è sostanzialmente impossibile perche’ i sensori di bordo ( accelerometri a tre assi etc etc) sono in grado di comunicare in tempo reale ed il computer è inn grado di gestire qualunque trubolenza.

In ogni caso anche lo scenario pochissimo probabile di una caduta dell’aquilone si riduce ad un po di stoffa caduta a terra, non esattamente lo stesso nel caso in cui cada una torre eolica o perda una delle pale ( e puo succedere, con una probabilità almeno paragonabile).

Riguardo alla tua idea, se guardi tra i link a idee simili, esiste ma ha una produttività di circa un decimo ( o meno) perche’ l’aquilone spazza una superfice enormemente superiore, cosi “estraendo” energia da un’area anche essa enormemente superiore. Vi sono poi alcuni problemi seri di sicurezza per gli aerostati, in caso di eventi meteo estremi, che qui non approfondirò.Negli stessi casi l’aquilone può essere recuperato in poche decine di secondi.

Questo in sintesi.Ovviamente molto c’e’ da dire e molto c’e’ da conoscere, ad esempio nel settore dell’automazione e della controllistica automatica ( c’e’ anche un po di matematica superiore da conoscere, per convincersi che tali controlli automatici possono funzionare, siamo infatti allo stato dellarte del settore, in un campo dove si fanno i dottorati di ricerca proprio sui fondamenti matematico/numerici della faccenda).

Tutto questo è bla bla bla.

Il punto è che il kite già ESISTE ed ha accumuilato migliaia di ore di funzionamento in cui è stato propro sottoposto a test e stress per verificare il recupero in emegenza etc etc.

Ne è uscito alla grande già il prototipo KSU1 ( che si vede volare in alcuni brevi spezzoni all’interno della demo) e le prospettive per lo STEM sono di gran lunga migliori.

3. AndreaX, undefined, ore 13:21

Speriamo allora che vada in porto, per una volta saremo orgogliosi di essere italiani.

4. Dr Ganzetti Francesco, undefined, ore 13:51

Bene, letto anche l’articolo su theoildrum ; a naso credo anche che il solare a concentrazione di Rubbia abbia una lifespan molto superiore  al fotovoltaico ; quello che sottolinerei della tecnologia kitegen, come del solare a concentrazione, fra gli altri aspetti già descritti , è che non è una rinnovabile “democratica”, nel senso che non sarà possibile afffidarlo al singolo privato….Socialmente quindi sarà piutosto differente dal minieolico o dai fotovoltaico su abitazioni private ; cmq non credo sia possibile riconvertire tutti gli occupati nel settore automotive ( o più precisamente quelli che perderanno il lavoro nei prossimi anni) nelle rinnovabili, così come specificatamente in Italia convertire il trasporto su gomma o su nave senza perdere ulteriori occupati…Non si può salvare capra e cavoli : evidentemente non è termodnamicamente possibile.

5. daniele.spagli, undefined, ore 14:24

Il Kitegen mi ha sempre affascinato e devo ammettere che ne sono rimasto subito folgorato… ma questo filmato è davvero entusiasmante.

Da progettista posso dire che il progetto sembra effettivamente la “quadratura del cerchio”… poche volte posso dire di aver visto un progetto così ben calibrato e studiato.

Da Architetto posso notare principalmente gli aspetti strutturale e posso dire che strutturalmente è un capolavoro: l’uso di materiale in tensione e non in flessione-compressione permette di ridurre al minimo il materiale utilizzato(specie se confrontato con le torri tradizionali).

Anche dinamicamente è un piccolo capolavoro: il cambio di forma per il recupero e il comportamento a yo-yo sono esattamente quanto è necessario per sfruttare al meglio le capacità del vento di “tirare” e quindi sfruttare al massimo l’energia del vento.

Il carosello mi aveva sempre lasciato un po perplesso, specie così come era stato rappresentato nel sito del kitegen, ma questo stem mi sembra semplicissimo e sicuramente pronto per la messa in produzione.

I miei più vivi complimenti.

6. Freddoloso, undefined, ore 15:38

Io ritengo che l’energia in abbondanza semi-gratuita per tutti sia invece la chiave di volta per cambiare la societa’ attuale.

Il fatto di non dover pagare la bolletta e fare il pieno di benzina ci permettera’ di vivere con molto meno, specie visti gli stipendi ridicoli che ci sono adesso e la disoccupazione.

In uno scenario di sovrappopolazione mondiale e quindi di sovrapproduzione e’ ovvio che non possono lavorare tutti, perche’ non ce n’e’ abbastanza per tutti. Pero’ tutti hanno bisogno di campare.

Ecco allora la soluzione: meno lavoro per tutti, una vita e una societa’ piu’ umane e solidali. Energia gratis per tutti e piu’ nessuno spettro di crepare di fame.

Bello no?

7. Boston George, undefined, ore 18:06

questi sono ripieghi…

la soluzione stà nella RIDUZIONE DELLA POPOLAZIONE MONDIALE…

con il benessere ed economia che tira… ci sarebbe un aumento di popolazione…probabilmente le soluzioni ci sono già, ma non è possibile che ne traggano beneficio tutti…

ci sono troppi interessi economici…

L’economia verde invade l’Europa

Pubblicato in ECOLOGIA, ECONOMIA da Gabriele Pierattelli il 03/07/2009

Rispetto a quelle inquinanti, le attività economiche low carbon danno più posti di lavoro. Lo rivela un rapporto del Wwf

 Il lavoro “verde” paga, anche più di quello inquinante. Le attività economiche a basse emissioni e consumo di carbonio, infatti, crescono e impiegano in Europa 3,4 milioni di persone, mentre quelle inquinanti (attività estrattive, elettricità, gas, cemento e industrie del ferro e dell’acciaio) danno lavoro a 2,8 milioni di europei. È la fotografia scattata dallo studio del Wwf, “Low carbon jobs for Europe” (Lavori low-carbon per l’Europa), presentato oggi, alla vigilia della riunione del Consiglio dell’Unione Europea prevista per i 18 e 19 giugno. Lo studio raccoglie i dati dei lavori verdi già esistenti e le previsioni per il loro potenziale sviluppo esaminando tre aree principali: il settore delle energie rinnovabili, i trasporti e l’efficienza energetica.

Ecco i dati: circa 400mila persone impiegate nel settore delle energie rinnovabili, circa 2,1 milioni  nella mobilità sostenibile e oltre 900.000 in beni e servizi per l’efficienza energetica, in particolare nel settore edilizio. Questi impieghi includono la produzione, installazione e manutenzione di turbine eoliche e pannelli solari, o i lavori per il miglioramento dell’efficienza energetica negli edifici esistenti. Accanto a questi, bisogna calcolare circa altri 5 milioni di posti di lavoro a essi correlati. Tutti i settori oltretutto sembrano destinati a crescere ancora: lo studio per una  “Advanced Renewable Strategy”, supportato dall’Unione Europea, sostiene che solo nel settore delle energie rinnovabili si potrebbero avere altri 1,7 milioni di posti di lavoro entro il 2010 e 2,5 milioni entro il 2020. Le nazioni trainanti di questa nuova economia sono Germania, Spagna e Danimarca, l’Italia invece è ancora molto indietro.

Nel nostro paese sono 1.700 i posti di lavoro nel settore fotovoltaico (in Germania sono 42.000) e 3.000 quelli nel settore del solare/termico (17.400 in Germania). La mobilità invece offre qualche soddisfazione visto che, insieme alla Francia, l’Italia produce auto a minori emissioni di carbonio rispetto agli altri paesi europei.

“Nei prossimi giorni il Consiglio deve ribadire l’impegno dell’Europa nell’attuare tagli alle emissioni tali da mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2° C. Lavorare per la sfida del clima può rappresentare l’occasione per sviluppare i motori dell’economia e del lavoro del futuro. Come dimostra questo rapporto, l’impegno a ridurre drasticamente le emissioni costituirà anche un importante supporto alle aree in cui l’economia si sta sviluppando più velocemente e con il più alto potenziale di nuovi impieghi lavorativi”,  ha aggiunto Mariagrazia Midulla, Responsabile Clima ed Energia del Wwf Italia. (c.v.)

Riferimenti: WWF International

UN PAESE TRA DITTATURA DELLA BUROCRAZIA E SACCHEGGIO DELLE RISORSE PUBBLICHE

Pubblicato in ECONOMIA, POLITICA, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 03/07/2009

Io per ora non vi dico come la penso….voglio solo il vostro parere su questo articolo dell’editorialista del CORRIERE DELLA  SERA Piero Ostellino!

Nazione di sudditi allergica al liberalismo

Il nuovo saggio di Ostellino: l’arte di arrangiarsi in Italia sotto il giogo dello «Stato canaglia»

Piero Ostellino (Agf)
Piero Ostellino (Agf)

Un Paese paralizzato da un numero spropositato di leggi e regolamenti; soffocato da una cultura burocratica invasiva e ottusa; gestito da una pubblica amministrazione pletorica, costosa e inefficiente e, non di rado, corrotta; vessato da un sistema fiscale punitivo per chi paga le tasse e distratto nei confronti di chi non le paga; prigioniero di corporazioni e interessi clientelari; nelle mani, da Roma in giù, della criminalità organizzata. Un Paese in inarrestabile declino culturale, politico, economico, che non è ancora precipitato agli ultimi gradini tra i Paesi industrializzati dell’Occidente solo grazie allo spirito di iniziativa e alla proiezione internazionale della media e piccola imprenditoria. Questa è l’Italia oggi. C’è l’Italia degli italiani e c’è lo Stato italiano. Per intenderci: ci sono gli italiani, come singoli individui; c’è lo Stato italiano, come «soggetto collettivo». La definizione può sembrare paradossale e persino contraddittoria. E, in realtà, lo è. Chi ritiene che la fenomenologia sociale sia empiricamente descrivibile solo riconducendone le dinamiche agli individui ne sarà scandalizzato.

Per l’individualismo metodologico, i soggetti collettivi — le istituzioni, il mercato, il capitalismo eccetera — non hanno, infatti, vita propria, non pensano, non agiscono, bensì altro non sono che l’interazione, in una società aperta e liberale, fra individui che perseguono autonomamente il proprio ideale di vita e i propri interessi, producendo con ciò inconsapevolmente un beneficio collettivo. Il bene comune, l’utilità sociale, l’interesse generale eccetera sono, al contrario, una invenzione della politica. Rassicuro subito chi si sia scandalizzato. Ritengo anch’io che l’individualismo metodologico sia la sola metodologia della conoscenza corretta, in quanto, per dirla con Popper, empiricamente verificabile alla prova della realtà effettuale. La divisione dell’Italia in due — l’Italia (al plurale) dei singoli individui, ciascuno dei quali pensa e agisce sulla base delle proprie personali convinzioni; e l’Italia (al singolare), come soggetto collettivo, autoreferenziale, che li (mal)governa sulla base di principi e leggi che essa stessa si è data — è, dunque, solamente un artificio retorico. Gli italiani, anarcoidi e conservatori, privi di senso civico e di senso dello Stato, e perciò sudditi invece di cittadini; gli italiani che non si mettono in fila alla fermata dell’autobus, ma neppure si ribellano alla propria condizione di sudditanza; ingegnosi, flessibili, pragmatici, camaleontici sono l’Italia al plurale. Che «si arrangia », che se la cava.

Questi italiani sono il paradigma schizofrenico di ciò che la cultura liberale anglosassone chiama, con ben altra dignità storica e politica, «società civile» rispetto alla «società politica» dalla quale rivendica la propria autonomia. Che da noi l’ordinamento giuridico non garantisce e nessuno rivendica; tutti si prendono, quando possono. Sottobanco. La nazione, lo Stato, la collettività, giù, giù lungo i loro indotti pubblici — ieri, il (vergognoso) primato della razza; oggi, l’(indefinibile) utilità sociale, e tutte le altre sovrastrutture ideologiche che hanno segnato la storia del Paese — sono l’Italia soggetto collettivo. La camicia di forza che il potere politico del momento e la cultura dominante, l’ideologia come falsa coscienza — fascista e/o comunista, corporativa e/o collettivista, comunitaria e/o statalista che fosse, sempre e comunque antindividualista — hanno imposto agli italiani. Incolta, retorica, dogmatica, bigotta, burocratica, poco o punto flessibile, legalista e imbrogliona, questa Italia trasformista e gattopardesca — che cambia qualcosa per restare sempre la stessa — è una sorta di «8 settembre permanente». Istituzionalizzato.

Da un lato, ci sono la costante imposizione di un controllo pubblico, illegittimo e contraddittorio, sulle libertà dei singoli, e l’ambigua pretesa che sia rispettato; dall’altro, c’è la tacita esenzione da ogni vincolo d’obbedienza sottintesa nella frase liberatoria «tutti a casa» che l’8 settembre 1943 percorse la linea di comando delle nostre Forze armate, abbandonate a se stesse dopo l’armistizio. È di questa Italia incasinata e un po’ cialtrona, intimamente illiberale, che parlo. Non per fare l’elogio degli italiani come singoli individui ma per spiegare l’incapacità del Paese di entrare nella modernità e di stare, culturalmente, politicamente, economicamente, al passo con gli altri Paesi di democrazia liberale dell’Occidente capitalista. Non è l’elogio dell’antipolitica, oggi tanto di moda. Anzi. Ci mancherebbe, soprattutto da parte di un liberale. È, piuttosto, la denuncia dell’invasività della sfera pubblica nella sfera privata. La descrizione di come la nostra politica non sia più, e da tempo, ammesso lo sia mai stata, al servizio dei cittadini, ma li abbia posti al proprio servizio. Dello «Stato canaglia». L’eccessiva estensione della sfera pubblica — che la cultura statalista e dirigista tende a spacciare come veicolo di equità sociale — è, infatti, più accrescimento del potere degli uomini a essa preposti sulle libertà e sulle risorse dell’individuo, che criterio di governo. La leva fiscale, per alimentare una spesa pubblica riserva di caccia di interessi estranei a quelli generali, ne è lo strumento, anche se non il solo, di oppressione.

Non occorre essere marxisti per sapere che lo Stato non è neutrale, ma è il braccio armato degli interessi di chi ne detiene il controllo, se non è controbilanciato da principi e interessi alternativi, fra loro in competizione. È sufficiente essere liberali. Del resto, in questo continuo confronto fra differenti concezioni del mondo, senza che nessuna abbia la pretesa di essere la Verità e di imporla agli altri, è dalla pluralità di interessi in conflitto — mitigato solo da regole del gioco che non consentano a nessuno di impedirne la libera manifestazione e la corretta realizzazione — che si sostanzia la società aperta. Il liberalismo non è una dottrina chiusa — che dice agli individui quale è il loro interesse e ne prescrive i comportamenti — ma la dottrina dei limiti del potere e della società aperta, all’interno della quale ciascuno si presume sappia quale è il proprio interesse e, di conseguenza, lo persegue in autonomia. Il guaio è che di liberalismo, nella vita pubblica degli italiani, non c’è traccia. E ci vorranno, forse, generazioni perché vi si affacci.

Piero Ostellino

SOLUZIONE AL CAPITALSMO

Pubblicato in ECOLOGIA, ECONOMIA, POLITICA, SALUTE, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 30/06/2009

In questi anni ci sono sempre più persone che si rendono conto della progressione senza limiti del capitalismo e dei suoi aspetti negativi, ma si trovano completamente smarrite di fronte al da farsi. L’umanità ha provato in ogni modo ad arginare il problema, ma una soluzione definitiva ci sembra utopistica, ci sentiamo impotenti e ci rassegniamo facendo il gioco di gestisce il potere.

Il capitalismo non è intelligente, non è giusto e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi. (John Maynard Keynes)

Perché ci sentiamo travolti da un problema inarrestabile che ci lascia tutti passivi? Dove sbagliamo? E soprattutto, quale è la soluzione definitiva?

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L’ESSENZA DEL CAPITALSIMO

Iniziamo col capire bene il problema, perché, se non ne vediamo il nocciolo originale, rischiamo di continuare a ripetere la storia dei continui accomodamenti superficiali che non risolvono mai il problema alla radice. Migliorare le proprie capacità per cercare la soddisfazione individuale fa parte dell’uomo. Cercare la sicurezza del proprio io, del proprio corpo, delle proprie idee è un istinto umano e, ognuno a suo modo, ne è portatore.

La ricerca del potere, dell’affermazione dell’io e della sicurezza individuale è in noi.  Non è un nemico cattivo diverso da noi stessi, e il suo significato va visto nel posto che ha insieme a tutte le altre volontà individuali.

Dove è il problema? Il problema è che l’uomo sano non ha solamente questo tipo di istinti, ma un vastissimo arcobaleno di desideri e sensazioni. Il problema si pone cioè quando l’individuo (o il gruppo) si isola chiudendosi nel proprio obiettivo di potere trascurando ogni altro aspetto di sensibilità verso il mondo esterno, verso le volontà e i desideri degli altri e verso tutto l’ambiente in cui vive. Tutti abbiamo il desiderio di esprimerci liberamente, di soddisfare i nostri desideri personali senza divieti ne limiti. Di fronte ai divieti, alle imposizioni e alle regole in genere, sentiamo fastidio, tensione e insofferenza. La libertà individuale è un bene prezioso e ogni sistema sistema sociale sano dovrebbe considerarla come uno dei valori più importanti, ma non è l’unico. Nelle società civili, se una persona prepotente ha il desiderio di esprimersi picchiando i bambini, viene fermato.

Lo spazio per l’espressione personale deve essere lasciato ed è sano finché non limita i desideri altrui, se poi una mia preferenza individuale minaccia la sicurezza fisica degli altri, diventa inammissibile.

Questo principio è alla base di tutti i sistemi civili moderni, perlomeno in apparenza. Il problema del capitalismo è mettere tutte le componenti dell’affermazione dell’io in primo piano rispetto a qualsiasi altra parte della vita, è il disequilibrio progressivo che si crea fra questi aspetti e tutto il resto. E’ avere come obiettivo primario la massimizzazione del guadagno, e ogni altro aspetto della vita sacrificabile al primo. La salute, l’educazione, la libertà, l’altruismo, l’arte, l’introspezione, gli affetti, la natura, la sensibilità, la creatività, ogni possibile tipo di morale o di etica, ogni ideologia… Si crea un problema quando tutto ciò è sacrificabile in nome del massimo guadagno di un azienda o di un gruppo in termini economici o di potere, fino a trascurare anche i diritti umani di chi viene sfruttato.

Come nel singolo, l’estremizzazione degli aspetti individuali e di affermazione dell’io determinano delle gravi insensibilità e sono sintomi di forti disturbi della personalità, anche una società che abbia come modello di vita la massimizzazione del potere  è malata.

SBAGLIAMO AD  ESSERE ANTAGONISTI

Gran parte delle persone intuisce la malattia del capitalismo, ma non riesce a convogliare le sue sensazioni in una azione risolutiva. Vorrebbe una società priva di individualismo, aggressività e violenza, ma tutti i sistemi sociali e politici che abbiamo provato nella storia non hanno fatto altro che spostare l’accentramento e i modi in cui la volontà di potere si esprime, senza mai eliminare definitivamente la violenza dal sistema.

Per indebolire il sistema capitalistico si è cercato di appoggiare gruppi che si dicono contrari all’individualismo, ma non ha funzionato. E’ come se la nostra missione di vita sia eliminare i portatori di coltelli, quindi creiamo un movimento giusto a cui tutti dovrebbero aderire, ma lo facciamo utilizzando  ognuno un piccolo coltello. Cercare e sostenere un partito che “si dice” libero dalla corruzione e dal potere che contrasti il partito dominante capitalista è il più grande errore che facciamo. Perché in realtà nessun uomo è completamente libero da quegli istinti naturali, quindi quel partito manca di onestà e significato e noi sprechiamo energie preziose. Va a finire che, col tempo, il gruppo che sosteniamo manifesta anche la sua anima individualista mostrandosi incoerente di fronte ai suoi imprecisi ideali dichiarati a gran voce. Così lasciamo inalterato il problema e rimaniamo delusi dai politici corrotti e dalla missione inconcludente…

Non ci si libererà mai dai mali del nostro periodo se immaginiamo di individuare nella ricerca individuale di potere il problema mondiale in questione. Aggredire e rifiutare questa ricerca naturale è una battaglia persa, che va tutta a vantaggio di chi dal capitalismo estremo acquisisce potere

IL CAPITALISMO E’ PROGRESSIVO

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Il modello imposto è: Tutti vogliamo di più. Più ricchezza, più proprietà, più lusso, più sicurezza, più affermazione sociale, più potere ecc… Il capitalismo è il modello della “rincorsa” sempre più rapida e senza fine. Se io prendo sempre di più, rimarrà sempre di meno per gli altri. E per dirla semplicemente, poi le cose da prendere finiranno. Il giorno dopo, bisognerà essere ancora più scaltri, competitivi, aggressivi, potenti e senza scrupoli fino a che, per qualcuno, nell’ultimo gradino della scala gerarchica di potere, non rimarranno nemmeno le risorse essenziali. Nel corso degli anni, se portiamo avanti questo modello cieco, spingendo sulla massimizzazione del potere in ogni ambito (politico, economico, sociale, nei mass media), si crea un accentramento progressivo e l’esclusione di qualsiasi altro modello possibile. Il mondo, con tutte le sue meravigliose sfumature, viene plasmato secondo le regole di un azienda.

IL MONDO STA DIVENTANDO UN AZIENDA

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L’immagine dell’imprenditore che chiede i favori al politico deve essere ampliata: Oggi esistono dei gruppi finanziari economicamente più potenti di interi stati. Arabia Saudita, Polonia, Finlandia e moltissimi altri paesi potrebbero essere “comprati” da gruppi privati. Questo significa che è il politico a lustrare le scarpe al colosso economico, e le decisioni di un intero paese sono influenzate dalle dinamiche del massimo guadagno di un azienda. Un’azienda privata e i suoi consigli di amministrazione, come sappiamo, non ha come obiettivo primario la libertà dei cittadini, la loro salute, la loro qualità di vita, la loro educazione, la loro serenità, la giustizia o la divisione equa delle risorse.

A livello mondiale, per chi non è nella casta dei potenti, queste basi fondamentali della vita vanno via via scomparendo…

Il potere economico assottiglia la distanza da quello politico, i servizi pubblici vengono privatizzati e i grandi gruppi economici e le grandi banche mondiali creano delle reti in comune infiltrandosi nei media per aumentare i consensi neimodelli di vita da cui trarre profitto: Per anni conosciamo i lati positivi delle persone ricche, furbe, belle, aggressive e competitive, forti, determinate, e istintive, con il linguaggio ei modi del branco. Nel corso degli anni il mondo cambia gli stili di vita perdendo le sue più alte capacità come l’intelletto individuale, l’altruismo, la sensibilità e i modelli che non portano consensi nel coro vengono allontanati dalla coscienza collettiva.

I grandi gruppi economici e politici cercano di incrementare il potere stipulando alleanze, sciogliendosi in altri gruppi, unendosi o dividendosi, indipendentemente dalle necessità reali dei cittadini. Il cittadino è tenuto distante dalla casta di chi detiene il potere e la sua libertà sempre più limitata. Viene imposto un sistema dove la democrazia è fatta dalle masse, che, a differenza del singolo, apprende i modelli di vita dai media. L’unica forma di partecipazione del cittadino è possibile votando dei simboli, e delegando ogni altra decisione ai partiti politici, il tutto all’interno di una griglia sempre più stretta di regolamenti e leggi decisi dall’alto.

SEMPRE PIU’ CONTROLLO E SFRUTTAMENTO

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Abbiamo visto che il capitalismo non si autolimita: Ogni limitazione imposta non avrà mai la forza di arginarlo, alla lunga ogni ostacolo non fa altro che perdere di importanza difronte all’imperativo principale di guadagnare potere. E abbiamo anche visto che Ogni movimento antagonista al modello capitalistico non fa che accrescere la sua forza. Combattere i suoi principi di base è un controsenso in termini, perché tali principi sono presenti anche nelle frange che vogliono abbatterlo. Chi rallenta la sua corsa non fa altro che lasciare spazio a tutti gli altri squali pronti ad attaccare voracemente. Infine tutti i tipi di potere e i media avranno un unico gruppo di controllo.

Si è creata una coperta di ricchezza, che accumula potere e denaro prosciugando tutto ciò che è fuori, mettendo in secondo piano la salvaguardia delle limitate risorse ambientali, dei diritti umani, non curandosi della povertà nel mondo, degli sfruttamenti dei deboli o di tutto ciò che è lontano dal proprio recinto. La coperta diventa perciò sempre più corta e copre meno persone che si scanneranno per diventare ricchissimi e gli standard di vita saliranno a modelli di ricchezza e consumo sempre più alti…

Se prima l’escluso era solo il povero bambino dell’africa che muore senza acqua, poi lo sarà anche il barbone in città e l’extracomunitario, oggi lo è anche il pensionato pubblico che fruga nel cassonetto o il single divorziato che deve pagare gli alimenti, mangia alla mensa della caritas ma non rinuncia all’ultimo modello di cellulare. Vediamo le ragazzine andare in giro seminude con crisi emotive se non possono uniformarsi ai modelli estetici del momento rifacendosi il seno o la bocca. Questi sono i giovani che fra qualche decina di anni ci governeranno. Molti vivono nella morsa dei debiti, nella paura che una multa imprevista o una bolletta salata possa gettarli sul lastrico. Domani l’escluso sarà chi non è disposto a tutto per vivere in un mondo ad altezze vertiginose e surreali…

Poi quando il potere è abbastanza concentrato da poter fare leggi autonomamente, si impedisce ogni forma di movimento che minaccia i potenti (scioperi, manifestazioni, istruzione pubblica, leggi elettorali) fino ad arrivare alla repressione anche militare di ogni attività fuori dalle leggi promulgate dalla casta, in nome della governabilità, della legalità, della produttività, e soprattutto della sicurezza. Si crea cosi una situazione di estremo stress dove tutte le vie di fuga sono precluse. Solo un messaggio ti salverà: Diventa più ricco, diventa come noi, guarda noi potenti come siamo protetti e a nostro agio, noi siamo i furbi. Così tutti ci mettiamo a correre per salvarci a scapito degli altri…

In questo processo di accentramento dei poteri l’Italia ha solo anticipato i tempi. Tutte le nazioni alla lunga, anche cambiando governi, sono destinate all’accentramento. Se non c’è un limite e tutto si rivolge verso la massimizzazione dell’individualizzazione, allora il disequilibrio fra i pochi rampanti ricchissimi e i molti sfruttati poverissimi  fa sentire le sue crepe generando sofferenza e tensioni sociali.

NON CERCARE IL POLITICO SANTO

Quando diciamo che quel politico corrotto ci ha deluso, cosa stiamo dicendo? Per risolvere il problema abbiamo cercato per anni il politico santo che ci salvi contro gli altri corrotti, e abbiamo idealizzato gruppi che si spacciavano per incorruttibili e privi di brame di potere. Gli individui alla base sono tutti imperfetti e, chi più chi meno ha i suoi difetti. A parte estremi patologici di disturbi della personalità dei grandi dittatori, ed estremi invece pieni di amore per il prossimo come le figure di Buddha o Gesù, le persone normali sono soggette agli stessi impulsi individuali ed egoistici di tutti.

Il Problema è che il sistema mondiale (sociale, economico e politico) premia e porta in alto nelle stanze dei bottoni i più individualisti, scaltri, competitivi, invidiosi, aggressivi, determinati e insensibili. Alla lunga, la rete di controllo della politica, dell’economia e dei media sarà il recipiente che seleziona quei personaggi malati di potere che estremizzano di più questi difetti. La società tutta, a sua volta, tenderà a diventare lo specchio delle leggi e dei modelli imposti da pochi tra i personaggi più egoisti.

UN SISTEMA CHE NON DEGENERA

Bisogna abbandonare un sistema degenerativo dove sono i più egoisti del paese a decidere per tutti e contribuire a promuovere un nuovo sistema che considera il naturale individualismo dell’uomo ma non lo estremizza. Un sistema stabile che sia immune alla progressione e all’accentramento del potere lasciando libertà a tutti. Non possiamo evitare definitivamente che ci possano essere persone malate, bugiarde e avide di potere che bramino alla poltrona del comando. Però le leggi del sistema sociale, al contrario degli impulsi innati dell’uomo, non sono immutabili, e possono essere cambiate nel corso degli anni.

Modifichiamo i posti di potere, non cerchiamo un uomo santo.

Come nasce un posto di potere nei sistemi civili e democratici? Nasce dall’accettazione dei cittadini di lasciarsi gestire, a vari livelli, dalle autorità che possono promulgare leggi ed imporle con le forze dell’ordine verso gli individui che hanno volontà diverse. Il potere delle autorità politiche regola sia l’espressione dei cittadini (manifestazioni, scioperi, regolamentazione del web, leggi elettorali, forze dell’ordine, magistratura) sia le informazioni che i cittadini ricevono (leggi sulle televisioni, sull’editoria, sul web, sulle pubblicità, ecc..). Agendo su questi punti nevralgici si aumenta sempre di più la distanza dal cittadino al centro di potere che acquisisce autonomia come fosse una casta a sé. Se poi un politico ha interessi anche nell’economia o nei media il processo diventa più rapido, e agisce direttamente sui media per acquisire consensi con le tecniche di controllo delle masse.

In sostanza chi ha un forte potere può imporre la propria volontà sugli altri, ed esprimere senza troppe limitazioni gli istinti individualisti che abbiamo definito inizialmente, è quindi il posto ambito per eccellenza dalle persone più egoiste e individualiste della popolazione. Se abbiamo un grandissimo faro sopra la città, le falene si dirigeranno lì a migliaia e combatteranno fra di loro per mantenere il posto più vicino alla grande luce. Abbiamo provato a limitare la libertà delle falene e a negare l’esistenza di certi istinti, ma alla fine tutto torna come prima… Perché non prendiamo atto dei nostri istinti e non spegniamo il faro? Più la luce viene abbassata, più le falene si distribuiscono liberamente fra le lampade delle case vicine.

Il principio è molto semplice: I colossi economici e i politici più egoisti si rivolgono naturalmente verso qualsiasi accentramento di potere allo scopo di circoscrivere i propri guadagni a scapito dei semplici cittadini che hanno delegato la scelta ad altri. Ogni sistema che permette qualsiasi tipo di gerarchia di potere, dove un gruppo di persone è delegato dagli altri per scegliere, permette all’istinto individualista dell’uomo agire sugli altri e determina, esteso su larga scala, i problemi dell’accentramento progressivo e dello sfruttamento.

Non esiste nessuna altra soluzione. Per fermare il capitalismo bisogna avere un sistema senza potere e autorità. Ma cosa significa un mondo senza potere?

PERCHE’ IL POTERE CRESCE?

Finché il mio istinto egoista mi porta a tenere una mela più degli altri il male è circoscritto, ma quando alcuni gruppi controllano mezzo mondo mentre la maggior parte delle persone vive di stenti e ogni giorno 30.000 bambini muoiono per problemi legati alla povertà (la metà dei decessi per FAME!) allora il problema è immenso. Per agire sull’origine del potere su scala mondiale, bisogna capirne bene l’essenza. Come si rafforza il potere a livello mondiale? Quali sono le dinamiche mondiali per cui si arriva dalla mela al mondo? Perché gli istinti egoistici dell’uomo si diffondono sempre di più a scapito degli altri istinti? E quale è il motivo essenziale di tale progressione?

La vita degli individui in società è fatta di interazioni: Dagli altri verso me, e da me verso gli altri. Ognuno può ascoltare, decidere e agire.

L’accentramento progressivo del potere su scala mondiale si crea quando le interazioni fra gli uomini, in ogni possibile direzione, vengono mediate o controllate.

Agire: Più la la facoltà di scegliere è indiretta, più l’istinto individualista avrà potere di sfruttare.

Ricevere: Più le informazioni che abbiamo sono mediate, più l’istinto individualista avrà potere di sfruttare.

Sia in un senso che in un altro non deve determinarsi alcun gruppo di controllo, perché sarà inglobato dalla travolgente progressione mondiale del capitalismo, influenzando tale mediazione per accaparrarsi sempre più potere a scapito degli altri. Ogni organo che freni, separi, diriga o organizzi lo scambio di informazioni e azioni favorisce l’accentramento di potere progressivo e quindi, lo sfruttamento a cascata di chi ha meno potere.

IL DENARO VALE OVUNQUE

Ogni nazione è sovrana solo nel suo territorio e agisce nei suoi limiti, il denaro invece non conosce barriere. Il suo potere non si ferma di fronte alle frontiere degli stati e la progressione del capitalismo agisce a livello mondiale. In parole povere la legge del denaro si impone a livello mondiale arrivando ai politici di ogni nazione, mentre quella politica agisce solo all’interno della singola nazione. Si creano così nazioni ricche e nazioni sempre più povere e il problema in senso generale non viene mai affrontato.

Il problema del capitalismo non potrà mai essere risolto da un singolo stato, infatti, il primo fattore di mediazione nelle interazioni del mondo è quello esercitato dai singoli stati con leggi diverse.


PRIMA LA VITA

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Gli Stati Uniti, da soli, potrebbero sfamare ogni essere umano nel mondo, mentre un quarto del cibo prodotto dagli USA è sprecato…

Se la parte più povera e debole del mondo, quella che vive quotidianamente con il problema della fame, della sete, delle malattie, avesse deciso per se stessa, è impossibile che avrebbe scelto la propria morte e dei propri figli, questo dimostra con estrema chiarezza che esiste un sistema che permette lo sfruttamento, infatti un piccolissimo gruppo di uomini, non solo ha da mangiare e da bere, ma può comprarsi interi partiti politici, intere aziende, o intere nazioni.

Se ognuna delle persone del mondo potesse decidere per uno, sulle questioni della dignità e dei diritti umani, dove tutti siamo uguali, ci sarebbero una stragrande maggioranza di persone, specialmente quelle povere e sfruttate, che con una energia enorme darebbero la propria scelta per non fare morire il proprio figlio di sete, per non vivere da sfruttati, per vivere nella libertà.

Sulle questioni universali della qualità della vita, della sicurezza, della salute, della libertà, nessun uomo ha più autorità di un altro. Nessun uomo ha l’autorità di negare ad un altro il diritto di vivere, nessuna ideologia, né legge, ne iter burocratico può elevarsi al di sopra della vita.

L’ORIGINE DELLO SFRUTTAMENTO: LA DELEGA

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Perché siamo arrivati a questo punto? Perché abbiamo delegato le decisioni ad altri, e questi pochi che decidono per tutti sono stati corrotti. Come è naturale per l’uomo, hanno preferito la propria sicurezza individuale e ricchezza a scapito della maggioranza.

Il problema del capitalismo nasce nel momento in cui noi deleghiamo un piccolo gruppo di potenti a scegliere i dettagli per noi. I problema non è quale politico o ideologia scegliere, il problema è che noi non possiamo più scegliere altro che simboli. La madre il cui bambino muore di fame, di fatto non ha scelto.

Se non esistessero affatto partiti politici o gruppi che decidono le leggi per noi, e ogni cittadino scegliesse per UNO, allora anche un colosso economico potentissimo non avrebbe nessun gruppo limitato da poter corrompere, e non potrebbe esistere lo sfruttamento del debole su larga scala. Tutti sarebbero liberi di arricchirsi, ma senza nessuno da corrompere, gli istinti individualistici dell’uomo non avrebbero la struttura per degenerare.

Tutti i cittadini del mondo devono decidere direttamente sulle questioni universali dell’uomo e devono avere accesso diretto alle informazioni.

Nelle democrazie antiche era impossibile fare decidere istante per istante ogni cittadino per ogni tema della società, allora si è dovuta creare creare una catena di deleghe fino a chi governava. Questo problema oggi non esiste più, la tecnologia permetterebbe facilmente ad ogni cittadino della terra di esprimere direttamente la propria opinione istante per istante. Dobbiamo essere noi stessi i primi ad occuparci della nostra salute, dell’educazione, della qualità della vita, della nostra libertà. Se lasciamo che altri lo fanno per noi, non abbiamo la garanzia che mettano sempre in primo piano le nostre esigenze.

DEMOCRAZIA DIRETTA MONDIALE

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Non esiste altra soluzione, finché crediamo alla necessità di un padre buono che decida per noi, sempre più persone saranno sfruttate da pochi, vivranno nello stress, negli stenti o addirittura nella fame. Non dobbiamo immaginare sistemi fantapolitici del futuro. Nel costruire un nuovo sistema sociale, come quando dalla monarchia si è passati alla repubblica, si comincia con gettare prima le linee guida come ad esempio quelle sulla libertà e uguaglianza, e poi tutti i dettagli superficiali verranno naturalmente da queste basi.

Tutti i problemi del capitalismo saranno risolti senza violenza una volta che la maggior parte del mondo né capisce il nocciolo e non accetta più di delegare le proprie vite ad altri.

1. Ogni cittadino del mondo è libero di scegliere direttamente partendo dalle questioni dei diritti universali.

2. I media sono patrimonio dell’umanità, di ogni essere vivente, e per questo devono essere favoriti e completamente liberi.

In quel momento il capitalismo perderà di significato e la coscienza collettiva gli riconoscerà il posto che ha all’interno del resto della vita. E queste cose saranno insegnate nelle scuole. Chi vuole essere ricco potrà tranquillamente farlo. Se l’informazione è distribuita, il sociale, la salute, la libertà, l’istruzione, e  l ‘educazione è garantita, a quel punto non si crea una divisione progressiva fra la massa sfruttata e una casta che controlla. Il potere economico in quel momento è inserito stabilmente all’interno della struttura sociale senza possibilità che si accentri.

Chi sceglie per noi, naturalmente, ha interesse a mantenere il potere e non promuove queste informazioni. Con il potere dei media cerca di influenzare le masse per fagli credere che solo quei pochi intelligenti ed esperti possono risolvere i problemi per te, che i media sono liberi, che è impossibile oltrepassare il sistema del mondo diviso in nazioni, che non possiamo abbandonare le nostre abitudini ecc…

PICCOLI PASSI

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Se abbiamo capito che esiste un unica soluzione al problema che coinvolge il mondo, allora ogni piccola scelta che facciamo sarà verso quella soluzione. La somma di pochi piccoli passi permetterà ad altri di farne di più e più rapidamente innescando una reazione a catena. Evitiamo di cercare il politico o il partito santo e non demonizziamo quello egoista, cerchiamo di promuovere un approccio verso il problema, senza essere coinvolti emotivamente nell’appartenenza ad un partito.  L’intelligenza non ha bandiera.

Cosa possiamo fare per iniziare? Ecco dei piccoli esempi di principi di base da diffondere in rete o in qualsiasi canale libero.

A:NON DELEGARE LA TUA SCELTA: Abolire i partiti e ragionare “a problemi”. Diminuire il potere dei Politici, diminuire i loro campi di scelta e le loro responsabilità a favore di scelte sempre più dirette. Equiparare i loro stipendi a quelli del pubblico impiego, evitare qualsiasi conflitto di interessi: Nessuna facoltà verso i Media o verso alcun Azienda.

B:AVERE ACCESSO ALLE INFORMAZIONI: Deve passare il concetto che le informazioni libere e diversificate sono un diritto dell’umanità e i media non possono essere usati da privati per controllare le masse. Promuovere la rete e Abolire qualsiasi tipo di controllo e mediazione politica nell’informazione.

Anche quando i media fossero liberi, il senso comune mondiale plasmato e modellato ad arte per anni non cambierà istantaneamente, avrà bisogno di molto tempo per riacquisire timidamente la sensibilità dimenticata. I giovani la cui personalità si è già formata in questo periodo sono quelli che fra qualche decennio ci governeranno.

Quindi:

- Promuovere ogni aspetto della vita che impedisce di farsi controllare dai media e spingere perché facciano partedell’educazione di base di ogni bambino: La riflessione individuale, la sensibilità, l’altruismo, l’ascolto, la cooperazione,  l’intelligenza fuori dal coro, la ragione, la cultura, l’arte, l’istruzione, e le libertà di esprimersi in tutte le maniere, dalle manifestazioni al dichiarare apertamente i propri pensieri anche diversi da quelli delle autorità.

- Fare conoscere le tecniche di controllo delle masse e quali aspetti ne favoriscono il controllo: L’istinto, l’invidia, l’aggressività, la furbizia, l’orgoglio, la determinazione, la competizione, seguire le autorità e aspettarsi punizioni o controlli, i metodi del branco, della piazza e del linciaggio pubblico.

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Il mondo cambierà in questa direzione, e nessun colosso economico muoverà un dito per perdere guadagni. Sta a noi singoli individui fare del nostro meglio per rendere più vicina possibile questa rivoluzione non violenta né ideologica. Io ho cercato di dare il mio contributo in questa maniera…

ECCO COSA VEDO

Quel difetto di modernità

Pubblicato in ECONOMIA, POLITICA, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 30/06/2009

VIVERE DI PASSATO (E POCO DI FUTURO)


Nessuno sa quan do e come uscire mo dalla crisi. La ragione è che il mondo non procede verso un obiettivo

razionalmente prevedibile, ma grazie a mi lioni di uomini che perse guono autonomamente i propri interessi non coordi nati da una sorta di raziona lità storica. È perciò che gli economisti paiono capaci solo di «predire il passato» e qualsiasi intervento della politica, che non si limiti a fissare le regole del gioco, rischierebbe di produrre al tri danni invece di benefici. Per uscirne, e ripartire, l’Ita lia dovrebbe, piuttosto, ri flettere sui propri ritardi e realizzare quelle riforme che l’aiutino davvero a mo dernizzarsi, come ha scrit to ieri Mario Monti.

Non c’è settore — sia del lo Stato, sia del sistema pro duttivo, a parte certe picco le nicchie industriali — che non registri forti ritardi nell’innovazione. L’Italia della cultura, della politica, dell’economia ha fatto la sua rivoluzione industriale prima di essere una società civile strutturata. Rispetto alla gentry dell’Inghilterra agraria, diventata borghe sia cittadina con la rivolu zione industriale e mercan tile, e cosmopolita col colo nialismo trionfante cantato da Kipling, l’Italia ha avuto i latifondisti reazionari rac contati da Verga, un capita lismo assistito, un naziona lismo tardo e straccione. Ri spetto alla grande borghe sia francese post rivoluzio naria — che, con l’Ecole po litecnique e l’Ena, ha gene rato i commis di Stato re pubblicani e democratici — la società italiana ha espresso una piccola bor ghesia post unitaria priva di coscienza di classe che ha rifiutato la modernità e, con essa, il capitalismo e la libera concorrenza, rifu giandosi nel corporativi smo e nell’autarchia del fa scismo, ieri; nell’assisten zialismo, nel protezioni smo parassitario e nella bu rocrazia del pubblico impie go, poi.

Ci siamo affacciati alla contemporaneità senza aver letto un libro — qual cosa di simile alla letteratu ra liberale inglese e france se sulla quale si sono forma te le borghesie di quei Pae si — ma solo attraverso la televisione; che ci ha intro dotti alla modernità «ame ricana » senza aiutarci a en trare in quella «europea». La nostra etica pubblica è bigotta, moralista, pauperi sta; scimmiotta il puritane simo anglosassone senza averne i fondamenti stori ci, sociali, religiosi, che ne legittimano politica e capi talismo. La nostra idea di democrazia — come si è vi sto negli ultimi tempi — coincide con lo scandali smo fine a se stesso, con il ribellismo alle regole, con il rivoluzionarismo velleita rio che una minoranza esprime spaccando le vetri ne e vorrebbe concretare in rivoluzione col benestare dei carabinieri.

Nella sinistra riformista c’è chi ha elogiato la tassa zione, per perpetuare l’ec cesso di spesa pubblica e gli sprechi dello «Stato ca naglia », non accorgendosi che i lavoratori, ora, votano a destra, dove i tributi non li si riduce, ma almeno non li si esalta. Il terrorismo di matrice rivoluzionaria ha ammazzato i riformisti che volevano fare dell’Italia un Paese liberale, democrati co, giusto, e non se l’è pre sa con i conservatori che sullo statu quo ci campava no.

editoriale del CORRIERE DELLA SERA

di Piero Ostellino    postellino@corriere.it


La flat tax di Schwarzenegger

Pubblicato in ECONOMIA, POLITICA da Gabriele Pierattelli il 26/06/2009

Cresce il numero di stati USA costretti a mettere le mani nelle tasche dei contribuenti per tentare di frenare l’emorragia delle casse pubbliche. Di fronte a buchi di bilancio che stanno diventando voragini, dall’inizio dell’anno sono 23 gli stati che hanno aumentato le tasse, ed altri 13 stanno considerando l’opzione in vista dell’approvazione del bilancio 2009-2010.

Nella maggior parte dei casi questi inasprimenti d’imposta sono complementari a tagli dei servizi pubblici. Gli aumenti interessano le imposte sul reddito, sulle vendite e sulle imprese e prendono di mira un po’ tutto, dalle slot machines alle targhe personalizzate delle auto, ai pernottamenti in albergo (settore peraltro già in grave crisi), ad alcolici e tabacco.

Ma questo potrebbe essere solo l’inizio, visto che è pressoché certo che il deficit da colmare risulterà ben maggiore rispetto alle stime: ben 37 stati, secondo un sondaggio del Wall Street Journal, hanno visto cali del gettito fiscale superiori a quanto preventivato nel primo trimestre del 2009. L’inasprimento fiscale, che pare ineluttabile, finirà con il contrastare l’effetto espansivo del pacchetto di stimolo federale, ed aggraverà la recessione e la disoccupazione, che in molti stati ha già raggiunto picchi storici.

Nel frattempo la California di Arnold Schwarzenegger rischia di diventare uno stato-spazzatura, almeno per le agenzie di rating, che minacciano un declassamento di più livelli del merito di credito. Il governatore, dopo la bocciatura del suo recente progetto di bilancio, trovandosi a lottare per colmare un deficit di 24,3 miliardi di dollari solo sei mesi dopo aver dovuto alzare le tasse per coprire un buco da 40 miliardi, medita alcune misure drastiche, come tetti vincolanti alla spesa, l’abituale lotta agli sprechi e soprattutto l’introduzione di una sorta di flat tax statale che sostituisca una molteplicità di tributi.

Schwarzenegger si è posto in modalità “read my lips, no new taxes”, ed ha ammonito i Democratici che, senza tagli di spesa, entro poche settimane l’amministrazione statale potrebbe letteralmente chiudere per mancanza di risorse e finanziamenti. I tagli sono previsti anche per ambiti finora intoccabili, come educazione, Medicaid, pensioni, prigioni. In quest’ultimo caso i contabili di Sacramento hanno scoperto che lo stato spende per ogni detenuto 49.000 dollari, il 50 per cento in più della media nazionale, e Schwarzenegger sta pertanto meditando la privatizzazione delle carceri.

Tornando alla flat-tax, occorre premettere che la California è uno degli Stati americani con la maggiore progressività fiscale, con la seconda aliquota più elevata sui redditi personali, pari al 10,55 per cento, dopo New York che è al 12,62 per cento. Questa addizionale delle imposte federali sul reddito, oltre a determinare forte volatilità del gettito d’imposta durante il ciclo economico, sta inducendo molti californiani a trasferirsi nel vicino Nevada e addirittura inTexas, dove l’Irpef statale è assente. Una caratteristica del modello californiano di tax and spend è dato dal fatto che durante le espansioni la struttura molto ripida della curva d’imposta ed il pieno di tasse da essa indotta spingono i legislatori a spendere a mani basse; quando il ciclo rallenta, il gettito crolla ma non è possibile adottare misure di reversibilità della spesa pubblica, a causa delle insuperabili resistenze dei gruppi di pressione. Motivo per cui, alla fine, si giunge ad aumenti di tassazione ed il ciclo ricomincia. Ma questa volta siamo al capolinea.

Schwarzenegger ha nominato una commissione bipartisan per la riforma fiscale incaricata di esplorare la fattibilità di un’aliquota uniforme del 6 per cento su imprese e privati, con drastica riduzione delle deduzioni. A questo livello di aliquota, date le ipotesi di lavoro (che poggiano, vale la pena ricordarlo, su un forte ampliamento di base imponibile), le simulazioni indicano che lo stato sembra essere in grado di raggiungere il pareggio di bilancio e smorzare la forte volatilità di gettito durante le varie fasi del ciclo economico e, cosa più importante, potrebbe tornare ad attrarre imprese. Non sappiamo come finirà, ma la California ha davvero poco tempo prima del collasso finale. Eventualità che, dato il peso economico dello stato, avrebbe pesantissime ripercussioni su tutti gli Stati Uniti.

Alcune considerazioni sulla proposta di Schwarzenegger. E’ utile e saggia, visto il livello patologico raggiunto dalla ripidità della curva statale dell’imposta sul reddito; avrebbe innegabili effetti positivi dal lato dell’offerta, riducendo le distorsioni; ridurrebbe evasione, erosione ed elusione fiscale, oltre ad arrestare e forse invertire la tendenza alla delocalizzazione di privati ed imprese; riuscirebbe anche a preservare la sostanziale progressività del sistema fiscale statale, perché riassorbirebbe in sé anche tributi, come la sales tax e le accise, che sono per definizione regressivi. Restano tuttavia irrisolti problemi politici, visto che per ridurre significativamente le aliquote occorre allargare la base imponibile tagliando le deduzioni, che sono saldamente presidiate dai gruppi d’interesse.

Ma esiste anche una più generale obiezione di merito riguardo la riduzione della volatilità di gettito che una flat tax causa. A pochi viene da riflettere circa il fatto che, se in un paese fosse in vigore esclusivamente una flat tax, gli stabilizzatori automatici dal versante dell’imposta sul reddito semplicemente non funzionerebbero, e non ci sarebbe quindi né stimolo espansivo durante le recessioni né restrizione durante le espansioni, lasciando il peso della correzione ciclica interamente sulle spalle della politica monetaria. Come noto, in assenza di fenomeni di fiscal drag, durante una recessione il reddito nazionale si riduce. Per effetto della progressività della curva delle aliquote, tuttavia, la il gettito fiscale si riduce in proporzione al reddito nazionale, e ciò induce un effetto espansivo. L’opposto accade durante le espansioni. Con una flat tax questo ovviamente non avverrebbe, ed occorrerebbe costituire quello che gli anglosassoni chiamano un rainy day fund, cioè accantonare risorse fiscali da utilizzare per sostenere il reddito durante le recessioni. Pur se non infattibile, una simile soluzione finirebbe con l’essere rimessa alla discrezionalità del legislatore, in merito al finanziamento ed all’utilizzo del fondo di emergenza, introducendo elementi di “volatilità” politica che è invece fondamentale evitare.

epistems.org

I FAVOLOSI ANNI 60…ERANO POI COSI’ FAVOLOSI!?!!?

Pubblicato in ECONOMIA, SOCIETA' da Gabriele Pierattelli il 26/06/2009

Quando si trasferì a Torino, Batistin aveva appena finito di fare il militare. Non era certo la prima volta che ci metteva piede. Di tanto in tanto, la domenica dopo pranzo saliva sul treno e andava a bighellonare qualche ora in centro, guardando le vetrine in via Roma…


…In città vivevano già da tempo alcuni suoi paesani e tramite loro trovò un sottoscala senza riscaldamento in cui sistemò una branda, un fornello di lamiera smaltata, una seggiola e un tavolo. Ma ci passava solo qualche ora la sera a dormire. Quando finiva il turno di notte alla Fiat s’arrangiava a fare di tutto, dal bracciante nei campi che l’avanzare congiunto dello sviluppo edilizio alla periferia della città e alla periferia dei paesi confinanti assottigliava di anno in anno, al muratore nelle imprese edili che li andavano sistematicamente riempiendo di palazzoni. In quegli anni a Torino e nei paesi della cintura arrivavano decine di migliaia di persone da tutte le campagne d’Italia, tutte come lui attirate dal desiderio di avere un reddito monetario per accedere all’economia mercantile. Ogni treno proveniente dal sud ne scaricava centinaia e bisognava costruire in fretta alveari in cui sistemarli, strade per collegare gli alveari alle fabbriche, scuole per i loro figli. Non c’erano difficoltà o disagi che potessero fermare questa ondata di piena. Non la scoperta che le paghe non erano sufficienti per arrivare fino alla fine del mese perché in città bisogna comprare tutto, mentre al paese la maggior parte della roba da mangiare te la produci da solo e la casa è tua. Invece qui oltre all’affitto bisognava pagare pure il riscaldamento. Allora dovevano lavorare anche le donne, magari a turni alterni col marito per non lasciare i bambini da soli, così quando uno entrava, l’altro usciva di casa, senza nemmeno il tempo di scambiarsi un saluto.

Non li fermava la disciplina da caserma nelle fabbriche, né la durezza del lavoro e gli incidenti che ogni tanto ne mandavano qualcuno all’ospedale con l’ambulanza, magari già morto, per avere meno grane con la giustizia. Non il cambiamento di clima e d’ambiente, l’aria pesante di polvere nera e gas, gli alloggi piccoli con quei balconcini che quando ti affacciavi non vedevi altro che balconcini e finestre e muri e strade su cui di giorno in giorno cresceva il numero delle automobili. Presto ne avremo una anche noi dicevano i mariti alle mogli alla domenica, quando riuscivano a stare insieme, e il frigorifero, la televisione, il forno elettrico, la lavatrice. Così lavoravano sodo, spesso integrando la paga regolare col lavoro nero, per avere i soldi per comprare l’automobile con cui andare a lavorare. Passavano tutto il tempo a lavorare per avere i soldi con cui comprare gli elettrodomestici che fanno risparmiare tempo nei lavori di casa. Le fabbriche producevano a tutto spiano, era il boom economico, e assumevano addetti che con la paga acquistavano le cose che producevano. Era tutto un gran fervore di attività, le novità si susseguivano a getto continuo. Non facevi a tempo ad aver comprato qualcosa di nuovo che sfornavano qualcosa di più nuovo che faceva diventare vecchio il nuovo di prima. È il progresso, dicevano in televisione gli esperti e ripetevano tutti sugli autobus affollati che li portavano al lavoro, nei bar davanti alle tazzine di caffè che finalmente potevano permettersi, in mensa nella mezz’ora di pausa per il pranzo. E l’anima del progresso è il cambiamento. Più in fretta si cambia, più rapidamente si migliora. Dove non c’è cambiamento ma immobilismo, come al paese, non c’è progresso. È il benessere, ripetevano tutti guardando le pubblicità in televisione e covando il desiderio di avere sempre più cose e cose sempre più nuove per accrescerlo. E giù a lavorare, mariti e mogli a cambio turno, a produrre sempre più cose e cose sempre più nuove, per avere i soldi per acquistarle.

Agricoltura e Decrescita

Pubblicato in ECOLOGIA, ECONOMIA da Gabriele Pierattelli il 26/06/2009

Porto la testimonianza di un progetto di riconversione di un’azienda agricola secondo i principi della decrescita che, pur con molte difficoltà, si sta tentando di realizzare in provincia di Ravenna.

L’azienda, già biologica dal 2000, era caratterizzata da sole due colture: pesche per la Grande Distribuzione Organizzata e uva da trasformarsi in aceto per i mercati USA.
Dalla fine del 2008 si è proceduti a rimodellare l’ordinamento aziendale iniziando a seguire alcuni dei principi esposti al Tavolo di Lavoro sul Agricoltura avviato dal MDF l’anno scorso.
Sul piano tecnico si è tentato di realizzare un modello di agricoltura di prossimità che si caratterizza per la fornitura a domicilio e sul posto di lavoro, di ortofrutta bio raccolta in giornata, senza ulteriori intermediari coinvolti nella conservazione, nel trasporto e nella distribuzione del prodotto.
Con questo sistema, in media, si riescono ad ottenere prezzi competitivi rispetto al biologico della grande distribuzione organizzata e dei negozi (30-50% in meno), riuscendo spesso ad essere concorrenziali anche con i prodotti da agricoltura convenzionale.
In tal modo il biologico vero non è più un prodotto per un’elite abbiente, ma diviene una base alimentare per tutti (con indubbie ricadute positive sia sull’ambiente che sulla salute delle persone).

Un altro elemento positivo molto importante, emerso da questa esperienza, è l’attuazione della pratica del “dono”, che si è rivelata un valente aiuto economico.
Lo scambio di beni e servizi senza l’intermediazione del denaro ha permesso la nascita di importanti collaborazioni con altre realtà agricole (e non solo) della zona, consentendo ai soggetti coinvolti di trarre più benefici di quanti ne potessero ricevere dal mero scambio di soldi.
Ciò ha consentito all’azienda “decrescente” di non esporsi economicamente per l’acquisto di molti dei mezzi tecnici necessari alla riconversione ed inoltre, attraverso questa pratica, è stato possibile recuperare molti dei gravi errori tecnici e strutturali commessi sin dall’avvio del progetto e viceversa è stato possibile aiutare altre realtà.

Dall’avvio ufficiale delle attività (primi di aprile), è stato registrato un incremento progressivo delle persone interessate a questo tipo di produzione e di distribuzione. Benché la soglia della sostenibilità economica del progetto sia ancora molto lontana e le cose da migliorare ancora tantissime, i segnali di apprezzamento ricevuti fanno ben sperare.

Porto la testimonianza di un progetto di riconversione di un’azienda agricola secondo i principi della decrescita che, pur con molte difficoltà, si sta tentando di realizzare in provincia di Ravenna.
L’azienda, già biologica dal 2000, era caratterizzata da sole due colture: pesche per la Grande Distribuzione Organizzata e uva da trasformarsi in aceto per i mercati USA.
Dalla fine del 2008 si è proceduti a rimodellare l’ordinamento aziendale iniziando a seguire alcuni dei principi esposti al Tavolo di Lavoro sul Agricoltura avviato dal MDF l’anno scorso.
Sul piano tecnico si è tentato di realizzare un modello di agricoltura di prossimità che si caratterizza per la fornitura a domicilio e sul posto di lavoro, di ortofrutta bio raccolta in giornata, senza ulteriori intermediari coinvolti nella conservazione, nel trasporto e nella distribuzione del prodotto.
Con questo sistema, in media, si riescono ad ottenere prezzi competitivi rispetto al biologico della grande distribuzione organizzata e dei negozi (30-50% in meno), riuscendo spesso ad essere concorrenziali anche con i prodotti da agricoltura convenzionale.
In tal modo il biologico vero non è più un prodotto per un’elite abbiente, ma diviene una base alimentare per tutti (con indubbie ricadute positive sia sull’ambiente che sulla salute delle persone).

Un altro elemento positivo molto importante, emerso da questa esperienza, è l’attuazione della pratica del “dono”, che si è rivelata un valente aiuto economico.
Lo scambio di beni e servizi senza l’intermediazione del denaro ha permesso la nascita di importanti collaborazioni con altre realtà agricole (e non solo) della zona, consentendo ai soggetti coinvolti di trarre più benefici di quanti ne potessero ricevere dal mero scambio di soldi.
Ciò ha consentito all’azienda “decrescente” di non esporsi economicamente per l’acquisto di molti dei mezzi tecnici necessari alla riconversione ed inoltre, attraverso questa pratica, è stato possibile recuperare molti dei gravi errori tecnici e strutturali commessi sin dall’avvio del progetto e viceversa è stato possibile aiutare altre realtà.

Dall’avvio ufficiale delle attività (primi di aprile), è stato registrato un incremento progressivo delle persone interessate a questo tipo di produzione e di distribuzione. Benché la soglia della sostenibilità economica del progetto sia ancora molto lontana e le cose da migliorare ancora tantissime, i segnali di apprezzamento ricevuti fanno ben sperare.

tratto dal blog MOVIMENTO DECRESCITA FELICE

di Christian Grassi
Associazione Poderi di Romagna